Vivalascuola. La scuola che vorremmo

Tagli del personale, edifici fatiscenti, attrezzature che mancano, aule sovraffollate, incertezza delle norme: è la malascuola italiana. Tanto che con procedura inedita il Tar del Lazio commissaria il ministro Gelmini. Ma per non parlare solo di emergenze, vivalascuola è lieta di ospitare una proposta di tre persone di scuola, Adriana Agostinucci, Daniela Bertocchi e Franca Quartapelle: è un’occasione per discutere della “scuola che vorremmo”.

Una proposta per una scuola rinnovata
di Adriana Agostinucci, Daniela Bertocchi e Franca Quartapelle

I risultati dell’indagine internazionale PISA che, dal 2000, viene ripetuta ogni tre anni per verificare quali sono le competenze dei giovani a 15 anni (in molti paesi questa età coincide con la fine della scuola dell’obbligo) denunciano che la scuola italiana raggiunge risultati decisamente insoddisfacenti, in particolare nel Sud e nelle Isole. Nell’UE peggio dell’Italia si collocano solo la Bulgaria, la Grecia e il Portogallo.

D’altra parte in ripetute occasioni e in numerosi documenti è stata ribadita l’esigenza che la scuola riesca a formare cittadini competenti e capaci di muoversi in un mondo globalizzato. Valga per tutti il rapporto della Banca d’Italia su “I divari territoriali nella preparazione degli studenti italiani: evidenze dalle indagini nazionali e internazionali” che segnala la necessità di investire sulla scuola come condizione per avere un’economia competitiva a livello internazionale.

In Italia, dal 1968 in poi, ci sono stati numerosi tentativi di riforma e diverse sperimentazioni che hanno cercato di rispondere alle richieste della società civile:la riforma della scuola elementare, con i programmi del 1985 ha sortito buoni risultati, come appare anche da diverse indagini internazionali. Ma è comunque mancata una riforma complessiva che conducesse a una scuola realmente “nuova”. Perché è di questo che c’è bisogno. Infatti se la scuola pubblica nata nell’800 aveva lo scopo di garantire “l’acquisizione di nozioni astratte ad integrazione di una cultura pratica assimilata nella vita quotidiana al di fuori della scuola” (Libro Bianco,1995:29) e di creare identità nazionale, la scuola del nostro secolo si confronta con un mondo complesso e globale, in cui i giovani devono apprendere non solo a conoscere regole consolidate e a rispettarle, ma soprattutto a progettare il futuro e ad affrontare l’imprevisto. Perché si giunga a questo, è necessario che la scuola valorizzi anche l’apprendimento che si realizza al di fuori degli ambienti scolastici, il curricolo non formale e informale degli studenti, in particolare le conoscenze e le capacità d’uso dei linguaggi digitali e degli ambienti e situazioni tipiche del Web 2.0.

È ormai irrinunciabile che l’allievo venga istruito ed educato ad assumere responsabilità, dominare situazioni complesse, selezionare e correlare informazioni, elaborare il pensiero critico, decidere autonomamente e comunicare le proprie idee, utilizzando anche le tecnologie multimediali che la società mette a disposizione. Ciò comporta il superamento della pretesa della “vecchia scuola”di fornire una formazione specializzata e completa, attraverso percorsi uguali per tutti. La scuola di oggi deve soprattutto far sì che gli studenti apprendano ad apprendere e acquisiscano la consapevolezza che dovranno continuare ad apprendere per tutta la vita.

Per questo diventano centrali, ad ogni livello, l’apprendimento attivo e cooperativo, la flessibilità (con la composizione e scomposizione del gruppo classe), l’uscire sistematicamente dall’aula verso i laboratori, le biblioteche, le mediateche e soprattutto verso il territorio, vera palestra di conoscenza e progettualità, una certa autonomia dello studente nella composizione del proprio curricolo scolastico, aspetti che i recenti progetti di riforma Gelmini non contemplano.

Occorre una scuola che, certamente senza fare tabula rasa di una tradizione culturale importante, venga ripensata guardando al futuro, più che al passato.

Per una scuola di questo tipo occorrono adeguate risorse economiche e risorse umane formate e/o riqualificate. Occorrono puntuali verifiche e valutazioni di sistema, nonché di ogni istituzione scolastica, per far sì che le risorse siano efficacemente investite e non “spese” in modo routinario e poco incidente sui risultati.

Un sistema scolastico risulta efficace quando rende competitivo il paese sul piano della ricerca e dell’economia, ma anche quando promuove al meglio le sue giovani generazioni, così da contribuire positivamente a rimuovere gli ostacoli sociali che limitano le possibilità e il progetto di vita di molti cittadini.

Queste considerazioni ci hanno indotto a elaborare una proposta per una scuola rinnovata.

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La scuola che vorremmo

La scuola italiana ha le seguenti finalità

a. istruire ed educare tutte le persone residenti in Italia − stabilmente o temporaneamente − in modo da permettere loro sia di continuare gli studi a livello universitario sia di inserirsi con qualifiche adeguate nel mondo del lavoro italiano e europeo

b. integrare, in una scuola per tutti e per ognuno, persone di diverse etnie e culture e di diversi livelli di abilità

c. contribuire a ridurre le disuguaglianze sociali

d. favorire capacità di apprendimento e di adattamento ai cambiamenti della società anche dopo la conclusione dell’obbligo scolastico

e. orientare gli apprendenti perché facciano scelte consapevoli nel corso dei loro studi e nella vita.

Pensiamo ad una scuola che possa concretamente raggiungere queste finalità e ne tracciamo gli aspetti fondamentali in 33 punti.

1. La scuola pubblica è gratuita.

2. La scuola comprende tre anni di scuola dell’infanzia, 6 anni di scuola primaria e 6 anni di scuola secondaria.

3. Il diritto/obbligo di istruzione comprende 6 anni di scuola primaria e 4 di scuola secondaria.

4. La scuola primaria si compone di due bienni progressivamente articolati in aree pre-disciplinari e in un biennio in cui si realizza un’articolazione per discipline.

5. La scuola secondaria si articola in un biennio comune − con discipline obbligatorie e discipline opzionali scelte obbligatoriamente nell’ambito dell’offerta formativa delle singole scuole − e in un quadriennio articolato in non più di 20 indirizzi, impostati su curricoli flessibili che offrano discipline obbligatorie e discipline opzionali di indirizzo.

6. Nella scuola primaria l’orario scolastico è di 40 ore settimanali, salvo richiesta dei genitori di un orario ridotto a 30 ore settimanali. L’orario settimanale della scuola secondaria è di 36 ore e comprende lezioni, attività di laboratorio, tirocinio, stage. La ripartizione dell’orario nell’arco dell’anno e della settimana viene decisa a livello di istituto. Oltre l‘orario scolastico possono essere previste attività facoltative.

7. Le classi della scuola primaria sono composte da non più di 22 alunni e da non meno di 18, fatte salve le disposizioni relative ai portatori di handicap e agli istituti scolastici dei piccoli comuni. Nella scuola secondaria le classi del primo biennio sono composte da non più di 26 alunni, mentre le classi del secondo e del terzo biennio potranno essere composte da 28/30 alunni e non potranno scendere al di sotto di 20 alunni, fatte salve le disposizioni relative ai portatori di handicap.

8. Gli alunni che compongono i gruppi in corsi opzionali non sono inferiori a 20.

9. L’anno scolastico comprende non meno di 33 settimane di scuola.

10. Insegnanti, genitori e studenti partecipano alla vita della scuola attraverso rappresentanti da essi delegati negli organismi di gestione.

ARTICOLAZIONE DEI CONTENUTI DI ISTRUZIONE

11. L’istruzione primaria riguarda obbligatoriamente l’area linguistico-espressiva (lingua di istruzione, almeno una lingua europea, arte e musica), l’area storico-geografico-sociale e l’area scientifico-matematico-tecnologica, l’attività fisica e sportiva e prevede l’acquisizione di competenze digitali di base. Nell’ultimo biennio si realizza l’articolazione di queste aree in discipline. L’insegnamento della religione è opzionale, disciplinato dal concordato tra Stato e Chiesa, ed è alternativo a un insegnamento/laboratorio individuato dalle singole scuole.

12. Nell’istruzione secondaria vengono offerti insegnamenti, articolati in saperi disciplinari, che rappresentano i quattro assi culturali strategici:

– asse dei linguaggi (verbali e non verbali)

– asse matematico

– asse scientifico-tecnologico

– asse storico-sociale.

Nel primo biennio della scuola superiore gli insegnamenti caratterizzanti questi assi culturali sono obbligatori per almeno il 70% dell’orario scolastico. Per il restante 30% dell’orario agli studenti viene offerta la scelta tra più materie opzionali, che potranno sia rappresentare i possibili indirizzi sia avere carattere formativo generale.

L’indirizzo viene scelto nel secondo biennio.

Nel secondo e terzo biennio il 50% del tempo complessivo è dedicato alle materie di indirizzo e a quelle opzionali, con una flessibilità che adegui la scuola alle esigenze socioeconomiche del territorio. L’insegnamento della religione viene offerto tra le materie opzionali.

13. Durante il secondo biennio sono consentiti e agevolati passaggi da un indirizzo a un altro.

14. Alle singole discipline, sia obbligatorie sia opzionali, vengono assegnate non meno di due ore nel caso di insegnamenti che richiedano prestazioni solo orali, non meno di tre nel caso di insegnamenti che richiedano anche prestazioni scritte o pratiche.

15. A discrezione delle singole istituzioni scolastiche possono essere offerti corsi facoltativi o attività di vario genere, oltre l’orario scolastico, in base alle esigenze del territorio e alle richieste degli studenti.

16. Per tutto il corso di studi è obbligatorio lo studio della lingua e cultura italiana, di una lingua straniera, della matematica, di almeno una disciplina rappresentante l’area scientifico-tecnologica, anche sotto la forma di “scienze integrate”, e di una dell’area storico-sociale.

17. Nel periodo di istruzione obbligatoria è previsto lo studio di almeno due lingue straniere; la prima ha inizio a partire dalla prima classe della scuola primaria, la seconda nel quinto anno di scuola. Lo studio della prima lingua straniera si protrae per tutta l’istruzione obbligatoria. Lo studio della seconda lingua si protrae fino al termine della scuola secondaria. In alcuni indirizzi una terza lingua straniera viene offerta tra gli insegnamenti opzionali a partire dal secondo biennio della scuola secondaria.

18. Nella scuola secondaria una disciplina non linguistica viene insegnata in una lingua straniera per almeno un anno scolastico (CLIL) che però non può essere solo l’ultimo. Un insegnamento CLIL può essere offerto anche nella scuola primaria.

19. Gli studenti stranieri neoarrivati (cioè giunti in Italia da meno di due anni) sono inseriti nella classe corrispondente all’età anagrafica e contemporaneamente frequentano, in gruppi, moduli di insegnamento dell’Italiano L2, in orario sia curricolare (con esonero da alcune discipline) sia aggiuntivo, fino al raggiungimento di una conoscenza dell’italiano di livello A2 (cfr. Quadro comune europeo di riferimento per le lingue). I moduli di Italiano L2 sono tenuti da docenti specializzati in questo insegnamento.

20. Tutte le attività didattiche dovranno avvalersi degli strumenti che la tecnologia più attuale mette a disposizione

21. Gli esiti formativi attesi per le aree disciplinari o per le singole discipline, a seconda del grado di scuola, sono formulati a livello nazionale in termini di competenze e di saperi di base irrinunciabili. La specificazione di tali competenze si appoggia, se possibile, ai quadri di riferimento europei. o ad appositi descrittori formulati a livello nazionale.

VALUTAZIONE

22. La valutazione delle prestazioni degli studenti viene documentata con cadenza trimestrale o quadrimestrale, a seconda della decisione presa dalla singola istituzione scolastica, utilizzando una scala a 5 livelli (tre sufficienti e due insufficienti). Nella scuola primaria il giudizio (ottimo, buono, sufficiente, insufficiente, gravemente insufficiente) viene integrato da una concisa descrizione delle competenze. Nella scuola secondaria la valutazione numerica (voto) viene integrata da una breve descrizione del livello raggiunto. Vengono valutate tutte le discipline − obbligatorie, opzionali e facoltative − che compongono il curricolo del singolo studente.

23. Nella scuola primaria si attua una valutazione formativa, che prevede anche percorsi differenziati di eccellenza e di recupero. L’alunno può non essere ammesso alla classe successiva solo per gravi motivi a seguito di decisione collegiale dei docenti della classe.

24. Nella scuola secondaria il passaggio da una classe alla classe successiva avviene per decisione del consiglio di classe riunito in sede di scrutinio sulla base delle valutazioni riportate. Sono promossi alla classe successiva gli studenti che hanno conseguito la sufficienza in tutte le materie obbligatorie e opzionali e quelli che hanno insufficienze in non più di due materie, purché queste insufficienze non riguardino materie di indirizzo e la media dei voti raggiunga comunque la sufficienza. Della valutazione dei corsi e delle attività facoltative non si tiene conto per la promozione alla classe successiva.

25. Agli studenti che hanno difficoltà a raggiungere gli esiti formativi previsti per le relative classi viene offerta la possibilità di partecipare a corsi di sostegno e recupero durante l’anno scolastico.

26. Della valutazione delle singole materie sono responsabili i relativi docenti che si attengono alla descrizione dei livelli attesi.

27. Il comportamento dello studente, comprensivo della sua partecipazione alla vita della classe, viene giudicato dal consiglio di classe con eccellente − buono − accettabile − non accettabile, ma non gli si attribuiscono voti. Il giudizio di “non accettabile” non è compatibile con la promozione.

ESAMI DI STATO

28. L’istruzione obbligatoria si conclude superando un esame di stato di fronte a una commissione composta da docenti interni ed esterni. A chi non affronta o non supera l’esame al sedicesimo anno di età, ma ha frequentato la scuola per dieci anni e non intende ripetere l’esame, viene rilasciato un attestato di adempimento dell’obbligo scolastico spendibile in corsi di formazione professionale e comunque nell’apprendimento permanente.

29. La scuola secondaria superiore si conclude superando un esame di stato di fronte a una commissione composta da commissari esterni integrata da un commissario interno.

30. Sono ammessi agli esami di stato tutti gli studenti che abbiano regolarmente frequentato la scuola e allievi esterni che ne facciano domanda.

31. Le prove dell’esame che conclude l’istruzione obbligatoria consistono in

a. un elaborato scritto nella lingua di istruzione

b. prove strutturate o semistrutturate di lettura nella lingua di istruzione e di matematica

c. una prova scritta a formato aperto in una delle due lingue straniere, a scelta del candidato

d. una prova sulle materie di indirizzo seguite dal candidato

e. un colloquio su

– un argomento a scelta del candidato

– un argomento proposto dalla commissione all’interno delle discipline oggetto di studio

– un argomento che possa svolgersi nella lingua straniera che non è stata oggetto della prova scritta.

Le prove di lettura e matematica (b) vengono stabilite a livello nazionale, le altre prove vengono formulate all’interno della singola istituzione scolastica e sono uguali per i candidati di tutti i corsi.

Per gli alunni portatori di handicap e gli stranieri neo arrivati (da meno di due anni) tutte le prove possono essere adattate dal consiglio di classe.

32. Le prove dell’esame che conclude l’istruzione secondaria consistono in

a. un elaborato scritto nella lingua di istruzione

b. una prova scritta di matematica

c. una prova scritta in una materia caratterizzante l’indirizzo

d. una prova scritta strutturata o semistrutturata che verta sugli apprendimenti delle discipline obbligatorie e opzionali

e. un colloquio su

– un argomento a scelta del candidato

– un argomento proposto dalla commissione all’interno delle discipline che compongono il curricolo del candidato

– un argomento che possa svolgersi in lingua straniera.

Le prove scritte di italiano e matematica e quella caratterizzante l’indirizzo sono centralizzate, elaborate da un istituto di valutazione indipendente, mentre la prova scritta a formato chiuso viene formulata dalla commissione

33. Per la valutazione degli esami di stato, sia quello a conclusione dell’istruzione obbligatoria sia quello a conclusione della scuola secondaria, si applicano gli stessi criteri che si applicano per la promozione/non promozione a conclusione degli anni scolastici precedenti.

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Sugli stessi temi a breve un convegno qui

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Un appello di docenti per la scuola pubblica.

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Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

La mappa della protesta qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

8 pensieri su “Vivalascuola. La scuola che vorremmo

  1. La rileggerò con calma. Le prime considerazioni che mi vengono sono:
    1) questo spezzettamento della formazione secondaria è, di fatto, l’abolizione dei licei (classico e scientifico) che sono le palestre per formare la futura classe dirigente. Non mi trova d’accordo. E’ una formazione che funziona e che ci copiano: perché dobbiamo smontarla?
    2) allo stesso modo, la pretesa di inserire tutti in un bienno “egualitario”, in sostituzione dell’attuale media primaria, posticipa, apparentemente e col biennio successivo, la scelta dell’indirizzo finale, ma toglie un anno al percorso formativo secondario, avvicinando la scuola italiana a modelli esteri ad alta specializzazione verticale che non sono così buoni come sembra. Sono modelli ai quali supplisce, in parte, una formazione Universitaria d’elite, che in Italia semplicemente non esiste (tranne Bocconi, Luiss e Normale) e copre una parte minima della formazione universitaria.
    3) 40 ore a scuola nella primaria, sono un incubo. Così come le 36 ore nella secondaria: in pratica si incanalano i bimbi e i ragazzi, da subito, all’interno di ritmi lavorativi, impedendogli, di fatto, di vivere la loro età che, al di là della formazione, è anche e soprattutto gioco. Un gioco che non può e non deve essere gestito dalla scuola.

    Letta così mi pare una prosposta che presenta uno schema costruito per collocare tutti i docenti attuali, più che per favorire la formazione degli studenti.

    Blackjack.

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  2. Non ho nulla da condividere con la Gelmini e coi suoi controriformoni, ma sostenere che la SCUOLA ITALIANA abbia ancora bisogno di “uscire dall’aula” mi pare paradossale. E’ il ritorno del rimosso berlingueriano, il doppio oscuro della famigerata autonomia, in nome della quale si sono spezzettati curricola e calpestati standard statali, tradizioni culturali e quel minimo di selezione che caratterizzava ancora la nostra scuola. Non solo si è già da tempo usciti dall’aula, ma possiamo dire che si è già usciti dalla scuola tout court. Non si tratta come si è detto di una scuola “reale”, si tratta di una scuola sfasciata e basta. A chi serviva il contatto col territorio, alla scuola, agli studenti, alla cultura, oppure a finanziare centri per l’impiego, corsi FSE, o quelli per il patentino? L’idea del territorio e della sua apertura culturale e formativa, idea quanto mai vincente ed euristica in sé, in mano ai trafficoni degli enti locali e ai dirigenti, diventa quel papocchio indegno che tutti conosciamo. Col risultato che la scuola, abdicando alla sua funzione conoscitiva e culturale, si trasforma in una sorta di soppalco-parcheggio per tutti (ragazzi, laureati disoccupati, precari, impiegati, videoterminalisti, applicati di segreteria, e ovvio, “formatori”) . Con tanto di iperfetazione di corsi corsini, corsetti e indirizzi e certificazione di competenze. Se il futuro ha questa faccia non voglio vederlo

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  3. la debolezza di questa proposta non risiede in nessuno dei singoli punti elencati, in sè condivisibili, ma nella idealistica premessa:

    È ormai irrinunciabile che l’allievo venga istruito ed educato ad assumere responsabilità, dominare situazioni complesse, selezionare e correlare informazioni, elaborare il pensiero critico, decidere autonomamente e comunicare le proprie idee, utilizzando anche le tecnologie multimediali che la società mette a disposizione. Ciò comporta il superamento della pretesa della “vecchia scuola”di fornire una formazione specializzata e completa, attraverso percorsi uguali per tutti. La scuola di oggi deve soprattutto far sì che gli studenti apprendano ad apprendere e acquisiscano la consapevolezza che dovranno continuare ad apprendere per tutta la vita.
    e nella conclusione, concordo con alex, fuorviante:
    Per questo diventano centrali, ad ogni livello, l’apprendimento attivo e cooperativo, la flessibilità (con la composizione e scomposizione del gruppo classe), l’uscire sistematicamente dall’aula verso i laboratori, le biblioteche, le mediateche e soprattutto verso il territorio, vera palestra di conoscenza e progettualità, una certa autonomia dello studente nella composizione del proprio curricolo scolastico, aspetti che i recenti progetti di riforma Gelmini non contemplano.
    la premessa è idealistica e insieme non nuova perché sono ventisei anni che insegno e questo lo scrivevo nei miei primi piani di lavoro. in seguito ho progressivamente defalcato dagli obiettivi e dalle finalità molta chiacchiera docimologica, molto didattichese, mai veramente compreso, per puntare a obiettivi praticabili pur nell’estrema strenua difesa della tradizione culturale del nostro paese. credo che la scuola abbia sempre insegnato ad apprendere per la vita: la buona scuola, i buoni insegnanti appassionati hanno sempre insegnato ad apprendere. tutto il resto: riforme, berlinguer, gelmini e altri non potranno mai garantirsi quella qualità che non c’è e non ci sarà mai senza passione. tutto quello che spezzetta, interrompe, si pone in mezzo tra il docere e il discere (io so una cosa e te la passo: fidati!), per quanto ho potuto vedere è andato nella direzione dell’usa e getta, del compri tre e paghi uno, del facile è meglio, come, del resto, in quasi tutti gli ambiti della vita “di fuori”. io concepisco la scuola come un luogo “a parte”, come una palestra, un laboratorio, un portico, in cui fare fatica, sperimentare, persino dialogare passeggiando. un luogo in cui stare molte ore, in cui l’insegnante viene sfruttato veramente dagli studenti che lo pressano per sapere per conoscere per crescere. per una scuola così qualunque curriculum va bene: ne basterebbe anche uno solo: leggere parlare scrivere far di conto a livelli di complessità sempre maggiore (leggere parlare e scrivere almeno due lingue straniere, oltre l’italiano, che, attenzione, sta versando in L2 ma non per la presenza di stranieri). parlare, scrivere: di filosofia, di arte, di musica: perché no? di cucina. certo, insegnamenti opzionali, classi che si ricompongono, ma…
    ma non la conclusione dell’apertura al territorio. odiosa espressione anni settanta (a livello, nella misura in cui l’apertura al territorio…) ha mostrato di essere la piaga depistante, impoverente lamentata da alex (corsi corsini corsetti).
    tutto bene, va tutto benissimo: purché lasciamo gli studenti e la scuola agli insegnanti. insegnanti laureati a pieni voti, scelti mediante concorso successivo a due anni almeno di praticandato in una scuola che gli offre come supporto una commissione di saggi nella sua disciplina (a meno che non vinca l’idea che la scuola è mediocrità sempre e comunque, vi assicuro che ci si può fidare di chi ha cinquant’anni e non si è rink…del tutto: per esperienza, cultura, risultati operativi. credo che dopo venti e passa anni di insegnamento s’abbia qualcosa da insegnare a chi vuole insegnare).
    io vedo la cosa molto più semplice di quanto la si faccia. vedo la perla sotto l’incrostazione di troppi anni di furbate, di chiacchiere, di ssis.
    il vero problema è rappresentato dall’intenzione di devastare ulteriormente una città già ampiamente saccheggiata per trarne le ultime assi di legno, le ultime monete abbandonate, i pochi abiti stracciati, qualche alimento in decomposizione e venderlo. la buona scuola non si fa con la rivisitazione continua e costante dei curricola (e intanto gentile ha imperversato indisturbato dal ’23 ad oggi, per aggiunzione pletorica di corsi corsini corsetti). e non si fa con le briciole di bilancio e a colpi di bru(ne)ttate.
    la scuola che vorrei: si chiama skolé, il luogo in cui si sta bene. si fanno poche cose intelligenti, che nulla hanno a che fare con il fuori. da una scuola così escono individui, a diversi livelli, capaci di stare fuori, di imparare per sempre, di dialogare, di tollerare e di farsi accettare, rispettosi dell’altrui e amanti di ciò che è di tutti, curiosi, capaci di staccarsi abbastanza presto da madre e padre e di volare.

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  4. Innanzitutto grazie a chi è intervenuto, e grazie ad Adriana Agostinucci, Daniela Bertocchi e Franca Quartapelle per averci offerto con il loro testo questa possibilità di confronto.

    E’ evidente che chi lavora nella scuola è stufo di burocrazia e didattichese da una parte, sempre in crescita nonostante le dichiarazioni d’intenti parlino di semplificazione; dall’altra dall’invasione della scuola da parte di enti a essa esterni a cui sono dati in appalto compiti e servizi a volte anche di stretta pertinenza della didattica, con finanziamenti pubblici di tutti i tipi, da quelli del consiglio di zona a quelli dell’Unione Europea, con il risultato di moltiplicare corsi corsini corsetti. A volte la motivazione è che dall’esterno arriva uno specialista (in certi casi può succedere che ce ne sia bisogno: ad esempio nel caso della testimonianza di un ex deportato); a volte la motivazione è che la scuola non ha risorse sufficienti: e allora, dico io, che gli enti pubblici diano le risorse alle scuole anziché ad altri enti.

    E’ altrettanto evidente la necessità di tornare alla centralità del rapporto docente-discente. E su ambedue queste cose concordo con Alex e Lucy.

    E’ vero però che ipotizzare “la scuola che vorremmo” è un esercizio che a volte capita di fare. Ad esempio, proprio ieri ho avuto con particolare tempismo la notizia di un convegno a Genova su “La scuola che vogliamo”:

    http://precariliguria.blog.kataweb.it/

    Entrando allora nel merito di alcune questioni poste: è vero, Lucy, che di territorio, nuove tecnologie, laboratori e simili si parla da decenni… il problema è che rimangono sulla carta: quanti sono, ad esempio, i licei classici o anche scientifici che ne fanno uso abitualmente? Io non ne conosco nessuno. Certo, per insegnare basta un maestro e degli studenti, ma in una idea di scuola è meglio scriverlo oppure no, che sarebbe bene che ci fossero anche laboratori e nuove tecnologie? Poiché per il loro costo averli o no dipende dallo stato e non dai singoli insegnanti…

    Ugualmente rimangono sulla carta tante altre cose: l’ora alternativa alla religione, ad esempio: dove viene più praticata? In quante scuole? E la gratuità della scuola dell’obbligo: è già prevista, ma dove è praticata?

    Invece mi sembra una cosa nuova, o meglio una esplicitazione necessaria in questi tempi, dire, tanto per fare qualche esempio, che la scuola italiana deve “istruire ed educare tutte le persone residenti in Italia − stabilmente o temporaneamente” e che deve “integrare, in una scuola per tutti e per ognuno, persone di diverse etnie e culture e di diversi livelli di abilità”: trovare queste parole scritte su una legge mi farebbe molto piacere.

    Una mia osservazione allora è questa: si tratta di capire come fare in modo che certe affermazioni di principio, sia queste nuove sia altre che sentiamo fare da sempre, diventino realtà e non rimangano idealistiche.

    Ci sono tante cose di cui sarebbe necessario parlare, tanti aspetti concreti della vita della scuola. Faccio solo un esempio non secondario, il numero di studenti per classe: la Gelmini dice di formare classi composte da un minimo di 27 a un massimo di 33 studenti, con deroghe disastrose di cui sono piene le pagine dei giornali. La proposta qui presentata dice da 22 a 30 (alle superiori). Se devo parlare di come vorrei la scuola, io dico che vorrei una scuola dove si lavorasse per gruppi più piccoli, dove 22 fosse il numero massimo… E lo dico per esperienza diretta.

    L’esperienza, appunto. A mio parere la vera riforma della scuola è quella che faranno giorno per giorno gli insegnanti, dal di dentro, passo dopo passo, insieme alle altre componenti della scuola… anche se questo non è facile: richiede recupero delle motivazioni ecc. ecc.

    Mi pare inevitabile però che alcune cose che riguardano l’amministrazione dello stato, per quanto del funzionamento della scuola riguarda appunto l’amministrazione dello stato (questioni di edifici, strutture, personale, stipendi, costi, ordinamenti ecc.) sia in qualche modo previsto da disposizioni dello stato. Quindi io entrerei maggiormente nel merito della proposta di Adriana Agostinucci, Daniela Bertocchi e Franca Quartapelle.

    Nel fare questo, concludendo, se si tratta di disegnare la scuola che vorremmo, sarebbe bene lasciarci andare a rischiare di più nell’esplicitazione dei desideri e delle necessità, sperando in questo modo di iniziare davvero un cammino verso la “scuola che vorremmo”.

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  5. C’è un aspetto della proposta Agostinucci-Bertocchi-Quartapelle che vale forse la pena di commentare, ed è la profonda trasformazione di quello che, a mio parere, è un po’ l’anello debole del ciclo scolastico italiano: la scuola secondaria di primo grado, ancora meglio conosciuta come scuola media.
    Se ho capito bene, la proposta prevede sei anni di scuola primaria (con ingresso a sei o sette anni) dopo tre anni di scuola di infanzia, e sei di scuola secondaria (oggi superiore), con uscita a diciotto o, come ora, a diciannove anni. Quindi si disegna una struttura di due ordini di scuole, con il biennio conclusivo della scuola primaria articolato in base alle discipline curricolari, e con il biennio iniziale della scuola secondaria comune in vista della scelta degli indirizzi (o assi culturali strategici, come sono chiamati nella proposta).
    Sulla struttura della scuola secondaria, mi pare che ogni riforma, proposta o decretata, sia in fin dei conti un lavoro di bricolage e di continuo assemblaggio e riassemblaggio dei contenuti disciplinari, nello sforzo sisifeo di rincorrere formazioni professionali spendibili nel mercato del lavoro, che cambia sempre, o preparare ai test di ingresso universitario.
    La scuola media ha visto relativamente intoccata negli ultimi decenni la sua proposta formativa, salvo ridurre o eliminare il latino (che era facoltativo) e inserire programmi addizionali di laboratori di lingue, o la sperimentazione musicale. Oggi la scuola media ha perso il suo carattere di termine del percorso formativo di base ed è una scuola senza un’identità, troppo breve per permettere un approfondito rapporto docente-discente, in cui gli studenti sono (forse “antropologicamente”) diversi dagli studenti medi per cui era stata pensata, e spesso è un luogo di tensioni che fuoriescono dagli ambiti familiari, e si intrecciano con problemi di accoglimento, di comunicazione, di inserimento, a tanti livelli. Ecco che gli insegnanti molto spesso si devono trasformare in assistenti sociali, in terapeuti, in psicologi, e molto spesso la trasmissione di conoscenze (e di competenze di base linguistiche, matematiche, scientifiche) diventa una pia speranza.
    Credo che ogni discussione sul futuro della scuola debba considerare la profonda frustrazione degli insegnanti della scuola media.
    Ecco, a una prima lettura questo è quello che mi ha colpito della proposta Agostinucci-Bertocchi-Quartapelle. Sono d’accordo con le considerazioni degli interventi precedenti, anche se mi pare che questa proposta, necessariamente generica e schematica, voglia presentare innanzitutto un quadro formativo coerente e unitario.

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  6. sì, giorgio, la questione del numero degli studenti è fondamentale. però, chissà perché, si va in direzione opposta e non da adesso, ma da anni. perché arrivare in quinta con 20 studenti su ventotto-trenta e oltre della prima? non sarebbe meglio partire con venti e aiutare tutti a farcela, salvo rarissimi casi? in una classe di venti studenti si macina una montagna di lavoro, si possono far parlare a lungo tutti, si possono organizzare corsi di recupero a piccoli gruppi in orario curricolare con uno studente più bravo come responsabile del gruppo (già fatto e con risultati migliori che non nei papocchi pomeridiani). quando arrivano in quinta si smette l’abito dell’interrogazione, più o meno tutti si sono abituati a dialogare fuori dagli schemi, ci si divide il lavoro, il gap tra insegnante e allievi si accorcia, la relazione è individuale, si sanno un mucchio di cose extra degli alunni e loro di noi. come si fa a dialogare con dieci studenti in più? con il 33% in più di compiti, verifiche e casino? il timido, il pigro si acquattano, sfuggono. ce la fanno i più forti, i più “in avanti”. gli altri vivacchiano, convincendosi che tutto è una fregatura o che non ne vale la pena. escono con voti mediocri, hanno prodotto mediocremente, dato qualche grattacapo, avranno sempre l’aria di non essere stati mai veramente a scuola, diranno in giro con sorrisetti amari che loro a scuola non combinavano un piffero, che gli insegnanti erano degli stronzi. se appaio stronza ad uno studente su venti ho tutto il tempo di accorgermene, riflettere, trovare il lembo al quale farlo aggrappare, parlargli, e infine dargli seriamente una mano. credo che si voglia una scuola darwinista, in cui l’insegnante funzioni da agente atmosferico, da ecosistema avverso, cosicché ce la facciano solo gli individui più dotati. come certi vincenti stronzi che sappiamo.

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  7. Salve a tutti,

    ho letto la proposta di scuola ideale e poi i conseguenti commenti.
    Come da un po’ di tempo a questa parte, mi trovo perfettamente d’accordo con Lucy nei suoi due interventi, quindi non la meno per le lunghe e passo a ciò che nello specifico reputo poco vicino alla scuola che vorrei io.
    Fatto salvo il riferimento all’italiano L2 e alla necessità che ci siano dei docenti specializzati in questo, più o meno non ho visto grandi differenze con la scuola di ora, soprattutto nella sostanza delle superiori.
    Ciò che invece mi ha colpito – come dice anche Giorgio – è stato l’elevato numero di studenti nella secondaria, e in aggiunta le 36 ore di lezione.
    Ventotto o trenta alunni come media è un suicidio psicologico e didattico, lo dico da insegnante di liceo, e i licei non sono tutti uguali: dal classico alle scienze sociali la musica cambia e cambia assai, figuriamoci tutti questi alunni in un professionale, tra ripetenti, disagiati, discapacitati, stranieri.
    Quest’anno mi trovo a lavorare con portatori di handicap e stranieri nella stessa classe, non ci sono abituato, e siamo in 16: qualcosa riusciamo a portare avanti con buon senso, non so cosa succederebbe se il numero di alunni fosse raddoppiato.
    Il mio mitico professore di letteratura latina all’università amava ripetere che se fosse stato per lui avrebbe fatto lezione in uno sgabuzzino, nel quale sarebbero potute entrare si e no dieci persone. Così magari è esagerato, ma al massimo io porterei le classi a 20 alunni: ciò significherebbe il fare lezione e non l’arabattarsi o il tirare a campare.
    Anche perchè – e qui mi avvicino alle 36 ore di cui sopra – di attività se ne fanno già troppe, da 1 mese non vedo mai una classe: messe, conferenze, accoglienze, scioperi e assemblee.
    Trentasei ore, spalmate su 6 gg, significa 6 ore al giorno, e parlo di ore da 60 minuti, non quella porcata da 50, che poi diventano 30 con il cambio dell’ora, il caffè della macchinetta, il collega che ti ferma per il corridoio, la compilazione del registro di classe, la conta degli assenti, la lotta contro chi si giustifica per l’interrogazione, il cicchetto a chi s’è dimenticato il quaderno.
    Trentasei ore significa indicativamente 2 rientri pomeridiani di 3 ore ciascuno, cosa che già molti studenti fanno, perchè spesso i nostri buoni DS non si limitano a romperci l’anima il mattino con 2000 progetti inutili, ma aggiungono corsi pomeridiani di decoupage, cinese, scacchi, pallacorda, scarto delle caramelle.
    Quando lavoravo in Spagna, la mattina si stava a scuola 7 ore, con 2 intervalli, per avere il sabato libero. Si faticava, i ragazzi soprattutto, però almeno c’era la motivazione del sabato libero.

    Io invece proporrei qualcosa per i docenti, qualcosa che rendicontasse – in maniera non becera e totalitarista – il loro lavoro, che li facesse entrare in classe. Togliamo le porte alle aule, facciamo sì che le persone non si nascondano dal mondo: i ragazzi potrebbero respirare di più, i docenti, nel timore di essere beccati a leggere il giornale, farebbero lezione.
    Un pensiero sul reclutamento degli insegnanti, sulla scorta di quanto espresso da Lucy: anch’io reputo che solo sul campo si possano imparare i segreti del mestiere, ma è anche vero che ci vuole personalità e carisma.
    Test psicoattitudinali seri, filtri di tipo psicologico, basta con il sapere enciclopedico montato su dei perfetti disadattati sociali, davanti ci sono degli adolescenti, mica degli universitari.

    Infine, al punto 5 della “scuola ideale”, si parla di flessibilità dei curricoli: ricordo che stiamo parlando di adolescenti, mica di studenti universitari.
    Molti degli alunni dei licei hanno subito la scelta della scuola che frequentano su pressione dei loro genitori: quante volte vi è capitato di trovare in classe il figlio del farmacista o dell’avvocato del paese, assolutamente inadatto a fare il liceo ma obbligato dal blasone familiare?
    Figuriamoci avere la capacità di scegliersi i curricoli, districarsi tra discipline opzionali, capire cosa si vuole dalla vita.
    Io ritengo che il sistema liceale nello specifico vada sì modificato, ma di pochissimo, smussando qua e là piccole attuali incongruenze, radicalizzando ancora di più taluni aspetti di indirizzo (ex: al classico si dovrebbero fare più ore di storia dell’arte).
    Per il resto, a me la scuola di quando andavo a scuola piaceva (ho 32 anni): chiara, corretta, essenziale, seriosa (e anche un po’ musona). E i docenti dell’università ringraziavano.

    Un saluto a tutti e a presto
    F.

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