Rimbaud, la gioia della libertà degli altri

Arthur Rimbaud, Charleville, 20 ottobre 1854, Marsiglia, 10 novembre 1891
oggi compie 155 anni

di René Char

RimbaudCon Rimbaud la poesia ha cessato di essere un genere letterario, una competizione. Prima di lui, Eraclito e un pittore, Georges de La Tour, avevano costruito e mostrato quale Casa tra tutte l’uomo doveva abitare: dimora per l’ispirazione e nello stesso tempo per la meditazione. Baudelaire è il genio più umano di tutta la civiltà cristiana. Il suo canto incarna quest’ultima nella sua coscienza, nella sua gloria, nel suo rimorso, nella sua maledizione, nell’istante della sua decollazione, della sua detestazione, della sua apocalissi. “ I poeti, scrive Holderlin, si rivelano per la maggior parte all’inizio e alla fine di un’era. E’ con i canti che i popoli lasciano il cielo della loro infanzia per entrare nella vita attiva, nel regno della civiltà. E’ con i canti che ritornano alla vita primitiva. L’arte è la transizione dalla natura alla civiltà, e dalla civiltà alla natura”.
Rimbaud è il primo poeta di una civiltà non ancora apparsa, civiltà i cui orizzonti e le cui pareti non sono che paglie furiose. Per parafrasare Maurice Blanchot, ecco un’esperienza della totalità, fondata nel futuro, espiata nel presente, che non ha altra autorità se non la sua. Ma se sapessi che cos’è Rimbaud per me, saprei cos’è la poesia davanti a me, e non dovrei più scriverla…

Lo strumento poetico inventato da Rimbaud è forse la sola replica dell’Occidente gremito, contento di sé, barbaro poi senza forza, che ha perso perfino l’istinto di conservazione e il desiderio della bellezza, alle tradizioni e alle pratiche sacre dell’Oriente e delle religioni antiche e come anche alle magie dei popoli primitivi. Questo strumento, di cui disponiamo, sarebbe forse la nostra ultima possibilità di ritrovare i poteri perduti? Di eguagliare gli Egizi, i Cretesi, i Dogon, i Maddaleni? Questa speranza di ritorno è la peggiore perversione della cultura occidentale, la sua più folle aberrazione. Volendo risalire alle origini e rigenerarsi, non si fa che aggravare l’anchilosi, che precipitare la caduta e punire assurdamente il proprio sangue. Rimbaud aveva provato e respinto questa tentazione: “Bisogna essere assolutamente moderni: tenere il passo raggiunto”. La poesia moderna ha un retroterra di cui solo la recinzione è oscura. Nessuna bandiera sventola a lungo su questa banchisa che, secondo il suo capriccio, si dà a noi e si riprende. Ma indica ai nostri occhi il lampo e le sue risorse vergini. Alcuni pensano: “E’ ben poco! E come distinguere ciò che succede lì sotto?”. Quei pignoli avrebbero pensato di tagliare un silice, ventimila anni fa?

Rimbaud fuggendo situa indifferentemente la sua età dell’oro nel passato e nel futuro. Non si stabilisce. Non fa sorgere un altro tempo, sulla modalità della nostalgia o quella del desiderio, se non per abbatterlo subito e ritornare al presente, questo bersaglio del centro sempre affamato di proiettili, questo porto naturale di tutte le partenze. Ma dall’al di qua all’al di là, lo scatto è straordinario. Rimbaud ce ne fornisce la relazione. Nel movimento di una dialettica ultra rapida, ma così perfetta che non genera panico, ma un vortice assestato e preciso che porta con sé ogni cosa, inserendo la sua carica di tempo puro in un divenire, ci trascina, ci sottomette, consenzienti.

In Rimbaud, la dizione precede di un addio la contraddizione. La sua scoperta, la sua data incendiaria, è la rapidità. Lo zelo della sua parola, la sua estensione sposano e coprono una superficie che il verbo fino a lui non aveva mai raggiunto né occupato. In poesia, non si abita che il luogo che si lascia, non si crea che l’opera da cui ci si distacca, non si ottiene la durata che distruggendo il tempo. Ma tutto ciò che si ottiene con rottura, distacco e negazione, non lo si ottiene che per gli altri. La prigione si richiude subito sull’evaso. Il liberatore è libero solo negli altri. Il poeta gioisce solo della libertà degli altri.

All’interno di una poesia di Rimbaud, ogni strofa, ogni versetto, ogni frase vive di una vita poeticamente autonoma. Nella poesia Genio, egli si è descritto come in nessun’altra poesia. Congedandosi da noi, infatti, conclude. Come Nietzche, come Lautrémont, dopo aver preteso tutto da noi, ci chiede di “respingerlo”. Ultima e essenziale esigenza. Lui, che non si è soddisfatto di niente, come potremmo essere soddisfatti di lui? Il suo cammino conosce un solo termine : la morte, che non è un grande affare, se non da questa parte. Lo raccoglierà dopo sofferenze fisiche incredibili quanto le illuminazioni della sua adolescenza. Ma la sua rude madre non l’aveva messo al mondo in una culla tracotante circondata da vigili simili a viperotti avidi di calore? Si erano impadroniti così bene di lui che lo accompagnarono fino alla fine, lasciandolo soltanto sul suolo della sua tomba.

Genio
di Arthur Rimbaud
(Traduzione di Ivos Margoni)

RIMBAU~1Egli è l’affetto e il presente perché ha aperto la casa all’inverno schiumoso e al rumore dell’estate, lui che ha purificato i cibi e le bevande, lui che è il fascino dei luoghi fuggenti e la sovrumana delizia delle soste. Egli è l’affetto e l’avvenire, la forza e l’amore che noi, in piedi nella rabbia e nella noia, vediamo passare nel cielo di tempesta e nelle bandiere di estasi.
Egli è l’amore, misura perfetta e riscoperta, ragione meravigliosa e imprevista, e l’eternità: macchina amata dalle qualità fatali. In noi tutti c’è stato lo spavento della sua concessione e della nostra: o godimento della nostra salute, slancio delle nostre facoltà, affetto egoista e passione per lui, lui che ci ama per la sua vita infinita…
E noi ce lo ricordiamo ed egli viaggia… E se l’adorazione se ne va, risuona, la sua promessa risuona: “Via queste superstizioni, questi antichi corpi, queste coppie e queste età. E’ la nostra epoca che è naufragata!”
Egli non se ne andrà, non ridiscenderà da un cielo, non compirà la redenzione delle collere delle donne e delle allegrie degli uomini e di tutto questo peccato: è cosa fatta, poiché egli è, ed è amato.
Oh, il suo respiro, le sue teste, le sue corse; la terribile celerità della perfezione delle forme e dell’azione.
Oh, fecondità dello spirito e immensità dell’universo!
Il suo corpo! La liberazione sognata, lo spezzarsi della grazia pervasa di nuova violenza!
La sua vista, la sua vista! tutte le antiche genuflessioni e le pene riscattate sui suoi passi.
Il suo giorno! l’abolizione di tutte le sofferenze sonore e mobili nella musica più intensa.
Il suo passo! le migrazioni più enormi delle invasioni antiche.
O lui e noi! l’orgoglio più benevolo della carità perduta.
Oh, mondo! e il canto chiaro delle nuove sventure!
Egli ci ha conosciuti tutti e ci ha amati tutti. Sappiamo, questa notte d’inverno, da promontorio a promontorio, dal polo tumultuoso al castello, dalla folla alla spiaggia, di sguardo in sguardo, con le forze e i sentimenti spossati, chiamarlo e vederlo, e di nuovo mandarlo via, e sotto le maree e da sopra i deserti di neve, seguire i suoi sguardi, il suo respiro, il suo corpo, la sua luce.

(A cura di Loris Pattuelli)

11 pensieri su “Rimbaud, la gioia della libertà degli altri

  1. Il testo di Char su Rimbaud contiene in sé, se letto con la dovuta penetrazione, tutte le questioni fondamentali che attanagliano il mondo poetico contemporaneo, e anche alcune risposte, alcune vie di uscita.

    Tutto si concentra già nella prima riga: la poesia non è più un genere letterario.
    Rispondere alla domanda: ma allora che cosa diventa? significa voltare pagina alla storia del mondo.

    Grazie. Marco Guzzi

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  2. Provo a rispondere io, scusandomi in anticipo per le divagazioni. “Se sapessi che cos’è Rimbaud per me, saprei cos’è la poesia davanti a me e non dovrei più scriverla…”. Questo lo ha detto René Char. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. A me piace pensare che Rimbaud avrebbe fatto esattamente tutto quello che ha fatto René Char. Non so se la cosa possa avere un qualche senso, ma io oggi questo dico. E se invece avesse fatto esattamente tutto quello che ha fatto Robert Walser? Non mi stupirei, non mi stupirei proprio, anche se mi sembra che l’ipotesi sia alquanto improbabile. Da adolescente io mi divertivo a mischiare Rimbaud con Jimi Hendrix. Azzardo ben temperato, addirittura auspicabile, se non fosse che adesso me lo ritrovo a volare tra i carnets di Joubert e i paesaggi immaginari di John Cage. Certo che “se sapessi che cos’è Rimbaud per me, saprei che cos’è la poesia davanti a me, e non dovrei più scriverla…”. Chiudo con due citazioni perfettamente sferiche, anzi no, direi piuttosto oblique ed iridescenti:
    Ho come la sensazione che al giorno d’oggi non si abbia “proprio più”, o forse, per dirla meglio, “non ancora” il diritto di comportarsi e di esprimersi “poeticamente.
    Robert Walser
    Siamo avvertiti: al di fuori della poesia, tra il nostro piede e la pietra che calpesta, tra il nostro sguardo e il campo percorso, il mondo è inesistente. La vera vita, il colosso innegabile, non si forma che in seno alla poesia. Tuttavia l’uomo non ha la sovranità (o non ha più, o non ha ancora) di disporre a sua discrezione di questa vera vita, di fertilizzarsi lì, salvo che per brevi lampi che assomigliano a degli orgasmi. E nelle tenebre che li seguono, grazie alla conoscenza che quei lampi hanno portato, il Tempo, tra il vuoto orribile che trasuda e una speranza-presentimento che dipende solo da noi, e non è che il prossimo stato di poesia estrema e di veggenza che si annuncia, il Tempo si dividerà, trascorrerà, ma a nostro profitto, metà giardino, metà deserto.
    René Char

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  3. una splendida *evocazione*, nell’abbattimento dell’io come dell’altro lungo il lampo della poesia, un abbraccio forte a Jean Nicolas..

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  4. passavo di qui per caso e ho scoperto questo sito, e proprio oggi questo articolo…
    anche io festeggio sempre questo giorno, da 25 anni. però penso che di tutto questo lui si sarebbe fatto due risate. del resto, la risposta l’ha data con la sua stessa vita, quando ha capito presto che tutto era soltanto letteratura e se n’è andato.

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  5. L’analisi di Char è perfetta, specie quando punta il dito sulla velocità di Rimbaud, che è ancor più stupefacente della precocità. Il grande interrogativo che Rimbaud si lascia alle spalle è quello della “necessità” del silenzio: quando si diviene così COMPIUTAMENTE poeti OCCORRE tacere? E se questo è vero, esiste un silenzio creativo al di là della poesia? O la poesia tende, raggiunta la perfezione, all’autodistruzione?
    NB: adoro GENIO, e lo considero in assoluto il più bel brano di Rimbaud, intriso d’un autentico afflato mistico; è il brano di un profeta.

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  6. Splendido. E se è con i canti che i popoli lasciano i cieli della propria infanzia per entrare nella vita attiva, che la vita ci sia propizia.
    Totto il testo è perfettamente attuale, anzi contemporaneo. Maria Pia Q.

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  7. Totto era un alleggerimento di quell’altro suppongo, essendo il TUTTO una “santità de santi padri”, come direbbe Rosselli, insostenibile..(son carini i lapsus).. MPia Q

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  8. Rimbaud non si sentiva e non si voleva artista. Meravigliosa ingenuità a cui la sua natura violenta si aggrappava, si teneva. Tacendo, lo divenne suo malgrado.

    René Char

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  9. oooh! che piacere trovare questo blog! condivido tutto quello che dici su rimbaud, anche se io non potrei argomentare così bene un commento a questo poeta. scrivo e basta, anche tu?

    ciao, viva la poesia.

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