«Le vie del corpo», il mio racconto in “Roma per le strade II”, a cura di Massimo Maugeri [Azimut]

romaperlestradeIo.
L’io… io! Il più lurido di tutti i pronomi!
Io cammino e la strada mi è amica.
Mi torna in mente mentre mi riapproprio di me stessa, mi torna in mente questo pidocchio schifoso di pronome. Io.
Il mio corpo respira, ogni poro della mia pelle si dilata ad accogliere il suo tempo e il suo spazio. Vado a fare la mia terapia settimanale. La mia gamba sinistra ha ancora bisogno di cure. Il lato sinistro del mio corpo è sempre stato il più fragile: devo proteggerlo, difenderlo, rinforzarlo.
Quando cammino mi sento intera. Non più fratturata: l’abisso tra corpo e mente si colma della materia di cui è fatta la vita. Di tanto in tanto mi accorgo che è la gamba destra a determinare l’andatura e a trascinare con sé l’altra, ma questa consapevolezza non mi ferma. Il mio ritmo è costante. Quando cammino a Roma capisco, mi rivelo a me stessa.
Epifania.
Ia.
Sei riuscita a spezzarti tutto il possibile dal ginocchio in giù, mi aveva detto il chirurgo durante l’operazione. Il piede non aveva trovato l’appoggio giusto scendendo da uno scalino. Uno scalino di pochi centimetri. Io avevo cercato di rispondere a tono, di sorridere persino, anche se non ne avevo per niente voglia. L’epidurale mi aveva staccato mezzo corpo. Ero viva solo dal torace in su. Il resto di me in-esisteva.
Per arrivare in via Salaria, alle spalle del Quartiere Coppedè, attraverso un numero imprecisato di piazze. Piazza San Silvestro, piazza Colonna, piazza Barberini: in ciascuna sento esplodere un fuoco che brucia sotto la pelle, sempre a sinistra.
Sono circondata da piazze, ma vivo in una via piuttosto stretta. Il palazzo di fronte dista dalla finestra della stanza in cui lavoro solo un pugno di metri in linea d’aria. Il mio corpo è sempre pieno di occhi.
Ogni volta che esco, o che mi affaccio, mi trovo al centro di un lugubre triangolo: a destra, rispetto al mio portone, c’è via delle Coppelle. Nel 1994 una mia ex compagna di classe è stata trovata morta per overdose nell’appartamento di un vecchio palazzo. A sinistra c’è via della Campana. Un paio di giorni fa ho saputo che un’altra mia ex compagna di classe è morta di cancro, da circa due anni. Sia via delle Coppelle che via della Campana sono due strade anguste, più simili a vicoli che a vere e proprie vie. Sono due braccia fatte di palazzi e sampietrini. Ma io sono stanca degli arti, degli occhi, della testa, dei frammenti. Io voglio la visione completa, voglio il corpo intero.
Io.
Sono nata e cresciuta qui. In questo ventre opprimente che, in una sorta d’infinita gravidanza, mi ha trasmesso tutte le sostanze nutritive necessarie a sopravvivere. Prima dell’incidente camminavo pochissimo. Ora, quando posso, arrivo ovunque usando le gambe.
Qualcosa è cambiato.
In questo lunedì mattina, durante il quale Roma è grigia e liquida, mi guardo intorno e penso e sento. Dopo anni di coma emotivo, d’immobilità e paura – sono stata simile alla Dublino di Joyce: ero una sorta di città ferma e stagnante – questa passeggiata significa rientrare nella mia vera vita. È come se, da sotto le strade, un’enorme mano stesse penetrando nel mio corpo, impossessandosene. Ed è come se, per appassionata osmosi, tutti i miei flussi vitali si trasmettessero alle viscere di Roma, che pulsa sottoterra. Lei è in me più che mai, oggi. E io sono in lei.
È la mia ultima seduta. D’ora in avanti dovrò camminare da sola. La mia gamba sinistra dovrà imparare a dettare l’andatura, ad accogliere anche lei il peso del mio corpo e a non lasciarsi trascinare dall’altra. La mia gamba sinistra non tornerà mai più come prima: il polpaccio è irriducibilmente più magro, le cicatrici grandi ed evidenti, la caviglia sempre gonfia, il muscolo quasi invisibile anche quando è in tensione. Per troppo tempo non ho potuto usarlo, e lui ha perso l’abitudine (la voglia?) di esistere. Si è dimenticato come si fa a vivere. Ma, a quanto pare, da quel che dice la fisioterapista, ormai è in grado di cavarsela, malgrado spesso si nasconda dietro al ricordo del letto e della sedia a rotelle per paura dei rischi che comporta l’autonomia.
Ia.
Piove e sono all’imbocco di via Veneto: ho appena superato piazza Barberini. Una volta non sarei mai uscita sotto la pioggia, mai da sola, mai a piedi. Una volta la prima parte di via Veneto, tutta in salita, mi avrebbe spaventata, mi sarei fermata ogni due minuti, avrei avuto il fiato corto, sarei arrivata stremata. Una volta non riuscivo a camminare senza guardare a terra.
La prima volta che ho distolto gli occhi ero a piazza Colonna: mi dicevo: Dai, prova. Non puoi aver dimenticato come si cammina! Ho infilato quattro passi consecutivi senza controllare dove stessi mettendo i piedi. Trattenevo il respiro, e benché fosse inverno, sudavo.
Al quinto passo non ce l’ho fatta più. Ho abbassato lo sguardo. Ho ripreso a respirare. La tensione si è sciolta. Ho avuto tanta paura da non poterla esprimere. E al tempo stesso ho pensato: Ce l’hai fatta. La stessa fierezza provata quando ero riuscita a preparare il caffè da sola, in cucina, senza l’aiuto di nessuno. Io e le mie stampelle.
Piazza Colonna era quasi deserta, quel giorno d’inverno di tanti anni prima. Il cielo era talmente limpido che non ci si poteva nascondere, non c’era modo di fuggire dalla realtà.
Adesso sono all’inizio di via Boncompagni e nemmeno mi sono accorta della strada che ho fatto. Adesso, quando cammino, mi concedo il lusso di riflettere, di distrarmi. All’angolo con via Veneto svetta l’Excelsior: a quindici anni, per la prima volta nella mia vita, mi sono accalcata sotto le finestre dell’albergo insieme a una folla di adolescenti ululanti per sperare di vedere Simon LeBon e il resto dei Duran Duran.
Sorrido, passandoci davanti. Sorrido ai ricordi, a un passato di risate. Poi c’è stato lo iato dei sentimenti non provati.
Via Boncompagni è dritta e lunga, la strada non è sconnessa. Sarebbe stata la via ideale da percorrere subito dopo l’incidente: senza sorprese, senza rischi. Ora la trovo noiosa, e mi sbrigo ad arrivare a Corso Italia. Ho deciso di seguire il percorso del 53. Mi piace, si cambiano tante strade, passa anche davanti a Villa Borghese. I miei occhi e il mio corpo si adattano allo spazio.
Io.
Cammino con i tacchi. Impensabile, fino a qualche mese fa. Io che non vacillo più e cerco il mio posto.
Roma ce l’ho sulla pelle, nelle viscere. Da quando cammino, Roma è ancora più mia, e io sono ancora più sua.
Mi spingo sempre oltre, non rifiuto mai di arrivare più lontano di quanto non sia già andata.
Mentre passo per via Pinciana mi concentro sul mio corpo, che è un corpo di donna costretto in un termine maschile. Come il più lurido di tutti i pronomi. Ci vorrebbe una corpa. Ci vorrebbe una Ia.
Oggi è la donna che cammina, non solo l’essere umano. Oggi, più che mai, è la donna. Che aspetta l’ultima seduta. Oggi, più che mai, la donna si nutre di Roma, diventa Roma, si sente Roma. E sento le spalle, le braccia, le cosce, il ventre, il seno, il collo, i capelli. Sento tutto questo aderire a me, tanto che devo frenare l’impulso di toccarmi. Sono una intera, non sono più un’accozzaglia di frammenti, di parti. Abbasso gli occhi per guardare la parte inferiore del mio corpo. Mi fermo davanti a una vetrina per vedermi tutta.
Il cancello di via Salaria è proprio di fronte a via di Villa Grazioli. Mentre mi avvicino incrocio via Rubicone e via Clitunno. Mi volto, da lontano vedo la fontana che campeggia al centro di piazza Mincio: il cuore del quartiere Coppedè.

Tocca a me, mi ripeto, uscendo dal cancello di via Salaria, mentre i miei passi si animano su via Clitunno, sulle radici degli alberi che gonfiano i marciapiedi. Ora tocca a me. Da oggi in poi.
Vado al centro di piazza Mincio, mi avvicino alla fontana. Roma è liquida. L’acqua mi ha sempre parlato e il mio corpo ha sempre reagito alla sua solidità.
Non c’è nessuno.
Mi tocco le braccia, il seno, il ventre, le gambe. La gamba sinistra.
Giro la testa, guardo i palazzi che mi circondano: sono un’opera d’arte, sono armoniosi, fieri, straordinari, cupi, intensi, unici, beffardi, sornioni.
Sono a Roma.
E Roma è m-ia.

[Questo racconto è stato pubblicato nell’antologia Roma per le strade, vol. II, a cura di Massimo Maugeri, per i tipi di Azimut. La copertina è stata realizzata da Adriana Merola. Tutti i proventi delle vendite andranno al reparto pediatrico del Policlinico Umberto I di Roma. Gli autori presenti nella raccolta sono: Dora Albanese, Adelia Battista, Gaja Cenciarelli, Rita Charbonnier, Francesco Costa, Laura Costantini e Loredana Falcone, Mario Desiati, Andrea Di Consoli, Pasquale Esposito, Massimiliano Felli, Gianfranco Franchi, Andrea Frediani, Luca Gabriele, Enrico Gregori, Luigi La Rosa, Silvia Leonardi, Lia Levi, Dacia Maraini, Piera Mattei, Massimo Maugeri, Italo Moscati, Stefania Nardini, Antonio Pascale, Sandra Petrignani, Rosella Postorino, Tea Ranno, Carlo Sirotti, Cinzia Tani, Filippo Tuena].

21 pensieri su “«Le vie del corpo», il mio racconto in “Roma per le strade II”, a cura di Massimo Maugeri [Azimut]

  1. Dacia Maraini. E gli altri? Mai sentiti nominare. Una antologia per promuovere il centro pediatrico o signore e signori che vorrebbero fare della scrittura una professione redditizia?
    In ogni caso il racconto qui non mi dice nulla.

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  2. “È come se, da sotto le strade, un’enorme mano stesse penetrando nel mio corpo, impossessandosene”
    Ho provato a viverci a Roma, otto mesi e poi sono scappato via. Capisco pero’ come questa città possa “impossessarsi” di chi vive, ha un suo fascino , decadente, misterioso (cadaverico sinistro). Tutto questo si fa sublime quando diventa fiction, come dimostra il racconto di Gaja. Roma preferisco leggerla o guardarla nei film di Fellini e Pasolini. La “Ia” del racconto suggerisce un parallelo con la città, con la sua parte sinistra malata, ma Ia e’ sulla via della guarigione, vuole ritrovarsi…
    Abele

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  3. ariosto: in casa tua ti sa meglio una rapa: e cuòcitela!

    gaja: che bello, anche carmine vitale dice che si sente il rumore dei ciottoli, io ti dissi che sentivo il ticchettio dei tacchi nel ritmo delle frasi.

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  4. *Il mio corpo è sempre pieno di occhi*.

    è questa coscienza – dei sensi tutti – che si scrive in Gaja, filtro ch’è forma nuova e nuova formula. L’unione degli opposti e il genere/generare/rigenerarsi [anche nei pronomi, pro-nobis, grazie!]

    Chiara

    P.s. concordo con Enrico: sporcare l’oro dell’ottava – solo per [mal]nascondere frustrazioni personali – è scalpitar di suole davvero infantile.

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  5. Mi si consenta, siete strani, fate muro per difendere una vostra amica e non ci sarebbe nulla di male, dimenticando tuttavia di essere critici.

    Sarebbe gradito che si parlasse senza codici: forse voi li capite, io no e mi dispiace.

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  6. mi si consenta, ella ariosto è ancor più strano. lei, nella giustificata ignoranza su chi siano le persone che hanno scritto in questa antologia, si chiede: “signore e signori che vorrebbero fare della scrittura una professione redditizia?”. il fatto che lei, giustamente, non conosca gli autori, la spinge a fare illazioni destituite di qualunque fondamento. se, infatti, conoscesse e sapesse, apprenderebbe che tutti o quasi gli autori, hanno mestieri e professioni redditizi in altri settori e praticano la scrittura soprattutto per passione. se poi molti di loro abbiano pubblicato libri, non vuol dire che siano finiti nella top ten delle vendite, ma semplicemente che qualche editore si è interessato alle loro cose. e, per quel che vale, parliamo di editori che si chiamano Mondadori, Einaudi, Rizzoli, Feltrinelli. Mi si consenta anche di contestare che quelli che si esprimomo qui in favore del racconto di Gaja Cenciarelli siano difensori acritici. Sembrerebbe, infatti, che solo chi è d’accordo con ariosto possa avere la patente di critico che parla senza codici. In base a cosa? Forse lei vorrebbe fare della critica letteraria una professione redditizia? Per quel che (personalmente) mi riguarda, esimio ariosto, lei può ritenere che le sue siano le uniche opinioni giuste esclusivamente nel ristretto ambito della sua magione.

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  7. Capisco, gentile Signor Gregori e la ringrazio. Parliamo dunque di una antologia che accoglierebbe autori perlopiù non professionisti. Non puo’ pretendere che si conoscano i nomi e le professioni di tutti coloro che in Italia scrivono. Mi ha sorpreso il fatto che in mezzo a tanti nomi a me sconosciuti, e che credo ignoti ai più, ci fosse una firma come quella della Maraini, che bontà sua ha deciso di apparire in questa antologia.

    Non penso che le mie opinioni siano le sole meritevoli di attenzione; tuttavia non comprendo il motivo di dire ai quattro venti che non capisco niente di letteratura per il solo fatto d’aver espresso una opinione in merito ad un racconto.

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  8. Gentile Ariosto, lei “crede ignoti ai più” Antonio Pascale, Filippo Tuena, Mario Desiati? Lei “crede ignoti ai più” Sandra Petrignani, Cinzia Tani, Rosella Postorino, Lia Levi, Tea Ranno? Ebbene, gentile signor o signora Ariosto, le consiglio di frequentare meglio, e con maggiore assiduità, l’ambiente editoriale prima di esprimere giudizi – come dire? – così tranchant. A mio avviso, lei “crede” male.
    I nomi che le ho citato sono molto noti, invece, a chi legge e si tiene informato. Se, per esempio, all’interno di un discorso nominassi Mario Desiati, non mi verrebbe nemmeno in mente di spiegare chi sia. E la medesima considerazione vale anche per Antonio Pascale, o Lia Levi.

    Quanto al suo ultimo commento: le faccio notare che lei è stato il primo a esprimere un giudizio a-critico, dando per scontato che le persone qui intervenute avessero scritto quel che hanno scritto solo per “difendere” me.
    cito il suo commento: “Mi si consenta, siete strani, fate muro per difendere una vostra amica e non ci sarebbe nulla di male, dimenticando tuttavia di essere critici.

    Sarebbe gradito che si parlasse senza codici: forse voi li capite, io no e mi dispiace.”

    Quali codici?
    Di che parla?

    Per tacer poi del suo primo commento (denso di riferimenti critici, com’è evidente): “Dacia Maraini. E gli altri? Mai sentiti nominare. Una antologia per promuovere il centro pediatrico o signore e signori che vorrebbero fare della scrittura una professione redditizia?
    In ogni caso il racconto qui non mi dice nulla.”

    Se un racconto non piace, si motiva la propria opinione. A me l’hanno insegnato a scuola. E non si pretende che altri facciano quel che noi non facciamo.

    Gentile Ariosto, in sostanza: ha preso in considerazione la possibilità che
    1) nessuno abbia parlato per “difendermi” (e da cosa, poi? da un’opinione negativa? mah), ma solo perché seriamente convinto della bontà di quel che avevo scritto?
    2) che io non abbia bisogno di essere “difesa”, perché gli attacchi veri da cui “difendersi” sono ben altri e non girano su internet?
    3) che – ironia della sorte – gli sconosciuti scriventi cui si riferisce almeno mettono il proprio nome e cognome, e l’unico/a che si trincera dietro un nick altisonante è proprio lei?

    De gustibus.

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  9. io mi offendo: l’affetto non c’entra nulla. se apprezzo è perché apprezzo, e con sufficiente cognizione di causa, oh basta là!

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  10. Forse lei, Signora Cenciarelli crede che i nomi da Lei citati siano sulla bocca di tutti; spiacente di dirLe che la gente non li conosce. Cos’hanno pubblicato? A parte Dacia Maraini, ripeto, gli altri sono a me ignoti. Ho sentito nominare la Tani, ma in verità solo per averla vista in tv su rai3 qualche anno or sono. Non sapevo scrivesse anche dei libri. Gli altri sono nomi a me ignoti, né mai li ho visti in libreria, eppure sono un forte lettore. Mi perdoni se non sono un addetto editoriale. Spero non mi si criminalizzi per questo.

    In ultimo il mio giudizio non ha motivo di ulteriori giustificazioni: non ho questa presunzione. Da lettore dico che non mi ha trasmesso nulla.

    In ogni modo ravviso una forte tracotanza comune a un po’ tutti e la cosa non mi dispone bene di spirito.

    Cordialmente

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  11. ariosto, la maggior parte di quei nomi sono ignoti a lei e, invece, ben noti proprio a Dacia Maraini la quale, avendo accettato immediatamente di partecipare alla antologia, era anche felice della presenza di tanti scrittori da lei conosciuti. di questa antologia, mi pregio significarle, è stata fatta una presentazione a Roma alla quale Dacia Maraini non ha potuto partecipare perché in viaggio in Cambogia. Ma ha fatto pervenire un messaggio di saluto a tutti, proprio perché conosce buona parte degli autori ospitati nell’antologia. Lei, ariosto, non li conosce e nessuno gliene fa una colpa. Ha tutto il diritto di essere ignorante (nello specifico, si intende), ma forse vantarsene è eccessivo.

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  12. Lei parla di nuovo a nome della “gente”.
    La “gente” è un concetto vago.
    La “gente” che conosco io, per esempio, sa bene chi siano Mario Desiati, Antonio Pascale, Rosella Postorino e Filippo Tuena.
    Nessuno la criminalizza. Le si chiede solo di essere possibilista e non di parlare della “gente”.
    Se lei è un lettore forte saprà che esiste anche la letteratura contemporanea.
    Ebbene, i nomi che ho citato ne fanno parte. La prego, ne prenda atto. Se non li conosce, *lei*, è un suo problema.

    Chiunque mi conosca sa bene che sono la persona più disponibile e aperta alle critiche che esista. La tracotanza non fa parte della mia natura.
    della sua mi pare di sì, però: “Una antologia per promuovere il centro pediatrico o signore e signori che vorrebbero fare della scrittura una professione redditizia?”

    A ogni modo, alle obiezioni vuote, non motivate criticamente, non ci si può rapportare che in questo modo.
    Se lei volesse aggiungere qualche critica costruttiva per migliorare – a suo avviso – la mia scrittura, sarei ben lieta di ascoltarla, gentile “ariosto”.

    Malgrado, lo ribadisco, lei continui a parlare di “scrittori sconosciuti” trincerandosi dietro un nick.

    Detto questo, la saluto. Non ho nient’altro da aggiungere.

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  13. Caro Ariosto,
    l’unico scrittore sconosciuto della raccolta sono me medesimo stesso. Nonostante la mia ignoranza e la mia incapacità di scrittura sono riuscito a entrare per raccomandazione datosi che conosco il curatore della raccolta.
    Il mio obiettivo è uno solo: farmi i miliardi con i libri!
    E comunque anche il mio è uno pseudonimo. Magari conosce il mio vero nome: mi chiamo Dan Brown.

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  14. Ovviamente si scherza, caro Ariosto.
    La invito ad acquistare la raccolta; magari non le piacerà, ma potrebbe essere un modo per conoscere autori nuovi, oltre che per contribuire allo scopo benefico.
    E mi raccomando… non faccia l’Orlando. 🙂

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  15. Posso difendere colui (immagino sia un uomo) che si fa chiamare Ariosto? Non certo perché l’Ariosto non abbia apprezzato lo scritto di Gaja Cenciarelli (non mi interessa entrare nel merito) o la raccolta nel complesso; e nonostante il tono del suo primo messaggio non fosse, diciamocelo, poi così simpatico.
    Sono un’autrice presente nella raccolta, autrice che lui evidentemente non conosce (e che vive della propria attività creativa ahimè non troppo redditizia), senz’altro ignota ai più; che questo sia affermato non mi sembra un problema (è la realtà) né me ne sento offesa (perché dovrei?). Al contrario, mi sembra piuttosto offensivo affermare che qualcuno “non capisce una sega di scrittura” perché ha assunto una posizione critica.
    Apprezzo, per contro, il tentativo di Massimo Maugeri di smorzare i toni attraverso l’ironia. Ciao a tutti.

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