Deragliate 3

Sono cinque i pezzi che ho scelto di pubblicare dopo aver lanciato l’idea qui. Sono questi che ho scelto per aprire lo sguardo. Le prime due uscite sono a coppie, così si fanno compagnia: il cammino è duro. L’ultima esce da sola, un contributo maschile di Carmine Vitale, che anche se non è perfettamente in tema mi ha commossa per il suo splendido sguardo.

Comincio quindi oggi con Mariastella Eisenberg, teneramente breve, e Anna Costalonga con un doloroso disagio così a portata di mano, riconoscibile. Gli altri tre li vedrete domani e dopodomani.

Primo pezzo, di Mariastella Eisenberg

Poggiava il pezzetto di sapone sul bordo della carrozzina traboccante di buste dopo essersi strofinata vigorosamente, e si risciacquava alla fontanella della stazione: i gesti svelti non svelavano un centimetro di pelle, la indovinavi rotonda sotto l’ampia veste, e soda per i suoi capelli

tutti grigi stretti in un grosso nodo. “Ciao Maria!” la salutavano i ferrovieri passando, qualcuno le offriva una sigaretta, qualcuno dei biscotti; lei ringraziava timida, con un pudore antico che la strada non le aveva tolto.

Secondo pezzo, di Anna Costalonga

“Daaaai!Uno! Due! Tre! Hop! Hop!Hop!”

“Ma chi è quella? Cosa sta facendo, aerobica?”

Impossibile non notarla, nella pista da ballo improvvisata, sotto gli ippocastani del parco. L’unica che si dimena con tutta la forza che ha addosso, più che ballare pare che faccia ginnastica.

C’è una convenzione, ci sono delle regole e della buona educazione anche nel ballare. Devi essere composta, e non strafare, potrebbero prenderti per una disadattata. Soprattutto non alzare troppo le gambe, come vedi fare nei balletti alla tv. Quello poi, per una ragazza di buona educazione, è osceno. Allora, via! Siate pronte a eseguire lo pseudo piede-scaccia-piede da brave ragazze che, ballando, dimostrano la propria irreprensibilità.

“Ah, è una fuori di testa. Si chiama Roberta, vive per strada e viene qui ogni sera. Almeno si diverte e balla”

“Su, Emiliooo! Vieni a ballare anche tu! Un, due, tre, hop hop hop Ah ah ah ah.”

“Ma è amica tua?”

Ma scherzi? L’ha solo portata a casa di N. l

‘altro giorno, sui colli: che fuori, si era ubriacata e si era anche messa a ballare, e a fare aerobica e poi aveva dovuto passare la notte lì, era in una condizione… Secondo me quella se la paghi te la dà anche, ma io non vado con le puttane.

Già, le puttane, Emilio. Ci sono le donne e ci sono le puttane. Come se ci fosse tutta questa differenza. E un giorno magari scopri che le ragazze appena appena più carine, ma squattrinate, prima o poi una marchetta l’hanno fatta anche loro, che dici? Magari anche una o due o tre di quelle beneducate che adesso ballano il loro irreprensibile piede-scaccia-piede.

“Senti… almeno, mi prendi una birra?”

Eccola, si avvicina al nostro tavolino, ridendo. Che strani occhi celesti, sembrano non avere fondo. Anche la sua allegria sembra non avere fondo, oltre a non avere motivo.

“Non ho più soldi, Roberta. Te ne ho già offerta una ieri sera, chiedi a Anna.”

Sì figuriamoci, Emilio, astemio com’è, se ha voglia di spendere quei pochi spiccioli con cui esce (ché il resto mi sono sempre figurata lo metta sotto il materasso) per offrire da bere a una da cui neanche si lascerebbe fare.

“Roberta, vieni con me.”

Mi risponde con un sorriso sgraziato, di attesa.

Le prendo una birra piccola e ci sediamo sui divanetti di rattan sotto le frasche degli ippocastani, ai bordi della pista.

In un secondo, noto le sue mani, piccole, piene di rughe, sporche, che avvolgono il bicchiere, ci si aggrappano come la scodella di latte che ci dava la mamma la mattina e mi pervade uno strano disagio, non la riesco a guardare.

“È bello ballare, mi piace. Ballo e non penso. Sono tutti amici, qui. C’è sempre chi mi offre qualcosa da bere…” I suoi occhi senza fondo mi fissano, in silenzio.

“Sai che ho una bambina? Ma i miei suoceri non vogliono che la veda, sta da suo papà. Ha cinque anni adesso e io non l’ho più vista da quando ne aveva due. Non vogliono, sai?”

Mambo no.5. A little bit of Veronica in my life. Se ballate, cercate di andare a tempo, altrimenti siete ridicole.

“Prima di andare via da casa di mio marito, ho preso una foto, la porto sempre con me. Guarda, ecco, vedi che bella?”

“È bellissima, Roberta. Ma come mai?”

China la testa, rabbuiandosi.

“Sono andata via da casa dei miei a diciassette anni e non ce la facevo più con mia madre – chi è che può resistere – e poi lei voleva mettermi in comunità. Ma io non ho voluto. Avevo il mio ragazzo e se andavo in comunità non l’avrei più rivisto. Tu capisci, vero?”

Di nuovo il suo sguardo senza fondo, che mi attraversa.

“Pensa che dopo un anno ci siamo sposati! Riesci a vederla la mia bici da qui? Tienila d’occhio che non me la rubano, ho solo quella.”

Guai a chi rimane da sola in pista a ballare, non è onorevole. Fate finta di avere sete.

“Ma dove vivi adesso?”

Esplode in una risata sguaiata “Dove vivo? La mia casa è quella bici! Non posso tornare da mio marito, non mi vuole più. Dice che ci ricasco sempre e che dovrei andare al Sert. Io ci sono già stata al Sert. Ci andavo un giorno sì e un giorno no, ma lui non vuole lo stesso. E si tiene la mia bimba”

Ride mentre mi racconta la sua storia, così, a incespiconi, e più lei ride e più io raggelo.

Non posso guardarla, come non si può guardare uno specchio in cui si teme un’immagine, un riflesso di sé, che non si vorrebbe mai scoprire.

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

E ricordati: certe cose non vanno mai scoperte, perderai la tua anima.

Frotte di ragazzi, e non solo, si sono assiepati ai chioschi e riempiono nel frattempo i divanetti, paiono felici dei loro mojito e margarita. Per un attimo, un poco di silenzio e la pista vuota.

Rimango zitta, con la vergogna e la gioia di trovarmi vicino a lei.

La vergogna di vedere in lei quella parte disperata e oscura, che ogni giorno si fatica a sedare e a coprire, così spudoratamente sotto gli occhi di tutti.

Fisso il mio bicchiere e i miei piedi stanchi, impolverati dal ghiaino.

“Roberta, nell’animo siamo due deragliate.”

“Scusa, cosa hai detto?”

“Niente.”

La gioia di trovare una sorella: conosco quegli occhi senza fondo, conosco la sensazione di non sapere dove finisce il fondo, di aver scoperto territori senza orizzonti.

Sento il suo sguardo, ma non mi volto, ho quasi paura.

Evita come la peste i disadattati, potrebbero contagiarti.

Sì, ho paura che mi contagi con quello che sa e che io non voglio più conoscere, mentre lei ci è dentro fino al collo. Non voglio sapere, non voglio ricordare.

Zitta, zitta, silenzio!

No! Sono stufa di stare zitta!

Devo farle sapere: “Roberta, sono anch’io andata via di casa, perché non ce la facevo più con i miei familiari. Non sapevo dove andare, non avevo un posto dove dormire. Ho quasi sposato un uomo, che poi mi ha odiato con tutte le sue forze, e ancora lo fa, pur nascondendolo e senza che io abbia mai capito perché. Sono scappata tante volte. E adesso dentro di me non c’è la sicurezza di una casa o di una famiglia. So solo che da un momento all’altro potrei ritrovarmi per strada, come te, a fermare qualcuno, il primo che mi sorride. E magari a farmi pagare da bere o a farmi passare qualche soldo: so come si fa. Il sapore del sonno lungo il freddo degli argini, che ti sveglia a ogni minimo rumore, perché non vuoi tornare a casa, perché casa significa litigi, soprusi, urla e pianti, l’ho già gustato. Forse c’è qualcosa di sbagliato in noi: però dimmi, cosa?”

Di nuovo una musica ritmata e impertinente sta sopraffacendo i suoi e i miei pensieri, e richiama in pista tutta l’orda di ragazze e ragazzi, a rinfrescarsi seduti attorno a noi e in piedi lungo i chioschi.

Mi decido a guardarla, la sua bocca aperta in una risata e un lampo negli occhi.

Zitta, zitta, silenzio!

“Dai, andiamo a ballare!” Dimenticare, sì. Basta solo un ballo.

“Vai tu, Roberta. Non ne ho voglia.”

Sono cinque i pezzi che ho scelto di pubblicare dopo aver lanciato l’idea qui [https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/08/07/deragliate-un-invito-alla-scrittura-per-aprire-lo-sguardo/]. Sono questi che ho scelto per aprire lo sguardo. Le prime due uscite sono a coppie, così si fanno compagnia: il cammino è duro. L’ultima esce da sola, un contributo maschile di Carmine Vitale, che anche se non è perfettamente in tema mi ha commossa per il suo splendido sguardo.

Comincio quindi oggi con Mariastella Eisenberg, teneramente breve, e Anna Costalonga con un doloroso disagio così a portata di mano, riconoscibile. Gli altri tre li vedrete domani e dopodomani.

Primo pezzo, di Mariastella Eisenberg

Poggiava il pezzetto di sapone sul bordo della carrozzina traboccante di buste dopo essersi strofinata vigorosamente, e si risciacquava alla fontanella della stazione: i gesti svelti non svelavano un centimetro di pelle, la indovinavi rotonda sotto l’ampia veste, e soda per i suoi capelli

tutti grigi stretti in un grosso nodo. “Ciao Maria!” la salutavano i ferrovieri passando, qualcuno le offriva una sigaretta, qualcuno dei biscotti; lei ringraziava timida, con un pudore antico che la strada non le aveva tolto.

Secondo pezzo, di Annamaria Costalonga

“Daaaai!Uno! Due! Tre! Hop! Hop!Hop!”

“Ma chi è quella? Cosa sta facendo, aerobica?”

Impossibile non notarla, nella pista da ballo improvvisata, sotto gli ippocastani del parco. L’unica che si dimena con tutta la forza che ha addosso, più che ballare pare che faccia ginnastica.

C’è una convenzione, ci sono delle regole e della buona educazione anche nel ballare. Devi essere composta, e non strafare, potrebbero prenderti per una disadattata. Soprattutto non alzare troppo le gambe, come vedi fare nei balletti alla tv. Quello poi, per una ragazza di buona educazione, è osceno. Allora, via! Siate pronte a eseguire lo pseudo piede-scaccia-piede da brave ragazze che, ballando, dimostrano la propria irreprensibilità.

“Ah, è una fuori di testa. Si chiama Roberta, vive per strada e viene qui ogni sera. Almeno si diverte e balla”

“Su, Emiliooo! Vieni a ballare anche tu! Un, due, tre, hop hop hop Ah ah ah ah.”

“Ma è amica tua?”

Ma scherzi? L’ha solo portata a casa di N. l’altro giorno, sui colli: che fuori, si era ubriacata e si era anche messa a ballare, e a fare aerobica e poi aveva dovuto passare la notte lì, era in una condizione… Secondo me quella se la paghi te la dà anche, ma io non vado con le puttane.

Già, le puttane, Emilio. Ci sono le donne e ci sono le puttane. Come se ci fosse tutta questa differenza. E un giorno magari scopri che le ragazze appena appena più carine, ma squattrinate, prima o poi una marchetta l’hanno fatta anche loro, che dici? Magari anche una o due o tre di quelle beneducate che adesso ballano il loro irreprensibile piede-scaccia-piede.

“Senti… almeno, mi prendi una birra?”

Eccola, si avvicina al nostro tavolino, ridendo. Che strani occhi celesti, sembrano non avere fondo. Anche la sua allegria sembra non avere fondo, oltre a non avere motivo.

“Non ho più soldi, Roberta. Te ne ho già offerta una ieri sera, chiedi a Anna.”

Sì figuriamoci, Emilio, astemio com’è, se ha voglia di spendere quei pochi spiccioli con cui esce (ché il resto mi sono sempre figurata lo metta sotto il materasso) per offrire da bere a una da cui neanche si lascerebbe fare.

“Roberta, vieni con me.”

Mi risponde con un sorriso sgraziato, di attesa.

Le prendo una birra piccola e ci sediamo sui divanetti di rattan sotto le frasche degli ippocastani, ai bordi della pista.

In un secondo, noto le sue mani, piccole, piene di rughe, sporche, che avvolgono il bicchiere, ci si aggrappano come la scodella di latte che ci dava la mamma la mattina e mi pervade uno strano disagio, non la riesco a guardare.

“È bello ballare, mi piace. Ballo e non penso. Sono tutti amici, qui. C’è sempre chi mi offre qualcosa da bere…” I suoi occhi senza fondo mi fissano, in silenzio.

“Sai che ho una bambina? Ma i miei suoceri non vogliono che la veda, sta da suo papà. Ha cinque anni adesso e io non l’ho più vista da quando ne aveva due. Non vogliono, sai?”

Mambo no.5. A little bit of Veronica in my life. Se ballate, cercate di andare a tempo, altrimenti siete ridicole.

“Prima di andare via da casa di mio marito, ho preso una foto, la porto sempre con me. Guarda, ecco, vedi che bella?”

“È bellissima, Roberta. Ma come mai?”

China la testa, rabbuiandosi.

“Sono andata via da casa dei miei a diciassette anni e non ce la facevo più con mia madre – chi è che può resistere – e poi lei voleva mettermi in comunità. Ma io non ho voluto. Avevo il mio ragazzo e se andavo in comunità non l’avrei più rivisto. Tu capisci, vero?”

Di nuovo il suo sguardo senza fondo, che mi attraversa.

“Pensa che dopo un anno ci siamo sposati! Riesci a vederla la mia bici da qui? Tienila d’occhio che non me la rubano, ho solo quella.”

Guai a chi rimane da sola in pista a ballare, non è onorevole. Fate finta di avere sete.

“Ma dove vivi adesso?”

Esplode in una risata sguaiata “Dove vivo? La mia casa è quella bici! Non posso tornare da mio marito, non mi vuole più. Dice che ci ricasco sempre e che dovrei andare al Sert. Io ci sono già stata al Sert. Ci andavo un giorno sì e un giorno no, ma lui non vuole lo stesso. E si tiene la mia bimba”

Ride mentre mi racconta la sua storia, così, a incespiconi, e più lei ride e più io raggelo.

Non posso guardarla, come non si può guardare uno specchio in cui si teme un’immagine, un riflesso di sé, che non si vorrebbe mai scoprire.

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

E ricordati: certe cose non vanno mai scoperte, perderai la tua anima.

Frotte di ragazzi, e non solo, si sono assiepati ai chioschi e riempiono nel frattempo i divanetti, paiono felici dei loro mojito e margarita. Per un attimo, un poco di silenzio e la pista vuota.

Rimango zitta, con la vergogna e la gioia di trovarmi vicino a lei.

La vergogna di vedere in lei quella parte disperata e oscura, che ogni giorno si fatica a sedare e a coprire, così spudoratamente sotto gli occhi di tutti.

Fisso il mio bicchiere e i miei piedi stanchi, impolverati dal ghiaino.

“Roberta, nell’animo siamo due deragliate.”

“Scusa, cosa hai detto?”

“Niente.”

La gioia di trovare una sorella: conosco quegli occhi senza fondo, conosco la sensazione di non sapere dove finisce il fondo, di aver scoperto territori senza orizzonti.

Sento il suo sguardo, ma non mi volto, ho quasi paura.

Evita come la peste i disadattati, potrebbero contagiarti.

Sì, ho paura che mi contagi con quello che sa e che io non voglio più conoscere, mentre lei ci è dentro fino al collo. Non voglio sapere, non voglio ricordare.

Zitta, zitta, silenzio!

No! Sono stufa di stare zitta!

Devo farle sapere: “Roberta, sono anch’io andata via di casa, perché non ce la facevo più con i miei familiari. Non sapevo dove andare, non avevo un posto dove dormire. Ho quasi sposato un uomo, che poi mi ha odiato con tutte le sue forze, e ancora lo fa, pur nascondendolo e senza che io abbia mai capito perché. Sono scappata tante volte. E adesso dentro di me non c’è la sicurezza di una casa o di una famiglia. So solo che da un momento all’altro potrei ritrovarmi per strada, come te, a fermare qualcuno, il primo che mi sorride. E magari a farmi pagare da bere o a farmi passare qualche soldo: so come si fa. Il sapore del sonno lungo il freddo degli argini, che ti sveglia a ogni minimo rumore, perché non vuoi tornare a casa, perché casa significa litigi, soprusi, urla e pianti, l’ho già gustato. Forse c’è qualcosa di sbagliato in noi: però dimmi, cosa?”

Di nuovo una musica ritmata e impertinente sta sopraffacendo i suoi e i miei pensieri, e richiama in pista tutta l’orda di ragazze e ragazzi, a rinfrescarsi seduti attorno a noi e in piedi lungo i chioschi.

Mi decido a guardarla, la sua bocca aperta in una risata e un lampo negli occhi.

Zitta, zitta, silenzio!

“Dai, andiamo a ballare!” Dimenticare, sì. Basta solo un ballo.

“Vai tu, Roberta. Non ne ho voglia.”

11 pensieri su “Deragliate 3

  1. Gaja

    Avevo letto la storia di Roberta prima della sua pubblicazione su LPELS. Non è l’affetto che mi lega ad Anna a farmi scrivere quanto segue.
    Credo che il ricchissimo mondo interiore dell’autrice trovi la sua più degna collocazione nella parola scritta. La sua sensibilità, lo sguardo attento con cui osserva il mondo e, di conseguenza, se stessa le permettono di trasmettere le emozioni in modo sobrio e deflagrante al contempo.
    Quello che leggo nella sua deragliata è la disperazione, lo scrutarsi nello specchio di ciò che potrebbe essere e la certezza di ciò che la protagonista non vuole diventare. Che non corrisponde necessariamente a Roberta.
    Grazie, Anna.

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  2. Anna Costalonga

    Grazie Gaja dell’incoraggiamento che mi offri sempre, tu sai quanto ti sono grata…Vorrei ringraziare ancora Monica Mazzitelli per avermi invitato a partecipare a questa iniziativa così interessante. Un caro saluto a tutti! Anna

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  3. isabella

    Ecco, è quello che avrei sempre voluto dire del disagio e del nostro rifletterci dentro quello che non vogliamo che sia, ma che spesso già è, basta poco per palesarsi.
    Mentre ancora crediamo di essere diversi.

    Ecco, è una storia piena di vita. C’è anche tutto un mondo dentro e c’è l’amore, c’è la compassione e c’è anche molta, ma molta fede.
    Ma non lo voglio dire perchè sembrerebbe retorica, perchè si confonderebbe con qualche pensiero pietistico ed invece è tutta purezza questa storia.

    Più che dirti “grazie”, Anna voglio dirti “ancora!”.
    Ancora racconti così, ancora questi specchi giganteschi che riflettono tutto quello che siamo e quello che non vorremmo mai essere.

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  4. Barbara Albieri

    Roberta E’ tante di noi.
    Questo racconto mi ha stupito da subito. E alla fine, ti lascia senza fiato per la meravigliosa sintonia di identità delle due protagoniste. Semplicemente intenso.

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  5. nina maroccolo

    PER ANNA COSTALONGA
    *
    “Evita come la peste i disadattati, potrebbero contagiarti.”

    La paura verso queste donne [e anche uomini] custodisce – rivelandola – la nostra viltà. I disattati dovrebbero dimorare nei lazzaretti, lontano da sguardi che preferirebbero penetrare il marciapiede e contare ogni singolo quadrato cementato, pur di non incontrare occhi scomodi e deformità ][ nostre proiezioni.
    Occhi di donna e occhi di uomini uguali ai nostri, forse con qualcosa in più: l’abitudine verso una condizione “normale” da parte di chi vive il disagio.
    Questo io trovo in Roberta: nella vita che lei racconta con sconcertante disinvoltura. O forse in Anna Costalonga, che in lei si è immedesimata a tal punto da schiantare nelle sue stesse emozioni, in quel vissuto deragliato cui riflettersi è stato un autentico atto di coraggio da parte dell’autrice.
    C’è lo schermo e lo specchio: Roberta e Anna si riconoscono. E c’è quel dolore insopportabile, acuto, assoluto. Quasi tacito persino nelle perfette descrizioni di un’esistenza antica, irrimediabilmente stampata a fuoco nel presente vivente.

    “Rimango zitta, con la vergogna e la gioia di trovarmi vicino a lei.

    La vergogna di vedere in lei quella parte disperata e oscura, che ogni giorno si fatica a sedare e a coprire, così spudoratamente sotto gli occhi di tutti.”

    In Roberta c’è qualcosa di Anna: Roberta è spudorata, sincera, così bella nella sua casa-bici che protegge come un figlio. E’ naturale, non ha niente da nascondere, è se stessa. Per questo ha una forza disperante che incute “vergogna”.
    Impossibile il contrario.
    Trovo straordinaria, inoltre, l’altalena tra presente e passato, alternata da quei terribili moniti in corsivo.
    Ma c’è da considerare anche l’ironia di Anna Costalonga. Se non ci fosse, questo racconto bellissimo vivrebbe unicamente di un non-ritorno. Che sappiamo – e immaginiamo – comunque decisivo. E tra una battuta e l’altra si consuma un dialogo, due vite, l’emarginazione, molto amore e comprensione.

    Il finale è una perla.
    Grazie Anna, con tutto il cuore.

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  6. Nina Maroccolo

    PER MARIASTELLA EISENBERG
    *

    L’essenzialità è invece la caratteristica di Mariastella, che riesce con grande tenerezza a descrivere il quotidiano di Maria. M’incanta il passo premuroso, intriso di languore, ma tuttavia ricco di forza – da parte dell’autrice. Ci offre un’immagine-prototipo da fotografia in b/n. Un cortometraggio neo-realista…

    “qualcuno le offriva una sigaretta, qualcuno dei biscotti; lei ringraziava timida, con un pudore antico che la strada non le aveva tolto.”

    Anche qui, come in Anna Costalonga, arriva dritto al cuore il finale!
    Cara Mariastella, quanto è importante aver sottolineato quel “pudore antico”, quella dignità che nessuno, dico nessuno, potrà mai togliere alla nostra Maria…
    Un grazie sincero e commosso,
    Nina

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  7. gcs

    Cosa dire?
    Amo molto Anna, come persona, come amica e come scrittrice. Amo la sua prosa serena, seria, ben nutrita di letteratura, una prosa cresciuta dritta e con radici lunghe, come crescono sani gli alberi nei boschi che lei tanto ama. Una prosa che sfugge alla facile furberia di descrivere tortuosità mentali utilizzando tortuosità lessicali o sintattiche. Anna ha una scrittura onesta.

    "Mi piace"

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