La forza della cultura

di Pasquale Giannino

Amo scrivere. Può essere un buon metodo per colmare il vuoto di lunghi pomeriggi. D’altra parte, se non ti importa nulla del calcio e detesti le interminabili code automobilistiche della domenica, riempire d’inchiostro qualche foglio bianco può essere un buon rimedio contro la noia del fine settimana. Ma è un’arma a doppio taglio: in apparenza ti offre un’occasione di svago, distraendoti per un attimo dai tanti fastidi quotidiani. In realtà, dopo qualche ora di onirica spensieratezza, riaffiorano alla mente pensieri sempre più cupi. E iniziano a balenarti mille dubbi sulla vita e sul mondo e pensi che se fossi andato allo stadio a urlare con gli altri tifosi ti sentiresti molto più sereno. Tuttavia, a un certo momento inizi a prendere coscienza della tua capacità di riflessione e ne assapori il gusto, sperando che un giorno potrai far sentire la tua voce sui problemi che angustiano il tuo tempo. Non ho mai apprezzato la letteratura d’evasione: è roba per adolescenti, nulla di più. Al contrario, sono rimasto sempre affascinato da quegli scrittori che riescono a scrutare il mondo e comprendere, molto prima degli altri, le grandi trasformazioni epocali. Reputo insomma che la letteratura abbia la forza – e il dovere – di accendere un dibattito serio sulle questioni cruciali dell’umanità. Del resto, ho sempre creduto nella scienza. Nella mia attività di ingegnere elettronico mi capita spesso di maneggiare sofisticate diavolerie tecnologiche. Il sito che pubblicizza il centro di ricerca dove lavoro ci presenta come un team di “scienziati”: naturalmente l’idea di essere accostati a Galileo, Newton ed Einstein appare quantomeno bizzarra… In ogni caso, ho sempre ammirato i grandi geni della fisica teorica, quegli eccezionali talenti capaci di racchiudere in un’equazione i segreti della natura.

Lo scorso novembre ricevetti una lettera dal sindaco del mio paese:

Caro ing. Pasquale Giannino,

in occasione della Festa d’autunno 2005, si terrà presso i locali della biblioteca comunale un dibattito sul tema: ‘Quale futuro per il sud?’. Parteciperanno due figli illustri della nostra terra: il noto scrittore F. G. e il fisico di fama internazionale prof. V. P. La letteratura e la scienza a confronto su un problema da tempo irrisolto. Spero che accetti di partecipare in qualità di moderatore…”.

L’invito mi sembrò fin troppo lusinghiero. F. G. è uno dei miei scrittori preferiti, ho letto quasi tutti i suoi libri. Il carisma del prof. V. P. è indiscutibile, non solo per il suo valore scientifico, ma per il ruolo che ha giocato nel controverso dibattito culturale della nostra recente storia.

Durante il viaggio in treno, ricordai di aver letto una statistica secondo cui nella mia terra si annovera la percentuale più alta di analfabeti ma pure di laureati. Aveva ragione Corrado Alvaro quando scriveva che una famiglia di contadini calabresi è disposta ad affrontare sacrifici disumani, pur di offrire almeno a un figlio la possibilità di studiare. Ma pensai che tutto questo è servito a ben poco…

I locali della biblioteca erano gremiti, gli operatori di alcune TV locali fremevano nell’attesa dei due personaggi.

“Ingegnere bentornato!” mi disse il sindaco abbracciandomi. “Oggi è un giorno memorabile per tutti noi, finalmente il nostro comune ritorna protagonista di grandi eventi culturali.”

“Ne sentivamo il bisogno” risposi accennando un sorriso.

“Io ho pensato subito a lei e sono contento che abbia accettato.”

“L’ho fatto con vero piacere.”

Frattanto si avvicinò un uomo sui quarantacinque anni, i capelli brizzolati raccolti in una lunga coda, una giacca bordeaux su una camicia sommersa da motivi floreali, blue-jeans e scarpe da tennis; lo seguiva un ragazzo con la telecamera.

“Sindaco, una dichiarazione per Telebruzia” disse puntandogli un microfono.

“Nella nostra regione afflitta da mille problemi, in questo piccolo centro montano, stiamo per assistere a un evento di livello nazionale: ospiteremo due veri big della cultura e della scienza, due nostri conterranei che, con la loro opera, hanno dato lustro a questa terra martoriata.”

“Dunque, un piccolo comune protagonista di una grande iniziativa.”

“L’istituzione che rappresento ha senz’altro giocato un ruolo fondamentale, ma non posso fare a meno di esprimere la mia riconoscenza verso quanti ci hanno sostenuto: la Provincia, la Regione, la Comunità Montana, l’Ente Parco…”

Io nel frattempo cercai di defilarmi. Mi affacciai dall’ampia terrazza che domina il paesaggio. Nello spiazzo di fronte c’erano un centinaio di persone: frotte di adolescenti armeggiavano coi telefonini; degli anziani si trascinavano a fatica, le mani dietro la schiena, l’aria infastidita; alcuni giovani dall’aspetto universitario discutevano animosamente; un personaggio sulla cinquantina, l’abito scuro, lo sguardo altero e un sigaro tra i denti, si aggirava con circospezione. C’erano pure due bande musicali schierate là vicino, che iniziavano a mostrare qualche segno di insofferenza.

Dopo circa due ore di ritardo, arrivò un’auto di grossa cilindrata. Si fermò dinanzi all’ingresso. Scortato dai suoi guardaspalle, F. G. avanzò con passo risoluto, ignorando il pubblico e i giornalisti, che tentarono invano di formulargli qualche domanda. Il sindaco gli strinse la mano e pronunciò qualche frase di rito. Nella confusione generale tentai di presentarmi: non mi diede retta. Entrato nella sala afferrò il microfono: “Mi scuso per il ritardo. Sto arrivando da Roma, dove sono stato a promuovere il mio ultimo romanzo. D’altra parte vedo che il mio interlocutore non è ancora arrivato… Allora ne approfitto per raccontarvi qualcosa su questo mio nuovo lavoro… bla bla bla bla…”. Dopo circa mezz’ora di sproloquio, giunse un messaggio da parte del prof. V. P.: “Sono spiacente, ma un malanno di stagione mi costringe a rimanere in casa. Tuttavia vorrei recapitarvi un mio pensiero: non vi sarà sviluppo alcuno, fintantoché le Procure della Repubblica seguiteranno a commettere i loro arbitri”. Dopo qualche secondo di imbarazzo, F. G. continuò con la sua réclame. A un certo punto disse: “Si è fatto davvero tardi. Devo andare a Cosenza per un convegno… Mi raccomando: leggete, studiate, documentatevi…”. Firmò un paio di autografi e scappò via.

Io salutai il sindaco e cercai di aprirmi un varco tra la folla, che si attardava indolente nel piazzale. Un giovane sui trent’anni mi fermò: “Pasquale, da quanto tempo!”. Riconobbi Antonio, non lo vedevo dal periodo del liceo.

“Ti trovo bene,” mi disse “non sei cambiato per nulla.”

“Cerco di mantenermi in forma… Anche tu, comunque, non scherzi.”

“È l’aria del paese… Sai, stavo giusto aspettando un compagno per la briscola: andiamo al bar come ai vecchi tempi?”

“Ti ringrazio, ci verrei volentieri… Purtroppo devo ripartire e sono già in ritardo.”

Durante il viaggio di ritorno, il treno arrancava su dei binari sgangherati. Pensavo al mio lavoro, alla polvere del laboratorio, alla frustrazione di quelle giornate in cui tutto sembra andare storto e al sollievo che si prova quando gli esperimenti vanno bene, magari dopo aver ingaggiato una battaglia disperata. E pensavo che in fondo sono contento di non avere un ruolo da intellettuale e neanche da scienziato.

4 pensieri su “La forza della cultura

  1. Pasquale Giannino

    Caro Elio grazie a Dio non solo così va il mondo… Una precisazione per i lettori: i due personaggi sono scaturiti dalla fantasia perversa dell’autore così come il dibattito che non c’è mai stato. Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente causale. Pardon: volevo dire “casuale”.

    Ciao Fabrizio!

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  2. jolanda catalano

    Caro Pasquale, ma quale cultura in personaggi che sono in grado di dire solo quei blà…blà…blà cui accenni!
    Sapessi quanti ne ho sentiti e mi sono letteralmente schifata di chi predica bene e razzola male.
    La cultura è un’altra cosa, è quella capacità di comprendere come stanno le cose e tentare, sempre, un contributo fattivo contro le smemoratezze altrui, contro chi, per denaro-potere, vorrebbe limare, e a volte ci riesce, cervelli che, purtroppo, usano solo una minima parte degli stessi.

    ti abbraccio e ti auguro tutto il bene possibile.
    jolanda

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  3. Pasquale Giannino

    Quel che dici è sacrosanto cara amica, io non la chiamerei cultura quella: parlerei piuttosto di sterile erudizione. La Cultura, quella vera con la “C” maiuscola è un’altra cosa. Si può anche morire in nome della Cultura: in tanti lo hanno fatto… Sì è vero, è appena iniziato il Grande Fratello: meglio cambiare argomento…

    Un abbraccio e ricambio l’affetto.
    Pasquale

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