“Il fuoco dei passati soli”, di Marco Grassano

(Prefazione di Marco Grassano al libro di Dino Molinari “Il luogo il nome”, in uscita a dicembre con sei disegni di Enrico Colombotto Rosso e dieci incisioni di Pietrino Villa)

I nomi sono parole, certo. E il nome – la parola – che cuce saldamente fra loro queste pagine è senz’altro Fruges, nominativo e accusativo plurale di frux-frugis (frutto, messe, raccolto, produzione…). Parola eminentemente virgiliana, ma consona al Virgilio “mite” delle Georgiche. Ricorre infatti, variamente declinata, quattro volte nelle Bucoliche e nell’Eneide, e ben tredici nel poema dei campi.

Poteva costituire un elemento di valutazione: la terra feconda è quella che pregne messi hanno colmato (gravidae fruges implevere), la grande genitrice di messi (magna parens frugum), mentre la terra salata e che viene definita amara (salsa autem tellus et quae perhibetur amara) è inadatta ai raccolti (frugibus infelix). Poteva scandire le stagioni: l’estate, quando, nel mezzo della calura, si trebbiano sull’aia le messi tostate (medio tostas aestu terit area fruges); l’inverno, nel quale il contadino abbrustolisce i grani al fuoco (turrit igni fruges) e li macina con una pietra (frangit saxo). La custodia delle messi (frugum custodia) era ritenuta, infine, un vanto della vita mortale (vitae mortalis honorem).

L’amore di Dino – del “Dinuccio”, come lo chiamava la madre – per le sue campagne, per il suo paese (Frugarolo, Friarö, Fregarole, Frugum Olla…), per il trascolorare alterno delle stagioni attorno alla sua casa è, per l’appunto, tutto virgiliano, anche se le citazioni latine che vibrano come un bordone di fondo lungo le pagine qui riunite solo in un paio di occasioni sono riconducibili al poeta di Mantova. Quasi sempre, infatti, i riferimenti e gli echi provengono dall’Officium defunctorum o dai canti gregoriani della liturgia dei morti di rito romano (“Libera me, Domine, de morte æterna, in die illa tremenda, quando coeli movendi sunt et terra, dum veneris iudicare sæculum per ignem, tremens factus sum ego et timeo…”) usati, nelle nostre parrocchie paesane, ancora una quindicina di anni fa e che, anche in virtù del potente rombo dell’organo che sovente li accompagnava, ben altra forza emotiva avevano, durante le esequie, rispetto alle attuali “chitarrate”…

Leggere i testi qui raccolti ha ridestato in me memorie sopite (a cominciare da Gravàgn, intuibile, col sacco in spalla, in uno dei puntolini della luna, o dal “Bûrch d’ra Mnacia!” – “Bifolco della Menaccia!” – col quale si usava apostrofare, al mio paese, le persone particolarmente rozze…), esperienze collocate in un mondo ormai perduto, i cui personaggi posso incontrare, ormai, solo sui dagherrotipi delle lapidi del cimitero, a Grava o a Sale o ad Alluvioni.

Uno dei più antichi ricordi completi che conservo è il mattino autunnale in cui, sul carro trainato da una coppia di buoi, prendevo e versavo all’interno, per poi restituirli ai coglitori, i cavagni colmi di pannocchie che mi venivano passati – la luce già avara ma ancora limpida del mattino, l’odore maturo del mais, il forte e lucido giallo dei chicchi che emergeva, sulla punta, dai fogliacchini, le sponde di legno, formate da assi irregolari inchiodate ai paletti di sostegno e le altrettanto irregolari fessure tra di esse… e un grande sentimento di serenità, se non di gioia, incurante della stagione che declinava verso il buio, e anzi impaziente dei primi freddi, che consentivano di accendere la stufa per scaldare una micca di pane nel forno…

Risale credo a quell’anno l’episodio in cui, ancora ben piccolo, ho cercato di seguire mia nonna nel campo accanto a casa: ma, anziché passare sulla napola, come aveva fatto lei, ho attraversato il fosso all’altezza di un fitto cespuglio di ortiche che dava l’illusione del terreno solido, cadendovi in mezzo con risultati prevedibili. Ricordo ancora bene il cielo – contro il quale si incideva la sagoma di mia nonna, che mi osservava un po’ divertita e un po’ allarmata – visto come da dentro un pozzo, e il bruciore dell’epidermide irritata, poi illusoriamente cosparsa di Vegeta allumina, pomata che si applicava più che altro sulle botte.

Dello stesso periodo è la visita, a Gerbidi di Sale, allo zio Ettore, il fratello di mia nonna. Ero nella Seicento di mio padre – o nella Cinquecento dello zio Carluccio, qui il ricordo è un po’ vago – e non volevo scendere perché ero terrorizzato dai baffi che il padrone di casa portava. Lui muoveva i baffi in buffe smorfie, che però riuscivano solo a impaurirmi maggiormente e a farmi piangere ancor più forte. Ho poi voluto molto bene a quel prozio, affettuoso e bonario, con un forte senso dell’ironia e dell’autoironia, tipico del lato migliore del carattere dei Mangiarotti, che gli ha sempre consentito di sdrammatizzare anche i problemi più seri.

A quel tempo, ero pure terrorizzato dal rumore dei motori accelerati: ogni volta che accompagnavo mio zio Piero dal meccanico, per controllare il camion che guidava, lo pregavo di risparmiarmi quella tortura, ma lui, vuoi perché la cosa era effettivamente necessaria ai fini del controllo, vuoi per burlarsi di me (anche a lui era toccato in sorte il gusto un po’ dissacratore dello scherzo), una volta aperto il cofano interno si dava a premere a più riprese il pedale, provocando un frastuono indiavolato e la conseguente afflizione che mi coglieva.

Lo zio Piero, con la sua risata saltellante, il suo fischiettare “in tremolo” e il suo caloroso senso dell’amicizia, è morto nel 1970, in gennaio, in un incidente sul lavoro; in gennaio era pure mancata, sei anni prima, mia madre. La mia stagione luttuosissima, funestissima è quindi l’inverno: ecco perché le giornate corte, che sono costretto a trascorrere in casa, sono per me una angosciosa, mortale stretta di dolore claustrofobico. Ecco perché la primavera mi allarga il cuore con un senso di rinascita, di fine dell’incubo di morte. Ecco perché cerco la luce solare tutto l’anno, e una lettura all’aria aperta raddoppia il piacere estetico del testo.

Eppure – merito dell’ars scriptoria di Dino – nelle pagine seguenti amo non solo le Estive o le Cartoline dall’Isola, ma pure le note prettamente invernali, i tramonti, i notturni.

Dinuccio scrive, in più punti, di prediligere l’autunno. Dapprima ho pensato a un raffronto con Puskin:

“Stagione malinconica! Gioia degli occhi pura!

Amo la tua bellezza, nell’ultimo commiato,

quando appassisce intorno, sfarzosa, la natura,

i boschi nel loro abito di porpora e dorato,

quando il rombo ed il vento alla lor ombra oscura

si rifugiano; e il cielo di vapore agitato

coperto e il raro raggio del sol come in un velo,

e del canuto inverno il minaccioso gelo.”

Puskin, però, aveva affermato, pochi versi prima, di tale stagione: “mi piace essa ed attira, / siccome una fanciulla forse a volte vi piace / consunta dalla tisi”. La passione autunnale del poeta è dunque tutta romantica, tutta letteraria. Un atteggiamento analogamente “viziato” era già stato preso di mira da Marziale, in un suo potente epigramma del Libro primo:

“Gemello chiede in sposa Maronilla

e brama e insiste e prega ed offre doni.

– È così bella? – Nulla di più brutto.

– Cosa dunque lo attira in lei? – Tossisce.”

No, non è questo, languido, clorotico, maladif, l’autunno di Dino. Il suo sentire sembra, piuttosto, quello sobriamente virile di Sbarbaro:

“Autunno, primavera della terra:

serba l’albero il fuoco dei passati

soli,

come l’anima il caldo dei ricordi.

Autunno, tarda nostra primavera:

tempo che sull’amara

bocca dell’uomo

spunta il fiore tremendo del sorriso.”

Si, è proprio sbarbariana, ecco, la cifra principale della scrittura “non critica” di Dino Molinari. Divisa anch’essa, come l’opera del poeta ligure, tra tensione lirico-descrittiva, vibrazione (a volte folgorante) di luci e colori del paesaggio, e recupero, ora commosso, ora sorridente, della memoria (oggetti, animali, persone, episodi…) – “il caldo dei ricordi”, appunto.

Rileggendo Sbarbaro assieme a questo libro ho sentito tante affinità – palesi, volute, o inconsce, segrete – tremare sotto il pelo delle parole: fino al richiamo, del tutto involontario ma proprio per questo ancor più significativo, del titolo: “Diceva i nomi, i luoghi. Forse le pareva necessario schiudermi, per giustificarsi, un po’ della sua anima” annota Camillo nel Truciolo numero 18.

Un altro riferimento all’autunno che mi sento di riportare, per la sua pertinenza, è preso dall’ultimo romanzo di Mauro Corona, il paesaggistico e truculento “Storia di Neve”: “Ragionò sull’estate. Con il suo splendore di foglie, erbe, sole, caldo, fioriture di ogni specie, orti pieni di roba e campi di patate e fagioli, l’estate tende a chiudere lo spazio, limita il guardare lontano, come se tutte queste cose fossero una tenda che impedisce di vedere oltre. L’autunno invece libera, toglie, fa volare stracci, pialla erbe, secca cespugli, così che lo sguardo può vedere lontano. Anche alle montagne l’autunno toglie qualcosa, sembrano più limpide, più pulite. Si vedono particolari nelle montagne d’autunno che d’estate non si vedono: una grotta, un tetto che sporge, un canalino, una gobba, un viso: insomma, tutte le cose che il caldo e i vapori nascondono”. Corona è scrittore e scultore friulano vicino, per certi versi, alla sensibilità di Mario Rigoni Stern; ma condivide con Dino un duplice modo di rapportarsi alle cose: da un lato l’aspetto “naturalistico”, legato alle bellezze del paesaggio e agli incanti del ciclo delle stagioni (da cui sono animati, per esempio, i dipinti e le incisioni di Pietrino Villa); dall’altro un sentire noir, condizionato dalle pulsioni dell’irrazionalità e del sogno, dal “lato oscuro” dell’esistenza (vengono in mente le opere di Enrico Colombotto Rosso).

Lo stesso Corona, nel suo precedente libro “Cani, camosci, cuculi (e un corvo)”, aveva annotato una riflessione che io – seppure originario della bassa pianura fluviale, ormai da anni profondamente radicato sul nostro Appennino – non posso che sottoscrivere: “La montagna è bella quando sopra di lei splende sereno il cielo. Anche se fa freddo, con il sereno la montagna comunica un senso di affetto, è un’amica, una bella amica fidata. Con il sereno si può vedere lontano: lo sguardo spazia, gira, cerca e viene gratificato. Ma quando la montagna mette il cappotto di nebbia e una pioviggine come pulviscolo inumidisce la terra e il silenzio dell’autunno fa pensare al tempo che passa, una tristezza infinita avvolge l’ospite dei monti. È come se quella nebbia entrasse nel suo cuore e nella testa a cancellare i pensieri positivi, l’entusiasmo, la voglia di vivere.”

Mi accorgo di star costellando il mio testo di citazioni, un po’ al modo di Dino: ma, come lui e come Michel de Montaigne, sono convinto dell’inutilità di ridire peggio qualcosa che un altro è riuscito a dire meglio prima.

Ho fatto, sopra, il nome di Rigoni Stern. Oltre al sentimento della natura viva (una specie di panteismo laico), Dino condivide col “Sergentmagiù” l’abitudine di tornare a più riprese, nella scrittura, sulle tematiche e sulle immagini particolarmente care e sensibili – il che però non equivale a un ripetersi. Marco Paolini ha paragonato l’abitudine rigoniana di riprendere il già detto all’opera del poeta Biagio Marin, in cui tante poesie sembra parlino dello stesso mare, della stessa sabbia, degli stessi gabbiani, dello stesso vento, eppure ognuna di esse è diversa perché offre un’altra angolazione dello sguardo, un altro momento del giorno, un altro umore del poeta.

E poi c’è Francesco Biamonti: le radici arcangeliane della scrittura d’arte, la frequentazione di Morlotti, l’amore per i tersi paesaggi liguri, per gli ulivi, per i cieli alti e intensamente azzurri. Amicizia tardiva, quella nata tra Dino e questo magnifico artigiano della parola squisitamente riservato ma coltissimo, dall’intelligenza disincantata e straordinariamente lucida. Ma amicizia segnata da percorsi culturali ed esistenziali condivisi, da un comune intendere: che poteva, pertanto, dialogare anche nel silenzio, cantando a piena voce sulla pagina scritta.

Parecchi ci sentiamo, nel primo tratto del nuovo millennio, orfani di Biamonti e di Rigoni Stern. Ci rimangono però, a guidarci come fiammiferi che accendiamo quando ci occorre un po’ di luce, le loro pagine: preziosi segnali di fuoco nelle fitte tenebre dell’intelletto dalle quali è avvolta molta – troppa – parte dei tempi malandati toccatici in sorte.

L’amara forza etica, l’evidenza lirica cristallina, il valido ausilio contro l’inverno dello spirito che per molti indizi vediamo arrivare caratterizzano anche le pagine di Dino Molinari offerte ora in lettura: non tanto (e non solo) ai suoi amici, che in qualche modo già le conoscevano, ma a tutti coloro che rifiutano di conformarsi alle tristi parole d’ordine oggi imperanti, e che sentono/vogliono altri valori guida rispetto all’ingannevole superficialità. A tutti auguriamo: buona lettura.

Alessandria, settembre 2009 Marco Grassano


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