Riportando tutto a casa

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Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa, pp. 290, € 20, Einaudi

Un Paese sonnambulo ancora inconsapevolmente alle prese con gli scomodi detriti dei lenti decenni che avevano visto avvicendarsi traumi post-bellici, primi boom economici, stragi di stato, figli dei fiori, crisi missilistiche, cortei, pitrentotto e restaurazioni varie si sveglia all’improvviso nel sogno allucinogeno degli anni Ottanta. Una specie di esplosione sottocutanea fibrillante e sospesa in cui tutto pare possibile e ogni gesto sembra portare con sé dosi massicce di ilarità in potenza, una felicità finalmente raggiungibile, conquistabile, appiccicata come un insetto nella carta moschicida, carta filigrana, s’intende, soldi a palate, insomma una neo-ondata di benessere visibile spiando orizzonti davvero molto prossimi. Sono gli anni in cui dai tv color che provvedono all’intrattenimento e all’educazione di milioni di famiglie escono le squallide e irresistibili gags di Drive In accompagnate da convulse e autistiche risate artificiali, gli anni delle All Stars e dell’Aids, di RisiKo e Joe Squillo, soprattutto gli anni magici in cui anche un misero bracciante del sud poteva legittimamente aspirare a trasformarsi presto in padrone di una fiorentissima azienda con fatturati da capogiro. Folle preludio agli sconvolgimenti che entro un decennio avrebbero rivoltato come calzini gli assetti socioeconomici di un’Italia che ancora oggi boccheggia in mezzo al nulla, il periodo scelto da Nicola Lagioia per ambientare le storie del suo nuovo, impressionante romanzo è di certo il più sbiadito, nebbioso e inquieto luogo cronologico che abbia attraversato – lasciandosi seppellire – la nostra più recente memoria. Dimenticati per inedia, forse, o più probabilmente per pudore, gli anni che precedettero la fine della guerra fredda (sostituita da dio solo sa cosa) innaffiando i cervelli di una generazione con fittizie euforie d’onnipotenza sono – visti attraverso lo sguardo ormai disincantato di un furibondo e quanto mai incerto inizio millenio – il simbolo di un’agonia drogata, vorticosa, zoppa, il principio di un disastro che, tuttavia, nella sua tragica e inarrestabile disastrosità non dispone nemmeno di un trauma degno di questo nome, vale a dire un evento speciale, un dettaglio fermo e pietrificato capace di incarnare il ruolo del limite estremo, il punto di non ritorno, o anche soltanto il pretesto per poter dire: “Ecco, l’apocalisse è iniziata lì.” Ogni decennio pare disporre di un evento scatenante (il nostro ne ha almeno una mezza dozzina), gli anni Ottanta  no, ci scivolano addosso con la muta disinvoltura di parenti sgraditi da allontanare quanto prima, e i suoi testimoni – vale a dire le povere anime che ebbero la sventura di percorrerli nel bel mezzo dei furori adolescenziali – non possono fare altro che raccogliersi attorno a un dimesso e vergognoso senso d’inappartenenza. Ed eccoli allora qui, esibiti alla pubblica compassione, questi minuscoli arrendevoli e disfatti non-eroi, offerti in tutto il loro devastato splendore dalla storia che Lagioia ha deciso di raccontare arrischiandosi in una materia iper-inflazionata (la messa in scena, appunto, di una buildungs-tragedia) e in uno scenario spaziotemporale tanto anomalo (la febbrile e desolata Bari del decennio in questione). Ribelli, rabbiosi e deboli come lucciole senza ali, i tre ragazzini che animano Riportando tutto a casa giocano a diventar grandi in una metropoli fatta di vetrine, motorini, locali alla moda, e inferi suburbani, si scambiano ragazze, scoprono la droga, si contorcono nei dolorosi saliscendi dei conflitti familiari, vagano al centro del niente speculando sui pochi futuri possibili, iniziano già ad assaporare quel precoce senso d’abbandono che molti anni dopo li spingerà (o meglio, spingerà uno di loro) a voler recuperare i pezzi uno ad uno, per capire, per scoprire un buona volta le zone troppo ombrose di un passato rimosso, ferito, spazzato via. Lagioia scava, rievoca, infila le mani nel fango servendosi di una scrittura intelligente e preziosa in cui ogni frase porta con sé l’arte perfetta della parola meditata, della prosa letteraria più fine, staccandosi sensibilmente da quel gioco magnificamente cerebrale con cui aveva intessuto il pur notevolissimo Occidente per principianti uscito nel 2004; dal cervello sclerotico della pura letterarietà, insomma, sembra proprio aver sterzato verso lo stomaco, il cuore, le trippe sanguinose di una vicenda livida e cattiva. Con buona pace di quanti pensano agli anni Ottanta come a un momento svagato e insignificante della nostra piccola, stupida Storia.

50 pensieri su “Riportando tutto a casa

  1. Bella recensione, concentrata particolarmente sul contesto della formazione (ma si può ancora chiamarla così? mi pare più un avvizzimento spirituale) dei protagonisti. Viene voglia di prenderlo in mano, il libro di Lagioia. Mi pare che gli anni Ottanta siano una piaga, indefinita, non rimarginata per molti. Anch’io ricordo le prime trasmissioni di successo delle tele private, il Drive-in soprattutto, e altre ancora peggiori, e il senso di profondissimo orrore che provavo, e non riuscivo a spiegarmelo, con tutte le arie di intellettuale universitario che ostentavo. Magari esageravo, magari facevo professione di snobismo, eppure generazioni intere venivano su appena dietro di me a merendine e programmi beceri. Da lì in poi è stato un progressivo scivolare giù.

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  2. l’edonismo reganiano, i paninari (che bel battesimo di insegnante ho avuto!!!): come dimenticarli? era “il nuovo che avanza”. “Da lì in poi è stato un progressivo scivolare giù.” sottoscrivo in pieno. leggerò il libro, grazie della bella recensione.

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  3. bella recensione davvero, spero che il libro non deluda come purtroppo fa molta della produzione libresca del nostro tempo.

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  4. Non ho letto il libro, ma esprimo una perplessità: l’insistenza di molti giovani narratori italiani nel raccontare periodi trascorsi(in questo caso gli anni ’80 a Bari, nel caso ad esempio del pur bel libro di Vasta IL TEMPO MATERIALE, la Sicilia degli anni ’70); periodi che, è la mia sensazione, vivisezionati a ripetizione dai media e dalla letteratura, non abbiano oramai molto da dirci o da darci. In altri termini mi sembra che certa narrativa, continuando a guardarsi alle spalle, dimostri una mancanza di coraggio o, meglio ancora, d’entusiasmo. Il quale entusiasmo non deve tradursi per forza in un tema “allegro”, bensì in un tema “nuovo”. Il 2009 per esempio è potenzialmente assai più interessante e tragico degli anni ’80, se non altro perchè è un problema da affrontare, quotidianamente, urgentemente, adesso.

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  5. senza un po’ di prospettiva credo che un racconto non possa darsi come tale. verrebbe fuori forse un racconto distopico: e anche questo è un settore inflazionato. credo che andare alle radici del 2009 narrando gli anni ’80 non sia poi tanto peregrino né nostalgico. ho il timore contrario, invece, che si abusi un po’ troppo di quella strana idea tanto di moda secondo la quale sarebbe ora di guardare avanti. avanti un fico secco, corpo di diana! con questa scusa sdoganiamo da vent’anni un mucchio di porcate: intanto che questi scemi guardano avanti, noi…sviiiisss, ci intrufoliamo. faccio mia una cosa detta da alex cartoni qualche giorno fa in un altro post, che suonava pressapoco così: “se questo è il futuro preferisco non vederlo”. mica perché è futuro è buono per forza. può essere peggio del presente, molto peggio. e il peggio sarà tale nella misura in cui non andiamo a grattare la rogna di quell’era craxiana reganiana thatcheriana del piffero che ha reso il mondo un po’ peggio di quello che era, che la guerra fredda era giulebbe al confronto.

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  6. Nicola Lagioia è un autore a mio parere di notevole importanza, una scoperta per me avvenuta qualche anno fa con la lettura del suo romanzo “Occidente per principianti”.
    Mi lascia dubbioso la recensione (sul merito del nuovo romanzo non posso dire nulla, in quanto non lo ho ancora letto): l’accenno di analisi degli anni Ottanta, seppur legato ad una necessaria sinteticità, mi sembra che non colga nel segno.
    Gli anni Ottanta hanno rappresentato a mio parere la crisi della fiducia, e specificatamente la grave crisi di almeno quattro forme di fiducia, di speranza:
    – fiducia nell’utopia sociopolitica e nella possibilità comunitaria (gravemente incrinata dalla fine catastrofica dei movimenti politici degli anni Settanta);
    – fiducia nell’esperienza sessuale (inibita dal diffondersi dell’AIDS);
    – fiducia nei progressi della medicina (impotente di fronte al diffondersi di un nuovo virus mortale, quello dell’AIDS appunto);
    – fiducia nei progressi della scienza. Il disastro di Chernobyl, avvenuto nella primavera del 1986, aveva reso del tutto evidente la totale impotenza della scienza, e le sue responsabilità relative al cosiddetto “progresso”. Si era piombati durante quei mesi in condizioni esistenziali vulnerabilissime: similmente ad uomini di secoli addietro si poteva sperava soltanto (in mancanza di altri aiuti possibili) nel favore degli eventi naturali: ci si augurava cioè che il vento non spirasse nella nostra direzione, evitando in tal modo di portare in Italia i veleni radioattivi provenienti da Chernobyl…

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  7. Magari guardarsi di fianco… o di tre quarti… L’importante è scrivere bene, prima di tutto. Per il resto concordo con la Lucy.

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  8. Io “quel gioco magnificamente cerebrale con cui aveva intessuto il pur notevolissimo Occidente per principianti” l’ho ritrovato, in quest’ultimo romanzo, portato alle estreme conseguenze. I periodi si son fatti lunghissimi e sembrano persino prendersi gioco del lettore e compiacersene. La parola sì, resta meditata e non lascia nulla al caso. E’ davvero faticoso stargli dietro, anche perché in questo romanzo, a differenza del precedente, non ci è dato di consolarci con la proverbiale ironia di Lagioia. Tutto si è fatto più feroce e disincantato. La grande fiducia di cui parla Subhaga Gaetano Failla Said e che dovrebbe caratterizzare i protagonisti è completamente assente: tutti sono troppo impegnati a vivere e, soprattutto, a sopravvivere ai loro genitori, a quel piccolo mondo antico trasformatosi troppo in fretta, senza che si avesse modo di scoprirne le chiavi d’accesso. Non ho ancora terminato di leggere questo romanzo: lo sto distillando perché non riesco a leggere Nicola Lagioia in nessun altro modo. Il libro è intenso e doloroso: è l’ opera di un adulto che si volta indietro per capire quando è stato, QUALE è stato l’attimo esatto in cui tutto è andato in corto circuito e noi ci siamo trovati tra le mani il tutto e il nulla del nostro presente. Bravo Lagioia (però sono ancora in attesa del capolavoro contemporaneo).
    Eva

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  9. Certo che dopo una recensione così o il libro è veramente splendido, o sarà per forza deludente…
    Bisognerebbe stare un po’ attenti con gli aggettivi e l’uso della lingua in genere. Per esempio frasi così “lo stomaco, il cuore, le trippe sanguinose di una vicenda livida e cattiva” si ritrovano spesso sul risvolto di copertina dei fumetti noir (e poi sono deludenti anche quelli, figurarsi!).
    Anna L.B., la povera fumettara rumena.

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  10. Tralasciando il libro di Lagioia, che ripeto di non aver letto, ribadisco il mio discorso generale: c’è bisogno di guardare al presente e al futuro, SPECIALMENTE se sono brutti. Dunque non condivido minimamente l’affermazione di Alex Cartoni riportata da Lucy. Del resto un alito di speranza è intrinseco a qualsiasi vero atto creativo, anche quello più distruttivo. E’ chiaro poi che c’è bisogno di capire da dove si arriva per capire dove si va. Ma non credo che un’ennesima analisi sociologica (ripeto, non ho letto il libro, il mio è un discorso per massimi sistemi) possa rivelarsi illuminante riguardo i tempi bui che stiamo vivendo e che, probabilmente, vivremo. E parlo di analisi sociologica perchè sembrerebbe esattamente questo l’anelito di Lucy, quando si scaglia contro il “mucchio di porcate che abbiamo sdoganato negli ultimi vent’anni ” eccetera. Per quelle, mi basta ANNOZERO, o L’ESPRESSO, o un libro di Travaglio. neppure condivido del tutto l’affermazione di Lamberti Bocconi sulla bontà della scrittura come unica (o principale) discriminante: ho letti brutti romanzi scritti bene, e belle storie scritte male.

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  11. E’ “deludente” se, in qualche modo, ti aspetti di ritrovare il Nicola Lagioia cui eri abituato. Quando ti rendi conto dell’urgenza, del bisogno della denuncia, dell’urlo di dolore di tutta una generazione di cui Lagioia, volente o meno, consapevole o meno, si fa portavoce, allora riesci a cogliere tutta la (funerea, decadente, dolorosa) bellezza del suo ultimo romanzo. Se Occidente per principianti è stato, malgrado tutto, un canto d’amore per la vita, di chi accetta il compromesso pur di continuare a vivere, “Riportando tutto a casa” sembra invece una resa dei conti, un sedersi a tavolino e domandarsi, alla fine di tutto: “Ma ne valeva davvero la pena?”. Però, ribadisco che il mio “giudizio” è ancora parziale: non ho ancora finito di leggere il romanzo e, quindi, non escludo qualche “coup de théatre” finale…(diciamo piuttosto che voglio sperarci).
    P.S.
    Gli anni ’80 sono, nel romanzo, il punto di partenza per capire la catastrofe odierna. Non c’è, nelle storie dei protagonisti, il bisogno di crogiolarsi fra le coltri di un passato a base di girelle Motta e conigli rosa saltellanti davanti alle telecamere, né il rimpianto per una società rurale ormai estinta. E’ come se Lagioia riprendesse i fili di un discorso interrotto sul finale di un suo bellissimo racconto (“Dieci anni”, in “Periferie”, Laterza Contromano)e iniziasse da lì il suo viaggio negli inferi. Non è casuale, infatti, la scelta di riprendere alcuni personaggi (Lo Sghigno) e di seguirne le vicende a partire proprio dal punto in cui si erano interrotte. E Bari non è Bari che per piccolissimi, a volte insignificanti dettagli (“insignificanti” solo per chi non ha avuto la fortuna/sfortuna di nascere e vivere in questa città). Lagioia riesce a controllare magistralmente la nostalgia dell’emigrato e riesce a fare della sua città d’origine un “semplice” sfondo paesaggistico.

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  12. Volevo solo dire che se un libro è scritto male, crolla subito. Ma parlavo in generale, non di questo, che non ho letto. La bontà della scrittura è un requisito necessario, sempre ma a maggior ragione di fronte a recensioni mirabolanti come questa.

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  13. Ciao Lambertibocconi. Avevo capito la tua obiezione. Comunque, se c’è una cosa di cui puoi essere sicuro con Lagioia, è “la bontà della scrittura”. Per il resto, puoi condividere oppure no le sue idee, le sue tematiche e i suoi approcci al reale: penso che sia nell’ordine naturale delle cose. Non credo che si potrà mai dire, di un libro di Lagioia, che è “scritto male”.
    P.S.
    Penso che parlerei di “trippe sanguinose” solo col mio medico curante, ma in tal caso temo che il potere salvifico della letteratura potrebbe ben poco 😉
    P.P.S.
    Mi scuso con Gaetano Failla, al quale ho aggiunto un “Said” di cui mi sono accorta troppo tardi.

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  14. @ Eva
    Non c’era bisogno di scusarti per il refuso. Il Said da te aggiunto, che forse era in assonanza con Subhaga, mi ha fatto sorridere.
    Un caro saluto

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  15. Walter Siti, Nicola Lagioia e Vitaliano Trevisan: non c’è altro da leggere, tra gli scrittori viventi…

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  16. auguri, macioci, che ti fai bastare annozero etc. per capire l’altroieri. auguri e complimenti per le belle speranze e perché sai trovare infinitamente più interessante e “nuovo” il 2009 rispetto al nostro recente passato. a me questo presente puzza così tanto di dejà-vu da darmi il voltastomaco. quanti anni hai? tanto per capirsi, l’età è tutto nel porsi rispetto a certi argomenti. e io c’ho un’età, praticamente un dinosauro.

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  17. Per Giorgio di Costanzo: Ciao! Concordo in pieno, ma non trascurerei Genna.

    Per Gaetano Failla “in Said”: pensa che ho anche perso un po’ di tempo con la tastiera, cercando il modo di inserire la dieresi sulla “i” di quel “Said”!

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  18. @ Lucy
    Hai frainteso totalmente. Il mio riferimento ad ANNOZERO e compagnia bella era in negativo, mi pareva chiaro. Così come mi pareva chiaro che il problema non è il 2009 piuttosto che il 1980, ma la ricerca di nuovi orizzonti di senso e di creatività. Ma insomma, se non ti va di capire quello che cerco in un libro, non è un grosso problema né per te né per me, no?
    @ Di Costanzo
    Tra gli scrittori VIVENTI? E italiani o anche stranieri? Allora diamoci ai morti. Di Siti ho appena terminato SCUOLA DI NUDO: un pessimo libro scritto molto bene. Ma anche Lagioia e Trevisan non mi sembrano in grado, in tutta onestà, di oscurare il restante orbe letterario. Poi, si sa, de gustibus.

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  19. infatti: teniamoci strette le nostre idee. siamo qui per trinciare giudizi, mica per scambiare opinioni, ecché scherziamo? per le opinioni ci vuole pazienza. e chi ce l’ha più: con il nuovo che avanza…

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  20. Credo che si parlasse di autori italiani “ultracontemporanei” (si può dire?).
    Non ho ancora letto “Scuola di nudo”, ma “Troppi paradisi” e “Il contagio” invece sì. Quest’ultimo è un libro dolcissimo che non offre nessuna speranza: non si vedono proposte di una qualche via d’uscita: tutto è così com’è e non può che degradarsi ulteriormente. Il narratore, il Vecchio, non può che prenderne atto perché inerme e troppo umano di fronte alla deriva della società dei reality. In fin dei conti, quali speranze potrebbe offrirci in un mondo dominato dalla finzione, e di cui siamo tutti più o meno complici? La sua risposta è la resa. Possiamo condividerla oppure rifiutarla, ma è la SUA risposta al nostro presente.
    “Il tempo materiale”, di Vasta, offre una pallida via d’uscita, ma è una risposta che comporta la rovina del gruppo, il frantumarsi degli ideali che lo avevano caratterizzato, di fronte all’imprevisto più grosso: l’amore per la piccola creola. Ma è un amore destinato a restare crisalide, una cosa incompleta e scombinata, come il messaggio delle “lumache alfabetiche” che il protagonista non riesce a trasmettere secondo l’ordine desiderato e che si traduce sempre in un aborto di frase, o addirittura in una strage delle povere “letterine”.
    (E COMUNQUE IL ROMANZO DI VASTA MI E’ PIACIUTO ASSAI).

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  21. Anche Lamberti-Bocconi è viva come scrittrice… 😉
    Chi ha nominato Siti mi riporta subito sulla questione dello scrivere bene: lui scrive benissimo, eppure nei suoi libri c’è qualcosa che non va. Peccato, eh?

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  22. Come mai Lagioia, per un romanzo “sugli anni Ottanta”, ha scelto come titolo quello di un superlativo disco di Bob Dylan del 1965, “Bringing it all at home”? Ve ne eravate accorti? O magari è esplicitato nel libro? Perché se no, se passa come “titolo di invenzione”, è una sottil furbata…

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  23. Ti posso segnalare ciò che PER ME “non va” in “Troppi paradisi”, ed è l’estrema crudezza della narrazione, il dire e, soprattutto, il descrivere troppo esplicitamente determinate situazioni. Ma so che è un mio limite, non di Siti (al fondo, non sono che una borghesucola all’antica). Per fortuna, è stato lo stesso Siti a venirmi incontro: “Il contagio” è un libro bellissimo e misurato e non riesco a trovarvi un solo difetto.

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  24. Per continuare a giocare un po’su “gli scrittori italiani da leggere”: a mio parere, tra i più giovani, senza dubbio Giuseppe Genna.
    Tra i più vecchi: Consolo, Ceronetti, Celati, Tabucchi, Vassalli, Cavazzoni.
    E tra coloro scomparsi in anni recenti o recentissimi: Bufalino, Rigoni Stern, Bonaviri, Biamonti.

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  25. Dimenticavo. Non credo che Lagioia abbia bisogno di “sottil furbate”. Del resto, la canzone è talmente conosciuta, che sarebbe stato molto stupido utilizzarne il titolo per fini poco onesti, soprattutto considerando che non ha mai fatto mistero della collocazione temporale del romanzo. No, credo piuttosto che sia stato semplicemente il titolo della canzone, l’idea di “riportare” tutto a Bari (pardon, “a casa”) ad attrarlo. Del resto, se si legge il libro, quel titolo nasce da sé.

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  26. Vincenzo Consolo è un Maestro, naturalmente. “La ferita dell’aprile”, “Il sorriso dell’ignoto marinaio”, “Retablo” sono opere da conservare, rileggere, etc. Ceronetti scrittore? Non scherziamo! Quintalate di sciocchezze razziste, misogine, inutili luoghi comuni, banalità, etc.
    Il primissimo Celati (Comiche, Lunario del Paradiso); Tabucchi fino a “Notturno indiano”; Vassalli (avanguardista) e Cavazzoni: mai sentito nominare.
    Non ho mai letto Bufalino, Rigoni Stern, Bonaviri, Biamonti.

    Al commento 16: per “viventi” intendevo gli “ultimissimi”. Da leggere senza impegno: sul bus, nella sala d’attesa del medico, in fila alle poste; per sapere come e cosa scrivono i ragazzi d’oggi. Poi, una volta a casa, si passa ai veri scrittori…
    Quelli che resteranno.
    I classici, insomma. Rabelais, Cechov, Tolstoj, Dickens, Proust, Joyce, Kafka, Bulgakov, Musil, Mann, Broch, Céline, Conrad, Melville, Gombrowicz, Gadda, Pizzuto, Ortese, Morante, Sciascia, Pasolini, Landolfi, Volponi, D’Arrigo…
    Calvino? No! Calvino NO!

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  27. Di Costanzo, nulla da eccepire sul tuo elenco di classici, naturalmente. Però mi sembra sbagliato partire dal presupposto (anzi dal pregiudizio) che i “nuovissimi” siano da leggere soltanto in autobus e alle poste. O no?
    Su Siti: il problema non è la scrittura, poiché egli è abilissimno tecnicamente e riesce a mescolare con grande perizia i registri più diversi. Il problema è la mancanza di un’anima. Come Houellebecq, Siti vuole imporci il suo punto di vista sul mondo, la sua monomania nichilista; e le sue opere sono “a progetto”: scrivo tutto ciò per dimostrarti tutto ciò. Dopo poche pagine, il gioco annoia, proprio perchè troppo scoperto. Ci sono grandissimi scrittori tendenziosi (un esempio su tutti: Dostoevskij) che però contaminano il lettore invece che istruirlo. Così facendo, lo rendono in realtà molto più partecipe – e succube. Il gioco è sottile, e si trova ben al di là delle capacità e delle intenzioni di Siti.

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  28. A Giorgio Di Costanzo,
    su Ceronetti scrittore: è evidente ancora che, leggendo uno stesso libro, gli occhi (e tutto il resto) sono a volte completamente diversi da un individuo all’altro. Ma non è questa la sede d’approfondimento di questo argomento. Non mi trovi dunque per nulla in sintonia con la tua lettura di Ceronetti scrittore – e nemmeno con la tua lettura “senza impegno” degli scrittori italiani più recenti.
    *
    Almeno due o tre degli autori che dici di non aver letto (Bufalino, Rigoni Stern, ecc.) potrebbero aggiungersi, a mio parere, al tuo elenco dei classici, il quale nonostante le assenze – di cui si potrebbe parlare a lungo, abbastanza inutilmente – sostanzialmente condivido (tra coloro che hai indicato: Volponi è stato un po’ dimenticato, e di D’Arrigo se ne parla, ma pochissimi lo hanno letto davvero).
    Un caro saluto

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  29. Per Macioci. “La mancanza di un’anima” è una critica mossa frequentemente proprio agli autori particolarmente abili dal punto di vista tecnico (mi è capitato di leggere, ad esempio, che la scrittura di Lagioia è “fredda”). Nel caso di Siti, sono sicura che la lettura de “Il contagio” possa far rivedere determinate posizioni.

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  30. Mah, guarda… a me con “Il contagio” (o “Contagio”?) è successa questa strana cosa: l’ho letto con grande piacere, per il ritmo e il linguaggio e le storie narrate e l’abilità di architettura (anche se mi davano fastidio i compiacimenti sulle descrizioni di sesso, ma questo è un problema mio). Ma poi quando l’ho finito, non mi ricordavo più niente. Mi è piaciuto, ma mi è passato come acqua fresca. In un caso del genere, anch’io mi associo all’espressione “manca l’anima”.

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  31. …massì che Lagioia lo sapeva e lo diceva della cosa di Bob Dylan: lo dice pure nell’intervista che sta sul sito di Einaudi.
    E comunque… perché sempre questa cultura del sospetto a priori, del furbo di qui e di là. Io il libro di Lagioia l’ho letto e Zeno ha ragione: è un libro commovente, intenso, vivo, toccante, importante. Ed è vero, i classici sono classici, ma è pure bello leggere dei contemporanei che senti così vicini…

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  32. Macché cultura del sospetto! Mi scuso per avere dato adito a questa odiosa cosa. Mi spiego meglio: dicevo “furbata” nel senso di adoperare una cosa enormemente anni ’60 come titolo di un romanzo sugli anni ’80. Cioè, dato che il titolo è importante, l’autore lo ha preso da un’epoca più “bella” e ricca di spunti interessanti anche solo come frasi. E’ questo che mi aveva colpito. Ma comunque era solo un’osservazione così, che nulla voleva togliere o aggiungere al valore del libro. Ho ascoltato l’intervista: pulitino pulitino, e secondo me ripete troppe volte l’intercalare “in qualche modo”.

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  33. Lambertibocconi, io invece non posso associarmi. Ho sempre davanti la figura di questo “professore” vecchio e obeso, con la maglia sporca di cioccolato, che se ne va in giro a prendere appunti e, oramai, a prendere anche insulti da un ragazzino che lo ammonisce “Và a casa, ché la morte ti sta aspettando” (insomma, erano più o meno queste le parole). Un vecchio privato del suo amore, scopertosi molto più meschino di quanto immaginasse e, oramai, completamente solo di fronte al Nulla che avanza.
    P.S.
    “IL Contagio”

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  34. Sig. Iannozzi, non conosco Genna, Lagioia e Siti che attraverso i loro scritti. Se ne avessi l’opportunità, ci farei volentieri merenda insieme e, conoscendomi, sarebbe tutt’altro che anoressica ;-). Inoltre, non credo di avere la presunzione di saper stabilire cosa è cultura e cosa non lo è. Le voci di questi tre autori mi sembrano le più forti al momento, ma c’è un mondo letterario ultracontemporaneo estremamente variegato e promettente, e non lo chiuderei fuori solo perché ci sono i “classici” (ben vengano, per carità). Ad esempio, terrei d’occhio anche Laura Pugno e Beppe Fiore.

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  35. @ EVA

    Ma quale signore e signore! Lasciamo perdere simili titoli, non fanno per me né mi piacciono su chi li pretende.

    Fare merenda con loro??? O___o
    No, non potrei mai accomodarmi alla loro stessa tavola: è che non mi piace quello che buttano giù e poi, li sentissi parlare! Genna poi riesce ad essere il Lete dello sproloquio e dell’insulto e della cafonaggine a 360 gradi. Niente che non possa dimostrare. Peraltro in tanti hanno avuto la sfortunata fortuna di conoscerlo per il vilipendio di cui è capace. Mica vino e tarallucci: roba non riferibile e che ha provveduto a cancellare. Dalla rete, solo dalla rete! Solo da quella. Quindi Genna è proprio fuori, non mi piace in primis per la sua scrittura pretestuosa e presuntuosa, di autore mainstream che scrive storie brutte e male. E non mi piace proprio in quanto persona. Siti parla tanto di sé, troppo, sempre: non mi interessa uno che si racconta perché non ha di meglio da fare. Lagioia è freddo. Giudizi da semplice lettore gli ultimi due.

    Io non tengo d’occhio nessuno, non sono un carabiniere. Al limite se vogliono buttare un occhio su di me, che facciano loro. Non vedo perché dovrei andare in giro vestito da buffone con la divisa d’ordinanza e la pistola carica per ogni evenienza dietro l’angolo. 🙂 E’ così bello fischiettare con la camicia fuori dai pantaloni e come le lucertole raccogliere il poco sole che eppure c’è, perché come canta Nek – dio, l’avreste creduto mai che avrei detto una parola a favore di Nek? – tra i mali peggiori il sole è per tutti. 😉

    ciao

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  36. @ Iannozzi
    Lei è riuscito, da un accenno alla necessità d’un dialogo nei limiti della correttezza, a giungere perfino a Orwell (il cui riferimento ormai così ripetuto, anche in argomentazioni del tutto fuori luogo, rischia di far perdere efficacia alla potenza metaforica delle sue opere).
    Comunque – quantunque certi toni urlati e insolenti che lei usa non mi piacciano e gradirei una moderazione molto maggiore nella discussione, rimanendo altresì nell’ambito delle opere, senza travalicare nel discredito rivolto alle persone che scrivono l’opera, e considerando infine che la comunicazione web avviene nella grande maggioranza dei casi tra persone che non si sono mai incontrate – il mio riferimento principale era proprio alla frase che lei cita inizialmente alle 8:46.
    Buona domenica

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  37. Sig. Iannozzi,
    non le dedicavo alcun “titolo” (cui, tra l’altro, sono endemicamente allergica), ma solo un innocente appellativo.

    Anche i miei son giudizi da semplice lettrice. Siti parla “troppo di sé” (lo fa spesso anche Genna), è vero, ma il “Sé” in un romanzo è sempre un pretesto letterario per dire anche altro. D’altronde è vero anche il contrario: credo non possa non esserci un po’ di “sé” anche tra i personaggi inventati e le narrazioni “di fantasia”.

    La scrittura di Lagioia è controllatissima, maniacale e senza sbavature: da lì, la sensazione di “freddezza” che può trasmettere, ma è dotato di una sensibilità e di un’umanità che riscattano ampiamente questa sensazione. Non giudica mai: i suoi personaggi, per quanto corrotti, sconfitti, incapaci di cambiare lo stato di cose, capaci al massimo di riuscire a sopravvivere in un mondo che li domina, e dove non sono che dei burattini, i suoi personaggi, dicevo, restano comunque degli esseri degni di ogni rispetto. Persino “Lo Sghigno”, persino l’avvocato Lombardi, persino l’inquietantissimo Vincenzo, persino i vari tossici che si avvicendano nel romanzo, persino la donna più perduta alla radice (Zelda, Donatella…), tutti, ma proprio tutti, sono esseri profondamente umani con tutte le loro “anomalìe”, per le quali, prima o poi, arrivano a pagare il conto (che è spesso troppo salato).

    Non intervengo in alcun modo sui suoi commenti a Genna: avrà i suoi motivi per detestarlo.
    Quanto alle sue “merende”, suppongo che sia libero di farle con chi vuole e non credo che i tre signori si prenderanno la briga di invitarla, così come non se la prenderanno per me, con buona pace di tutti.
    Per tenere d’occhio Beppe Fiore e Laura Pugno, temo di non aver bisogno di andare in giro in divisa (per la quale, come per i titoli, soffro di un’insofferenza patologica, dalla quale sono escluse le sole divise da ferroviere). Quanto alle armi, l’unica che io conosca è la tastiera del mio pc e, in sua mancanza, la punta della mia pilot-nera-puntafine-a scatto-impugnaturaergonomica.
    Le auguro di trascorrere questa domenica passeggiando e fischiettando sotto questo sole (con la camicia dentro o fuori dai pantaloni 😉 ).
    Eva

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  38. @ EVA

    Ok, allora non mi piacciono neanche gli appellativi. Ma a me “signore” mi fa saltare alla mente un rapporto vassallatico. Vabbe’.

    Eva cara, se ti piace la scrittura di Lagioia non c’è niente di male. A me in veste di critico – e di lettore – non piace proprio. Molto semplice.

    Genna sì, con me ha chiuso e così hanno chiuso i suoi amici. Se vedo scritto tra i ringraziamenti il nome di Genna o di uno dei suoi amici, il libro non lo considero nemmeno in via ipotetica. Stia nel suo circoletto, ma lontano da me milioni di anni luce.

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  39. Sig. Iannozzi ( o “Iannozzi”, se preferisce),
    credo che la questione dei “titoli” (o degli “appellativi”, in questo caso), sia legata ad una questione di percezione del “Sè”. Io non mi sono mai sentita inferiore a qualcuno perché, di mia spontanea volontà, l’ho chiamato “Sig.”, “Sig.ra” o “Sig.na”, né mi ritengo superiore a qualcun altro se vengo chiamata “Sig.na”: se la nostra presunta “superiorità” (o la presunta “inferiorità”) dipendesse da un così smilzo gruppo di lettere, ci sarebbe molto da compatire.

    P.S.
    Se fossi interessata allo stato delle cerniere altrui, forse frequenterei altri generi di blog. Se la cosa può evitarle qualche imbarazzo, comunque, le auguro anch’io di stare bene attento allo stato di quella cerniera ;-))

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  40. Vorrei aggiungere alla mia lista: Silvio D’Arzo, Alberto Arbasino, Alice Ceresa, Fabrizia Ramondino, Alberto Episcopi, Giancarlo Marmori, Juan Rodolfo Wilcock, Germano Lombardi, Goffredo Parise, Carmelo Samonà, Giorgio Manganelli,Aldo Palazzeschi, Giovanni Comisso, Aldo Buzzi, Aldo Busi (i primi romanzi: “Seminario sulla gioventù”, “La Delfina Bizantina”, “Vita standard di un venditore provvisorio di collant” e, in parte “Sodomie in corpo 11”), Giuseppe Montesano, Maurizio Braucci, Simona Vinci, Antonio Pascale, Andrea Bajani, Thomas Bernhard, W. G. Sebald, John Cheever, J. Rulfo, Flannery O’Connor, James Purdy, Jean Genet, Truman Capote, Carson McCullers, R. Walser, H. Michaux, N. Sarraute, H. Boll, J. Lezama Lima, Svetlana Aleskievic, Violette Leduc, Peter Handke, Josef Winkler, Edmund White, Frederic Prokosch, Uwe Johnson, Georges Bataille, A. Artaud, A, Camus, F. Durrenmat, Roberto Arlt, Max Frisch, O. Soriano, Hubert Fichte, J. Cortàzar, J. M. Coetzee, Clarice Lispector, B. Hrabal, K. Vonnegut, Gisela Elsner, G. Cabrera Infante, Carlo Levi, Elio Vittorini, S. Dagerman, J. Tanizaki, Peter Bichsel, M. Tournier, M. Duras, Arno Schmidt, Kader Abdolah…

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  41. @Giorgio di Costanzo: Ma non si parlava di autori italiani ultracontemporanei?!? A questo punto, aggiungerei anche David Forster Wallace, o per restare in Italia, Brancati o Bianciardi, un po’ troppo tacitati. E comunque, sul fatto che i “giovani” si leggono in fila alle poste o in autobus non sono troppo d’accordo: per restare a Lagioia (visto che dovrebbe essere il principale argomento di questo blog), io non riuscirei mai a leggerlo con tanta gente intorno.

    A tutti:
    Mi sono accorta che, per distorta abitudine al risparmio caratteri da sms telefonico, ho messo un “và” con l’accento piuttosto che con l’apostrofo. SCUSATE.

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  42. @ EVA

    Compatisci pure, che vuoi che ti dica?

    Avete detto tutti gli autori, un minestrone così esagerato mai assaggiato, giuro. Parola di boyscout. 🙂

    Vedo di trovare una copia degli Apocrifi. Dovrei avercela in casa. C’è una scena bellissima di Cristo che s’inalbera e che… ;-))) Ma leggeteveli da voi, uffa, sono così belli, paiono scritti proprio da mano divina. 🙂

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  43. (Sig.) Iannozzi.
    Quello sulla validità di un titolo o di un appellativo era davvero un discorso generale: non mi riferivo alla sua obiezione. E ha ragione: seguirò il suo consiglio sugli Apocrifi (ho provato svariate volte con la Bibbia, ma mi sa che non fa per me).
    Cordialmente,
    Eva

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  44. Sono molto d’accordo con la Lamberti Bocconi.
    Di Costanzo, guardo le sue cose in rete e le trovo di grandissimo interesse e alte, poi leggo questi elenchi e mi sembra di tornare ai tempi in cui il mio vicino di casa, abbiente, mi sciorinava i cognomi dei calciatori di cui possedeva le figurine.

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  45. no ma abbiamo avuto tutti un’infanzia e quasi tutti un vicino di casa, a volte piú abbiente, e con tutte le figurine che mancavano a noi.

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