La piccola editoria italiana, o del coma

di: Guido Tedoldi

Dopo la visita alla 19ª edizione di «Parole nel tempo», piccoli editori in mostra al Castello di Belgioioso (PV)

La piccola editoria italiana sta morendo. O magari stanno morendo soltanto i piccoli editori che da 19 anni hanno fatto di Belgioioso un appuntamento fisso di fine estate – e che per questa edizione hanno scelto di non esserci. Alcuni di loro, probabilmente, erano a Torino per i «Portici di carta», altra fiera della piccola editoria programmata negli stessi giorni, sabato 26 e domenica 27 settembre. Se hai un’azienda formata da poche persone e con un magazzino minimo, o sei di qua o sei di là. Sta di fatto che qua c’erano visibilmente parecchi stand in meno rispetto al passato.
Quest’anno, però, a Belgioioso è mancato anche il pubblico. Io ho assistito in prima persona a una decina di «Parole nel tempo» e ricordo edizioni (anche quella dell’anno scorso, 2008) in cui il pubblico era tanto che non c’era verso di spostarsi con efficacia tra i vari stand e le varie stanze del castello. Ci si pestava i piedi, ci si doveva contorcere tra braccia/gambe/teste per vedere bene un libro o anche leggere un certo titolo potenzialmente interessante. E non c’era verso di scegliere un orario migliore di un altro (tipo: vado la domenica all’ora di pranzo così i primi visitatori se ne sono già andati e gli ultimi verranno dopo mangiato) perché c’era sempre pieno.
Quest’anno no. C’era una specie di vuoto.

Un’idea di questo vuoto me la sono fatta: è arrivata la tecnologia. La piccola editoria nostrana sta subendo pesantemente Internet e il print on demand. Erano anni che la tecnologia era arrivata, in effetti, però non aveva ancora generato una massa critica sufficiente. Adesso l’ha fatto.
Già con la diffusione di internet, ai piccoli editori era cominciato a mancare il terreno sotto i piedi. Per tanti anni avevano vissuto sull’ambizione di molti autori a essere pubblicati, e con le loro tipografie erano andati incontro a quell’ambizione. Il web ha cominciato a erodere quel sistema. Gli autori hanno avuto a disposizione uno strumento di pubblicazione praticamente gratuito e di larga diffusione – larga perlomeno quanto quella garantita dalla carta stampata. Anzi, spesso più larga perché molti siti internet e blog letterari hanno dati di visitatori e di pagine lette misurabili in migliaia, mentre la maggior parte dei libri stampati, nonché delle riviste, stentano ad arrivare alle centinaia di copie realmente diffuse.
Poi il print on demand, grazie a siti come Lulu.com o IlMioLibro.it, ha eroso un’altra porzione di terreno sotto i piedi degli editori. In questo caso la concorrenza riguarda i costi, e la flessibilità. Una tipografia tradizionale ragiona in termini di centinaia di copie stampate a costi di diverse migliaia di euro – un volume di 200 pagine stampato in 750 copie può arrivare a costare 20˙000 euro all’autore disposto a pagare per la pubblicazione. La stampa su richiesta permette invece di stampare poche copie alla volta (solo quelle che servono a una presentazione, o a una campagna di distribuzione in poche librerie) e per ogni copia richiede pochi euro – siamo nell’ordine di grandezza dei 5 euro per volume, sempre di 200 pagine, se oltre a farlo stampare lo si vuole anche spedire via posta a casa del cliente che ne abbia fatto richiesta. In più il print on demand permette di abbattere i costi di magazzino, perché si può stampare soltanto ciò che si è già venduto, conservando solo il file su un qualche supporto digitale in attesa di ulteriore utilizzo.

E a queste condizioni per gli editori non c’è scampo. Sia per quelli grandi sia per quelli piccoli, con la differenza che quelli piccoli sono meno attrezzati. Continuando a pensare secondo schemi precedenti alla diffusione delle tecnologie informatiche, e in particolare a dare tutta l’importanza alla diffusione su carta, gli editori si autocondannano all’estinzione. Un po’ come sta succedendo nel mondo della musica, in cui le case discografiche non riescono più a imporre la vendita dei dischi all’epoca di iTunes e delle canzoni distribuite sotto forma di file elettronico.
La tecnologia sembra imporre un ripensamento del ruolo dell’editore. Anche perché questa figura professionale non è sempre esistita, nella storia della cultura umana, anzi è apparsa a sua volta proprio come sfruttamento economico di un salto tecnologico: la diffusione su larga scala in Europa della stampa a caratteri mobili.

Un ripensamento di ruolo, peraltro, mi è sembrato di vederlo. Una delle manifestazioni collaterali di Belgioioso 2009 è consistita nella presentazione di un sito web (ah, la tecnologia) pubblicizzato come «la prima libreria online dalla parte dell’editore». Il nome dell’iniziativa è ILoveBooks, e se lo si cerca in internet con suffisso .it si entra nel progetto italiano, se lo si cerca il suffisso .com si ha un’idea più complessiva del progetto internazionale. Detto in sintesi, tramite questo sito gli editori possono pensare di abbattere i costi di tipografia, assumendo su di sé l’iniziativa del print on demand senza delegarlo agli autori.
È un segnale che gli editori, o alcuni di loro, si stanno ingegnando per allargare il campo visivo. In edizioni passate di «Parole nel tempo» l’attenzione degli operatori del settore era rivolta quasi esclusivamente sui temi, sui generi e sui filoni più promettenti. Nel 2007, solo per fare un esempio, ci fu un vero e proprio florilegio di titoli sportivi – come reazione all’anno precedente dello scandalo di Moggiopoli e della nazionale di calcio campione del mondo per la 4ª volta nella storia.

12 pensieri su “La piccola editoria italiana, o del coma

  1. Uno che conosco c’era: Andrè Beuchtat, produce testi di altissima qualità, con stampe al torchio che sono pezzi unici. Che dire se poi il prezzo è ciò che è, ma anche il libro è e resta ciò che ha dentro una raccolta di maestria e bellezza.Quanto al resto sì, è proprio così prtroppo, con tutto quanto ne consegue.ferni

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  2. anche l’anno scorso Belgioioso fu un disastro…la piccola editoria starà pure morendo ma gli organizzatori di Belgioioso dovrebbero recitare il mea culpa (oltretutto chiedono molto per stand poi non visitati da nessuno)…

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  3. Tutte le cose fanno il loro tempo… anche un festival, una mostra, una fiera o chiamalo come vuoi, se non si rinnova dopo tanti anni si spompa. Al di là delle considerazioni sull’editoria, credo.

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  4. Non mi sembra che la piccola editoria stia morendo. Se è vero che internet ha aperto la strada alla pubblicazione on line a tutti, è altrettanto vero che sono sempre più quelli che anelano a una pubblicazione cartacea.

    L’editoria on demand puo’ servire a farsi conoscere, presso editori grandi e piccoli, oltreché che per i soliti quattro lettori manzoniani di uno che c’ha un blog o più di uno come me. Okay, ho fatto pure un po’ di pubblicità occulta, che devo aggiungere? 🙂

    Ah sì, Lodo Mondadori: Marina Berlusconi chiagne. Che sia tornato un pallido raggio di giustizia in questo paese massacrato dalla vergogna e dall’impunità? Preghiamo che così sia.

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  5. Devono ripensarsi, sì. era bella la vita quando si poteva spolpare il cretino chiedendogli 1.000 euro. hanno vissuto su un’operazione senza rischio, tanto il libro lo pagava l’autore, loro lo stampavano e lo tenevano in magazzino (che, si sa, la distribuzione vera la regge solo una stretta oligarchia di editrici), dopo qualche mese al macero, e sotto un altro. che questa situazione sia finita, o stia andando verso la fine, non puo’ che farmi piacere. e che i piccoli editori debbano ripensarsi, ah se è vero. sono loro che devono trovare il modo capace di integrare le molteplici possibilità della tecnologia con le diverse espressioni degli autori. loro posso tracciare il primo solco. se si aspetta che lo faccia un einaudi stiamo freschi, quelli pubblicano facchinetti o simona ventura. invece il piccolo editore, se la smettesse di balbettare le grandi case editrici e si trovasse una propria identità, forse potrebbe segnare la strada per quel che sarà. perché quello che vediamo adesso sta cambiando sotto i nostri occhi.

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  6. Quello che dici, Alessandro, è verissimo per molti piccoli (micro?) editori (che è bene che ora si trovino in difficoltà), ma non per tutti: io ho pubblicato con vari piccoli editori senza mai pagare un euro, anzi, in qualche caso ricevendo royalties, pur ovviamente modestissime, anche perché spesso si è trattato di antologie di racconti; conosco anche altri piccoli editori che pubblicano senza contributo.
    Esistono inoltre piccoli editori che si fanno dare, a mio avviso legittimamente, un modesto contributo solo per lavori particolarmente “rischiosi” dal punto di vista commerciale (antologie di racconti di esordienti assoluti, poesia, fantascienza eccetera).

    In ogni caso, con o senza contributo, la microeditoria resta comunque a mio parere sostanzialmente “vanity press”, a meno che non soddisfi bisogni “locali” o di nicchia (ad esempio quelli a cui fa riferimento Fernirosso). C’è, mi pare, molta retorica sul controllo del mercato da parte delle medie e grandi case editrici; secondo me, pur se pubblicano anche Roby Facchinetti o Simona Ventura, in realtà queste offrono il meglio che c’è in circolazione o almeno una possibilità di scelta in grado di soddisfare anche i lettori forti.

    Segnalo infine a chi non lo sapesse che il sito di print on demand “Boopen” ha due sezioni: una senza “filtro”, aperta quindi all’autopubblicazione di tutti, tipo Lulu, l’altra che prevede invece una selezione editoriale, un editing eccetera.

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  7. Sono d’accordo emilio che esistano piccole realtà editoriali che ci mettono passione e serietà. purtroppo sono annacquate nel mare delle altre. io credo che proprio da queste piccole realtà debba nascere un diverso modo di relazionarsi anche e soprattutto nei confronti dell’autore, e ragionare in maniera, se non regionale, cittadina. se si parte con l’idea di guadagnarci, o di farci grossi numeri, è una sfida persa in partenza. i grossi cambiamenti non si fanno decapitando il re, ma convincendo ogno singolo cittadino a ragionare in maniera diversa, secondo me.

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  8. Scusami giuseppe ho fatto confusione col tuo cognome, fra d’emilio e giuseppe alla fine ho scritto emilio. 🙂

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  9. Sì, questo discorso sull'”identità” dei piccoli editori mi pare molto interessante. Ad esempio, conosco un piccolo editore che ha abbandonato la narrativa “generalista” (dove, come osservi giustamente, la sfida è spesso persa in partenza) per dedicarsi a produzioni saggistiche molto “particolari”, dirigendosi appunto verso il raggiungimento di un’identità con la quale avere un ruolo, con la quale “incidere”; a me pare una scelta azzeccata, e non parlo solo dal punto di vista economico, con il quale comunque bisogna ovviamente fare i conti.

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  10. Sono convinta che si debba dar forza e visibilità alle piccole case editrici, che curano gli scritti di autori,che non hanno mai fatto pubblicità a se stessi, e che spesso hanno nel cassetto opere assai più interessanti di quelle pubblicate dalle case editrici affermate. Gli autori sconosciuti al grande pubblico non vengono neanche letti e presi in considerazione dalle case editri note.

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