Enrico De Lea, Ruderi del Tauro

da acque reali

(acque reali)

I lavoranti oscurano il pensiero
al sole, tengono l’ombra in tasca
coi fazzoletti marci di sudore.
La strada nuova aprono i picconi,
alla valle normanna già dirupi
fioriscono terrazze, acque reali.
Muovono i carri verso la marina,
i bordonari si levano nell’alba.
Il folle zio Domenico è veggente,
urla gli incendi le miserie il secco.

*

(lasciti dell’anacoreta)

I.

ci siamo — abbandono la stele, lascio alla vita dei ragni
[ la virtù, sospingo
tutta la memoria dietro il masso muscoso: non c’è mondo,
c’è il rantolo dello sconosciuto,
dell’ignota presenza che non nomino — seppi: nominare è
[ morte e polvere,
ché in questo annullarmi alla congrega vivo, amandola di
[ pura assenza,
come una vitale persuasione, una resa completa…
poi, vederli dall’alto, lumini in moto perenne nel vallone,
[ sapere di questo amore
che senza abbraccio vede ogni istante,
egoista del trascendere del legno,
offre una specie di ragione che si piega, un’elezione di
[ qualcosa che sorregge
e spegne, accende e polverizza — ora impasto il fango,
[ fratello, vanamente
erigo muri a secco…

II.

capro sul crinale delle contrade, sino al Sant’Elia che il sole
nascose nella preghiera, ho vituperato i sentieri ed ho mutato
il passo — c’era il respiro della neve e le anime dei morti
che s’addensavano, uccelli che non svernano…
qui, cavavano pietre per le case umane, e oltre l’umano,
che non fu pensato — attraverso il vino dei posteri,
nella sembianza della ricchezza agraria…
ma come la stretta nella lacrima del padre
che non possiede, ma apre alla vallata, alla marina…

*

da boschivo per le furie

(un’arte)

Aveva immaginato,
a tratti, di comporre
ossa, lacerti della carità nostrale.
Comunicava con la stirpe
con impercettibili segnali
di fumo, vapori da tegami
in terracotta.
Credeva poi alla buona sorte
del tronco – da incidere,
scolpire…

*

(epiche del conforto)

L’angelo dell’obitorio
accosta l’ala nera del conforto
agli ultimi, ai sopravviventi
nella compièta d’assoluzione e gloria.
Li accarezza, li astrae dall’alto
di una vetta di vigna sacrificale,
ah, nostra virtute del tralcio,
nostra mattanza dell’uso quotidiano…

*

da extra vagantes

(in un transito)

Nelle venature della foglia mostrata,
il padre, maestro di scuola,
maestro anche al figlio, diceva:
anche per questi segni, bambini,
traversiamo la storia, il vostro futuro di uomini.
Non temeva la seduzione della luce,
ci richiamava alla rara virtù dei sentieri per capre,
dov’era l’umano dominio del sangue.
Ascetico forse e rabbioso in una fede
immanente, come l’anacoreta che ad oriente
guardava, dov’era la luce, in cui a stento
era possibile discernere crepuscolo da aurora,
tra gli ulivi scorgeva l’argento delle rame,
la ciclica materia del transito in un paesaggio.

*

(torre saracena)

Si complica l’assedio delle croci
alla rocca che si sapeva chiusa
all’attenzione del borgo – là, rintanati
e astuti, hanno nascosto
il fumo d’ogni malia di corpi.
Da presso un mare estraneo alle colline
vela gli occhi di uomini sospesi
in una silenziosa partita a carte.
Un diavolo traversa il paese
e rende augurio alle vergini sacrali.
Nascano figli, nascano giganti
per il prossimo fuoco dalle acque,
come dissero i padri viaggiatori
per il sentiero da un mare all’altro speso.

da Enrico Delea, Ruderi del Tauro, L’Arcolaio 2009

*

Nell’antro dei vulcani
postfazione di Sebastiano Aglieco

Questo libro di Enrico De Lea ha dei numi tutelari: si tratta di linguaggi – lingue/codici per meglio dire – ma anche di un paesaggio; luogo per mettersi in contatto col dentro e il fuori, il vicino e il lontano.

Avvertiamo una lingua normativa che fa riferimento al pa-dre, alla Legge e al suo apparato burocratico: codex, giurisdizione e territorio. Il latino, quindi, da intendere non come lingua di riferimenti letterari ma lingua del diritto.

C’è poi la lingua di una modernità franta, che tutto frantuma e tutto ricrea; neologismi, soprattutto, che devono molto a sostrati di cultura e parlata dell’infanzia, ma colta, questa, di lontano, nella sua ossatura ancestrale. Lingua della madre – anche se in scarsa rilevanza – se non altro per contrasto, per contrapposizione tra la gerbia – vasca dell’utero estroflesso, custode – e la necessità della civitas, della norma, il cui compito è quello di superare la pietas.

Il tutto nello sfondo – ma anche in memoria – di ruderi di città, di torri di avvistamento, luoghi di custodia, sbaragliati per sorte di Necessità antica, dea imperscrutabile e necessaria che i siciliani ben conoscono.

E, nello sfondo, isole inanellate di fumi, di antichi rimbrotti e fucine. È questo laboratorio magmatico a sottoporre la lingua a torsioni e urti, a spingerla verso un espressionismo autorizzato, come vedremo, dal compito di dare senso alle perdite.

Rimangono nello sfondo queste isole, insieme ad altri paesaggi diruti di rovine – certo – ma anche di materie mobili e peregrinazioni, di movimenti verso la lontananza; o contrari, introflessi, verso il ventre dell’isola, le sue cavità, i suoi rifugi.

Il libro, in effetti si struttura secondo l’andamento liturgico di una preghiera non istituzionalizzata, di difficile pronuncia, piuttosto, che non canta l’ossequio e non invoca il miracolo, ma costituisce l’accompagnamento salmodiante del pellegrino. È una liturgia da intendere come rosario – forse ciò che resta di cerimonie pubbliche, non più efficaci, officiate davanti agli altari di divinità sincretiche, ora preghiera privata, da offrire per ciò che rimane –.

“Infame dubbio del lanzatore, / se d’anima si tratti, con l’arma sbreccia / un vento d’acque, un coro inferno, quarto / di carne evaporato, stretto e sempre / tra feluca e luntro, lotta e tana / nella rema…”, (due mari).

Ecco: subito sentiamo l’effetto di un impasto consonantico e vocalico vòlto al raggiungimento di effetti paesaggistici, tutti in riferimento al titolo della raccolta, a queste pietre scisse e avanzate. In contrasto cacofonico: due mari, due venti; suggestioni dantesche, animali fiabeschi in territorio di spartiacque – emotivo, storico e culturale – ma soprattutto di un immaginario in via di estinzione. Poi entriamo nel ventre boschivo dell’isola: “In essere la vacuità del volto, / il profilo narciso all’acquitrino, / gelata venatura contro il nero / e tramortito arido alle fonti. / Là, remigando placidi, le canne / scostano i rematori insonni, / appesi ad un’attesa di perenne / premonizione in mezzo ai fumi, / digiuni delle origini a un fortino.”, (attese lacustri).

Ecco le acque di un contrasto spesso evocato: il mare del viaggio e della lontananza, del rinnovamento; ma anche la perdita e le acque stagnanti dell’attesa e del trattenimento, della gabbia uterina e della placidezza, contrapposte, poi, al vino del distacco. Acque, dunque, di questa terra: sorgenti e fontane delle selve boschive, come a indicare l’ambivalenza del partire e del restare, veri sentieri biforcuti di una terra che De Lea inquadra nelle direttive dello sguardo dei folli o dei veggenti: “Il folle zio Domenico è veggente, / urla gli incendi le miserie il secco”, (acque reali).

Paesaggi, dunque, nello sfondo di uno sguardo di erranza: orologio e norma del tempo, – il tempo del giusto e del dovuto – che ha bisogno dell’altare del sacrificio e della preghiera più consona, più efficace. L’immagine di questo sacrificio acco-sta sacro e profano, sostrati culturali e sincretismo – la parola tradisce l’esilio trattiene –.

È una forma di sequela questa preghiera, non nella forma della ripetizione incessante snocciolando le perline di un rosario, ma in quella della enumerazione di immagini spiacevoli. Il tutto per dire l’assenza, il lucus deserto del padre.

Potremmo metterle in fila queste corrispondenze sonore, modernissime e antichissime nello stesso tempo: mercatura, passio omiletica, soror: ora della scorza e patronimico; sismi nelle parole per evocare una specie di squarcio nel velo del tempio. Per dire che “trema la terra senza il padre, trema, / promessa ostesa, / d’un qualsivoglia frutto del verbo, / fèrula cannizzo scanno / palma astuta d’ombra…”.

La scomparsa del padre è dunque all’origine di questi ruderi del Tauro, il terremoto che ha scardinato le parole, facendo emergere dallo scavo il loro scheletro, la loro storpiatura, come stortate lastre di basalto. Assistiamo allora alle antiche scene di un mortorio, o di un disincantato inventario del dolore, possibilmente anestetizzato con le formule del lutto: “Conserva l’olio per la carità dei morti, / per la pelle del silenzio consolante”; ma il rito riguarda anche le parole: “penombra del muschio paterno, / narrativa del verbo senza carne”.

Il padre, però, non è possesso, perché “la quieta morte, / si smentisce nella lingua dei padri”. Il padre è rinnovamento. È vedetta. Si tratta di dare salvezza al viandante per la promessa di “una calma antica, / di in quieto movimento dell’occhio”. Ora questo viandante si muove verso l’interno, boschivo per le furie; vediamo così un paesaggio attraversato da rovine: chiese, are come antiche croci celtiche a segnare le pietre miliari della terra di antichi culti, di antichi sacrifici.

Ecco apparire, allora, in contrasto, opposte reminiscenze: l’ara occitanica, la scure, l’orda, il gabbo; e la carità del verbo che redime, in contrapposizione alle piazze delle città, alla recinzione – anche attraverso le parole – del luogo scuro e oscuro. Il nulla diventa “il gradone basaltico / per l’estro di assenza del lupo”. È un ordine dorico l’ordine della parola che segue lo spartiacque tra ordalia, faida e consultazione, Legge. La parola, dunque, è scortecciata. È salvata, superstite, dalle rovine; arginata. È come assistere alla forgiatura della parola nell’antro di Vulcano, Stromboli, Etna – ‘a muntagna – parola scaraventata nel fuoco e fatta emergere con le sue spigolature; non polita, ma pericolosamente in bilico tra estroflessione dell’umano e dirupo, tra senso e affossamento, offerta e sacrificio. Quasi una dichiarazione di poetica: “Aveva immaginato, / a tratti, di comporre / ossa, lacerti della carità nostrale. / Comunicava con la stirpe / con impercettibili segnali / di fumo, vapori da tegami / in terracotta. / Credeva poi alla buona sorte / del tronco – da incidere, / scolpire…”, (un’arte). Sono riferimenti a un’escatologia del tempo che ha rotto i suoi orologi dopo lo squarcio, la morte del padre, dalla rocca-calvario / nella notte del corpo, / ad ora nona”. Se c’è un verbo centrale in questa raccolta è, dunque, impetrare. Parola che suggerisce un lavorio sulla lingua, come il lavoro dello scalpellino sulla pietra. Ma anche il ricordare una forma, riconsegnarla. Il testo appare, dunque, stratificato, ma anche connotato in una lingua – lingua difficile la definirei con una formula provvisoria, e anche per accomunarla ad altre prove di scrittura difficile di questi anni –. Così troviamo il sincretismo di cui siamo fatti la croce e gli avi, a partire dalla terra – la sua lingua, soprattutto – espressa ancora una volta nei risvolti drammatici di passaggi epocali: la scomparsa delle guide, della loro cadenza terrena e imperativa.

Il libro sembrerebbe dunque un pellegrinaggio verso le origini, un canto funebre per accompagnare il padre “con una lignea campana di passione e lutto / nella cerca del tronco della stirpe”, tra gli anfratti incandescenti di una terra lavica, sempre disposta a cancellare le tracce dell’umano – compresa la parola – che però non riesce a dimenticare ed è costretta a fare i conti con i suoi debiti, tributario del nome dei morti.

Così si fa più chiara l’immagine del pellegrino, nella trasformazione, poi, in anacoreta; di un trasmigrarsi e di un fermarsi dopo il cammino, nel fitto bosco, dove lontano, selvaggio vive luminescente il santo selvaggio.

L’immagine di questo pellegrino è stratificata in reminiscenze culturali, in lontananze che ci appartengono, dal lauro ad altre possessioni; acquista il tono di preghiera, della parola alta del santo, del martire “lazzariato / del prosciugato volto”, acclamato dai folli in un pathos/panico che giunge al sangue, a “una cava diruta, una / traccia d’arenaria informe”, fino a una sconsacrazione.

Questo padre, infine, giunge alla sua pace, varca il cancello
dei morti sul quale si ferma estraneo lontano dai lumini, e “l’angelo dell’obitorio / accosta l’ala nera del conforto….” (epiche del conforto). Il padre appare per quello che è veramente: maestro di scuola, maestro anche del figlio; è colui che incarna nitidamente il ruolo di chi ci fa attraversare la Storia tutta, come l’anacoreta che guarda a oriente “dov’era la luce, in cui a stento / era possibile discernere crepuscolo da aurora”, (in un transito). Questo padre, dunque, la cui luce in ombra è preferita al candore violento delle madri, è portatore di una normativa bulla, di cui il figlio fa sempre scempio.

Il libro scopre, in questi passaggi il suo tono visionario più alto: le fondazioni emanate dalle macerie nell’attraversamento della Storia; un’era ideale di giganti, di figli, per il prossimo fuoco delle acque, (torre saracena). “L’anacoreta eletto a nuovo patrono / forse rappresentava l’affermazione / chisciottesca del regno del feudo, / l’annichilirsi delle ultime libertà civiche? / O, forse, dalla sua presenza, in alto, / si disponeva la fierezza di un nuovo ceto / di eroi discreti, una massoneria / dello spirito e della rendita agraria?” (domande in paese).

Nel bellissimo testo finale (prova delle madri), le durezze e le punte affilate del libro si spezzano in nome della dolcezza della ninna, del canto consolatorio. Bellissima l’immagine delle petrose minne di queste madri della certezza e del dolore, ancora descritte in una litania, in una repetitio degli attributi. La madre, qui, è il non contenibile, il non contenuto che non può essere detto. È ciò che non fonda, ciò che non può avere forma. È la negazione della dialettica volitiva e della gloria: “madri della pazienza e della perdita / della memoria nel passo quotidiano, / madri dei figli, madri dai tanti figli / senza vostri figli, madri degli uomini / sotto lo stesso lenzuolo, / madri del racconto ripetuto e della predica, / madri nel giusto alzate, una preghiera / che da sola echeggia…” A queste madri il poeta contrappone la confusa e dimenticata voce maschile di scaglie petrose battenti sul dirupo; i punteruoli che “hanno spronato / i muli verso argini montani”; con la promessa di ricadere nelle rose e nel maggio.



14 pensieri su “Enrico De Lea, Ruderi del Tauro

  1. Bellisime rime “petrose” Enrico, come evoca Aglieco con le suggestioni dantesche..-); lingua difficile certamente ma che prende, scende, incide e non ti lascia, auguri di cuore, Viola

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  2. Mi ripeto ma è uno dei più bei libri che possa capitare di leggere. La poesia di Enrico De Lea richiede impegno, ma ripaga con una profondità che pochi raggiungono.
    Ancora complimenti e auguri per il libro.

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  3. vi ringrazio di cuore per le parole partecipi e per la sim/pateia “poetica” – spero di riuscire a far conoscere almeno alcune delle cose scritte…chissà…

    ringrazio tantissimo, in particolare, Giorgio, per questi brani selezionati e proposti

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  4. Testi stupendi, veramente; non conoscevo De Lea, e qui, sono felice di averlo letto. Tanto di cappello! Complimenti anche a Sebastiano per l’ottima, precisa, puntuale postfazione. Fabio F.

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  5. @Fabio
    grazie, sono un clandestino della poesia – ho pubblicato poco, alla macchia e (forse, non son più un giovin poeta) tardi – fra le altre cose, un primo gruppo di testi del libro era uscito su Atelier nel 2007 (nota di F. Francucci), due testi su SUD (stesso anno) – poi, la rete, effettivamente, mi ha spinto a uscire ( su LPELS e poi su NI, oltre che da Marotta, Aglieco, A.Pizzo)
    – complimenti per il tuo Fabrica , un grande libro

    @ Carmine
    ti ringrazio – c’è in me tanta profusione nel nostos e confusione nell’archetipo (troppo mediterraneo, dice qlc. amico)

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  6. Debbo dire di essere molto orgoglioso d’aver pubblicato questa raccolta di Enrico. Un lavoro prezioso ed elegantissimo. Un’eleganza sintattica di questo tipo non la sentivo da tempo. Per me e la mia casa Arcolaio è un bel risultato, davvero!
    Un abbraccio a Giorgio, ai visitatori (dei quali ho apprezzato la passione nei commenti) e, alla fine, un abbraccio di vera stima al mio autore, Enrico.

    Gianfranco

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  7. E’ vero. E’ una scrittura molto raffinata e affilata. E una notevole profondità di pensiero e di visione. Complimenti a De Lea, e complimenti a Gianfranco Fabbri per la sua collana di perle preziose.

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  8. Caro Enrico, non preoccuparti per non esser più un giovin poeta o per essere uscito “tardi”, come dici, l’importante è che tu l’abbia fatto con un libro che, per ciò che ho letto in rete, è un ottimo libro. Neanch’io sono più un giovin, e mi aggiro per le macchie, o le periferie della poesia; l’importante è, credo, fare le cose con passione, corteggiare le parole, lasciarle sedimentare. Ma lo so che sono cose che sai: non scriveresti così sennò. Ti ringrazio per il mio “Fabrica”. Un caro abbraccio. Fabio

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  9. “Nelle venature della foglia mostrata,
    il padre, maestro di scuola,
    maestro anche al figlio, diceva:
    anche per questi segni, bambini,
    traversiamo la storia, il vostro futuro di uomini.”

    Se le buone opere sono quelle capaci di suscitare la nostalgia e/o il sogno di un mondo migliore, più bello, a misura d’uomo, a me sembra che queste poesie di Enrico vi riescano perfettamente, con uno stile sapiente e radicato nella tradizione letteraria quanto nella storia, la sua, la nostra.
    Trovo centrate anche le parole di Sebastiano Aglieco: “Il libro sembrerebbe dunque un pellegrinaggio verso le origini, un canto funebre per accompagnare il padre “con una lignea campana di passione e lutto / nella cerca del tronco della stirpe”, tra gli anfratti incandescenti di una terra lavica, sempre disposta a cancellare le tracce dell’umano – compresa la parola – che però non riesce a dimenticare ed è costretta a fare i conti con i suoi debiti, tributario del nome dei morti.” Lo sguardo sul quel mondo inabissatosi – quello delle sue origini – così affettivamente partecipe e scandagliante, è in fondo, irrinunciabilmente, anche il nostro, nella postura e nel sentimento.
    Giovanni

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  10. Rinnovo i complimenti a Enrico e all’editore, lieto di aver proposto qui testi che mi hanno colpito sin dalla prima lettura.

    Auspico che anche altri testi di Enrico possano avere presto maggiore circolazione, tutti della stessa perizia e profondità di questi.

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  11. grazie, Giorgio, per la tua attenzione ed il tuo interesse

    un grazie a tutti per la vs. simpatia per i miei testi – essa ripaga della loro/mia implicita “isolitudine” (loc. non mia, ma letta in rete…)

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  12. Come ben scrive Giorgio, ci sono testi che colpiscono sin dalla prima lettura – per me ‘Acque reali’ e ‘Presto accade’ – e che tuttavia serbano, come gli altri dall’impatto intenzionalmente non immediato, pieghe che si schiudono e si estendono successivamente. Ogni lettura illumina uno scavo nuovo.

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