“Nel nome del padre”, di Gianni Biondillo

di Alberto Pezzini

Come una biglia d’acciaio che va giù. Però con il miracolo che le impedisce di scendere attraverso l’esofago.

Gianni Biondillo, Nel nome del padre, Guanda 2009, pagg. 193, euro 14,50, è un romanzo perfetto in quanto ti fa male e bene in maniera compiuta, senza uno sbaglio.

Biondillo ci regala questa discesa dentro una vita comune, prima che la riforma investisse il codice civile e facesse dell’affidamento congiunto dei figli quella regola aurea che ha soppiantato l’affidamento ad un unico genitore.

Luca, assicuratore con il pallino della musica, a cui ha legato una perduta e bellissima giovinezza – uccisa in mano a tante e poi tante ragazze che i ricordi non ci sono manco più -, e Sonia, bella ragazza, un fiore tropicale e lussureggiante. Si conoscono, si amano, si fondono e nasce Alice, un miracolo di bambina.

Poi la vita va avanti. Sonia fa cambiare lavoro a Luca, gli sceglie l’arredamento giusto, i vestiti giusti, tutto giusto ma costoso. E Luca deve lavorare sempre di più, sempre di più. Torna poco a casa e poi succede la vita.

Il tragico è il dopo schianto; dopo la separazione. Qui Biondillo finisce di esplorare una volta per tutte quella via che aveva già tracciato in Per cosa si uccide (2004) e Con la morte nel cuore (2005), due romanzi con uno sbirro metropolitano come protagonista, lasciato attonitamente da una moglie che ad un certo punto diventa sorda all’uomo sposato.

Allora si comincia a vedere attraverso il romanzo e si prendono dei pezzi sanguinanti di vita vera, che urlano da sempre nelle pagine degli avvocati matrimonialisti. I padri, prima della riforma, non erano mai genitori affidatari. Lo dice anche Luca (apre i palmi delle mani):

“Questi sono dieci bambini, ok ? Muove un dito alla volta, li conta
Sai quanti, di questi dieci bambini, vengono affidati congiuntamente ad entrambi i genitori.

No, quanti ?

Luca piega un pollice. Uno. Ora
sai dirmi quanti di questi nove bambini vengono affidati dal giudice, in Italia,
alla madre ? A lei unicamente ?
Otto. Otto genitori non affidatari maschi. Gli avvicina il mignolo. Questa è la probabilità che ti rimane di avere i figli affidati a te
Questa è una guerra, lo vuoi capire ?”.

Questa era, agli effetti pratici, la situazione. Biondillo è bravo nel ricreare le situazioni tipiche delle separazioni, e lo fa facendo incazzare il lettore per il realismo velenoso che infila dentro le descrizioni a mo’ di propellente. Sono situazioni vere. Le mogli che detenevano quali coniugi affidatari i figli li usavano anche a livello di ostaggi, li manipolavano in senso psicologico e inducevano i coniugi non affidatari all’errore classico di non pagare il mantenimento ed eventualmente l’assegno alimentare. Biondillo sa portare il lettore nel cuore della realtà – lo ha sempre fatto bene -, e di una realtà quotidiana di tutti noi. La cosa più sorprendente, e il filo che però quest’uomo dipana, è la paura attonita del’uomo, anzi del maschio, di essere lasciato dalla moglie. Biondillo in questo è chirurgico e sensibile al massimo. Sa individuare quel momento fatto di malumori, mal di testa in crescita continua, risposte avvelenate e frasi sibilline che preparano il tipico e inspiegato, crudele come arsenico, voltafaccia femminile. Ed è sempre il cliché classico, quasi un poco delabré, della donna di oggi.

Qui bisogna levarsi maschera e guanti da ouverture e dire le cose come stanno. Biondillo non fa sociologia, come dice nell’introduzione, ma ha centrato uno dei nodi della realtà sociale di oggi, e di noi tutti. La donna è profondamente cambiata. In peggio, vorremmo dire. Il mutamento culturale, e soprattutto quello economico dato da una carriera parallela, a volte decisamente e nettamente più redditizia di quella maschile, hanno segnato un vallo di Adriano molto profondo. Il brutto è che in quel fossato la donna ha perso la bussola, è diventata asimmetrica, decentrata, senza punti di gravità veri. Questa è la paura del maschio moderno, questo ha fatto nascere i mammoni, i ragazzi che spiccano il volo molto tardi per timore di naufragare dentro matrimoni che travestono un inferno di cristallo. Biondillo l’ha chiamata una guerra, e ha ragione. E’ una guerra senza esclusione di colpi, e senza tregua.

Oggi, con l’affidamento condiviso, che è stata una risposta normativa e legislativa a un fenomeno sociale di deriva maschile, emotiva ed economica, la situazione ha subito una sorta di normalizzazione. Solo apparente, tuttavia. L’assegno, il contributo al mantenimento, picchia sempre sull’uomo in maniera quasi inossidabile, e l’uomo ha sempre da viaggiare all’erta. Ciò che è mutato è l’aspetto dei figli, la possibilità di stare loro vicini. Con l’affidamento congiunto si è rotta quella placenta di piombo per cui il genitore non affidatario sembrava non avere diritti se non limitati e strettamente contingentati. Ed è un po’ la metamorfosi di Luca che, per sopravvivere, decide di collaborare anche all”interno di un’associazione per padri separati, studiando mattamente diritto e divorzio. Questo è l’epilogo positivo della storia in questione. Un uomo che, comunque, ritrova se stesso nella difficoltà più atroce. E’ una di quelle prove, uno di quei momenti c.d. più alti, come li definisce Mark Rowlands in Il lupo e il filosofo (Mondadori 2009), in cui una persona capisce davvero che cosa ha dentro.

Biondillo, con questo libro catartico, ha esorcizzato una paura ancestrale del maschio, quella di essere lasciato senza una spiegazione, e quando ha deciso veramente di credere alla famiglia. E a tutto quello che questa si porta dietro, anche in termini di significato più profondo: senso di sicurezza, felicità, senso di protezione e la consapevolezza di avere creato un legame più forte del buio. Lo dice chiaramente anche nella parte finale, intitolata latinamente Gratulatoria, quasi per dare una leggerezza in più a un tema su cui si è tanto sanguinato.
“E se scriverla me l’ha fatta vivere come una sorta di esorcismo è stato grazie anche alla vicinanza, costante e affettuosa, di mia moglie e delle mie bambine.”

Caro Biondillo, non fai sociologia, ma hai saputo portare dentro un romanzo la paura, anzi il panico e l’urlo dell’uomo moderno. Eppure a te non è mai capitato. Come hai fatto a conoscere così da vicino quel senso di cenere diffusa tipo Black Rain?

Due refusi leggeri leggeri, ma perché Biondillo è architetto e non avvocato: a pag. 168 si parla dell’art. 338 del Codice Penale (Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice), mentre è l’art. 388, e a pag. 139 di parla dell’art. 317bis Codice penale, mentre è il Codice Civile.

Poca roba, se pensate che il romanzo brilla davvero come una stella nella notte di San Lorenzo.

20 pensieri su ““Nel nome del padre”, di Gianni Biondillo

  1. Ecco un libro che non leggerei manco da morto. A volte il pregiudizio è necessario, come i cioccolatini Perugina, ma almeno in mano ti rimane la scatola vuota. Con Biondillo nemmeno quella.

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  2. A ricominciamo con la censura, Fabry?
    E’ peggio. Così mi si dimostra sempre più che tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri. E’ questo che LPELS vuole dimostrare in barba al disclaimer? Almeno abbiate la decenza di levarlo quel disclaimer cui non crede più nemmeno un morte di fame.

    Amen

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  3. Giuseppe, scusa ma che c’entra questo con il pezzo di Alberto Pezzini? Mi sono perso qualcosa?

    Giovanni A.

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  4. No.
    Ma il primo commento che ora è apparso, immagino perché sbloccato, in prima battuta era in stato di moderazione, al che è seguito il mio secondo commento incazzoso che pensavo finisse pure esso in moderazione.

    In quanto a Biondillo, come dicevo nel primo commento, ho letto il suo primo romanzo, non altro. L’avrei pure letto per i suoi lavori successivi non fosse che ha dimostrato una spocchia inverosimile, pari solo a quella del nostro sempre amatissimo premier.

    A livello personale, non lo taccio, io e Biondillo siamo cane e gatto: io sono il cane, puntualizziamo. E non aggiungo altro.

    Ho letta la recensione: due cose; non credo affatto che “il romanzo brilla davvero come una stella nella notte di San Lorenzo”; e Black Rain, con il suo Nick Conklin non ha proprio niente dei personaggi di Biondillo, né della genialità alla regia di Ridley Scott.

    Be’, basta. Fin troppo tempo ho sprecato per B. Capiscitemi. 🙂

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  5. Beh, che dire, prendo le distanze dai toni, perché secondo me i commenti non dovrebbero mai sfociare nell’insulto. Biondillo, che non conosco molto bene, ma con cui ho avuto un rapido contatto, in un’occasione, mi è parso un uomo di grande educazione. Mi spiace che se ne parli così. Poi, è chiaro, ognuno, sui libri, è libero di pensarla come vuole.

    G.

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  6. Non ho insultato proprio nessuno. Non facciamo come certi giornalisti. Okay? Ho parlato di spocchia inverosimile. Tutto qui. Non mi si mettano in bocca parole che non ho detto, per cortesia.

    Sui suoi lavori mi sono espresso per quello che ho letto. Morta lì. O dobbiamo tirare fuori gli insulti di Biondillo e dimostrare che grand’uomo educato è? No. Bene, perché non mi va di passare sempre per il cattivo.

    Chiedo venia per questo “fuori onda”, ma non mi piace che mi si attribuiscano idee fatti e cose che non sono mie.

    Buon proseguimento.

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  7. “Come una biglia d’acciaio che va giù. Però con il miracolo che le impedisce di scendere attraverso l’esofago.”

    Scusate, ma io dopo questa prima frase non sono riuscita a proseguire nella lettura. Ma le avete fatte almeno le scuole elementari? Ma non c’era una maestra con la matita rossa e blu?
    E per quanto riguarda la similitudine, blorgh! A me è successo una volta con un pezzo di bistecca, stavo davvero morendo, e poi per fortuna il miracolo è che sono riuscita a sputarlo. Ma forse si trattava della trachea.
    Ciao, mondo delle belle lettere! Mi vu a laurà.

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  8. Sono andata un po’ avanti, mi sono fermata su “apre i palmi delle mani”.
    :-)))
    Raga, ma qui c’è davvero dell’analfabetismo!
    E che dire di questa simpatica perla concettuale? “La donna è profondamente cambiata. In peggio, vorremmo dire. Il mutamento culturale, e soprattutto quello economico dato da una carriera parallela, a volte decisamente e nettamente più redditizia di quella maschile, hanno segnato un vallo di Adriano molto profondo. Il brutto è che in quel fossato la donna ha perso la bussola, è diventata asimmetrica, decentrata, senza punti di gravità veri.”
    Niente, apro i palmi delle mani in un bell’applauso, non per chi ha scritto l’articolo, porello, ma per chi l’ha postato. Ciao!

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  9. Cara Anna, mi spiace che le recensioni di Pezzini vengano ancora – ma è un tuo sacrosanto diritto – scuoiate e sezionate secondo certi parametri.
    Credevo e speravo si cominciasse a leggerlo per quello che intende l’autore,e per come le vedo io, un progetto iperbolico-narrativo, un tentativo di fare pure il verso all’accademia. Una liberazione da tribunali e accademie. Ma insomma io non sono l’avvocato difensore di Pezzini, che nella vita guarda caso fa proprio l’avvocato.
    Quanto all’inalfabetismo, questo delle storpiature, é lo scoglietto ligure che amiamo di piú. Noi liguri.
    Io personalmente sono e resto affascinato dai ” solo piú ” calviniani, dai ” pianelli ” biamontiani, e perché no, anche dai palmi delle mani del pezzini, perché questa – e che non ti piaccia va bene – é la nostra lingua, i platani da noi sono le platane, e le arance gli aranci. Sulle scelte di Agnoloni invece gli lascerei piena libertá. Non é che andando su ibs assieme ai giudizi sui libri troviamo anche quelli sugli editori.
    cordiali saluti.

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  10. “Qui bisogna levarsi maschera e guanti da ouverture e dire le cose come stanno. Biondillo non fa sociologia, come dice nell’introduzione, ma ha centrato uno dei nodi della realtà sociale di oggi, e di noi tutti. La donna è profondamente cambiata. In peggio, vorremmo dire. Il mutamento culturale, e soprattutto quello economico dato da una carriera parallela, a volte decisamente e nettamente più redditizia di quella maschile, hanno segnato un vallo di Adriano molto profondo. Il brutto è che in quel fossato la donna ha perso la bussola, è diventata asimmetrica, decentrata, senza punti di gravità veri.”

    Trovo profondamente offensiva questa prospettiva per la sua
    inaccettabile generalizzazione. Come se una donna, incontrato un uomo perfido (per parafrasare altra parola), sostenesse che tutti gli uomini sono *perfidi”. Sarei lieta che una recensione parlasse del libro e non dei punti di vista del recensore.

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  11. Non ho ancora letto il libro di Biondillo, ma mi pare che questa recensione gli faccia un pessimo servizio. Se il libro parla di una storia umana intimamente dolorosa e “non fa sociologia”, il recensore ne fa di pessima, venendoci addirittura a rivelare “le cose come stanno” sulla “donna di oggi”, ovvero che “è cambiata profondamente” e, ca va sans dire, “in peggio”. Pensavo che certe Verità sulla Donna o l’Uomo di Oggi (anche detto “maschio moderno”, di cui l’autore – filosofo? sociologo?? politologo? – sembra saper tutto) si sentissero solo al Bar dello Sport, evidentemente mi sbagliavo.
    Mah…

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  12. Caro Marino, sinceramente il messaggio parodistico e liberatorio dell’articolo non mi era arrivato. Mi era solo sembrato scritto male e mi aveva suscitato un moto di sconforto, reazione peraltro mai insortami né leggendo Calvino né leggendo Biamonti.
    Evviva sarcasmo, ironia, parodia, divertimento, dissacrazione… se però a varie persone non arrivano, vuol dire che come minimo qualcosa non funziona nel testo. Non bastano le intenzioni dell’autore. O no?

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  13. Sono molto d’accordo sul fatto che tu sia libera di provare le emozioni che credi, Anna. Sui contenuti, qua e lá, nutro parecchie riserve anch’io.

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  14. Difendo, tornando al tuo commento
    7, la libertá anche di certe
    storpiature, quella crosta salata sotto cui a volte, dalle mie parti, si mettono le parole, e che certi editor raschiano via, mentre altri, con cui ho lavorato, lasciano intatta.

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  15. Caro Marino, guarda che in questo caso l’emozione di sconforto è stata mera conseguenza di un’impressione giudicante sulla qualità della scrittura (prima) e dei contenuti (poi).
    In un contesto come questo non sono certo importanti le emozioni, vi prego! Le mie emozioni le lascio ad altro/e/i. Ho solo giudicato molto male uno scritto.

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  16. La recensione, se è giusto definirla così, è brutta sotto tutti gli aspetti: tira in ballo autori e fiction che con B. non hanno niente a che vedere. Un miscuglio fra Il lupo e il filosofo e Michael Douglas non l’avevo mai letto. Incredibile. Incredibile. Incredibile cosa non si fa nel tentativo di portare acqua ai propri mulini.

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