10 giugno 1940 – racconto brigasco

di Roberto Amoretti

Che noia il turno di guardia di notte!”

L’aria è fresca ai 2.000 metri di Cima Marta, ed il Caporale Antonio Lanteri, di Briga, guarda il cielo stellato di inizio estate, disteso nella buca che il Tenente chiama pomposamente “avamposto”.

“Domani sarà una bella giornata di sole”, pensa Antonio, “se il Tenente è di buon umore mi faccio mandare in pattugliamento. Voglio arrivare fin giù, al torrente, dove andavo per anguille con nonno Tugnin.”.

Alle quattro di notte arriva il cambio e, tornato in camerata, si butta sulla branda, bello vestito, pensando alle sguscianti anguille, alle piccole ma combattive trote fario, che prendeva con le mani, cingendo i levigati massi del fondo del laghetto…

E’ l’alba del 10 di giugno del 1940, il tempo è splendido, il sole inizia ad asciugare l’erba bagnata dei pascoli di Marta. Il Tenente sta sorseggiando il caffé, e offre un po’ di cioccolata (tutto rigorosamente autarchico) ai suoi soldati, scherzando, in dialetto, con il cuoco.

Il Tenente Calzia, di Pontedassio, ha il comando della Compagnia e, quando vuole far sentire il peso del comando, parla in italiano ed è piuttosto autoritario, ma in altri momenti si rilassa, e parla “cumme nui autri”.

Il Caporale Lanteri capisce che il momento è propizio, si fa coraggio, e gli si para davanti, sull’attenti:

“Signor Tenente, se lo ritiene opportuno, sono a disposizione per effettuare un pattugliamento lungo la linea di confine, nel vallone della Bendola.”.

Il Tenente lo fissa negli occhi, e nello sguardo trasparente del Lanteri passano in un attimo i chiari laghetti, le anguille, le trote…Gli scappa da ridere, al Tenente, ma mantiene la smorfia dell’autorità e, dopo una pausa di alcuni secondi, come se valutasse l’operazione sotto il profilo strategico: “Bene! Lanteri in pattugliamento diurno con Ricca e Di Francesco, consegne ordinarie, rientro entro il tramonto!”.

“Signorsì!” Antonio Lanteri riesce a malapena a contenere la gioia: una giornata intera a disposizione, sotto il cielo azzurro e terso, col mare immobile laggiù in fondo, dorato dai riflessi del sole.

Anche la compagnia è buona…, almeno per metà!

Il soldato Giuseppe Ricca, di Civezza (per tutti “Pepuccio”), solido contadino, è un amico fidato, socio di tante avventure, si capiscono sempre al volo, senza parlare.

Il soldato Di Francesco (il nome non riesce mai a ricordarlo) arriva da un paese vicino ad Alessandria, ed è un tipo molto cerimonioso e un po’ furbetto. A Lanteri non piace, ha un non so che di falso… “avrei preferito un altro al suo posto, ma tampì, gli ordini non si discutono” pensa.

Lanteri si mette al comando e prende deciso un invisibile sentiero che porta giù, verso il fondovalle, dove scorre la Bendola.

Pepuccio ha capito tutto e segue in silenzio, Di Francesco continua a far domande: “Ma perché passiamo di qua…? Ma perché andiamo là…?” Lanteri non risponde: “che rompic…,” pensa “si stancherà di parlare!”.

Dopo due ore di cammino nel bosco fitto, tra le pareti di calcare grigio chiaro, appare il torrente, trasparente, con i raggi luminosi che attraversano l’acqua, dai riflessi smeraldini.

I tre seguono per un tratto il torrente, che ad ogni ansa si apre con angoli unici, di una bellezza da lasciare senza fiato.

Il Lanteri sa che poco più giù c’è un laghetto, con una grande roccia levigata, al sole, l’ideale per fare il bagno e distendersi.

Quando sono quasi arrivati, l’orecchio attento del cacciatore distingue, tra il mormorio delle acque, delle voci.

Lanteri fa un cenno di silenzio a Di Francesco e avanza circospetto: il roccione è già occupato!

Tre ragazzi, in mutande, fumano una sigaretta e se la raccontano tranquilli, distesi al sole. Appese ad un carpino, poco più su, tre divise, che non riesce a riconoscere, e tre moschetti: “Cribbio, soldati francesi!”.

Anche i tre bagnanti si sono accorti della presenza estranea, ma talmente forte è la sorpresa, e talmente lontani ormai dal loro ruolo di “difensori in armi del confine”, che rimangono lì, fermi, con la bocca spalancata e la sigaretta penzoloni.

“E adesso? Cosa dobbiamo fare? Saranno entro il loro confine o sono sconfinati nel nostro territorio? Cosa dobbiamo dirgli a questi “quasi nemici” (la guerra non c’è ancora ma … è nell’aria)?”

Le domande che frullano nel cervello sono simili, da una parte e dall’altra, ed i sei restano a squadrarsi, senza sapere bene cosa fare.

Dopo alcuni secondi carichi di tensione, il viso del Lanteri si distende: “Giuanin!” grida.

In uno dei tre francesi ha riconosciuto il cugino Giovanni, di Saorgio che, in servizio negli avamposti francesi della valle Roja, ha avuto la sua stessa idea, e sta godendosi, con due commilitoni, un po’ di sole, dopo aver fatto il bagno nel laghetto.

Le complesse regole d’ingaggio, che sono costate tante riunioni dei Generali dello Stato Maggiore, a Roma come a Parigi, in un attimo sono saltate! Un abbraccio fraterno (In territorio italiano o francese? Bah…, chissà!) e, subito dopo, tutti a fare il bagno.

Era qualche anno che non si vedevano, i due cugini, e di cose da raccontarsi ne avevano. Parlano in brigasco, fitto fitto, ma ogni tanto nel discorso riescono ad entrare anche gli altri due francesi, uno di St.Etienne de Tinee, e l’altro di Barcellonette. Pepuccio capisce qualcosa, ma se ne sta rispettosamente in silenzio, limitandosi ad annuire, compiaciuto, quando si tocca l’argomento “donne”. Di Francesco è nervoso: “non si deve dare confidenza a ‘sti francesi” pensava, bellicosamente: “potrebbe scoppiare la guerra, da un momento all’altro, e questi diventeranno nemici, da abbattere o fare prigionieri!”.

Antonio Lanteri è felice, dopo aver fatto l’ennesimo tuffo nel luminoso laghetto, si distende sul roccione caldo e chiude gli occhi. Sarà l’incontro con il cugino, sarà l’odore inconfondibile e pungente delle erbe di fiume, riaffiorano alla memoria momenti dell’infanzia che pensava dimenticati…

E’ il momento di tornare, si salutano amichevolmente (domani…, di nuovo qui? chissà…) e partono, gli italiani di qua ed i francesi di là. Solo al tramonto quando, dopo tre ore di marcia in salita, Lanteri, Ricca e Di Francesco rientrano al forte di Marta, vengono a conoscenza della grande novità della giornata: l’Italia ha dichiarato guerra alla Francia. E’ guerra!

Lanteri ha un brivido nella schiena. La responsabilità del pattugliamento è la sua, se si sapesse che hanno intercettato tre soldati francesi e non solo non hanno attaccato, ma addirittura hanno fatto il bagno insieme… la Corte Marziale è assicurata!

Incrocia per un attimo lo sguardo del “sivesenco” Pepuccio, sa che non parlerà mai. Cerca Di Francesco, sta confabulando con il Tenente Calzia: “non mi piace ‘sta faccenda” pensa.

La notte dorme agitato, fa sogni confusi, storie bislacche dove entrano ed escono un sacco di personaggi. La tromba suona la sveglia, gli sembra si essersi appena coricato, si alza malvolentieri, se ne starebbe volentieri in branda, ha un brutto presentimento.

Incontra subito il Tenente Calzia, con una faccia strana, serissimo, sembra che lo stia aspettando, in mezzo al corridoio: “Comandi?” fa Lanteri, preoccupato.

“Oggi si va a caccia di francesi!” dice Calzia, in italiano, duro e perentorio: “visto che lei, Caporale Lanteri, è il miglior cacciatore della Compagnia, ci guiderà fino al torrente, e vedremo se saremo così fortunati da trovare qualche nemico che ha avuto la sfrontatezza di sconfinare.”.

Lanteri si sente perso: “quell’infame di Di Francesco ha raccontato tutto, e adesso la Corte Marziale non me la leva neanche il Papa. L’unica speranza è quella che, arrivati al laghetto, non ci sia nessuno, ma se troviamo Giuanin e gli altri, per loro è la fine.”.

Questo ragionamento attraversa il suo cervello con la velocità del lampo, e come dopo il lampo l’oscurità sembra ancora più fitta, così il cervello di Antonio Lanteri piomba nella tenebra più nera.

Avanza sul sentiero come un automa, un senso di nausea fortissimo, e la certezza che, passo dopo passo, si avvicini un dramma inevitabile.

Dietro di lui cammina il Tenente Calzia, e dietro ancora, armati di tutto punto, una decina di soldati: “che cretino sono stato a dar retta a quel serpente di Di Francesco” pensa il Tenente, “adesso sono senza via d’uscita. Speriamo solo che al fiume non ci sia nessuno. Non mi va di sparare a dei ragazzi in mutande, o peggio ancora, sparare a ‘sto disgraziato davanti a me, se tentasse, come temo, di avvertirli per farli scappare. Se almeno non ci fosse la truppa dietro di noi…”.

Antonio Lanteri cammina a testa bassa, con la schiena curva, come se portasse cento chili nello zaino. Ha appena distinto, impercettibili, delle voci provenienti dal basso, l’ultima speranza, che non ci sia nessuno al fiume, è sfumata: “non posso farli beccare così, senza fare niente, li avrei sulla coscienza per tutta la vita, meglio la morte. Chissà come sarà di là, se è come ci raccontava Don Mario…” pensava, stringendo il suo moschetto.

Il rumore metallico del cane della Berretta d’ordinanza del Tenente lo riporta sulla Terra, un brivido freddo gli corre su per la schiena. Sa che quella pistola è per i francesi, ma all’occorrenza potrebbe far fuoco a bruciapelo contro di lui (non sarebbe la prima né l’ultima volta, conosce bene le regole assurde della guerra).

Il tempo è scaduto, tra un paio di minuti saranno sopra i francesi. Antonio, con un groppo alla gola che non lo fa respirare, ha deciso: sparerà un colpo in aria, per dare l’allarme ai francesi e permettere loro di mettersi in salvo.

Sa perfettamente cosa succederà un istante dopo: uno sparo della pistola del Tenente e sarà su un altro sentiero, oltre le montagne…, gli sembra addirittura di vedere già suo padre che gli viene incontro, gli sembra di sentire anche il rumore dei suoi passi…

Il rumore dei passi sì, adesso è più nitido, è quasi una corsa, tra i cespugli di brugo: un cinghiale, testone basso, pelo dritto e occhietto terrorizzato attraversa il sentiero, pochi metri davanti ad Antonio, che meccanicamente preme il grilletto, senza mirare.

Un boato scuote le pareti rocciose della Bendola, seguito immediatamente da un colpo meno forte, più secco, quasi stizzito: la pistola del Tenente ha fatto fuoco!

Lanteri chiude gli occhi: “addio Carlotta!”, li riapre, non è volato via, è ancora lì, circondato dal tenero verde dei larici, si gira lentamente verso il Tenente, che lo guarda negli occhi, ancora più pallido di lui, con la pistola fumante in pugno.

Il cinghiale” balbetta Lanteri, come a giustificarsi.

“Già, il cinghiale”, annuisce con sollievo il Tenente.

Robertin de Perandré

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