CI VUOLE QUELLO CHE IO NON HO

Caro Vasco,

davvero ci vuole quello che io non ho, ci vuole pelo sullo stomaco [ho solo l’esofago a fiamma e più di un’ulcera e no!, lo so che non bastano]. Il problema è che non lo voglio. Non più. È sempre una questione di pelo. E nugoli di discussioni/dibattiti «De Videocracy» [hanno scoperto che tettEculi muovono marEmonti? Complimentoni! Non ce ne eravamo maimai accorti!] e cercare di muovere passi senza prostituire né corpo né credo – sapevo, l’ho sempre saputo, non sarebbe stata impresa facile… E sì che tu [me] lo canti da sempre: «le regole sono così / è la vita! ed è ora che CRESCI! / devi prenderla così… ». E sì che ti re-cito da sempre: «Sì, stupendo! Mi viene il vomito!». E sì che: nausea dopo nausea, ho rimesso tutto – in ginocchio, pregando per domani migliori da destinare. Io ho visto. Io ho sentito. Tutto. Tutto lo schifo, tutti gli orrori, tutte le perversioni, tutta la merDaviglia del popolo delle Arti. Cazzi loro! Al di là del disgusto e del senso di sporco che cercano di viscidarti addosso – ho rinunciato a molti facili guadagni per salvarmi la dignità. E ti assicuro: sono felice così. O meglio: ERO felice così – affrontando a muso duro torme di corrotti araldi del putrido. Mi credevo: svezzata e pronta. Una roccia: mi credevo. Credevo fosse cresciuto quel benedetto pelo sullo stomaco, forte della meRdaglia conosciuta nel “dietro le quinte”, degli scheletri palesati “dentro gli armadi”.  E quando si è così – ingenuamente – convinti  di farcela, qualcosa ti frena. Ti congela. All’improvviso.  Qualcosa ti toglie la corazza, ti strappa la maschera. E più che qualcosa: qualcuno. Quel qualcuno che può – farti capire che NON hai: il pelo sullo stomaco.

Spettacolo corale. E sono serena. Finché non li vedo: bambini in sala. Grandino sull’organizzatore: «i miei pezzi sono troppo crudi – per i bambini!». E mi calma: «tranquilla! Prima si esibiscono gruppi rock e poi recitano pezzi di Palazzeschi che contengono parolacce. Nessuna censura questa sera, non ti preoccupare! I bambini di oggi sono abituati…». E non mi preoccupo: salgo sul palco. E non vedo il pubblico [a Teatro arriva solo l’energia “marina” del pubblico: anime che non vedi, ma senti. Nel Bene e nel Male, l’onda è osmosi. Mancata o Riuscita] e lo Spettacolo continua, tra gli applausi, senza interruzioni. E salgo sul palco. E inizio. E inveisco, al mio solito. E all’improvviso: eccolo. Quel pianto. Una voce bambina piange, disperata. E mi frantuma: come autore del pezzo maledico il palco, come attore maledico il cuore che mi ha distratto dal personaggio, come anima vorrei solo scendere e chiedere scusa a quella voce bambina. Di tre pezzi, finisco il primo e volo – dietro le quinte. E tremo. E mi maledico. E l’Attore di Roma mi cazzia: «dovevi urlare SILENZIO IN SALA! FATE TACERE QUEL BAMBINO! Ti avrei applaudita per primo! Un Attore si comporta così: ABORTITE O FATELI TACERE!». Non sono attore abbastanza. Scusa, scusate tutti. Non ho abbastanza pelo sullo stomaco, non ne ho affatto.  E l’Attore di Roma non può sapere del mio aborto, ma di certo per lui: un bambino equivale ad un adulto qualsiasi, allo spettatore generico. No!, non sono attore abbastanza. Fine del primo tempo. E con l’Amico – mimetizzato in platea – volo via, volo a bere, a bere una birra, a bere un cuba, a bere della stricnina.  E una signora mi ferma: «volevo farle i complimenti! Ha sentito? Quel bambino che ha pianto le dimostra quanto sia arrivata dritta al punto. Ma chi è l’autore del pezzo?». E mi sento due volte: un pezzo di merda. E poi un uomo: «proprio brava! Quel bambino era davvero terrorizzato! Si ricorderà della sua esibizione per sempre! L’ha sconvolto solo per i toni della voce!». Impiccatemi e facciamola finita! – non m’interessano i giudizi sulla performance. M’inchioda il giudizio dell’Anima: «colpevole!». E l’Amico, un altro, minimizza: «i bambini piangono sempre. Sembra che tu li stia scannando, ma tanto forte urlano, tanto presto smettono – se distratti – e si dimenticano!». Non mi consola. Mi tortura: non io. Non io chi scatena la paura nei bambini. E proprio io? Io che ho pianto di paura per anni. Io che ho vinto la paura e non dimentico – CHI mi ha piagato di paura. Io che, cresciuta, flagello chi mi ha flagellato – quando non potevo difendermi, quando non capivo. Io mi ricordo. Io ricordo bene: ogni paura bambina. Posso danzare sui cadaveri dei molti luridi papponi violenti – senza provare un minimo di pietà [e rimando questa nuda sincerità alla divina bilancia], ma non posso tollerare l’idea di spaventare un/una innocente – non gli indifesi. Non io! Io sono chi vuole affondare gli artigli e i canini e la spada nel marciume dei cervelli adulti/adulterati: in lenta e continua craniotomia mortale. Non ne ho mai fatto mistero. Detesto il buonismo a basso costo e non tollero la sottomissione passiva. E mi sporco le mani.

Con adulti coscienti/conniventi/consenzienti/capaci d’intendere di volere e di scegliere. Sono un gradino sotto – l’etica di Léon [«Niente donne. Niente bambini.»]: esistono donne orribili che hanno sciente-mente scelto di ammazzare il prossimo. E per quelle donne – non provo pena alcuna.  Puntualizzato questo: «Niente bambini!». Mai!

I ain’t no nice girl after all – e mi traghetterò quel pianto bambino all’inferno, con una sola frase di conforto: «ti capisco. Avrei provato il tuo dolore. Lo stesso, e lo capisco…». La frase di una Grande Attrice e di una Donna ancora più Grande, un’Anima che recita di rado, ma abbraccia forte il suo bambino, una volta usciti da Teatro…

14 pensieri su “CI VUOLE QUELLO CHE IO NON HO

  1. Carissima Chiara,
    perdona l’ovvietà: “They were all torn and cover’d with the boy’s blood”.
    Quando si capiscono a fondo le cose il difficile ma indispensabile è non rinunciare: ad andare restando però se stessi.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  2. Ci restano i bambini, solo, innocenti, ma in un soffio saranno “noi”, i colpevoli.
    Quelli che sentono la colpa, i delitti, noi – Chiara che credevi d’ essere una roccia,
    Chiara-cristallo. Il buonismo è l’alibi dell’ imbecillità crudele.

    Un abbraccione
    liliana

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  3. ciao chiara, diverse cose:

    un attrice che sente – letteralmente – quello che accade tra il pubblico…che non sta lì nel sacro nome della propria sacrissima e inamovibile opera che manco fosse il santo Graal…un’opera che cambia perché C’E’, CI STA, STA LI’, in ascolto, in colloquio coi presenti…bè, tanto di cappello, signora.

    In quanto ai mercanti al *tempio* (dell’ *arte* o giù di lì), il tizio che arrivò a rovesciargli i tavoli c’ha spiegato cosa meritavano, mi pare.

    Queste stronzate glam-shock tipo “Abortite!” o “Niente bambini!” mi sembrano gli sfregi da ribelli annoiati e viziatelli di quindici anni, immagini e metafore di merda fatte sulla pelle degli altri (cosa comune nella storia della letteratura: che c’è di meglio che esporre il dolore altrui per esorcizzare i propri incubi?)

    ti sei stupita che ci fossero bambini? ti sei chiesta se era giusto andare avanti? VIVADDIO qualcuno se lo chiede ancora…ti bacerei i piedi, chiara. L’opera *cambia* perché non vive da sola, vive in mezzo e grazie agli altri.

    che è accaduto alla/nella bambina? cosa ricorderà crescendo? era giusto, in primo luogo, sottoporla a una serata pensata per gli adulti? (i bambini non sono persone nane, i bambini non hanno strumenti emotivi per affrontare tutto, che sia il concorso di bellezza o il concerto hard-core) – non lo sai, non lo sappiamo, non è dato saperlo, non è tra le cose che sono sotto il nostro controllo.

    ma la tua matrice di artista, di attrice, rimarrà incisa di quello spettro di emozioni, di paura, di senso di responsabilità (da persona adulta, sì, thanks god), di traumi tuoi, di tenerezza che, caspita, farà della tua arte qualcosa di ancora più profondo poiché UMANO.

    (si sarà capito che ho tanta nostalgia delle persone, e pochissima per gli oggetti d’arte)

    ti saluto caramente,
    renata

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  4. pensa che, chiara, che il bimbo sentito per la prima volta piangere, sentito dal palco, era mio figlio, lui in platea a chiedersi perché il padre moriva, alla fine, combattendo moriva con la maschera di Macbeth, e piangeva felice: era, in fondo, il padre, non uno qualsiasi, quello che stava morendo, vuoi mettere l’orgoglio?, e lui tra l’altro sapeva – e tutti i bambini lo sanno molto bene – che era tutto finto, e lo sapeva già, a cinque anni, giacché sanno, loro, i bambini a digiuno del mondo, sanno che il sangue, sulla scena, è pomodoro, e infatti giocano, all’asilo e a casa, fingendo e ben sapendo che mimare Zorro o Walker non è esserlo: non c’è, però, terrore provato, in platea, che non sia vero: e allora quel pianto che ti ha spiazzato, proprio perché vero, sia la tua fragilità e, al contempo, anche la tua forza, peste improvvisa che si manifesterà certamente – è matematico, credimi – nel tuo prossimo spettacolo, perché con le tue parole ti dimostri ATTRICE e non fantoccio animato, attrice che sente il corpo e non il costume: ogni autenticità ha la sua croce, si fonda su una crisi, e quel pianto sia la tua ombra, l’ombra segreta che ti porterà, recitando, in uno stato di esaltazione perpetua: solo di ombre abbiamo bisogno noi, noi che, da attori, non vogliono ripetere i limiti ma solo e solamente fare segnali tra le fiamme: è la nostra autentica epidemia:

    ng

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  5. “quando non potevo difendermi, quando non capivo. Io mi ricordo.”

    Si bisogna ricordare per non ripetere, per fare altro.
    Che ambiente comunque, viziato e inutile (non ribelle; i ribelli soffrono per gli altri e per l’ingiustizia non sono questi qui: “ABORTITE O FATELI TACERE!”; Fate tacere lui.)

    Un abbraccio.

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  6. Nel ringraziarVi tutti – per la condivisione e per il confronto, per quel confronto che è tutto: quello che cerco/che chiedo. Queste mie parole sono tra le più difficili – e più indifese: ho tolto la corazza per scriverle. E che la fragilità non sinonimi non si nomini debolezza è un fatto – che quella stessa fragilità blocchi il passo – nel tragitto: è fatto altrettanto devastante…

    @ Roberto:

    E lo sai: ovviamente è – Song of Myself… Ché siamo tutti appesi all’uncino [grafico e non] di un punto [?] di domanda. Andare rimanendo se stessi, a volte, implica fermarsi. E cambiare strada. Trovare se stessi credo sia – anche – cambiare la strada scelta e non lasciare che la strada scelta ci snaturi…

    Abbraccio nell’abbraccio

    @ Liliana:

    E so che sai in quanti pezzi Chiara-cristallo sia esplosa. Mai curata del giudizio *adulto* né delle condanne *critiche*. Me ne fotto allegramente dell’etichetta di *buono/buona*, ma non sarò quel coltello di ghiaccio che affonda un innocente e poi si scioglie, senza lasciare traccia del delitto…

    Ti bacio l’anima

    @ Renata:

    e non sai quanta nostalgia… La stessa tua… E continuo a credere che una persona di merda non possa essere un grande artista [e per carità – m’inchino alla tecnica, a chi ci riesce a chi riesce a vendersi l’anima e prostituire l’opera, ma a che prezzo?]. Le domande non giovano alla carriera, ma amo troppo per odiarmi – guardandomi allo specchio.

    Sei sprone e ti carezzo nel grazie che.

    @ Paolo:

    di *strappo al motore* in *strappo al motore*, continuo a viaggiare… un po’ fuoristrada, un po’ sulla rotta… tra soste di silenzio, luoghi di luce e tappe di tenebre!

    Nell’a presto, al prossimo incrocio 😉

    © Viola:

    E ancora e sempre ti abbraccio nell’abbraccio… Non so davvero se sia stata la cosa giusta in assoluto, era giusta per me – per la prima volta che la Rabbia ha lasciato il posto al Dubbio…

    Bacio

    @ Nevio:

    E tu, meglio di me, sai: non esiste persona/personaggio senza contraddizioni/contrasti. L’essere Umano non può non deve perdere l’Umano per essere solo attore – vuoto interprete di *qualcosa* che non strazia/spacca/sente… E nell’epidemia – sia contagio: di quella catarsi pro-positiva.

    Chapeau Nevio!

    @ Nadia:

    Più che ribellarsi – certi ambienti – rivoltano: lo stomaco di chi assiste a tanti *massacri mascherati*… e prego per quel coro di voci – bianche – come spade come le parole più pure come l’innocente credere ancora…

    E cali il sipario! E non passi sotto silenzio – il sacrificare tutto in nome del soldo/spettacolo

    E ti abbraccio forte, per la forza che sei e doni

    @ Carmine:

    nello stesso augurio. Nel molto male che [ci] tempesta, bagni Bene la parola-pioggia che porta: spalanca e semina. Futuri più felici

    @ Daniele:

    tu sai: basta una lettera, basta un accento [e ancora sono convinta: *pèrdono tutti*] eppure – quante volte – si ha solo voglia di dire *Basta*? Mai ruotata di 180°, promesso Paz!, anche quando la Vita ti piega a 90°…

    Bisous

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  7. Parlo da padre, non hai piagato quel bambino di paura, ma anzi, gli hai regalato una delle migliori e più preziose lezioni di vita: SPERANZA, C’È!
    È vero, ha avuto paura, ma col suo pianto si è difeso, dalla paura, ha lottato, contro la paura e ha vinto, la sua paura – tu ti sei fermata, sei scesa da quel palco e hai posto fine alla sua paura – non è fuggito, lui, ma ti sei allontanata, tu.
    … gli hai donato ciò che non sempre un bambino riceve, commina a testa alta Chiara Daino, mantieni il tuo dubbio – NESSUNA CERTEZZA MAI – ma sappi che il segno con cui lo hai toccato non gli ha fatto [del] male.

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  8. E grazie Fabio,

    tu infuturi e incarni la speranza di esserlo/non esserlo [e non *a tutti i costi*, per re-citarti]. Sì, sono stata io a *scendere dal palco* – il bambino, forse hai ragione, ha vinto. E passiamo le ore tutte a vincere le nostre paure. E squarcia insegnare *la difesa*. I bambini non dovrebbero mai essere offesi. E quando cresci – tristemente scopri – che prima impari, più sopravvivi. E dove [e con chi] vorrei essere scudo, devo insegnar la spada. Dura nascere Mathilda e vivere da Léon …

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