La gaia scienza di Italo Calvino

[Anticipiamo il testo che Piergiorgio Odifreddi pronuncerà domani al liceo Cassini di Sanremo, che ha avuto tra i suoi allievi Italo Calvino ed Eugenio Scalfari.n.d.r]

di Piergiorgio Odifreddi

Se uno scienziato osasse affermare che Galileo è stato «il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo», verrebbe immediatamente tacitato dagli umanisti e tacciato di scientismo e di ignoranza. A dirlo è stato però un letterato, in un’ intervista al Corriere della Sera del 24 dicembre 1967. E non un letterato qualunque, bensí uno dei mostri sacri della nostra letteratura! Si trattava di Italo Calvino, e la sua affermazione definiva non solo il posto di Galileo nel pantheon letterario italiano, ma anche il proprio. Perché stare dalla parte di Galileo significa, in particolare, stare anche dalla parte di Ariosto e di Leopardi, per le loro reciproche affinità. E significa, in generale, prendere posizione a favore di una concezione della letteratura come mappa del mondo e dello scibile, e di uno stile intermedio fra il fiabesco realista e il realista fiabesco. Calvino ovviamente apparteneva virtualmente a questa linea di forza della nostra storia letteraria, grazie alla trilogia composta da Il visconte dimezzato (1951), Il barone rampante (1957) e Il cavaliere inesistente (1959). E negli anni ‘ 60, quando si trasferí a Parigi e incontrò Raymond Queneau, aderí formalmente alla poetica dell’ Oulipo fondato da quest’ ultimo, che perseguiva e persegue il triplice obiettivo di una scrittura che possieda ed esibisca immaginazione scientifica, linguaggio logico e struttura matematica. Il primo risultato di questa adesione fu l’ invenzione, da parte di Calvino, del nuovo genere letterario delle cosmicomiche, che instaurarono un rapporto con il senso cosmico della mitologia antica attraverso il filtro comico dell’ arte moderna, in una specie di controcanto grottesco al poema di Lucrezio. Nell’ arco di vent’ anni furono pubblicati 33 di questi racconti, in quattro raccolte: Le cosmicomiche (1965), Ti con zero (1967), Le memorie del mondo e altre storie cosmicomiche (1968) e Cosmicomiche vecchie e nuove (1985). Non si tratta di racconti di divulgazione: più che rappresentare immagini scientifiche, essi sviluppano spunti letterari contenuti in frasi isolate, che hanno attirato l’ attenzione dell’ autore e fanno spesso da cappello alle storie. Ma non si tratta neppure di racconti di fantascienza: invece di dar voce a visioni sul futuro prossimo dell’ universo, fanno parlare immaginari testimoni antropomorfi del passato remoto. Questi personaggi hanno impronunciabili nomi che assomigliano a formule. Il principale, Qfwfq, ha più o meno l’ età dell’ universo ed è stato testimone oculare dei maggiori eventi fisici, chimicie biologici della sua storia: lo spazio vuoto, il Big Bang, l’ espansione dell’ universo, l’ apparizione della luce; la formazione degli atomi, degli elementi, dei cristalli, della Terra, della Luna, dei continenti, dell’ atmosfera; le tempeste solari, i meteoriti, le maree; la morfogenesi, la riproduzione biologica, il passaggio dai molluschi alle conchiglie e dai pesci agli anfibi, l’ origine degli uccelli, l’ estinzione dei dinosauri, la fine dell’ umanità e del Sole, i buchi neri. Alcune delle cosmicomiche sperimentano un nuovo genere all’ interno del nuovo genere: i racconti deduttivi, in cui il cosmico e il comico assumono le sembianze della logica e del paradosso. L’ esperimento venne portato a termine nell’ ultima opera che Calvino pubblicò: Palomar, una raccolta di pezzi brevi scritti fra il 1975 e il 1983, che si ponevano l’ esplicito obiettivo di una rivalutazione della trascurata arte della descrizione. Il libro propone variazioni semantiche su tre soli temi (la meditazione mentale, la narrazione linguistica e la descrizione sensoriale), e li combina in tutti i 27 modi possibili. Dopo le sperimentazioni scientifiche e logiche delle cosmicomiche e dei racconti deduttivi, Calvino era ormai pronto a passare a opere dalla struttura matematica. Il primo romanzo di questa nuova fase combinatoria fu Il castello dei destini incrociati del 1969, originariamente apparso come contributo a un libro sui tarocchi: esso isola 12 carte delle 72 del mazzo visconteo come narratori, e usa le rimanenti 60 per dar vita alle loro storie, secondo un complesso schema di disposizione. L’ esperimento fu ripetuto nel 1973 con La taverna dei destini incrociati, questa volta scrivendo alcune storie prima di disporre le carte. In un progettato terzo romanzo, Il motel dei destini incrociati, dei rudimentali fumetti avrebbero dovuto prendere il posto dei raffinati tarocchi viscontei e dei più rozzi tarocchi marsigliesi usati nei due precedenti tentativi. Sempre al filone combinatorio appartengono Le città invisibili del 1972, il libro in cui Calvino credeva di essere riuscito a dire di più. Esso contiene 55 descrizioni di città suddivise in 9 capitoli, le cui cornici narrano dialoghi fra Marco Polo e Kublai Khan. Descrizioni e cornici costituiscono dunque le 64 caselle di un’ ideale scacchiera, resa più complicata dal fatto che le 55 città sono suddivise in 11 tipologie, ciascuna utilizzata 5 volte. All’ interno di questa griglia formale, la cui città centrale è quella invisibile che dà il nome al libro, la fantasia di Calvino si sbizzarrisce nel descrivere città di ogni genere… In un suo saggio sull’ Ariosto di quegli anni, Calvino osservò che l’ Orlando furioso si rifiuta di cominciare e si rifiuta di finire. Il suo ultimo romanzo, in origine semplicemente intitolato Incipit, si rifiutò invece di proseguire: è un libro di inizi, che si intitola Se una notte d’ inverno un viaggiatoree comincia cosí: «Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’ inverno un viaggiatore di Italo Calvino». I protagonisti sono un Lettore e una Lettrice, e la storia è il loro vano tentativo di trovare e leggere una copia corretta e completa del romanzo stesso: un tentativo per dieci volte frustrato da difetti, furti, sequestri e censure delle varie copie, che sono in realtà dieci romanzi scritti da dieci autori in dieci lingue, e di cui si riescono a leggere soltanto i dieci inizi, in dieci situazioni di lettura e in dieci stili diversi. La struttura profonda del libro è ancora più complessa, essendo regolata da 42 quadrati semiotici che stabiliscono ogni possibile relazione fra lettori e autori esterni (quelli del libro) e interni (quelli nel libro). E questi quadrati lasciano trasparire molte morali, indicate da Calvino stesso nel suo commento Come ho scritto uno dei miei libri: il vero mondo non sarà mai un libro, il vero libro non si può né scrivere né leggere, si scrive e si legge sempre un falso libro, non si può distinguere un libro falso da uno vero, il lettore vuole sempre leggere un altro libro, la vita continua ma i libri finiscono. Improvvisamente, però, anche la vita di Calvino finí il 19 settembre 1985, quando aveva solo 62 anni. Da quella notte d’ autunno dobbiamo accontentarci del suo silenzio, che parla comunque a chi lo sa ascoltare. Si narra infatti che un giorno, a un congresso, fu detto a Borges che fra coloro che erano venuti a salutarlo c’ era anche Calvino, e che egli abbia risposto: «Lo so, l’ ho riconosciuto dal silenzio». Un’ immagine di Italo Calvino –

Repubblica  11 settembre 2009

5 pensieri su “La gaia scienza di Italo Calvino

  1. Quando filosofeggia, Odifreddi non è da meno. Non so perchè si ostinano a proporcelo come maitre a penser. La cultura progressista qui da noi dev’essere proprio alla frutta.

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  2. e’ ovvio che calvino e’ molto piu’ complesso di quanto possa apparire in un articolo di giornale. cosi’ come immagino che ciascuno di noi sia molto piu’ complesso di quanto possa apparire in un commento a un post. dunque, quel commento e’ anch’esso un luogo comune.

    chi fosse veramente interessato ai rapporti fra calvino e la scienza, puo’ guardare qui: http://www.asia.it/media/documenti/docs_odifreddi/calvino.pdf , o leggere il libro di bucciantini sull’argomento.

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  3. ci sono studiosi che appaiono in questo blog che potrebbero dire qualunque cosa, dalla più semplice alla più complessa, dalla più falsa alla più vera, e sarebbero comunque accolti da spernacchiamenti. altri – neanche tanto – studiosi, o esperti, o poeti, o scrittori, niente di trascendentale, che sono costantemente accolti da un coretto di magnificat. non ho ancora imparato come vadano queste cose, forse perché non ho altro interesse in letteratura che la buona letteratura, la buona critica letteraria e quelle due o tre discipline ad esse collegate. le beghe e le beghine di condominio stuccano.

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