Provocazione in forma d’apologo 130

Da qualche tempo Erre si sveglia con in testa i versi di una canzone di oltre quarant’anni fa, che poi canticchia fra sé tutto il giorno:
“I miei giorni feliiici
li ho vissuti con teee.
I miei giorni felici…”.

Che vogliamo farci? Invecchia e regredisce alla svelta, Erre, presto sarà al pannolone e al ciuccetto, sempre che a fargli togliere il disturbo non ci pensino prima una delle tante influenze o un TIR di passaggio.
E, siccome per giunta è sempre stato uno di quei giuggioloni che guardano incantati per ore le caccole che si estraggono dal naso, mentre canticchia (di tanto in tanto soffiandoselo, finalmente, il naso) peggiora ulteriormente le cose con una domanda: a saperlo (allora!) che “quelli” erano i giorni felici, lo sarebbero stati ancora di più? Oppure – di meno? Oppure – infelici – del tutto?

7 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 130

  1. “a saperlo (allora!) che “quelli” erano i giorni felici, lo sarebbero stati ancora di più? Oppure – di meno? Oppure – infelici – del tutto?”

    Ci arriviamo tutti credo a questa domanda e penso che bisogna accontentarsi di sapere che abbiamo avuto giorni felici.

    Un saluto Roberto.

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  2. Secondo me “di più”, perché sapendolo si sarebbe fatta una bella scrematura fra gioie autentiche e sofferenze inutili, e si sarebbero evitate queste ultime, e si sarebbero valorizzate di più le prime.

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  3. E come la mettiamo, cara Nadia, contentature a parte, con la sentenza “Nessun maggior dolore/ che ricordarsi del tempo felice/ ne la miseria”, tagliente come una mannaia?
    Ed è davvero possibile, cara Anna,
    proporre una… “algoritmica” del sentimento e del ricordo?
    In realtà credo si trattasse di una domanda retorica: di quelle che non riusciamo a imporci di non fare, ed a cui non riusciamo a dare risposte che non mutino di momento in momento.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  4. ma si può anche ricordare il passato come “calor di fiamma lontana”: senza abbassare la testa, senza dimenticare selettivamente, mettendo da parte gli (a volte inutili) ardori giovanili, restando noi stessi, nel cambiamento. amando il cambiamento.
    dell’apologo mi colpisce in particolare che un “motivetto che ci piace tanto” venga a perseguitarci, come segno di rimbambimento (come sono delicata, oggi!). no, perché, da tre giorni canticchio sempre lo stesso, e mi fa proprio impressione.

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  5. Cara Lucy,
    no, non è un “motivetto che ci piace tanto”, e siccome sto diventando spudorato (!) altri sono in arrivo su queste pagine.
    Il bello è che ero un bambino/ragazzo senza televisore e sdegnoso delle canzonette, che non ascoltavo, tranne pochissime che avevano ai miei occhi meriti speciali.
    Ad un tratto, non so quando non so come non so perché, mi sono entrate dentro tutte, e alcune risuonano con insistenza sospetta.
    Me le sento un po’ come i compagni di Childe Roland nel poema di Browning (ricordi?
    “levati in piedi, sparsi lungo il pendio[…] Fasciati di fiamme” ecc), venute ad assistere alla mia remota e ipotetica illuminazione, ovvero alla mia imminente e certissima esecuzione.
    Grazie e ciao,
    Roberto

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  6. Le addizioni-sottrazioni non hanno mai fatto per me.
    Non credo esistano: un *metro di misura*, un *termine di paragone* – per la gamma emotiva. E, sicuramente, sbaglio. Pure, sicuramente, sicura: sarei infelice nel canticchiare “I miei giorni feliiici li ho vissuti con teee”, sarebbe felicità cantare ” I miei giorni feliiici
    li ho vissuti con meee”.

    L’espressione che non mi riesce.

    E che auguro ad Erre, ad ogni Essere Sé [ e senza ma ]

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  7. Cara Chiara,
    secondo alcuni cantare
    ”I miei giorni feliiici
    li ho vissuti con meee”
    non è riuscito neppure (absit iniuria) al Padreterno: niente di strano che non ci riesca tu.
    D’altra parte non credo neppure che questo sarebbe in assoluto auspicabile: meglio che nella felicità insieme all’altro noi si sia in qualche modo presenti: presenti all’altro, come a noi stessi.
    Un caro saluto,
    Roberto

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