Che figura! L’accumulazione

bruegel netherlandish proverbs 1559
Perchè parlare di figure retoriche? e perchè proprio dell’accumulazione?
Provo a rispondere partendo au contraire, dall’opposto dell’accumulazione: la sottrazione.
“Un buon scrittore non deve mai spiegare..” diceva Ennio Flaiano.
E’ opinione diffusa e condivisa che il lavoro dello scrittore debba essere di sottrazione. Il non detto ha fascino, ed è efficace, a condizione che quello che si omette sia conosciuto e dominato dall’autore. Altrimenti ciò che è fuori dal testo resta anche fuori dalla comprensione del lettore.
Fior di scrittori hanno raggiunto grandiosi risultati utilizzando le figure retoriche che rientrano nel gruppo della sottrazione. Tanto per gradire, un piccolo esempio, tratto dal romanzo d’esordio di Davide Longo, Un mattino a Irgalem:

“…su quel muretto sedevano due donne. Pietro riconobbe il turbante bianco che portavano. Le due lo guardarono per vedere se aveva capito. Vedendo che non si muoveva ripresero a parlare fra loro.
Pietro costeggiò il perimetro e sparì dentro uno dei vicoli bui. Dal suo ritorno in Africa era la prima volta che incontrava la lebbra.”

Bene, a questo punto vien da dire tutti a casa, vince la sottrazione e non se ne parli più.
Ma: siamo sicuri che il nostro debito verso la brevitas di tradizione classica sia frutto di reale condivisione piuttosto che di piatto e acritico adeguamento?
Troviamo comodo riparo nel mito di Laconia, dalla lingua allineata alla sobrietà guerriera e poco incline alle lungaggini di uno stile elegante, e invece: perché non si può (provare a) raggiungere lo stesso risultato della sottrazione partendo dall’altro capo del filo?
Per esempio, con la figura dell’accumulazione.

E’ in ottima compagnia, nel gruppo delle figure che normalmente sono definite di “amplificazione” o di “addizione”, ma è quella che più mi affascina, per il sommare elementi eterogenei che convogliano nell’imbuto di un messaggio unico e potente.
Non mi dilungo sulle indagini definitorie della figura dell’accumulazione, parente stretta, strettissima, dell’enumerazione, da cui però si distingue per la sommatoria di elementi eterogenei, mentre l’enumerazione accumula elementi riconducibili a un insieme semantico omogeneo.
Distinzione piuttosto impalpabile, ne convengo.
Più facile identificarla con gli esempi, con un breve excursus sull’utilizzo di questa figura in passato.
Sorvolerei sulla valenza simbolica dell’accumulazione nella letteratura barocca -per alcuni diventa simbolo di disordine ed eterogeneità, in contrapposizione all’unità armonica del divino-, perchè il barocco proprio non lo reggo.
Parliamo piuttosto dello spazio che questa figura ha conquistato nella letteratura del Novecento, a partire dallo stream of consciousness di joyciana memoria, con la riproduzione in ammasso di idee, emozioni, osservazioni e ricordi che si fondono in un unicum espressivo tanto efficace quanto più risulta destrutturato.
Superfluo esortare alla lettura di una qualunque pagina del monologo di Molly Bloom.

Tornando ai nostri lidi, non è male questo passaggio di Raffaele Nigro, dal romanzo Malvarosa:

“Sentirmi libero in una metropoli. Uno sull’altro, uomini lamiere e cemento, una salsa di depressioni, di carognate, contenti di fiatarci addosso, di calpestarci, di non conoscerci, di non sapere da dove vengono le code di auto e dove andranno…

Qualche passo indietro, nell’Ottocento. Un piccolo stralcio da tale Lev Nikolaevic Tolstoj:

Era un’enorme (da abbracciarsi in due uomini) pianta di quercia, coi rami troncati evidentemente già da gran tempo. Con le sue enormi, goffe, contorte braccia e dita, asimmetricamente divaricate, stava là come un vecchio, iroso, sprezzante mostro in mezzo alle sorridenti betulle. Soltanto quei morti, sempreverdi, piccoli abeti, sparpagliati fra il bosco, non volevano, d’accordo con la quercia, sottomettersi all’incantamento della primavera…” (da Guerra e Pace, parte terza, cap. I).

Last but non least, ecco Rimini, di Tondelli. E’ un romanzo zeppo di accumulazioni. Qui la nostra figura si fa cifra stilistica per descrivere il paesaggio umano e non della riviera romagnola, come nella rappresentazione del lungomare di Riccione:
La sequenza ordinata delle cabine –dipinte a blocchi con tonalità pastello- aveva in sé qualcosa di metafisico e infantile nello stesso tempo: come si trattasse di un paesaggio costruito per i giochi dei bambini –le casette, i tettucci, i lettini, gli oblò, le finestrelle, le tinte tenui, il rosa confetto, il verdolino, il celestino, l’arancio, il grigio-azzurro, il giallo limone, il viola pallido e altri colori di balocchi e zuccheri filati e frutte candite-…

Poi c’è il linguaggio iconico. Qui la figura dell’accumulazione è particolarmente efficace, spesso per illustrare le idee di accumulo caotico e di rottura di senso nella realtà. Campioni: l’arte allucinata di Hieronymus Bosch, o il brulicante mondo di Brueghel il Vecchio, come da esempio sopra riportato. A seguire, è un continuo ritorno dell’accumulazione.
Tralasciando il Barocco e il consumatissimo tema dell’horror vacui, si arriva all’era contemporanea, con le commistioni caotiche tipiche del Futurismo (esempi meno noti ma squisiti nelle opere di Corrado Govoni), fino alle esperienze più recenti del fotomontaggio. Non Warhol, per carità, che con l’accumulazione c’entra come una carota col cappuccino.

E in poesia? Qui ammetto la mia ignoranza, fortuna che vengono in soccorso Renata Morresi, che ricorda gli “elenchi” di Whitman, quelli di Ginsberg e Ferlinghetti, i veri e propri cumuli nei Cantos di Pound, e Roberto Plevano che suggerisce la Passeggiata di Palazzeschi.
Infine ecco questi versi dell’Ariosto, che mi propone Antonio Sparzani:
Né Pietà, né Quiete, né Umiltade,
né quivi Amor, né quivi Pace mira.
Ben vi fur già, ma ne l’antiqua etade;
che le cacciar Gola, Avarizia et Ira,
Superbia, Invidia, Inerzia e Crudeltade.
Di tanta novità l’angel si ammira:
andò guardando quella brutta schiera,
e vide ch’anco la Discordia v’era.

(Orlando Furioso, XIV, str. 81)

Esemplari.

17 pensieri su “Che figura! L’accumulazione

  1. Grazie per il bello spunto.
    Aggiungerei che non mi pare esserci contraddizione tra accumulazione e sottrazione.
    In un testo basato sulla sottrazione, ad esempio, può trovarsi un’accumulazione
    locale, magari intesa a distogliere ironicamente l’attenzione da ciò che viene taciuto nelle altre parti del testo.
    Non diversamente da certe persone che parlano per ore e alla fine ci accorgiamo (se siamo attenti e sagaci) che ciò che in realtà han detto è tutto compreso in una frasetta, pronunciata o anche solo suggerita; frasetta che a volte contraddice
    (in)sonoramente il prolisso discorso in cui è stata occultata.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  2. grazie Riccardo, avevo inserito questo frammento del Petrarca:
    “La gola e ‘l sonno et l’otïose piume
    ànno del mondo ogni vertú sbandita,
    ond’è dal corso suo quasi smarrita
    nostra natura vinta dal costume”

    Poi l’ho cancellato a favore dell’Orlando…

    ciao
    p.

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  3. Nel grazie, Paolo, concordo con Roberto: accumulazione e sottrazione convivono come le luci e le ombre come i pieni e i vuoti – come gli opposti uniti nel proprio plasmare e scolpire scritture…

    This Is the House That Jack Built [per una volta – GIURO – anche se Jimbo echeggia comunque, non sono i Metallica;)]

    This is the house that Jack built.
    This is the malt that lay in the house that Jack built.
    This is the rat that ate the malt
    That lay in the house that Jack built.
    This is the cat that killed the rat
    That ate the malt that lay in the house that Jack built.
    This is the dog that worried the cat
    That killed the rat that ate the malt
    That lay in the house that Jack built.
    This is the cow with the crumpled horn
    That tossed the dog that worried the cat
    That killed the rat that ate the malt
    That lay in the house that Jack built.
    This is the maiden all forlorn
    That milked the cow with the crumpled horn
    That tossed the dog that worried the cat
    That killed the rat that ate the malt
    That lay in the house that Jack built.
    This is the man all tattered and torn
    That kissed the maiden all forlorn
    That milked the cow with the crumpled horn
    That tossed the dog that worried the cat
    That killed the rat that ate the malt
    That lay in the house that Jack built.
    This is the priest all shaven and shorn
    That married the man all tattered and torn
    That kissed the maiden all forlorn
    That milked the cow with the crumpled horn
    That tossed the dog that worried the cat
    That killed the rat that ate the malt
    That lay in the house that Jack built.
    This is the cock that crowed in the morn
    That waked the priest all shaven and shorn
    That married the man all tattered and torn
    That kissed the maiden all forlorn
    That milked the cow with the crumpled horn
    That tossed the dog that worried the cat
    That killed the rat that ate the malt
    That lay in the house that Jack built.
    This is the farmer sowing his corn
    That kept the cock that crowed in the morn
    That waked the priest all shaven and shorn
    That married the man all tattered and torn
    That kissed the maiden all forlorn
    That milked the cow with the crumpled horn
    That tossed the dog that worried the cat
    That killed the rat that ate the malt
    That lay in the house that Jack built.
    This is the horse and the hound and the horn
    That belonged to the farmer sowing his corn
    That kept the cock that crowed in the morn
    That waked the priest all shaven and shorn
    That married the man all tattered and torn
    That kissed the maiden all forlorn
    That milked the cow with the crumpled horn
    That tossed the dog that worried the cat
    That killed the rat that ate the malt
    That lay in the house that Jack built.

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  4. i crepuscolari, gadda [dicerie sacre di giovan battista marino, la ricreazione del savio di daniello bartoli, il quaresimale dell’orchi, il cane di diogene di francesco f. frugoni, i barocchi, dunque in genere (troppo facile!) e mi spiace se nun l’areggi!], rabelais (ovvio!), i sonetti di folgòre da san gemignano e, per contro, quelli di cenne da la chitarra… la letteratura comica in genere: l’accumulazione incongrua è struttura fondamentale. una storia vera di luciano di samòsata…

    “E il Corso Garibaldi era lì vicino: il mio passo stanco s’era fatto celere e vellutato come quello del leopardo di turno nella jungla. Il nome del provetto cacciatore, cui quaranta baionette a San Fermo più valsero che centomila per i saputi strateghi del Mincio, è legato invariabilmente a una successione fantasmagorica di vivide luci e delizie: tabaccherie con abbeveratoio, vinaî, smacchiatori, posti di pronto soccorso, trattori, biscottai-confettieri e lattai-gelatieri, parrucchieri in bianco avorio: (dove dipoi una volta, nel pieno fervore dello spumone, mi si squagliò tacitamente l’ombrello, né dopo d’allora più mai rividi quel fedelissimo ombrello) e poi calzolaî meridionali, venditori di bretelle celesti, rivenditori di pantaloni usati ma in ottimo stato, ortolani smontabili con attendamento completo, da cui fuorescono enormi cardi, e bancate di pomidoro e spinaci; dozzine di donne con ceste e polpacci come nelle carte de’ tarocchi e vestiti da far imbizzire i cavalli; repentine biciclette commesse alla consumata perizia ed esperimentata prudenza de’ garzoni panettieri, i quali, pur avendo il malvezzo di pedalare a più non posso, servendosi per giunta dei calcagni, dato che le gambe gli crescono di giorno in giorno, con tuniche sciamannate che gli svolazzano dietro, tuttavia ben raramente rovesciano fuor dalla gerla i loro centocinquanta panini fra un tram e un taxi frenati di colpo, rilevandosi poi da sé soli e rimanendo stupefatti a gambe larghe in piedi, con la bicicletta però per terra, sotto: donde le urla, i chiarimenti di posizione, e le trombe o clacksons dei retrostanti bloccati.”
    c.e. gadda, la madonna dei filosofi, da “cinema”

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  5. ah: fa’ un’incursioncina in “panche di scuola” ne l’Altrieri di carlo dossi… e… mi fermo. adoro l’accumulazione.

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  6. Eheheh Paolo, non credo essere la persona più adatta per consigliare ninnananne…
    Anche perché ne necessiterei una e molto potente [non dormirò più e tu ne sai la CAUSA letteraria ;)))]

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  7. elencazione e accumulatio sono due figure che mi affascinano molto: Virgilio e Lucano, ne sono stati maestri, mentre ai giorni nostri, tra i versificatori non godono nè hanno goduto di particolare fortuna , sicuramente non come nei poeti anglofoni. Ultimamente, fulgidi e pertinenti esempi ne ritrovo in Franco Buffoni , in ‘Guerra’ ,in particolare, ma pure in ‘Noi e loro’…In Guerra poi, accade molto spesso che le elencazioni diano pure adito a autentici raffinatissimi klimax, e le accumulazioni sono sorrette da una periodicità di suoni ( omofonie, allitterazioni, ) che ne fanno un continuum.

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  8. Peccato per l’astio barocco, è vero che è al giorno d’oggi è poco leggibile, ma c’è molto da impararne. Con ciò intendevo in realtà complimentarmi per l’articolo.
    Provo anch’io a darle una mano:
    Le poesie di Domenico Di Giovanni detto il Burchiello sono uno dei più classici esempi di accumulazione, o versi composti “alla burchia” appunto.
    Spunti interessanti sul tema possono trovarsi inoltre nella “Lezione americana” sulla molteplicità di Italo Calvino, che giustamente cita, tra gli altri, Gadda e Perec.

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