Strane cose, domani

Raul Montanari, Strane cose, domani, pp.280, € 17.50, Baldini Castoldi Dalai

Le storie di Raul Montanari sono congegni raffinati, esperti, molto prossimi alla perfezione. Non è una novità, del resto: dopo nove romanzi pubblicati e una quantità impressionante di racconti sparsi fra riviste, quotidiani, antologie, e ovviamente raccolte in volume (Un bacio al mondo e È di moda la morte) l’abilità affabulatrice nell’intessere trame degne di questo nome animandole con personaggi quasi sempre memorabili sembra ormai un dato di fatto incontestabile (e, c’è da sospettarlo, incontrovertibile) se ci riferiamo a uno degli attuali maestri del noir italiano. Anzi, del post-noir, come ha recentemente definito la propria poetica l’autore stesso, avanzando – pur tra le legittime riserve che un’etichetta può suscitare – l’ipotesi di nuove strade percorribili dalla letteratura di genere, fra l’altro troppo spesso agglomerata (dalla critica, dalle fascette editoriali) in un unico indistinto calderone che in cui possono coabitare voci anche del tutto dissimili, se non diametralmente opposte per qualità e intenzioni. Un noir che esplode e va altrove, insomma, sganciandosi una volta per tutte dagli schemi classici per mettere in scena drammi più vicini, quotidiani (meno polizieschi?) pur conservando le ritmiche inquiete, i colori scuri, il respiro ansimante. Ed è infatti quello che accade a Strane cose, domani, romanzo turbinoso e violento in cui una suspense da thriller psicologico sequestra da subito il lettore per condurlo nell’intimità dei suoi protagonisti, nelle loro stanze introspettive, in un laborioso e teso scavo verso zone nascoste fatte di segreti rabbiosi e incubi privati. L’innesco del plot parte da un evento bizzarro, apparentemente innocuo, ovvero il ritrovamento da parte di Danio – io narrante della storia – di un diario abbandonato. Non è un diario qualsiasi, un’agenda amorfa piena di annotazioni insignificanti, ma il nascondiglio scelto da una ragazzina per imprigionare (e liberare) l’assurdo dolore di morbosi drammi familiari. Scoperta fatale che spingerà il protagonista a rintracciare l’autrice di quelle pagine e a scoprire che l’oggetto in questione non era stato dimenticato, ma lasciato di proposito perché arrivasse nelle mani di qualcuno, una specie di messaggio nella bottiglia in cui la parte delle onde oceaniche è interpretata da un piovigginoso giardino pubblico. Da qui, da questo pretesto in cui il caso veste il ruolo di giostraio matto, la combustione dei carburanti sclerotici che faranno partire il telaio avviando un ipnotico vortice di incontri paralleli capaci di affiancare le coincidenze del presente all’emersione di fantasmi passati. Fantasmi con cui Danio (finora fortunosamente fuggito a lontane e irrimediabili colpe) dovrà presto fare i conti, d’ora in poi contemporaneamente attore e spettatore degli sconvolgimenti abissali che stanno prendendo il sopravvento sulla sua vita, sui suoi amori complessi, sulla contorta e sanguinante solitudine che spartisce con la propria coscienza. Ed ecco allora che i solchi graffiati dalle tracce del noir si trasformano in altro, in qualcosa di più, aggiungendo alle impronte per così dire classiche (omicidi velati di mistero, inseguimenti, antagonisti violenti, perfino uno scalcinato – nonché irresistibile, per simpatia e dolcezza – investigatore privato) imprevedibili deviazioni verso la “normalità” dei personaggi, cioè verso il loro apparire come esseri umani sopraffatti da se stessi, dalle proprie azioni, soprattutto dall’amore senza condizioni per la vita. Perché malgrado l’orrore che li circonda, malgrado i paesaggi angusti offerti da una Milano maestosamente triste (ulteriore personaggio fondamentale in quasi tutti i romanzi di Montanari), malgrado insomma tutto il nero che sembra poter solo soffocare e uccidere, resiste comunque l’ambizione di voler restare vivi a ogni costo, di sopravvivere alla prepotenza del destino, di oltrepassare i confini della morte con rassegnata felicità, e perché no, con un sorriso beffardo stampato sulle labbra.

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