Edificare una cattedrale (di senso).

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Una vocazione è presente in ogni uomo.  Così scriveva Isaiah Berlin, in un suo famoso libro, Il legno storto dell’Umanità.

Berlin scriveva che il fine dell’uomo è quello di realizzare a qualunque costo la visione personale che ha dentro di sè.  E il peggior delitto di cui possa macchiarsi è l’infedeltà a questa meta interiore che è sua e soltanto sua.

La vocazione riguarda tutti.  E si direbbe anche che questa vocazione è ciò che potenzialmente può salvare ogni essere umano.  Il problema però è che ‘ascoltare la propria vocazione’  (non necessariamente artistica, ma creativa nel senso più generale del termine, che vuol dire positiva e non distruttiva) è diventato oggi sempre più difficile, in un mondo che sembra aver perso gli orientamenti utili,  e sembra spingere verso l’accumulazione di dati (in gran parte inutili) e la dispersione di energie.

Disse  una volta Ingmar Bergman in una intervista rilasciata a un giornalista, nella hall di un albergo:   ” Se mi chiede il fine generale dei miei film, rispondo che vorrei essere stato uno degli artisti che hanno creato la cattedrale di Chartres. Ma alludo, con questa idea, soprattutto a una cattedrale che rappresenta per me la vita culturale, l’attività artistica.

Ebbene io penso che ogni artista, soprattutto europeo, debba portare la sua piccola pietra per la costruzione della cattedrale. Si tratta solo di una piccola pietra, ma è molto importante. E’ il nostro dovere, il nostro unico modo di vivere, di esistere, perfino di respirare. Costruire la cattedrale significa combattere contro le ipocrisie, contro le ingiustizie, contro le guerre, contro l’oppressione, contro la menzogna. E’ una lotta difficile perchè se è vero che c’è chi vuole costruire, c’è anche chi vuole distruggere. E questa gente che vuole distruggere è tanta, ed è tenace. E’ così facile distruggere, ed è così difficile creare…. Ma anche se la cattedrale una volta costruita, può essere demolita e non esistere più, noi dobbiamo edificarla. Solo così saremo migliori.”

Edificare, costruire, credere in quello che si sente come vero. Si direbbe che l’uomo saggio oggi come ieri, sia quello che non si lascia irretire dalla corrente, che cerca di ricavare  un senso compiuto della vita, aderendo a quello che abbiamo già inscritto dentro, e che è il valore dell’umano.

Fabrizio Falconi

19 pensieri su “Edificare una cattedrale (di senso).

  1. Niente da aggiungere a queste parole bellissime e vere, se non che, per costruire, a volte sembra di dover distruggere qualcosa. In scienza e coscienza, ovviamente. Peccato solo che scienza e coscienza siano tanto opinabili, come e più di tutto il resto che riguarda l’umano.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  2. la creatività che è dentro a ciascun essere vivente è giusto che venga coltivata, quindi apprezzo ogni parola di questo scritto, ogni spinta verso ciò he è edificabile, partendo da noi stessi, verso il cielo…
    è ammesso cancellare qualche cosa, è normale avere dubbi, dai dubbi nasce la certezza, ma distruggere, è sempre nocivo.

    un saluto
    C.

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  3. può pure darsi che i tenaci a distruggere seguano una loro vocazione… può darsi che chi sottomette, plagia, testimonia il falso, senta un incoercibile desiderio di affermazione di sé che per realizzarsi deve passare come carro armato sugli altri. anche questa è una vocazione. ho sempre temuto gli effetti del relativismo, quanto gli assolutismi fanatici. nel comprendere, tollerare, ammettere, praticamente nello strafregarsene di una qualche forma di assoluto a cui tendere (che non è più di moda) abbiamo saputo solo dare luogo a dei miserrimi particulari, sui quali i più furbi a livello nazionale, continentale, planetario hanno marciato e marc(i)eranno ancora. il seguire la vocazione si è ridotto a fare quel cavolo che ci pare con l’avallo di tutti gli spiriti liberi, moderni, colti, laici e tolleranti. cattedrali: ciccia! stiamo scavando un cono ad essa simmetrico sottoterra, altro che toccare il fondo… non c’è vocazione del singolo senza condivisione vocazionale di molti.

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  4. Leggendo questo bel post mi è tornato in mente un aneddoto autobiografico riguardante il grande Rostropovich. Racconta che quando lasciò la Russia (anzi, l’URSS) chiese udienza a Paolo VI. Il Papa, grande amante dell’arte, lo ricevette e gli chiese come gli stessero andando le cose. Lui gli disse che, lasciata l’amata patria, aveva molti problemi. Al che il Papa replicò: no, lei non ha molti problemi, ne ha uno solo. Rostropovich stupito chiese quale fosse questo problema e il Papa replicò: prima di fare qualsiasi cosa deve chiedersi: quello che sto per fare mi fa compiere un passo in avanti o uno indietro?
    L’episodio mi ha sempre fatto riflettere. Forse rispondere alla propria vocazione è anche trovare una risposta alla domanda di Paolo VI.

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  5. Bellissima, DonMo, mi ricorderò anch’io di questa frase.

    Lucy, condivido quello che scrivi interamente. Non a caso, mi pare, Bergman parla di ‘cattedrali’. Avrebbe potuto parlare di un quadro, di una statua, di una casa. Per quel che ne sappia io, nessun uomo è mai riuscito a costruire una cattedrale DA SOLO.
    La creatività del singolo, la visione del singolo, la forza di volontà del singolo, per essere non può che farsi strada e compiersi attraverso la polis, attraverso una comunità umana. Persino lo stesso Michelangelo sarebbe passato con altri onori attraverso la storia, se non vi fossero stati aiutanti, collaboratori, allievi, papi, protettori, mecenati, ecc.. invasati come lui, anche attraverso duri scontri, conflitti, censure, guai, dissesti.

    Non bisogna mai stancarsi di perseguire una strada, e di convincere altri, anche litigando, che è necessario farla insieme.

    f.

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  6. qua mi pare che non si costruisce più niente da un pezzo, nè cattedrali di senso, nè di pietra, e nè in senso materiale, nè in quello metaforico. E nemmeno si distrugge: forse, a distruggere qualcosa, magari poi verrebbe anche la voglia di ricostruire. Invece, chi dovrebbe costruire si arrocca, si difende, si attacca e conserva quelle quattro pietre rimaste ancora in piedi, e le cattedrali così diventano fortezze, castelli, roccaforti. Chi d’altra parte dovrebbe distruggere si è fatto ancora più furbo e smantella a poco a poco, pietra su pietra, senza fare apparentemente nessun danno, e nessuno si accorge di niente, soprattutto non se ne accorgono quegli altri, troppo occupati a salvarsi pelle, torri e cattedrali.

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  7. La vocazione, ossia l’azione che segue all’invito, alla chiamata, oggi (dico oggi perché vivo nell’oggi, direbbe La Palisse, ma forse da molto tempo in qua) segue le molte voci, i molti inviti che giungono all’animo e che la indirizzano verso un’unica, sostanziale direzione: il soddisfacimento del sé, pieno e senza regole. E a leggere le notizie dei nostri temporamores, beh, pare che molti la loro vocazione l’abbiano soddisfatta o la stiano soddisfacendo.

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  8. Felice ? Apprezzo l’ironia.

    Gio: sono d’accordo. Il problema è che ormai sulla pars destruens sappiamo tutto. Su quella costruens, invece – soprattutto che ci vogliono regole, senza regole, senza ferreo metodo nessun Michelangelo, nessun Bergman sarebbe mai esistito – sembra che abbiamo dimenticato quasi tutto.

    F.

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  9. @fabrizio
    prima delle regole, ci vogliono le motivazioni… forse la pars destruens ha più motivazioni di quella construens.
    Michelangelo dipinse la cappella sistina in cinque anni e, a parte i primi tempi, da solo, senza alcun aiuto. Litigava col papa un giorno sì e l’altro pure. Fece qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima: quei colori, quell’uso dello spazio sono totalmente nuovi. Evidentemente, era sicuro di quel che faceva, era sicuro di fare la cosa giusta e di farla per le giuste motivazioni.
    La costruzione esige un’idea, un’utopia, se vogliamo, ma una spinta vitale e creatrice forte, motivante, sicura di sè, anche incosciente, forse. Una madre diventa tale quando smette di chiedersi se generare un figlio sia giusto o meno, e quella sicurezza, quella giustificazione ha un nome soltanto…
    Un’ultima cosa: Michelangelo ha fatto la volta distruggendo l’affresco (rovinato e sbiadito) che c’era prima… oggi lo avremmo restaurato.

    ciao

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  10. Gio, sono d’accordo. Senza motivazioni, idee, fuoco (quello che Rimbaud chiamava ‘genio’) non c’è nessuna creazione artistica, e questo viene prima di tutto.
    Ma ripeto, la storia umana è piena di geni dispersi, di talenti buttati al vento, di creatività inespressa e frustrata, proprio a causa della mancanza di metodo nella creazione artistica.
    Come sa bene chiunque si cimenta in campo artistico – scrivere un libro, dipingere un quadro, scattare una foto – avere una buona idea significa molto poco, se non si possiedono gli strumenti (maestri, regola, metodo ecc..) per tradurla in opera.

    F.

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  11. allora mettiamola così: chi ha le motivazioni giuste non ha il metodo, chi ha il metodo non ha le motivazioni…. della serie: non si può avere tutto dalla vita 😉
    scherzi a parte, sono perplessa. mi pare che abbondiamo di “professionisti” del metodo, delle regole: libri su libri, film, nobel e premi per tutti, tutti a dire quanto sei bravo, ma che grande artista, tutti a farsi i complimenti a vicenda… le nostre case sono sempre più belle, e l’arte è alla portata di tutti, ma le nostre città sono sempre più brutte.
    E’ vero: “il fine dell’uomo è quello di realizzare a qualunque costo la visione personale che ha dentro di sè”. allora, forse questa visione personale si è fin troppo adeguata alle regole. Quelle del mercato.

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  12. Gio, certo che se la intendi così, hai tutte le ragioni del mondo. Se parli di “regole di mercato”, la cosa è fin troppo ovvia: ogni artista che sia degno di questo nome (anche se misconosciuto) ha il dovere di essere un ‘eretico’, e cioè di andare contro le ‘regole di mercato’, e scardinarle in nome della propria vocazione, e della propria anima (che potrebbe definirsi la stessa cosa).
    Io parlavo di ‘regole’ e di ‘metodo’ personale, quello che ciascuno sperimenta su di sé, che trova dopo lunga ricerca e fatica personale, che si impone per dare forma e sostanza alla sua idea.

    F.

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  13. allora siamo d’accordo. 😉 magari poi ci rincontriamo lungo questo percorso…
    è stato un piacere conversare con te.
    alla prossima!
    g

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  14. Si, teoricamente.

    Il problema (uno dei tanti) è che “quello che abbiamo già inscritto dentro” è spesso ingannevole, fuorviante, inevitabilmente corrotto dal condizionamento esterno. Per non parlare del fatto che non sempre la “genetica” ci aiuta.
    Nè la Scuola, la Famiglia, la Tradizione. Non è solo, banalmente, relativismo culturale.

    Le idee (e ancor di più gli ideali) hanno una loro data di scadenza. Dovremmo essere capaci di muoverci con leggerezza in questo inferno.

    Mi viene in mente il Calvino delle città invisibili (invivibili?) quando dice…

    “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abbiamo tutti i giorni, che formiano stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce fatale a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”.

    E non è detto che questo sia “già inscritto dentro” di noi…temo che dobbiamo guadagnarlo ogni secondo della nostra vita, rimettendolo in discussione continuamente, rimettendolo sempre a confronto con gli altri. Per cercare di non posare o, peggio, alzare la pietra sbagliata.

    Un caro saluto,
    Giovanni Catalano

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  15. Grazie, carissimo Giovanni.

    Grazie per quello che scrivi, e per la citazione da ‘Le città invisibili’, che non ricordavo. Calvino era sicuramente uno di quegli illuminati, di quei Diogene, che si sforzavano sempre di trovare e dare costruzione alla (poca) luce di questo mondo.

    Fabrizio

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