L’arte della sorpresa

Ramon-loris

di Loris Pattuelli

Condensazione del proprio pensiero poetico in brevi annotazioni, la greguerìa è definita da Ramòn Gòmez de la Serna come il grido confuso delle cose, un “tentativo di definizione di cose indefinibili”, che lega la metafora all’humour. Greguerìa viene da “greco”, sinonimo di “difficile, incomprensibile e magari astruso”. Un sinonimo equivalente ci porta ad algarrabìa, che sta per “arabo”, sempre nel senso di “difficile, incomprensibile e magari astruso”. Ci sarà mai una via d’uscita? L’autore dice che “Le rigaglie sono le greguerìas del pollo”. Ed è tutto così semplice, così pieno di logica e di fantasia.
Le greguerìas sono motti di spirito, aforismi poetici, haikai in prosa, epigrammi senza punta. Qualcuno ha parlato anche di un lavoro per manovali e per architetti, di un mormorio che evoca grida confuse, clamori, echi disordinati, rumori imprevisti e non catalogabili. Ma andiamo pure avanti.
A dare il titolo di greguerìas fu Ramòn Gòmez de la Serna (1888-1963), uno degli scrittori di lingua spagnola più sottili di ogni tempo. Nella nostra lingua esiste soltanto una piccola antologia intitolata Ciao! Come stai? – Edizioni Polistampa – 9 euro. Dice il curatore Raimondo Marco Sorgia: “E’ l’opera sua più famosa, dalla quale, è stato detto “si libera tanta sorpresa quanta energia da un atomo”. E credo che qui stia già a portata di mano una chiave utile a scoprire il segreto di questo singolare genere letterario: la sorpresa.
Ci pare infatti che il primo a cogliere un non so che di sorpresa o di sorprendente da una comune parola, da un oggetto, da un’azione o da una situazione quel “di più” nascosto in essi o con loro connesso, sia proprio l’autore della “greguerìa”. Scendiamo nel concreto? Eccolo sull’argine del fiume, mentre osserva il vibrare intenso delle foglie del pioppo. Gli viene spontaneo chiedersi: a cosa posso paragonarle? O cosa esse mi suggeriscono? Uno sciame di farfalle, di ali svolazzanti in una frenesia quasi inarrestabile; ed è pronta la ”greguerìa” con cui il pioppo viene a essere definito l’”albero dalle verdi farfalle”.
Oppure si rompe casualmente una bottiglia e, da una scheggia a contatto con la pelle, si produce una leggera ferita. Alla vista di quel sangue che sgorga da un taglio che solo un’affilatissima lama può produrre, ecco affiorare un’altra “greguerìa”. Tale lama stava nascosta nel vetro, e a tradimento ha colpito entrando a contatto con la carne: “Quella maledetta bottiglia, rompendosi, tira fuori la lama che teneva nascosta”.
Dovendo tradurre greguerìa in francese, Valery Larbaud dice di aver pensato a “cinguettio”, “cicaleccio”, “pigolio”, “sfuriata” prima di scegliere “strepito”, non per la durezza ma per la sonorità. Credo non si potesse trovare nome più appropriato.
“La greguerìa” dice Ramòn Gòmez de la Serna, “si presenta in abiti feriali: è una piccola verità che ci riceve sull’uscio di casa in canottiera o in maniche di camicia”.
Ci sarebbe poi anche la ricetta, scritta ovviamente di pugno dall’autore: “Umorismo + metafora = greguerìa”. Perfetta? Perfetta come tutte le cose vagamente metafisiche.
Colgo l’occasione per segnalare che, oltre a Ciao! Come stai?, è possibile trovare nei Remainders anche un paio di romanzi: Le tre grazie – 3,10 euro, La donna d’ambra – 6,25 euro.
Se non serve altro, chiudo con un ultimo frammento: “Le scarpe avanzano da sole, avanzano, di notte, sulle punte, senza far rumore, e scivolano lungo gli zoccoli delle pareti. Non lo si sa, non sono mai state colte sul fatto; ma lo si intuisce, e molte prove convincenti inducono a sospettarlo; le si trova lontano da dove avrebbero dovuto stare, in disparte; talvolta una sola delle due si perde; la si cerca dappertutto e si finisce per trovarla lontanissimo, in corridoio, o in cucina o in qualche angolo ignorato dove non si capisce come abbia fatto ad andare a finire; oppure spariscono tutte e due, e si è indotti a credere che se ne siano andate per non tornare più. Dov’è sparito quel paio, che era ancora quasi nuovo? E’ uno dei misteri che non sono mai riuscito a capire, il più profondo di tutti”.

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Greguerìas

Pioppo: l’albero dalle verdi farfalle.

Si guardarono da un finestrino all’altro da due treni che si incrociarono andando in direzioni opposte; ma la forza dell’amore fu tale che subito dopo i due treni cominciarono a correre nel medesimo senso.

Quella maledetta bottiglia, rompendosi, tirò fuori la lama che teneva nascosta.

Scrivere: la libertà che viene concessa a uno di ridere o piangere per proprio conto.

La luna pare andare un po’ più in su, quando i cani le abbaiano contro.

I serpenti sono le cravatte degli alberi.

Chi cerca nel portafoglio il proprio biglietto da visita senza trovarlo, ti fa temere che finirà col darti un biglietto del tram o un proprio ritratto di quando era bambino.

Il nido è una corona di spine senza le spine.

Aprire un ombrello è un po’ come sparare all’aria.

Quando l’armadio è aperto, tutta la casa sbadiglia.

Le rane si gettano nello stagno come se stessero imbucandosi nella cassetta delle lettere.

Quando il vento rivolta la tela dell’ombrello proviamo un certo senso di pudore, come se fosse stata alzata la gonna, mostrando ogni cosa.

Gli arazzi sono le salviette in cui il tempo si asciuga le mani.

Nella carta vetrata c’è la mappa del deserto.

Nella solitudine del campo si trova sempre una pozzanghera in cui si svela ogni segreto del cielo.

Il fulmine ci mostra la sutura cranica del cielo.

I treni che deragliano tornano a comportarsi come quand’erano giocattoli da bambini.

Chi ha imparato a capire cosa significhi le “diciannove e quarantatré” può viaggiare ovunque, a suo piacimento.

Le galline becchettano il suolo come se si mangiassero pezzetti di stelle piovuti dal cielo.

I mosconi sono scarabocchi volanti.

Quando chi sta davanti dà l’elemosina a un povero, quello che segue non la dà come se il primo l’avesse data anche per lui; ed è una legge che ha danneggiato e non poco il patrimonio dei poveri.

La lenticchia col vermetto è il più minuscolo orologio a cucù.

I granchi sono mani di pianisti inesperti, che si sforzano di eseguire barcarole.

Quando una bicicletta passa per un sentiero più in alto di noi, sembra che il paesaggio si sia messo gli occhiali.

Il fulmine è una sorta di cavatappi incollerito.

Le rigaglie sono le “greguerìas” del pollo.

L’acqua non conosce gioia più grande di quando la fanno salire sulla ruota del pozzo.

Pane è una parola tanto breve di modo che possiamo chiederla con urgenza e mangiarlo in un boccone.

Consiglio filosofico: “Fatti una fotografia, e se ci sei lì, è segno che esisti”.

C’è un momento in cui il grillo perde un rin-rin e allora riattacca a sonare per poterlo aggiungere al totale.

Le anatre paiono volare al rovescio: la coda per davanti e la testa all’indietro.

Torta: un cappello commestibile.

La tristezza maggiore per i poveri consiste probabilmente nel non poterci far mai l’elemosina.

Il pensatore di Rodin è uno scacchista al quale hanno sottratto di nascosto il tavolino.

Imparare dalla farfalla a far visite brevi.

Il libro è un uccello con più di cento ali per volare.

Se in una notte cercherete di unire con un raggio luminoso tutte le stelle del cielo, otterrete la Silhouette di Dio.

Il bebé saluta sé stesso dando la mano al suo piedino.

[In apertura: ritratto di Ramòn Gòmez de la Serna di Diego Rivera – 1915]

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