Romanziere?

Victor_HugoPare che uno quando gli pubblicano un libro poi si sente in dovere di porsi domande sulla propria identità, non che prima di essere pubblicato uno non si faccia domande su chi sia, ma pare che dopo che uno è stato pubblicato queste domande acquistino subito un interesse pubblico -così almeno fanno capire molti di quelli che gli pubblicano un libro-, naturalmente è sempre colpa degli altri, che prima che ti pubblichino non gli interessa niente dei tuoi dubbi su chi sei ma dopo che ti pubblicano improvvisamente sono curiosi di scoprire chi sei e chi non sei, non solo, si prendono pure la libertà di appiopparti le loro definizioni sulla tua identità,
questo per dire che io non è che sono tanto convinto che la questione dell’identità abbia tutto questo valore portante, però in pochi giorni ho ricevuto tre mail dove sono stato definito serenamente “romanziere”, la prima da una mia ex collega che scrive “che bello, non sapevo fossi un romanziere!”, la seconda da un’amica dell’Università che si rallegra “complimenti, sei diventato un romanziere come XYZ, che conosco”, la terza da un ex qualcos’altro che maligna “ho visto che non hai combinato niente di meglio che fare il romanziere…”,
ora, questa cosa del romanziere non è che mi dispiaccia, anzi, a pensarci il termine mi garba più che “scrittore”, mi sembra meno impegnativo, perché ammetto che questa parola, scrittore, mi pesa un po’, che se la accetti poi sei proprio costretto a porti le domande sul tuo ruolo, funzione e identità, mentre uno che si contenta di “romanziere” è come se dicesse veh, io ho scritto questo libro qui, magari dentro c’è anche la mia visione del Mondo, del Bene e del Male, però voi mica siete costretti a sorbirvela, potete anche farvi bastare trama e personaggi,
in questo modo io mi sentirei di affrontare più a cuor leggero una presentazione del mio libro, come mi hanno chiesto quelli dell’ufficio stampa, per favore la presentazione no, avrei voluto rispondere, che temo di non essere preparato e di dissuadere il gentile pubblico dalla lettura del suddetto,
invece, proponendomi al cortese pubblico come romanziere è come se dicessi, guardate, posso giusto parlarvi di trama e personaggi, che se vi interessa la mia visione del Mondo , del Bene e del Male dovete cercarla nel mio libro che io non sono in grado di somministrarvela per via orale.
massì, romanziere non è malaccio, che poi sarebbe ora di spezzare una lancia a favore del romanzo, per esempio c’è un altro mio amico che ha storto il naso quando ha saputo che mi pubblicano un romanzo, “ah, pensavo scrivessi racconti” mi ha detto con tono deluso, quasi che mi avessero legato a una sedia e costretto a scrivere un romanzo, certo la diatriba racconto o romanzo è di innegabile interesse, funziona sempre, in qualunque stagione, è un po’ come quei servizi che propongono i nostri radio-tele-tontogiornali a scadenze fisse, come per San Valentino o per la Festa del Papà, magari un tipo alla Tremonti obietterà che il tempo perso sulla questione romanzo contro racconto, se impiegato produttivamente, avrebbe sollevato il PIL nazionale di qualche frazione di punto,
comunque ho l’impressione che in pubblico (in privato è tutt’altra storia) sia maggioritaria questa opinione: ah quanto sono meglio, e più compatti e più potenti, i racconti rispetto ai romanzi!Tesi così riassunta da Elisabetta Rasy, che scrive sul Domenicale del Sole 24 ore: “Non c’è bisogno di un romanzo insomma, né del suo intreccio, né della sua estensione, perché il lettore sia afferrato da un autore. Anzi, non tutti i lettori sono disposti a stare al gioco di chi spaccia la quantita’, il mero numero di pagine, come garanzia di una capacità inventiva superiore e di sicuro coinvolgimento”,
naturalmente l’obiettivo finale sono sempre le major editoriali che, cattivone, prediligono i romanzi ai racconti, ovvero la quantità alla qualità, in barba al glorioso canone del Novecento che ha elevato a sommi esiti il racconto, da Calvino a Morante a Moravia a Buzzati passando per Pirandello et cetera,
ecco, qua mi pare che si proceda un po’ troppo per semplificazioni, giocando con le stesse armi, sarebbe facile obiettare che non c’è alcun “grande” del Novecento che abbia conquistato più fama con i racconti, piuttosto che con i romanzi, e sarebbe ancor più facile esortare chi ( a parole pubbliche) è pro-racconto a trasformare in testi da trenta cartelle romanzi come Gli indifferenti o Il Deserto dei Tartari,
forse alla base di questi giudizi un po’ tranchant c’è il vizio di ignorare la volontà dell’autore, al di là degli esiti della sua opera; equivale a pensare agli autori di romanzi come del tutto succubi delle case editrici, le quali sarebbero in grado di ordinare e premeditare non solo la lunghezza, ma anche la struttura e l’organicità delle opere dei loro scrittori; ora, la maggior parte degli autori che conosco scrive sia racconti che romanzi, e pubblica entrambi, ed è in grado di riconoscere quando un’idea può concretizzarsi in racconto o in romanzo, certo, esistono sempre le eccezioni, magari qualcuno salterà fuori a dire che non è vero, io volevo fare un racconto e invece ho scritto un romanzo, o viceversa, ma quello che respingo è l’idea che tale scelta dell’autore sia di norma predeterminata dalle case editrici,
eppoi noto che molti recensori (spesso gli stessi che lodano le virtù del racconto), quando si tratta di stroncare un romanzo, chiosano serialmente con un ah, si vede che non ha il passo del romanzo, o con un eh, si vede che al massimo può scrivere racconti; allora, che si mettessero d’accordo con se stessi,
massì, romanziere non è malaccio, più romanzieri per tutti, questa potrebbe essere la risposta alle parole di Gilda Policastro, su Alias del 12 settembre, quando (nella recensione dell’ultimo libro di Chiara Valerio) lamenta che “c’è un’intera generazione che ha di nuovo perso (dopo l’overdose giallistico-criminalogica-sociale) la volontà e il desiderio di raccontare l’esterno.” Che diamine, per un romanziere l’esterno è il pane quotidiano.

14 pensieri su “Romanziere?

  1. bel pezzo assai scorrevole [come un breve racconto :-)]. Posso ricordare Jorge Luis Borges come grande del Novecento che ha acquistato fama e vera grandezza solo con i racconti?

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  2. che dire di chi incontrandoti dopo un po’ di tempo ti chiede che stai facendo di bello? mah, sto cercando di scrivere un romanzo… ah, un romanzo…non sarebbe meglio, con la testa che hai, ti dedicassi seriamente alla critica letteraria?
    che testa c’ho? a pera? a palla? che testa di cavolo ci vuole per scrivere un romanzo, dunque?
    bel pezzo e divertente.

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  3. Caro Paolo,
    già, tutti ad appiccicarti etichette, “e non un cane che ti chiede come va”.
    Comunque, da molti anni a questa parte, le persone che vogliono darsi l’aria di avere a cuore i fatti tuoi sospirano: “Be’, certo, se scrivessi un romanzo…”
    Quasi come una volta dicevano: se prendessi moglie, se entrassi in banca o in un partito.
    Grazie e ciao,
    Roberto

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  4. Caro Roberto,
    prender moglie, entrare in banca o in un partito,
    no, son cose che non van più di moda,
    banche e matrimoni non attirano più,
    e per entrare in un partito prima di entrare in una televisione…

    ciao
    p.

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  5. Diceva Piovene che pubblicare un libro, un romanzo,in specie , ti serve a conoscerti un po’ meglio perchè un romanzo – per lui – era un intervista a se stesso ( il mio convincimento – diceva – è che l’invenzione in arte diventi una qualità sempre più vile) . Osservava un amico, Oggi non si può credere di possedere un’anima per dono di natura. Dobbiamo farci un’anima , questa è la nostra situazione drammatica. Così chi narra con un romanzo, si fa con col romanzo, e prima non esistono nè il romanzo, nè chi l’ha scritto,
    nè ovviamente – essendo lui un fantasma – le sue opinioni.
    Tra i due ordini di verità c’è un’analogia molto stretta. Per cui – concludeva Guido Piovene – lo scrivere un romanzo – per me – è un modo di farmi un’anima , e trovo me stesso soltanto in fondo al cammino compiurto.

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  6. Trovo che la differenza fra i generi sia cosa superata da molto tempo, caro Paolo. Tuttavia, non perisce l’ottusa considerazione che il racconto sia un genere compatto e diverso dal romanzo; che il romanzo sia diverso dalla poesia, la quale è diversa dal teatro…
    Il tuo articolo pone, in maniera ironica, temi importanti.
    Direi, semplicemente, che esiste la scrittura (termine che ci pone di fronte a grande responsabilità): dentro la scrittura esiste l’infinito.

    La questione del “ruolo”, “identità”, “dubbio”, “responsabilità” ed “etica” – riguardano primariamente la nostra esistenza: come possiamo fare letteratura se non ci poniamo domande con i guantoni da boxe? Il profondo è dotato di sensibilità e intelligenza, nonché di umanità: dunque, ci costringe ad usarli – quei guanti – per misurare la resistenza contro scomodissime risposte.
    Tu sapessi che lividi! La mia interiorità è messa ko quasi sempre… Eppure sono pronta per l’incontro successivo: non mollo. Ho il “daimon”, c’è poco da fare:-)

    Altra cosa: l’amore per il racconto si rivela per la sua brevità; mentre il romanzo è penalizzato perché la voglia di leggere viene meno. La pigrizia mentale del lettore, Paolo, l’hai considerata?
    Naturalmente non è mia intenzione generalizzare.

    Mi rabbrividisce l’articolo della Rasy e quello della Policastro. Possibile che siamo in mano a questi individui? E non vado oltre, ché la mia esternazione potrebbe raggiungere livelli stratosferici.
    Le case editrici?! Conservo gelosamente nel mio archivio personale una lettera esemplare da parte del Signor X della Casa Editrice Super XY: esaltazione del dattiloscritto dopo una lettura effettuata con dovizia di particolari. Incredibile: era stato letto davvero e giudicato ottimo, addirittura originale. Ma l’uso del linguaggio un po’ troppo complesso, le varianti timbriche e dei registri, i salti temporali… Insomma c’era un difetto da considerarsi serio: il romanzo era “troppo letterario”.

    Lascio a te la parola, Paolo.
    Se questa non è decadenza…
    Un caro saluto.

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  7. Cara Nina,
    grazie per il tuo commento, poni questioni decisive, per la scrittura.

    Mi fa sorridere (per non piangere) quella lettera che citi, e chissà perchè mi ricorda una raccomandata che, molti anni fa, mi arrivò dopo un colloquio di assunzione presso la stimata Ditta ZW. La risposta era vergata di complimenti per la mia persona, e la mia professionalità,e quanto era interessante la mia candidatura ecc. ecc. Come chiusura scrissero: saremo lieti di tener presente la sua candidatura per le nostre future esigenze.
    Pensi che mi abbiano richiamato?
    Come vedi, certe logiche sono le stesse dappertutto.
    (e io in certi casi ho iniziato ad apprezzare il silenzio…)

    una abbraccio
    p.

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  8. Caro Paolo, malgrado X, XY, ZW – andiamo avanti.
    Resistenza culturale, esistenziale, neo-umanesimo.
    Anche tu, non demordere!
    Ti seguirò con attenzione nel tuo cammino da scrittore.
    In bocca al lupo con tutto il cuore.

    Un abbraccio a te,
    Nina

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  9. Insomma, Paolo!
    Ha ragione Roberto: “etichetta”! La finisci di cambiarti sempre il codice a barre? Ti devono pur mettere da qualche parte! Sei a Righe o a Quadretti? Sei più Fallo o più Falloppio? Istinto o Ragione? Racconto o Romanzo? Traduttore o Trappista? Beatles o Rolling Stones? C’è gente PAGATA per incasellarti! Questa BRAVA GENTE come può – dimmi come, Paolo, eh? come può – valutare il quadro se cambi sempre la cornice?

    Che poi, Paolo, ma tu non dirlo – è così semplice da risultare banale [e sia mai che non si sprechi fiato per questa stramaledetta “ansia da definizione” – altrui, è ovvio!]: è tutto nel respiro. Nel tuo respiro. Il respiro non è mai costante. Il respiro di un romanzo è uno, il respiro di un aforisma un altro ancora, etc… Nessun respiro è “più respiro” degli altri: sono i tuoi polmoni Paolo!
    Lasciali alle loro apnee [ostruttive!].

    Un abbraccio Paolo

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