I racconti dell’età del jazz 9 / Conversations with Bill

di Sergio Pasquandrea

C’è stato un periodo in cui ero convinto di essere Bill Evans.
Nel senso che dire “mi piaceva Bill Evans” è troppo poco. Innanzi tutto, la scoperta della sua musica, per me, ha in pratica coinciso con la scoperta del jazz; in secondo luogo, l’ascolto della sua musica è stato un’esplorazione di territori psichici che non ero del tutto cosciente di possedere.
Le ragioni sono facili da intuire: fra tutti i jazzisti della sua epoca Bill Evans fu, senza alcun dubbio, quello con le più profonde e complesse radici nella musica classica europea, e uno dei pochi che riuscì a fondere quelle radici con il jazz in modo talmente perfetto da non lasciar percepire nemmeno la più sottile linea di cesura. Per me, che cominciavo ad addentrarmi nel jazz, ma che fino ad allora mi ero nutrito a dosi massicce di Bach, Chopin, Debussy e Ravel, la sensazione di aver trovato un fratello gemello era insopprimibile.
Per anni comprai ogni suo disco che riuscii a reperire, studiai i suoi celebri voicings, le sue sofisticate linee melodiche, la sua inimitabile sensibilità ritmica (è poco noto, ma Bill era un maestro dei poliritmi), il suo suono, le infinite delicatissime sfumature con cui articolava il fraseggio. Mi immedesimai nel suo romanticismo tormentato, nella sua spasmodica ricerca interiore. Lessi la bella biografia scritta da Enrico Pieranunzi, e appresi di come fosse una persona colta, raffinata, ma anche fragile: drammi familiari, ma soprattutto un’esasperata ipersensibilità, lo spinsero al consumo di droghe pesanti (eroina e cocaina) che infine lo uccisero nel 1980, a soli cinquantun anni.
Attraverso di lui, arrivai ai pianisti che avevano subito la sua influenza: praticamente, tutti quelli nati dopo di lui, con poche eccezioni. Ci provai anch’io ad imitarlo, con risultati che il rispetto di me stesso mi impone di definire eufemisticamente “modesti”.
Poi, com’era inevitabile, mi stancai ed ebbi una sorta di rigetto. Penso di non averlo ascoltato per quasi dieci anni.
Qualche settimana fa, però, sono entrato da MediaWorld per cercare tutt’altro (un frullatore, figurarsi) e per puro caso ho visto, sullo scaffale dei dischi, un’edizione scontatissima delle registrazioni al Village Vanguard. Tre cd, dodici euro.
Si tratta del capolavoro assoluto di Evans, inciso nel 1961 durante un ingaggio nel celebre locale newyorkese. Con lui ci sono Scott LaFaro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria. Un trio che, senza esagerare, riscrisse ex-novo la grammatica del trio jazz contemporaneo, scompaginando alla radice i rapporti tra solista e accompagnatore e trasformando l’improvvisazione in una vera e propria “conversazione a tre voci”, in cui ciascuno degli strumenti ha pari importanza. Il trio rimase insieme per poco più di anno: dieci giorni dopo la registrazione al Village Vanguard, LaFaro morì in un incidente d’auto, a venticinque anni.
Chiaramente, ho comprato il cofanetto di cd (possedevo solo “Sunday at the Village Vanguard” e “Waltz for Debby”, due selezioni di brani tratti da quella sessione) e negli ultimi tempi non faccio che riascoltarlo. Ho ritrovato Bill Evans esattamente come me lo ricordavo; se possibile, ancora più puro e profondo.
Nel video in cima al post potete ascoltare Evans che esegue “Waltz for Debby”. Purtroppo ad accompagnarlo non sono LaFaro e Motian, bensì il suo trio successivo, con Chuck Israel al contrabbasso e Larry Bunker alla batteria, ma l’esecuzione è comunque splendida.
Vorrei finire linkando un’intervista a Bill del 1966. Parla del jazz, della sua estetica, delle differenze tra improvvisazione e composizione. Strano a dirsi, non avevo mai sentito la sua voce. Ha un pastoso accento del New England e una maniera di parlare quieta e intensa.
Buon ascolto.

2 pensieri su “I racconti dell’età del jazz 9 / Conversations with Bill

  1. Il jazz è anche una forma di religione e non aveva fatto parte della mia educazione,finchè un giorno e con una certa regolarità ascoltai un disco di Bill Evans.
    Era un disco di mio Padre e mio Padre uomo di scienza,considerava il Jazz di Bill Evans una fede e la sua melodia una forma di conforto per i deboli di cuore come lui.
    Oggi mi ritrovo a pensarla allo stesso modo, forse nel tentativo di sentirmi sempre vicino a lui.

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