L’ombra più nera. Incontro con Giorgio Falco e Antonio Scurati a Scrittorincittà-Cuneo

scrittorincittà09

Condensare in un post l’efflorescenza di spunti emersi nell’incontro di venerdì scorso a Cuneo, per Scrittorincittà, con Giorgio Falco e Antonio Scurati (Giorgio Vasta a moderare), è impresa fuori dalla mia portata. 
Certamente è stata l’occasione ideale per focalizzare il filo conduttore dell’intera manifestazione di quest’anno, dedicata alle Luci nel buio, partendo proprio dagli aspetti più cupi emersi negli ultimi anni, dove si è estesa quella “tenebra etica, sociale e culturale” evidenziata da Vasta nell’introduzione agli eventi.
A partire dalla sentenza di Johann Wolfgang Goethe, come prolegomeno dell’incontro: “Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera”.

Bene ha fatto Giorgio Vasta a citare in apertura Walter Benjamin, a proposito della necessità di carezzare la storia contropelo. Ci sono scrittori che lisciano il pelo all’esistente, che assecondano gli eventi, altri invece, come Falco e Scurati, agiscono in senso contrario, con narrazioni che scoprono nervi e zone d’ombra, e creano disagio.

Non potendo riprendere tutti i temi affrontati, come dicevo, preferisco concentrarmi su un aspetto che mi è sembrato trasversale a tutto quello che si è detto. Questo argomento è ciò che definisco- con termine senz’altro inappropriato, ma altri non ne ho- la letteratura del prendere atto.

Chiariamoci: con letteratura del prendere atto non intendo accondiscendenza con l’esistente e le contraddizioni dell’oggi.  I libri di Falco e Scurati vanno certamente in direzione opposta e opponente. La questione che però è rimasta sottotraccia, nel dibattito con gli autori, pur ritornando come una cappa invisibile sulle loro argomentazioni, è quella del non avere altre risorse che prendere atto  dello sfacelo della nostra società. Un prendere atto narrativamente fulgido e sociologicamente acuminato, ma forse anche sovrastato dalle contraddizioni che si mettono in luce,  come se lo scriverne fosse ormai l’unica risorsa, come se ci si dovesse far bastare questo angolino da riserva indiana dove poter narrare della potente macchina a vapore (e dei suoi soldatini blu) che tutto spiana nella sua corsa verso l’ovest.

Non voglio qui riproporre quella  domanda che già suonava vecchia nel 1901, quando la proponeva Lenin, nel suo manifesto programmatico; certo non è facile, con la narrativa, rispondere concretamente al solito eterno quesito del che fare? e non è che agli scrittori si possa chiedere di balzare sui tavoli delle conferenze, armati solo dei propri libri, e invocare un nuovo avanti  popolo e proporsi come novelli San Sebastiani offerenti petto e coscia agli strali degli arcieri dell’esistente.

Del resto, i nostri pochi e remotissimi esempi del dirompere sul terreno socio-politico di nuove prospettive nate nel milieu culturale hanno portato ad esiti non proprio felici, basti pensare ai futuristi, che, agendo sul doppio binario della contestazione nei confronti della tradizione letteraria e del vitalismo “sociale”, hanno supportato la germinazione del fascismo. Però, c’entra poco con i futuristi, ma non trovo neppure così scandalosa o così utopica questa cosa scritta da Ezra Pound: “la funzione della letteratura è esattamente questa: incita l’umanità, nonostante tutto, a vivere.” Dove per umanità, ovviamente, si intendono i lettori.

Tornando all’incontro di venerdì scorso, è buffo come l’esempio più lampante di quel tema trasversale del prendere atto sia emerso nel finale, con un’ultima domanda dal pubblico. Insomma, quando noi tutti si sta per infilare il primo braccio in giacconi e cappotti (a Cuneo è già arrivato l’inverno), proprio dietro di me si alza una damigella agé a porgere a Falco la solita tritissima domanda del perché questa generazione di quarantenni non faccia figli, rispondendosi da sola in modalità coerentemente trita che è tutta colpa di questi pseudo bamboccioni che a quarant’anni, e forse per tutta la vita, continuano a recitare la parte dei figli.

Il tema della fertilità (declinante) e del rigetto verso la riproduzione da parte delle nostre generazioni di più o meno trenta/quarantenni in effetti è emerso prepotentemente durante l’incontro, Scurati ha pure citato un passo del suo romanzo dove il protagonista si rifiuta di credere alla sua compagna che gli rivela di essere incinta. Si è trattato di un passaggio illuminante per chiarire ciò che il quasi vincitore del premio Strega intende per povertà metafisica che domina la nostra società. Dice: diventare padre (genitore, puntualizzerei) è un collocarsi nel cosmo, come una premonizione del nostro avvenire, che continuerà senza di noi ma con il nostro figlio, ed è come se le generazioni di oggi fossero incapaci di accettare questa collocazione.

Ma, tornando alla domanda della damigella a Falco, è stata esemplare la risposta di quest’ultimo, nel prendere semplicemente atto di questo fenomeno e nel prendere ancora più atto del fatto che non sia così importante che  le nostre generazioni e la c.d. civiltà occidentale nella sua interezza si estinguano, tanto con i sette miliardi e passa che siamo al mondo ci saranno altri a prendere il nostro posto. Cito questo esempio non perché voglia farmi paladino  di un neofascista programma di procreazione forzata per le nostre generazioni, ma perché il tono della constatazione è stato, a mio parere, quello un po’ dominante tutte le considerazioni dei nostri due autori.

Dal tema della crescente “lateralità” abitativa degli italiani, dello stare sempre più sui “bordi”, della  progressiva “villettizzazione” in  luoghi come Cortesforza, alla dominanza residuale nella nostra società di un’unica vera passione, la paura, modellata da Scurati con la psicosi intorno a presunti episodi di pedofilia. Dallo sforzarsi di ubicare il bene in sfere autoincluse (come spazi interni autosufficienti e protetti da tutto ciò che accade esternamente) al recitare la nostra esistenza come in un’installazione di arte contemporanea, dove ci appassioniamo ai casi di cronaca nera come alle immagini di guerra alla tivù per autoindurci  ondate di panico controllato, finalizzato a garantire quel minimo di vitalità necessario per far reggere l’installazione. Dalla dispersione delle persone nel territorio come sintomo-causa della deflagrazione dell’assetto sociale- bello lo slogan pubblicitario memorizzato da Falco ai tempi di Milano 3, “il tuo prossimo vicino di casa potrebbe essere un pioppo”- all’azzeramento della conflittualità sociale, dove all’azione si è ormai interamente sostituita la comunicazione, l’informazione torrenziale unilateralmente prodotta. Il tutto però ripercorso con una tonalità generale che mi ha fatto venire in mente ciò che traduco con letteratura del prendere atto.

Non è nichilismo, né cinismo, e del resto  già produrre meccanismi narrativi oliatissimi che evidenzino lo sfacelo è impresa non da poco. Però all’orizzonte potrebbe anche affacciarsi una certa assuefazione alla constatazione dello sfacelo. Io non so cos’altro potrebbe fare oggi uno scrittore, quale altro piccolo e anche solo simbolico gesto potrebbe compiere. A chi mi chiedesse e tu che faresti? non saprei cosa rispondere, forse proverei a leggere qualche mio testo sul lavoro in un’assemblea sindacale, ma dubito che mi verrebbe permesso.
Ripeto, Falco e Scurati costituiscono certo la punta di diamante di quel corno della letteratura nostrana non dedita all’ormai veterogenere dell’autofiction (seppur nel libro di Scurati ci sia un personaggio che….), però non vorrei che anche la letteratura dello sfacelo diventasse un “genere”, o, peggio, una letteratura di maniera. Altrimenti, nei lettori, in quell’umanità di cui sopra, che necessita di un incitamento al vivere (e magari non a suicidarsi), potrebbe alimentarsi il dubbio che il tutto si risolva in un compitino da svolgere in modo impeccabile, in attesa del prossimo da concordare con il giornale o la casa editrice.

Certo, un siparietto involontariamente comico, inscenato da Scurati, per un attimo mi ha fatto quasi dubitare che anche questo incontro in realtà non fosse altro che una sorta di installazione inconscia.
Il fatto è che Scurati, all’inizio, a proposito del proprio romanzo, ha subito precisato che il suo non è un libro che fa ridere, aggiungendo una frase che nella mia memoria è così: se volete ridere, leggete l’ultimo romanzo di Ammaniti. Sicuramente (quasi?) l’ha detto per fare un complimento all’autore romano,ma dal pubblico in sala la battuta è stata accolta con sghignazzi diffusi, sospettando una sorta di contumelia.
Poi, verso la fine dell’incontro, mentre Scurati sta parlando, ecco balenare un attimo di panico nel suo sguardo, prima di uscirsene con (più o meno) queste parole: questa sera devo essere preveggente, parlo di un autore ed ecco che improvvisamente compare, se non ci vedo male; meno male che non ho detto nulla di male di questo autore.

In effetti, in sala, si è appena materializzato un Niccolò Ammaniti in versione ultrabarbuta.

25 pensieri su “L’ombra più nera. Incontro con Giorgio Falco e Antonio Scurati a Scrittorincittà-Cuneo

  1. Caro Paolo, mi pare che il tono del discorso sia un’ (ennesima?) espressione della difficoltà nel reperire strumenti di analisi e strategie interpretative di fronte ai cambiamenti sociali, economici, ideologici, politici, ecc. a cavallo del terzo millennio. Difficoltà che non investe beninteso solo la letteratura, solo che gli scrittori hanno antenne particolarmente sensibili. In Italia questa difficoltà è forse accentuata da un peculiare rimanere del vecchio, che in mancanza di un “nuovo” convincente, fa, di fatto, aggio sulla rappresentazione pubblica della realtà. In Italia la macchina della società pare inceppata. In Italia, se i padri ci sono, ammazzano loro i figli. I giovanotti che ce la fanno sono degli orfani, come Renzo Tramaglino.
    Non è un caso che oggi manchi un canone condiviso della letteratura italiana contemporanea, e con la morte della generazione Calvino, per intenderci, sia venuta meno una grande capacità di elaborazione critica collettiva. Mi ricorderò sempre, per farti un esempio, la risposta che Fernando Bandini (non) diede un paio di anni fa alla domanda “Quale autore oggi fa onore alla lingua italiana?”: “Non me ne viene in mente nessuno…” (comprensibilmente, da un amico e coetaneo di Parise, Meneghello, Zanzotto e Rigoni Stern).
    Così scrivere oggi è perlopiù descrizione della catastrofe, un fermarsi ai dettagli, alla superficie, e la catastrofe annunciata da Pasolini ha dimensioni talmente immani che sgomenta e atterrisce, altro che pensare lucidamente.
    Quanto a far figli, al di là della troppo facile metafora tra fecondità biologica e letteraria, il punto è che far figli significa, che piaccia o no, far famiglia, cioè stabilire precise relazioni di parentela (coniugali, di maternità e paternità), e si torna al discorso dell’assente canone letterario, cioè all’assenza dei relazioni stabilite.
    Il quadro tuttavia non si esaurisce qui, pensiamo alla letteratura migrante, al multiculturalismo, agli incroci tra letteratura e teatro (Delbono) fenomeni magari embrionali, ma su cui vale la pena di spendere tempo, attenzione, e passione critica.

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  2. Piuttosto ridicolo Scurati: pur essendo Ammaniti bollito e rimasto a 10 anni fa, scrive comunque 10 volte meglio di lui.

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  3. @Roberto Plevano
    considerazioni molto interessanti le tue,
    “Così scrivere oggi è perlopiù descrizione della catastrofe”: anche in questo caso, c’è da riflettere sull’abitudine/bisogno di una catastrofe…

    @Marino
    grazie! fammi sapere quando capiti dalle parti di queste “postazioni”

    @Berenix
    ma chi sei? Totti?

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  4. “Dal tema della crescente “lateralità” abitativa degli italiani, dello stare sempre più sui “bordi”, della progressiva “villettizzazione” in luoghi come Cortesforza, alla dominanza residuale nella nostra società di un’unica vera passione, la paura, modellata da Scurati con la psicosi intorno a presunti episodi di pedofilia.”

    Non è solo così, c’è anche questo certo, ma c’è altro ed è molta la fatica di chi cerca di lasciare tracce di un fare molto concreto (vedere ipotesi di beato 3) e di rinnovare il concetto di solidarietà al di là della paura.
    Ci sono ancora testimoni consapevoli dei mutamenti sociali, ma manca una narrazione ( se preferiamo un ideale) che possa essere condivisa/o da molti. La lotta di classe ha tenuto fino a che le nuove regole del lavoro hanno reso la vita precaria (ma anche prima l’egoismo cominciava a farsi strada e i miti televisivi la sera dopo il rogo alla Thyssen tenevano banco nelle discussioni)e bisogna dire che la grande paura oggi è di non farcela già domani. E non è immaginazione.

    L’articolo è comunque da rileggere, gli spunti sono molti.
    Un saluto.

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  5. Bravo Paolo, mi pare una interessante disamina. Mi avrebbe fatto piacere essere lì a Cuneo, nel corso di quell’evento.
    Be’, ci sono stato attraverso i tuoi occhi e queste tue parole. Grazie.
    P.s. Non ho ancora avuto modo di incontrare personalmente Antonio Scurati (spero di rimediare quanto prima). Giorgio Vasta, sì… davvero in gamba.

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  6. Caro Paolo, mi pare che l’azione più forte che la scrittura possa fare oggi è quella di testimoniare senza reticenze le storture della società, e questo può farlo, perché la scrittura può essere uno spazio di libertà.

    L’importante è che si scavi in profondità, in modo da fare emergere il male e il bene che giace al fondo.

    Non mi preoccuperei del rischio della maniera, perché la maniera è tutt’altra cosa, la maniera si ferma in superficie; e poi quello che va per la maggiore è tutt’altro; né mi preoccuperei di effetti deleteri: in genere sono più corroboranti gli scrittori più pessimisti.

    E comunque, se si scrive per necessità e se questa necessità s’incontra con un’altra necessità, qualcosa è già successo.

    Per un fare e una solidarietà concreti, mi sembra valido l’esempio indicato da Nadia e altri gesti che per fortuna s’incontrano ancora nella quotidianità…

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  7. @Massimo
    sì, confermo, sono tutti e tre molto interessanti in versione live

    @Giorgio
    “sono più corroboranti gli scrittori più pessimisti”: anche questo è molto interessante. Un esempio?

    grazie per i vostri interventi.

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  8. Non mi pare di aver detto nulla di nuovo, Paolo, a proposito del pessimismo. Comunque i pessimisti che più mi sono cari sono Swift e Leopardi.

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  9. La sindrome del prendere atto mi sembra che non riguardi soltanto la letteratura italiana. È un fenomeno più generale di questi tempi in cui sembra che la velocità della realtà sia superiore alla capacità di elaborare analisi di chi la sta vivendo.
    Un esempio è ciò che successe alla fantascienza statunitense intorno alla metà degli anni ’80, quando William Gibson e gli altri scrittori cyberpunk, cominciarono a raccontare di cyberspazio e realtà virtuali. All’inizio sembrava veramente «fantascienza», nel senso che le storie di Gibson sembravano così radicalmente diverse da non avere paragoni nel nostro presente. Ma poi no, il presente stava arrivando a grandi passi e divenne ovvio che le storie cyberpunk non erano ambientate in un futuro di là da venire bensì in un tempo appena lì vicino, che si sarebbe realizzato appena i computer fossero diventati abbastanza potenti. Ma poi no, ancora. Non erano ancora finiti gli anni ’90 che le storie dei cyberpunk facevano già parte del passato, non in quanto scritte anni prima bensì perché ambientate in tempi già invecchiati, già superati dal progresso tecnologico e sociale.
    Negli anni seguenti la II guerra mondiale circolava un motto tra i fan della fantascienza: «Nessuno sa come sarà il futuro, tranne qualche scrittore di fs». Con questo i fan intendevano che gli scrittori, i «loro» scrittori in particolare, avevano una qualità visionaria che li proiettava in una dimensione diversa rispetto ai semplici intellettuali (politici, accademici, artisti) che si occupavano di indagare il mondo presente. Ma dall’epoca dei cyberpunk in poi questo motto ha perso di valore. Nemmeno gli scrittori di fantascienza sono stati più capaci di parlare di futuro e presente, e si limitavano a raccontare il passato…
    …per usare l’espressione del post di Paolo Cacciolati, anche loro «prendevano atto» senza più essere capaci di analizzare la realtà, estrapolare i punti significativi e alla fine sintetizzare in una storia – una storia diversa da quelle che i loro lettori si ritrovano sotto gli occhi tutti i giorni, cioè.

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  10. che poi, in Leopardi, più che di pessimismo si parla di scetticismo. Scettica è la letteratura della tradizione moralistica cui appartengono le Operette. Di orientamento filosofico scettico è Luciano, il capostipite di tale letteratura, scettici sono molti modelli citati dallo stesso Leopardi, Bayle su tutti, scetticismo che si accompagna a quel cinismo così caro nella sua versione amena degli illuministi, così definiti: “i filosofi francesi cosi leggieri e volages”…
    Swift me lo devo riprendere ;-))

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  11. Più che “prenderne atto”, Paolo, credo sia – “rendere Atto”.
    [e perdona il gioco di parole – che gioco non è mai]

    La mia generazione “prende atto” da quando è nata. E, ringraziati i padri [artistici e biologici] per questa presa di coscienza, per tutte queste “prese”…
    Manca il passaggio: la Parola/Pensiero e segue l’Atto. E quale Atto/Fatto possibile?
    Manca la speranza, la forza – considera anche solo l’illusione – di poter cambiare *lo stato delle cose*. La tendenza generale è deprimere/comprimere anziché incoraggiare.

    Quanto ai figli – i miei coetanei restati nelle Langhe [proprio in provincia di Cuneo] sono praticamente tutti sposati con figli. Fuori dalla famiglia e dalla stabilità di una famiglia, restiamo ancora noi. E la scelta è ancora chiesta/imposta: se sento un altro/un’altra che [de]ride: “tu scrivi, reciti, non puoi avere figli – hai consacrato la tua vita all’Arte” – ti prometto prenderà Atto di uno Zibaldone in mezzo alla fronte.

    Nell’abbraccio

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  12. Chiara, a quando una “prima” nella Granda? Ci sono gioiellini di teatri, come il Toselli a Cuneo o il Milanollo a Savigliano, copia in piccolo del Carignano.
    Cerchiamo gli sponsor?

    ciao

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  13. Caro Paolo, ti rispondo un po’ in ritardo… L’argomento è molto interessante. Ne approfitto per anticipare – e spero di avere le risposte a giorni – un’intervista a un autore che ha molto di spirituale e molto di concreto, al tempo stesso (non faccio nomi…), nella quale emergerà come, dopo tanto pensare – il “succo cartesiano” della società occidentale – siamo arrivati al punto in cui è bene operare una rivoluzione interiore per cui il vero progresso non arriverà più con un pensiero autolimitante, bensì con la consapevolezza, più che di ciò che si sa, di quello che NON sia sa. In quest’ignoto gemma il “volere”, da cui nasce l’azione. L’essenziale è l’aderenza al cuore. Ma è necessario seguire piste non battute, anche perché quelle battute stanno tutte, lentamente, declinando.
    Detto questo, credo che la letteratura possa dare un contributo a questo tipo di consapevolezza, riportandoci, per tramiti emotivi-archetipici, a contatto col cuore.

    Ma chiaramente il tema è aperto. Ho solo buttato lì questa “perla” del martedì mattina -;)

    Un caro saluto,
    Giovanni

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  14. Nel prima possibile, Paolo! E con gioia gravida – per*formare* per palchi il corpo di parole necessarie. Proprio ieri, *in visita paterna* [e in quanto medico – estraneo ai Letterati, e in quanto Genitore – se ne parlava] mio padre sintetizzò: “non importa quanto leggi, ma quanto ricordi. E ti ricordi di Operare come si deve”.
    Che si riferisse a studi medico-scientifici poco importa, quanto la sostanza: l’urgenza di salvare/sanare. Chi i corpi chi le coscienze.
    Ogni azione che non provoca reazione è sterile.

    Nell’a presto ti abbraccio forte, di forza [e aspetto anche Giovanni, sul palco!;)]

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  15. Grazie del resoconto, Paolo.
    A volte è consolante capire che si scorre dentro il fiume del proprio tempo e dei propri vicini di storia; che si respira la stessa aria.

    Il timore della generizzazione lo capisco ma non riesco a condividerlo fino in fondo; di che parlo – appunto – se non di ciò di cui con la mia vita posso/devo prendere atto?

    Io azzardo l’ipotesi che a produrre un esito di questo genere – contrapposto a ciò che forse, in qualche bel testo che circola di questi tempi, definirei «realismo magico» (sicuramente, per quel che vedo, molto più religioso che magico, e piuttosto autocentrato che epico) – sia la crescente frequentazione della dimensione psicoanalitica.

    Anche nella furia della contrapposizione fra «scuole di pensiero» o – qualcuno potrebbe dire – poetiche diverse, mi sembra di vedere una scenetta interno notte in cui un gruppetto di conoscenti si scanna perché il mio freudiano è migliore del tuo; no, il mio junghiano è più figo, capisce cose che il tuo lacaniano neanche dopo trent’anni di analisi (e comunque ce l’ha più lungo! Ok, questo non c’entra).

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  16. Ciao Paolo, molto interessante questo intervento, mi ha spinto a una serie di riflessioni che non ho saputo dirimere in una risposta strutturata, e infatti, come vedi, scrivo mentre il post è ormai ‘passato’, ovvero fuori dalla homepage.
    Questo mi pare un dato significativo, che in qualche modo si ricollega a quanto tu illustri molto compiutamente: c’è un fil rouge che unisce il problema generico del “nessuno fa figli” (in modo meno qualunquista: il dato innegabile che l’Italia abbia una natalità tra le più basse al mondo), la disillusione degli scrittori (la poetica del prendere atto, come l’hai ben chiamata) e il fatto che questo post, a 4 giorni dalla sua pubblicazione, sia in archivio, e quindi, per quanto rinvenibile, fuori dal dibattito, dalla discussione (così vuole la netiquette: raramente si va a commentare post di due mesi, due settimane, due anni prima). Il problema comune, io sostengo, è quello, appunto, della durata.
    Mi pare che la debacle della politica degli ultimi anni e l’impero consumista costruito sull’individuo abbiano portato a un tale avviluppamento su se stessi da distruggere la possibilità di una sfera pubblica che non sia pura rappresentazione di sé. E’ molto difficile oggi credere al “bene pubblico”. Ma se non si trova il modo di andare oltre se stessi, di costruire un mondo (narrativo, poetico, quotidiano, politico, ecc.) che è valido non solo per la durata della propria vita, ma anche per quella degli altri che seguiranno, quest’impasse si fa sempre più complicata. Hannah Arendt racconta benissimo queste cose nel suo La condizione umana, un libro di cinquant’anni fa che è più fresco di una margherita appena colta e io non posso, naturalmente, aggiungervi nulla.
    Ho ancora, comunque, una qualche fede nei confronti della letteratura, il cui lavoro non è quello di cambiare le cose direttamente, ma di allenare l’immaginazione e di esercitare alla ricerca affinché esse continuino a cambiare. E comunque, anche se fosse solamente lavoro testimoniale, non sarebbe inutile, ché direbbe qualcosa, credo, su come si fa a sopravvivere.
    Grazie e un caro saluto,
    r

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