Intervista alla scrittrice e archeologa Giorgia Lepore, autrice de “L’abitudine al sangue”

Giorgia Lepore vive in Puglia, a Martina Franca. È archeologa e insegnante di storia dell’arte nelle scuole superiori. Ha al suo attivo varie coordinazioni di scavi in siti archeologici di tutta Italia e pubblicazioni in riviste specializzate e atti di convegni. Con la pubblicazione del romanzo “L’abitudine al sangue” (Fazi), esordisce anche come romanziera.
Si tratta di un romanzo storico dove protagonista è Giuliano, figlio dell’imperatore di Bisanzio, posto dal padre a capo dell’esercito suo malgrado. Il giovane non riesce a sopportare l’idea della perdita di vite umane, la vista e l’odore del sangue. Con l’aiuto dell’amata Eucheria trova il coraggio di ribellarsi al ruolo impostogli, ma subisce la dura e impietosa vendetta paterna. “L’abitudine al sangue” – romanzo ben scritto, avvincente, dolente e capace di indurre alla riflessione – approfondisce, tra le altre cose, il difficile percorso interiore del protagonista.
Ho avuto modo di discuterne con l’autrice.

Da dove deriva la tua passione per la storia?
giorgia-leporeA cinque anni mi portarono a Pompei; piansi per una settimana. Ero convinta che per le strade ci fossero ancora le persone che scappavano, e poi pensavo sempre al Vesuvio e alle eruzioni. (Genitori, pensate bene a dove portate in vacanza i vostri figli… )
Poi in realtà la storia studiata a scuola non mi piaceva. Un giorno scoprii a casa un’edizione di Erodoto e non me ne staccai più… ecco, credo che il contatto con i monumenti archeologici e la possibilità di consultare una fonte diretta, non mediata attraverso un manuale di storia, mi abbia svelato nuovi orizzonti.
Poi, una mattina, quando avevo sedici anni, mi ritrovai da sola per una serie di strane circostanze nel parco archeologico della valle dei templi ancora deserto… Una botta in testa penso che sarebbe stata meno devastante.
Credo di averlo già detto: il mio rapporto con il passato è molto “materiale”. Passa attraverso oggetti, muri, strade, ossa, ossa che poi sono persone, e persone che poi avevano un nome, e costruivano muri, e passavano per quelle strade e in quelle case, e a volte scrivevano, e raccontavano. E i racconti, i loro racconti, sono milioni di volte più belli, più vivi e più intensi di quanto mai nessun libro di storia possa contenere. E nemmeno il più grande romanzo.

Come nasce questo tuo romanzo “L’abitudine al sangue”? Da quale idea? Da quale esigenza?
Il romanzo nasce in maniera abbastanza casuale, due anni e mezzo fa. Era un periodo di lavoro molto intenso e nei momenti di pausa il cervello invece di staccare vagava da solo… In realtà non avevo in mente di scrivere un romanzo, cioè non è stata una scelta progettata. Mi è venuta la storia, mi sono messa a scriverla, da lì poi prendeva forma, andava avanti, in maniera quasi automatica.
Potrei dire che all’inizio non sapevo dove mi avrebbe portato, e anche quando l’ho finita (l’ho scritta tutta d’un fiato, in poco meno di tre mesi), non capivo perchè, e perchè quella storia. Solo quando ho cominciato a prendere il dovuto distacco, mi sono resa conto che solo in parte le motivazioni stavano nel mio lavoro (diciamo che è piuttosto la ragione della forma “storica”), ma che ce n’erano altre. A parte il senso della Storia, come ho avuto già modo di sottolineare, avevo bisogno di mettere alcune cose a posto.
Ho scelto la narrazione in prima persona, ma anche in questo caso non è appropriato parlare di scelta, perchè non avrei potuto scriverlo diversamente: prima è nato il personaggio, Giuliano, e lui ha raccontato la sua storia. Anche lo stile, il tono, la cadenza narrativa, è stata dettata da chi racconta.
I personaggi riprendono caratteristiche di personaggi reali, che però sono volutamente mascherati e mescolati tra loro come se fossero pezzi di un puzzle che si ricompone in un ordine diverso da quello originale. Sono astrazioni, archetipi. La mia intenzione era quella di operazione simile alla creazione delle leggende, o delle favole.
La storia è basata innanzitutto sulle relazioni: padre-figlio, fratelli, madre-figlio, uomo donna, ma anche e soprattutto tra uomo e Dio, tra l’uomo e il suo destino, e quindi anche la storia.
Un altro tema, che mi sono resa conto era fondamentale nello sviluppo della storia, è la strumentalizzazione di Dio da parte del potere e da parte di tutti gli uomini, per giustificare, motivare scelte ed azioni. Questo è un vizio antico, che ultimamente va molto di moda.

Ci racconteresti qualche aneddoto su come hai svolto le attività di ricerca?
Non ho fatto ricerche particolari, perché la materia, l’ambientazione, i particolari storici facevano già parte del mio lavoro o comunque della mia formazione. Man mano che andavo avanti, rileggendo le cose che scrivevo mi rendevo conto che c’erano gli echi di cose che avevo studiato, sedimentate tanto in fondo che mentre invece le scrivevo non erano influenze consapevoli. Le fonti, prima di tutto, gli storici romani (Tacito, ma soprattutto Ammiano Marcellino), le cronache medievali, sia storiche che monastiche, i particolari, i toni narrativi hanno agito nella mia scrittura in modo che potrei definire quasi subliminale.
Mentre scrivevo spesso sentivo che qualcosa di quello che stavo scrivendo mi era familiare… e poi mi veniva in mente dopo. Ad esempio è stato così per il rapporto tra i due fratelli, Costantino e Giuliano, che ricorda il rapporto tra Basilio II e Costantino VIII, in maniera però invertita.

Scrivi preferibilmente in un determinato momento della giornata (la mattina, la sera) o ti è indifferente?
Scrivo quando posso, dove e come posso, ma preferibilmente di notte o di mattina presto, quando ancora non è cominciato il casino (ho due bambine). Anche sul telefono, se non ho carta a disposizione, anche al buio, se non mi va di alzarmi. Poi trasferisco tutto al pc.

Immaginiamo che tu sia obbligata a scegliere tra il fare l’archeologa e la scrittrice. Cosa sceglieresti?
Scelgo la terza…. diciamo che è una domanda difficile, in un momento difficile, e non so proprio che risponderti. Diciamo che sono rimasta abbastanza delusa da come vanno le cose in campo archeologico in Italia. Fare l’archeologo è praticamente impossibile, soprattutto se sei una donna, se vuoi una famiglia, e se ha più di 35 anni. Ma il discorso è troppo lungo.
D’altra parte, mi sembra che dall’altro versante ci sia poco da stare allegri… magari mi apro un agriturismo.

Stai lavorando a un nuovo romanzo?
Starei lavorando ad un nuovo romanzo, anzi, più di uno, perchè mi vengono in mente tantissime storie. Se riuscissi a stare dietro alle idee, ne scriverei uno al mese. Però non ci riesco, mi manca il tempo e la concentrazione.
Comunque sto lavorando a una cosa contemporanea, completamente diversa, e poi ad un’altra ad ambientazione storica.

Massimo Maugeri

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