Vivalascuola. Voglio la rottamazione

«L’Italia ha la forza lavoro più anziana tra i paesi Talis», dice l’Ocse. Il 52 % degli insegnanti è ultra 50enne e solo un 3 % è under 30, quota che è 5 volte tanto nella media internazionale. In compenso l’investimento sui giovani in Italia è tra i peggiori nella Ue. E la situazione peggiora con la finanziaria 2010.

Voglio la rottamazione
di Anna Leoni

Sono nata nel 1952.

Fino a qualche tempo fa coltivavo l’ illusione che tutto sommato fosse una annata niente male.

Per la mia generazione una infanzia di formaggini Mio e figurine Tide, neonato consumismo e Lascia o Raddoppia alla TV appena comprata e poi la Scuola Media unificata, l’esame di maturità riformato, l’onda lunga del ’68 che lambiva da lontano la vita di provincia e cominciava a lasciare segni nelle città.

L’università era diventata una meta raggiungibile anche per chi non aveva il padre dottore, spesso aveva significato per molti, ma soprattutto molte, lo studio “fuori sede”, la partenza da casa, non sempre senza sbatacchiar di porte, la raggiunta indipendenza pagata a suon di lavoretti di ogni genere tutti rigorosamente in nero, di notti a preparare affannosi esami, di disperate ricerche di case sempre orrende e più care dell’Hilton. E quasi sempre un “fuori corso” che veniva preso allegramente, quanto tutti i lavori e lavoretti fuori busta e la vita in genere. Chi ci pensa alla pensione a venti anni?

Per quelli che avevano l’università sotto casa andava un po’ meglio, ma erano tempi avventurosi per tutti: eravamo una generazione fortunata che vedeva nascere il mondo nuovo sotto i propri occhi, con tutti i dolori che il parto comportava.

L’entrata ufficiale nel mondo delle buste paga era quasi scontata: quasi a nessuno veniva in mente allora che finiti gli studi, non avrebbe trovato un lavoro corrispondente alle aspettative. Una generazione fortunata, che visse i primi anni di lavoro (quello vero, con contratto e contributi), con tutto l’entusiasmo, la passione, la voglia di fare e di essere insieme che il tempo nuovo che ci aveva appena sfiorato, volente o nolente, aveva portato con sé.

Nella scuola significò cambiare, o almeno illuderci di cambiare l’istituzione che tutti avevamo subito e di cui ci ricordavamo benissimo. Significò tanto impegno, tante ore tanti errori e tanti piccoli miracoli.

Significò un lavoro che diventava letteralmente il centro della vita, da conciliare nel frattempo con figli e corsi di aggiornamento, asili nido e riunioni continue, lavoro a casa e lavoro in casa, perché, di tutte le novità della nuova era, una i nostri uomini hanno proprio fatto fatica a capirla:la parità davanti allo strofinaccio della polvere.

Il tutto naturalmente per uno stipendio che era ed è il più basso d’Europa.

Fu così che quando la mia generazione arrivò al famoso traguardo dei quindicianniseimesieungiorno, trasformabili in caso di coniuge e/o prole in diecianniseimesieungiorno, a poche sfiorò l’idea di fare i bagagli:a meno di quaranta anni non si va in pensione, a meno che il lavoro non sia un secondo lavoro e non era quasi mai il nostro caso.

Che diamine, i famosi 55 anni o 35 anni di servizio sembravano più che accettabili, anche se il mondo del lavoro cominciava già a cambiare, o forse a tornare quello che era, malgrado noi e in una direzione tutta diversa da quella che avevamo immaginato, anche se l’entusiasmo e l’energia cominciavano ad accusare i primi cedimenti. Poi arrivò Dini, i gradoni e le finestre, il contributivo e il retributivo, la quota 95, le liquidazioni evanescenti e i minacciosi coefficienti di calcolo e poi i 60 anni e i 61 e 62 e… avete presente l’asino e la carota?

Adesso mi dicono che la mia generazione è la più sfigata del millennio.

Abbiamo visto uscire quelli del ’50, e quelli del ’51, e non è che scappassero, avevano i loro bei 37 o 38 anni di lavoro, ci siamo rassegnati ad arrivare ai 60 anni e non bastano più, forse saranno 61 o 62 o 63, se nel frattempo a qualcuno verrà in mente di abolire qualche altra barriera del suono, in quello che comincia a sembrare una specie di accanimento persecutorio, particolarmente dedicato al pubblico impiego.

Prossima stazione i 40 anni di contributi: io non mi fido più.

E sempre nel frattempo a questo punto io mi occupo, oltre che del lavoro naturalmente, di genitori molto anziani, e di figli ancora giovani, o eventualmente di nipoti in età da ciuccio e comunque spesso e volentieri dello strofinaccio della polvere.

Non mi regge il fisico.

Non che pensi che il mio sia un destino speciale e l’invidia sociale non è una bella cosa; non voglio tirare in ballo i baby pensionati, i prepensionati, i pubblici e i privati, quelli nati il 31 dicembre o il 3 gennaio, non voglio menzionare il resto dell’Europa e relativi stipendi, condizioni di lavoro, servizi sociali, non voglio neanche parlare della generazione dei miei figli che mai riuscirà a uscire dal precariato a vita fino a che io non mi toglierò dai piedi, non sottolineerò il fatto che un mese di differenza di età potrà portare a 5-6 anni di lavoro in più, a fronte di una pensione minore di quella che percepisce già il mio collega di due mesi più vecchio di me.

L’invidia è un brutto sentimento.

E allora rimane lo scoramento perché dopo 35 o 36 o 40 anni di un lavoro, di qualsiasi lavoro credo, almeno di quelli che implicano una busta paga, orari obbligatori, condizioni di lavoro più o meno impresentabili, rapporti di potere e un capo, comunque lo si voglia chiamare, forse si ha il diritto di non farcela più, anche se non si lavora in miniera.

In questo paese gerontocratico forse i miei 57 anni sembreranno anche pochi, sarò incappata nella crisi peggiore del millennio, avranno già raschiato tutti i possibili barili, ma tutto ciò non toglie che io mi sento fregata: dall’ennesimo salto in avanti della famosa carota, dall’ennesima rassicurazione non mantenuta, dal terno al lotto del calendario.

E quando mi dicono che si, è vero, la generazione del ’52 è proprio sfortunata, mi vengono pure i nervi.

Voglio la rottamazione.

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La scuola italiana è la più vecchia d’Europa

La scuola italiana ha messo i capelli grigi, se non bianchi: l’età media dei docenti all’ingresso è quasi raddoppiata e abbiamo i prof più vecchi d’Europa“. E’ quanto emerge dal “Rapporto sulla scuola 2009” della Fondazione Agnelli, presentato l’11 febbraio 2009 a Roma. Il documento sottolinea che “la situazione è bloccata per il futuro, con le scuole di specializzazione chiuse, i concorsi aboliti e le antiche graduatorie dei precari sigillate: così stiamo perdendo una generazione di insegnanti“.

E’ dal 1999 che non si bandiscono più concorsi nelle scuole e, da allora, l’età media dei docenti di ruolo italiani è cresciuta di quasi quattro anni: adesso è sui 50 anni. Addirittura, “un buon 13,7% di neoassunti è fra i 50 e i 60 anni e un 1,2% sta addirittura al di sopra dei 60 anni: potrebbe essere andato in pensione subito dopo essere entrato in ruolo…“.

Più in particolare: l’età media dei docenti di ruolo nella scuola materna, negli ultimi dieci anni, è passata da 44,1 a 48,6 anni; nella scuola elementare da 44,2 a 47,7 anni; nella scuola media da 47,7 a 51,0 anni; nelle scuole superiori da 46,1 a 50,4 anni. In totale, nella scuola italiana si è passati da un’età media di 45,7 anni nell’anno scolastico 1997-1998 a una di 49,4 nel 2007-2008. I docenti ultracinquantenni sono il 55% del totale in Italia contro il 47% della Germania, il 32% della Gran Bretagna, il 30% della Francia e il 28% della Spagna.

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Uno studio di qualche anno fa sempre significativo
Stanchezza, logorio, esaurimento il 60% dei prof abbandona
di Anna Grittani

Stanchezza, logorio, esaurimento, persino follia. Insegnare stressa sempre più e i docenti fuggono non appena età e contributi lo permettono. Il malessere serpeggia in ogni ordine di scuola e avvilisce il corpo docente da Bolzano a Palermo. In tutta risposta negli ultimi due anni il 60 per cento di maestri e professori ha tagliato il traguardo della pensione con una lettera di dimissioni, prima, molto prima del raggiungimento del limite di età. In media si anticipa di cinque anni l’uscita dalla scuola, una tendenza confermata anche per l’anno prossimo a giudicare dalle pratiche che stanno già invadendo le segreterie dei sindacati.

… I motivi? Chiarissimi per Enrico Panini a capo della Flc-Cgil nazionale. “Gli insegnanti sono diventati la spugna assorbente di tutte le contraddizioni, mentre la scuola è rimasta, come struttura, identica a quella di una volta. I problemi di tenuta della classe sono più pesanti, il divario tra studenti e docenti per età cresce sempre più, è persino aumentato il carico burocratico di lavoro. Di fronte a tutto ciò l’insegnante è solo. Allora le reazioni sono due: c’è chi somatizza e si ammala e chi getta la spugna e, non appena arriva all’età della pensione, fugge“.
(continua qui)

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L’età di chi lavora nelle università (vedi qui) e nelle altre professioni (vedi qui).

Nell’incontro del 16 luglio con le parti sociali il Governo presenta un emendamento al decreto anti-crisi che prevede un aumento graduale dell’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego a partire dal prossimo anno: vedi qui.

Ma esistono anche pensioni d’oro, ad esempio per parlamentari e dipendenti regionali, manager.

Boom di pensionamenti: il tam tam dell’elevamento dell’età pensionabile a 65 anni per le donne ha completato il quadro di incertezza che ha indotto i più a lasciare “prima che fosse troppo tardi”: vedi qui e qui.

Pensionamento in Europa qui.

L’ipotesi del prepensionamento dei docenti, che avrebbe potuto liberare 50.000 posti in due anni, dichiarata inammissibile ma ripresentata nel dl 134/09. Un commento qui.

Informazioni in rete sull’argomento sul sito della Cgil, della Cisl, della Gilda, su tuttodocenti.

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Un appello di docenti per la scuola pubblica.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

La mappa della protesta qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

26 pensieri su “Vivalascuola. Voglio la rottamazione

  1. Sono perplesso; posso? La pensione, con questo sistema inventato e difeso EGOISTICAMENTE proprio dalla generazione del ’52, e da quelle prima di loro, era chiaro già da all’epoca che avrebbe retto fino a quando ci sarebbero stati giovani a sufficienza per pagare le pensioni ai vecchi. Ora i nodi vengono al pettine e sì, ha ragione chi si considera sfigato/a per un mese, ma sta subendo solo una parte della c…a che ha preparato per le generazioni più giovani. Mi scuso per il cinismo.
    Che la generazione del ’50/59, subisca qualcuno dei disagi, non mi crea alcun senso di colpa e rimane, nonostante lo stipendio basso, lo stress e tutto ciò che si vuole, in una posizione privilegiata rispetto a quella dei lavoratori non statali e dei giovani. Ciò che è strano è che se ne accorgano solo ora, che quel sistema non poteva funzionare, salvo difendere all’epoca, a suon di scioperi e manifestazioni, il diritto di andare in pensione dopo 10 o 15 anni. Capita che questi “dettagli” si tenda a dimenticarli.

    Lo studio, vecchiotto, mi ha lasciato altrettanto perplesso: proviamo a confrontarlo con le condizioni di salute di un metalmeccanico dopo 35 anni di catena di montaggio? Relativismo? Può essere e non lo nego, ma con qualcosa ci si deve pur confrontare; oppure dobbiamo prendere i dati emersi da quegli studi come dati assoluti e inappellabili?

    Poi, che la classe docente in Italia sia più vecchia che negli altri paesi, non mi meraviglia e non credo sia un caso isolato al solo settore scolastico. Non so perché, ma ho la vaga impressione che sia così per tutto il comparto pubblico. Sarebbe interessante avere qualche numero e, magari, provare a capire perché. Qualche idea ce l’ho, ma non è suffragata da numeri e da una conoscenza sufficiente, quindi la tengo per me.

    Blackjack.

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  2. Non mi regge il fisico.

    Non che pensi che il mio sia un destino speciale e l’invidia sociale non è una bella cosa; non voglio tirare in ballo i baby pensionati, i prepensionati, i pubblici e i privati, quelli nati il 31 dicembre o il 3 gennaio, non voglio menzionare il resto dell’Europa e relativi stipendi, condizioni di lavoro, servizi sociali, non voglio neanche parlare della generazione dei miei figli che mai riuscirà a uscire dal precariato a vita fino a che io non mi toglierò dai piedi, non sottolineerò il fatto che un mese di differenza di età potrà portare a 5-6 anni di lavoro in più, a fronte di una pensione minore di quella che percepisce già il mio collega di due mesi più vecchio di me.

    L’invidia è un brutto sentimento.

    E allora rimane lo scoramento perché dopo 35 o 36 o 40 anni di un lavoro, di qualsiasi lavoro credo, almeno di quelli che implicano una busta paga, orari obbligatori, condizioni di lavoro più o meno impresentabili, rapporti di potere e un capo, comunque lo si voglia chiamare, forse si ha il diritto di non farcela più, anche se non si lavora in miniera.

    mi pare che la collega anna leoni abbia detto quello che c’era da dire sul tema in questo passaggio. s-parlare ad ogni costo della “categoria” quando un suo rappresentante vede da sè quali sono stati e sono i guasti del sistema, mi sembra rientri da un minimo di superfluo ad un massimo di malafede. poteva dire che è felicissima di avere 57 anni e di non avere nessuna intenzione di lasciare prima degli 80 e si sarebbe trovato da ri-dire:
    questi banalissimi insegnanti che lavorano così poco che possono andare avanti all’infinito: ma chi si credono!
    il lavoro dell’insegnante è un lavoro usurante: punto. oggi più di ieri: perché i ragazzi sono più inclini a fare altro che studiare e tu li devi costantemente interessare, perché sono esposti a molte distrazioni “pericolose”, a suggestioni poco favorevoli alla crescita culturale, e tu li devi portare su sponde sicure in mezzo a tempeste provenienti da opposte direzioni, perché hanno genitori saputelli, iperprotettivi con annessa coda di paglia e portafoglio facile, che rompono e tu li devi contenere perché hai bisogno di collaborazione e non di gente che rema contro, perché i dirigenti scolastici sono diventati una controparte aziendale e lo diventeranno sempre di più, e tu devi fare i conti con una burocrazia ridicola del due di tutto, come minimo, perché i ragazzi, ancora, parlano e scrivono sempre peggio e tu non riuscendo a sentirli con frequenza, pena l’azzeramento del tempo disponibile all’insegnamento, per avere valutazioni coerenti fai dei compiti in più: orrendi, che ci metti il doppio nella correzione con quadruplicazione dei tempi di lavoro casalingo…
    ma naturalmente questo banale lavoro sommerso, per gentuccola come gli insegnanti, via!
    però abbiamo tre mesi di vacanze!!!
    e qui mi fermo, avendo innescato la guerra dei mondi. vado a correggere: ma va’?!

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  3. Se si vogliono abbattere i costi del sistema pensionistico, non c’è che l’imbarazzo per scegliere da dove cominciare, visto che in quanto a ordini privilegiati siamo ancora fermi all’antico regime:

    http://dilatua.libero.it/attualita/l-italia-dalle-pensioni-d-oro-bl8286.phtml

    http://www.iloveserradifalco.com/wp/?p=5225

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/03/29/la-rivolta-arrivera-in-italia-stipendi-pensioni.html

    Se si vogliono abbattere gli sprechi in genere idem:

    http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/esteri/fao-vertice/fao-vertice/fao-vertice.html

    Idem se si vogliono contrastare le frodi:

    http://www.corriere.it/economia/09_novembre_16/report_premier_3cf65452-d27d-11de-a0b4-00144f02aabc.shtml

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  4. Vero, è sempre colpa di qualcun altro e ci sono sempre altre vie. Proviamo a fare la conta delle insegnanti in pensione da quando avevano 40 anni scarsi?
    Ovvio che ci sono 50.000 modi diversi (c’erano?) per affrontare il tema pensioni, però è sempre quello di qualcun altro. Oh, vero: i commessi del senato guadagnano un sacco. Verissimo: colpa di questo governo se la Sicilia avrà 3 miliardi di euro di disavanzo. Cavolo: non ci fosse Gheddafi con le sue 200 donne al vertice FAO.
    Già, peccato rimanga il dato di fatto di un sistema pensionistico, difeso con i denti e gli scioperi per decenni e a discapito dei giovani e di chi sarebbe arrivato dopo.
    Non è sventolando le bandierine che si può risolvere. Ah, sì: ci fosse Visco. Ah, se ci fosse Visco. Ma dai, su, da bravi, che le peggiori monate fiscali ed economiche le hanno combinate i pochi governi di sinistra e, prima di loro, il PCI di Berlinguer che, per farsi i comodi suoi nelle sue tre regioni e avere carta bianca su alcuni settori (scuola e giustizia, per citarne due), ha appoggiato l’inappoggiabile.

    Poi certo, non ci fossero le pensioni di quei 4 uscieri del senato: saremmo tutti più ricchi e felici.

    Blackjack.

    PS: vogliamo fare quattro chiacchiere, magari, sui fondi pensione appoggiati dai Sindacati senza fare una piega e, magari, anche su quelli gestiti dai Sindacati? Oppure è una PORCHERIA troppo grossa per poterne parlare in modo obiettivo, senza tinteggiare sempre tutto di rosso e di ideologia?

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  5. Una classe di insegnanti datata che andrà ad estinguersi, consumata nel vero senso della parola. da circa vent’anni, si è lavorato molto, per togliere credito, stipendio e legittimità a questa generazione di insegnanti. Bollati come scansafatiche e…comunisti! In effetti che ci fanno, in un paese che dell’educazione, della cultura, delle lauree vere e dei giovani non sa che farsene?! Incredibile: classe consumata dal lavoro, spesso si trova ad affrontare situazioni in cui deve letteralmente “autogestirsi”, perchè manca il timone e la direzione. va avanti perchè l’età non più verde qualche frutto inspiegabile lo dà, perchè si resiste, si è abituati a tutto e i pochi giovani (rigorosamente precari) che arrivano, hanno già l’aria dei naufraghi, degli esploratori un po’ avventati. Stamattina, anche un genitore nuovamente candidato nelle liste del Consiglio d’Istituto, mi ha detto: ” …a noi abitanti di P…. …..piacciono le cose difficili!”
    Certo è che a scuola, almeno dalla parte docente, non ci si annoia. Ecco perchè suscitiamo qualche invidia.
    Adesso ci sentiamo quasi un po’ più vicini, ai lavoratori veri!

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  6. Davvero questa scuola non si merita di essere così brutta e di essere così maltrattata, proprio perchè ha messo insieme tutti: ricchi e poveri, italiani e stranieri. Una convivenza quotidiana di culture diverse, già un po’ profezia. Tutto questo ora sembra criticabile. eppure questa settimana,nelle classi si dedica ancora del tempo alla “Giornata internazionale dei Diritti dei Bambini”. Ed è tempo speso bene: ci si informa, si partecipa, si riflette. Si diventa grandi.
    Lo so, i commenti e le valutazioni si sprecano, forse annoiano, ma questa classe di insegnanti quasi da rottamare, ha superato concorsi non inquinati, ha fatto anni e anni di precariato, provvede ai ferri del mestiere a proprie spese e spesso ha carta bianca (ultimamente scarseggia anche quella).
    I pochi giovani che bazzicano il mondo della scuola come supplenti, animatori ecc. sono spesso laureati, con specializzazioni, competenze, esperienze all’estero, voglia di darsi da fare e stupisce un po’ che non fuggano.

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  7. Grazie a Lucy e Paola, per le testimonianze “dalla scuola”.

    Nella scuola oggi è difficile entrare ed è difficile uscire: e le due cose sono legate. Basterebbe facilitare l’uscita, per immettere giovani e precari e risolvere due problemi con una sola mossa.

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  8. Giorgio, scusami, ma siamo alle solite (almeno dal mio punto di vista): cosa vuol dire “Basterebbe facilitare l’uscita, per immettere giovani e precari e risolvere due problemi con una sola mossa.”? In che modo? Con quali risorse? Con quali tempi?
    Stai forse parlando dell’abortito progetto Prodi/Fioroni?
    Hai forse qualche proposta alternativa e più efficace?

    Blackjack.

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  9. Essere giovani non è una questione anagrafica, ma quando ,per motivi legati all’età o alla salute, un insegnante non riesce più ad interessare i suoi allievi,a rendere interessanti ed attuali i suoi discorsi,ad essere in sintonia con il loro modo di vedere il mondo, allora è giusto che se ne vada.
    Credete sia facile sintonizzarsi col pensiero di tanti ragazzi, soprattutto oggi?Non ho mai condiviso la superficialità con cui viene giudicato questo lavoro,che meriterebbe,per la sua importanza sociale, ben altre valutazioni.

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  10. ….è giusto che se ne vada, certo. Magari a coltivare l’orto in campagna! Intanto che si aspetta, che facciamo?
    E’ giusto aspettarsi una professionalità adeguata alla responsabilità. Siamo però così esigenti anche con il privato? Che garanzie ci vengono offerte…e poi chi valuta i risultati?
    …oggi sono arrivati nelle quinte, quasi inaspettati, tre professori di musica (siamo diventati da poco un Istituto Comprensivo: infanzia, primaria e media). Dovevano completare l’orario…c’era il dubbio che potessero togliere a noi l’indirizzo musicale, per favorire le solite scuole del centro! Per quest’anno è andata e i nostri bambini avranno quest’opportunità preziosa.
    Questa è “contaminazione” di culture, di generazioni, di saperi. Qualche spartiacque incomincia a cadere.
    Un provvedimento che aveva solo l’odore del risparmio, può rivelare aspetti nuovi.
    Vado a buttare la pasta. Non c’è male per una mattinata di scuola. Un saluto.

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  11. Come oramai da un anno, mi trovo in piena sintonia con Lucy.
    Il racconto di Anna mi ha gelato il sangue, perchè ho una madre ex maestra in pensione da quest’anno, perchè ho vissuto la sua parabola declinante a livello di motivazioni, di resistenza fisica, di interesse per il lavoro. Perchè proprio oggi, mentre stavo lì, all’ennesimo consiglio di classe, vedevo nel volto dei colleghi più anziani me tra 20 anni, e sentivo cose inutili, dette con finta professionalità, progetti inutili, settimane bianche, attività più numerose delle ore di lezione: tentativi, a mio avviso, infantili per attirare l’attenzione e smuovere il coinvolgimento dei ragazzi. Come se quello che si fa in classe non bastasse più. Ma non basta più per i genitori, per le famiglie, che vogliono severità ma anche comprensione, rigore ma anche elasticità, che si studi ma anche che ci si diverta…sembra una parodia di Veltroni fatta da Crozza.
    Io ho 32 anni, insegno da 5 anni, 7 se ci mettiamo il tirocinio. Più volte ho pensato di cambiare lavoro, ma che lavoro? Le fabbriche qui dalle mie parti chiudono, all’estero significa Stati Uniti, giacchè la tanto amata (da me) Spagna è in ginocchio peggio di noi, per non parlare del resto d’Europa.
    Frequento master nell’università in cui mi sono laureato: avete mai letto un articolo di didattica? Vi sembra che quella sia gente che sia stata almeno una volta in classe? Cosa significa “riflettere sul proprio operato e procedere ad un ripensamento continuo in ottica di una modellizzazione”? Ma scherziamo? Io ho la fortuna di stare nei licei e già tribolo con arroganze, saccenze, ignoranze etiche dei genitori, presidi che sono dei tour operator, degli animatori da villaggio-vacanze, colleghi che coltivano spesso orticelli fatti di comportamenti autistici.
    Questa estate ho deciso di chiedere ad un elettricista amico di famiglia di prendermi “a garzone”: voglio imparare un mestiere, chissà che venga utile, quando anch’io non ce la farò più fisicamente.

    PS Al Giocatore: te ce sei stato mai in fabbrica? Io si, e quando uscivo non mi faceva male il cuore o la testa, al massimo le braccia, o la schiena. Quando finivo il turno, era finita e punto. L’insegnante quando esce da scuola incomincia il grosso del suo lavoro. E non tirare fuori il discorso della vocazione anche tu, per carità, non siamo nè preti nè missionari nè sognatori incalliti.

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  12. eh, france’! i prof., pochi, della tua età non ragionano come te.
    io sono la cassandra (scazzandra) del mio liceo, vedo un mucchio di bojate, e le dico apertis verbis, mi odiano: dopo sei mesi, un anno, si leva, puntuale, una vocina in collegio che dice: “si potrebbe fare così e cosà…”. e, guarda un po’, era la proposta della rompini sottoscritta. sono logorata dalla didattica a tutti i costi, dai “progetti”, dai presidi-imprenditori. mi lamento degli studenti, che poi sono gli unici con cui funziono veramente e con cui starei tutto il tempo. tanti compiti, troppe riunioni inutili, troppi colleghi più presidenziali della presidenza, più dirigenti del dirigente. si stanno preparando per l’ultimo attacco degli ultracorpi gelminiani: sono, secondo me, come i personaggi dei film di fantascienza: quelli che collaborano con gli extraterrestri, favorendo la loro criptoinvasione. oppure sono io che vo’ covando la sindrome dell’extraterrestre: i me par tuti mati! ce n’ho per altri quattordici anni, se sopravvivo. è agghiacciante.
    anch’io trovo una perfetta sintonia con quello che dici. e dici bene, ché lo dico sempre anch’io: un tempo gli insegnanti erano schiavi, al massimo liberti, e in era cristiana preti o mòniche. nell’immaginario collettivo deve essere rimasta quest’immagine: per quello ci pagano poco e tutti vorrebbero legnarci sul groppone.
    mehercule! schiava e suora poi no: unberparde…

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  13. Francesco, scusa se mi permetto. Chi fa il nostro lavoro sa che la scuola non è “Gardaland”. Sa che ci sono altre ambizioni in gioco. C’è la presunzione di arrivare da qualche parte, di perseguire diversi apprendimenti(ci pagano ancora per questo). Che si mettano sul campo attività come le settimane bianche, scuola natura ecc. testimonia una volta di più la laboriosità degli insegnanti (Chi glielo fa fare? Sappiamo cosa comporta). Non solo voglia di fare, ma consapevolezza che la scuola continua ad educare a più livelli (bambini e famiglie) a favorire l’integrazione sociale, quella specie di apprendimento-apprendistato(in zona ancora protetta)che anticipa la vita adulta.
    Qualcuno se ne andrà certo. Intanto il lavoro per noi, non manca.
    Un caro saluto e un grazie a Giorgio per questo spazio.

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  14. Francesco, e chi parla di vocazione? Io ho SCELTO di giocarmi il futuro al tavolo (ora un po’ meno, che sono vecchio) tutte le sere e mica vado a piangere in giro o a raccontare le mie disgrazie; tra l’altro non esiste una pensione per i giocatori d’azzardo, me la son dovuta fare da solo. Non abbiamo un sindacato e non ci fila nessuno 🙂 Dai, lasciami scherzare un po’ 🙂

    In fabbrica ci sono stato, da giovane e d’estate, per pagarmi i miei “vizi”. Ho fatto il cameriere, il cuoco, l’idraulico (mi divertivo un sacco) e molte altre amene attività per mantenermi gli studi ed essere autonomo. Che esista una differenza tra lavoro fisico e intellettuale, sono d’accordo. Hai mai visto un operaio che lavora agli altiforni dopo 10 anni di lavoro? Beh, quando si chiude un tavolo, magari dopo 8 o 9 o 10 ore, sono stanco, ma credimi: non farei cambio con un lavoro in fonderia.

    Blackjack.

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  15. PS: ho anche insegnato (da giovane), per un paio di anni, poi mi sono rotto, ma per il semplice che pagavano troppo poco e, siccome sono venale e materialista, mi sono inventato un lavoro che mi consentisse di mantenere adeguatamente i miei tanti vizi.

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  16. @Paola Renzetti:

    Tu scrivi “Che si mettano sul campo attività come le settimane bianche, scuola natura ecc. testimonia una volta di più la laboriosità degli insegnanti (Chi glielo fa fare? Sappiamo cosa comporta)”

    Ma ne sei proprio sicura? Ma sicura sicura sicura? Ma te insegni o sei ATA o insegni didattica a Scienze della Formazione o nei Corsi Abilitanti? Te lo chiedo per capire, visto che allo scoccare della settimana bianca, dei giochi vari (scacchi, palline, battimano, rippetta, battibelliga…) si levano sommesse bestemmie in lingue semitiche da parte degli insegnanti, in genere lettere e matematica.
    Pensi che gli insegnanti siano consapevolmente attivi in tutti questi progetti? Per favore vogliamo fare la tara e smetterla con questa mascherata?! Quante volte ci hanno affibbiato dei progetti? Forse che uno può alzarsi e dire “NO! La settimana bianca non s’ha da fare!”. L’ho già detto e lo ripeto: orticelli autistici, codardie da liceali, menefreghismi beceri. Vaglielo a dire tu ad un preside-turisanda che la settimana bianca è una cagata pazzesca (mi viene troppo in mente Fantozzi e la Corazzata Potemkin…)

    @Giocatore: sono punti di vista…

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  17. Grazie ad Annamaria e Francesco.

    Se non ricordo male, mentre Francesco insegna in una scuola superiore, Paola insegna in una scuola elementare: allora una valutazione diversa di attività come scuola natura e simili è dovuta secondo me anche al diverso ordine di scuola. Per i bambini tali attività mi pare possano essere importanti occasioni di esperienza e non mere ritualità, come invece certi progetti nelle scuole superiori che ricordava Francesco.

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  18. ammetto il mio peccato: oggi ho tenuto la terza lezione di tango argentino a 34 studenti del mio liceo. tango argentino non è propriamente una passeggiata come disciplina, ha una “nobiltà” culturale e umanistica e ha soprattutto un aspetto educativo per tutte le età: è la creatività massima dentro le regole. inoltre costringe a tener conto dell’altro e degli altri, dei loro spazi e dei loro tempi. e poi la musica è bellissima. per me è un bell’osservatorio: allo stesso tempo loro osservano me, fuori dalle pal…pebre pesanti del mio latino e del mio italiano. siamo costretti a toccarci (tango,-is,tetigi, tactum, tangere), a scambiare i ruoli.
    mi ha preso questo ghiribizzo, quest’anno: i corsi di recupero li lascio agli altri. quest’anno…TANGO!

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  19. E’ vero che a certe cose, non ci si può sottrarre (rischiano di diventare scadenze rituali) e la scuola già da qualche anno viene definita “progettificio”.
    L’importante è l’immagine, per non perdere l’utenza.
    (Si mettono in luce così, gli aspetti più deteriori, ma reali). Noi intanto dov’eravamo?
    Il problema non è solo della scuola, ma della società. Difficilmente si fanno scelte che vanno contro corrente.
    L’insegnante per tradizione, non è uno che lotta, uno che si oppone. Fa fatica a fare gruppo. Vediamo anche tra di noi, quante idee differenti. Che fatica intendersi e il rischio è quello di svalutare tutto.
    E’ una nave che va, una moltitudine di vite, di “progetti” in divenire.
    E dai, va bene un po’ di musica, che ci aiuti a evitare la stagnazione… “il pianista sull’oceano”.

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  20. Bè, io direi allargando il discorso di Francesco e di Lucy, che “la scuola dell’autonomia (non solo la settimana bianca) è una cagata pazzesca”.Ma questo lo sappiamo tutti. Il problema è che ci siamo dentro. E i grotteschi-fantozziani siamo adesso noi. Divisi tra il tragico e il comico, più tragico che comico, direi. Anch’io come Francesco “ho faticato” (anni fa) raccogliendo per sei mesi la “monnezza”, eppure non avevo il mal di testa, non mi pompava il cuore a mille, non stavo sempre lì guardare l’orologio per vedere l’ora col desiderio apotropaico di anticipare col pensiero la campanella. “Cristo, suona ,suona…” mi dico in classe e mi aspetto di sentirla suonare davvero… Come i matti appunto! Alla monnezza mi faceva male la schiena tutto qua. Mi domando spesso da dove venga questo sentimento a metà tra prostrazione e furia che ho da quando faccio scuola (tredici anni tondi tondi), e mi rendo conto che se il mio profilo psichico può essere definito ormai da “psicolabile”, dall’altro mi sento del tutto uno “psicolabile giustificato”. Perché? Perché l’umiliazione continua di te, del tuo lavoro, del tuo sapere, dei tuoi valori, non merita che una ramata di sana follia…Per non parlare della succosa questione salariale. Alla fine se sono matto per me va benissimo, diceva Herzog. Allora per calmarmi io e la mia classe di “ergastolani” ci mettiamo a guardare il film “un giorno di ordinaria follia” per capire davvero se il male sta dentro o fuori, se uno ci nasce oppure se ce lo fanno diventare, se è più buona la normalità che sorride, obbedisce e riproduce il sistema oppure la follia che sbotta e rivela la trama nera del sistema stesso. Poi il sistema in realtà è di una noia mortale. E dunque per finire, poiché ormai è chiaro che sono un pezzo avanti, vi confesso che l’altro giorno mi andava davvero di spaccarle la faccia. Non dovrei dirlo ma era così…A chi? Ma alla collega di Francese che è brutta, racchia e “circoscritta” e sta sempre lì a entrare e uscire dalla Presidenza…Bè, mi guarda in sala prof e mi dice: “Sai sono stanca di correggere i compiti preferisco fare i progetti…” Ho mormorato “dio, dio, dio, toglimela di torno… sennò faccio un massacro” Ho fatto un respiro, ho voltato la testa e ho cercato di calmarmi. Bè, prima o poi, lo so, mi verranno a prendere sul tetto dell’istituto mentre blatero a vanvera e minaccio di gettarmi giù…nel frattempo auguri a tutti e buon lavoro.

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  21. caro alex, carissimo! un solo particolare: la mia collega di francese è una persona dolcissima, coltissima, e fuori come un geranio, un ombrellone, un terrazzo, proprio come me. il resto coincide. lo dico anche agli studenti che un giorno sentiranno le sirene e qualcuno mi trascinerà fuori sollevandomi per le ascelle. glielo dico perché *nonostante tutto* insisto a farli leggere e riflettere e ragionare e scrivere e riscrivere: eh, ragazzi? chi me lo fa fare? la pazzia, solo la pazzia.

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  22. Cara Lucy, nessuna persecuzione contro i docenti di lingua. Ce ne sono di simpaticissimi e, credo, validissimi.
    Solo per dire che il “collaborazionismo” è cieco come la dea bendata. Ha bisogno però di un minimo comun denominatore che non esiteremo a rintracciare tra visi, discipline e personalità diverse: una piccola, grigia ambizione unita ad un grado “bassissimo”, praticamente nullo, di senso morale. Che poi il senso morale in sé salvi la scuola italiana è del tutto inverosimile. Però questa è un’altra storia. Rimane il fatto che siamo circondati. Bisognerebbe gridare “dio è grande” e farsi saltare in classe come i kamikaze… Forse così riusciremo a suscitare una piccola dose di pietas collettiva. Per quanto anche la pietà, come il senso morale, è atrofizzata negli Italiani.

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  23. da “La migliore del mondo” di Maria Rita Salvi (Rivista “La Vita Scolastica” – Scuola Primaria)

    “…..nel visitare scuole di diversi Paesi, ci si accorge che le differenze non sono tanto nelle struttre e nelle organizzazioni, quanto nei valori, nei significati e nel clima complessivo all’interno del quale l’esperienza di formazione si realizza.In Finlandia la comunità manifesta grande attenzione alla scuola attraverso una costante cura, effetto di una politica scolastica che privilegia la scuola…ma soprattutto nell’atteggiamento e nella sresponsabilità degli attori dell’esperienza educativa, dai docenti agli alunni e alle famiglie, che curano la scuola come un bene prezioso di loro proprietà e fanno in modo che tale appaia e duri nel tempo.

    “…gli alunni vanno a scuola da soli in bicicletta,…vivono l’ambiente come fosse la loro casa, non ricevono voti…ognuno di loro è avviato precocemente all’autovalutazione.”

    Non sarà il migliore dei mondi possibili, non è esportabile da noi (per fortuna o per sfortuna!) Vediamolo come un sogno ad occhi aperti, come un impacco rigenerante…
    Buona Domenica

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  24. si parlava con una collega l’altro giorno e si conveniva che questo, per chi come noi abita vicino vicino al mare – e tra l’altro pure bello -, è l’unico mestiere possibile per godersi la spiaggia e l’estate.
    Anch’io come Alex a volte attendo che suoni la campanella, e 2 ore me ne sembrano 8. Ma so che nel settore privato è un disastro, tra arroganza, ignoranza, senso di precarietà a vita, umiliazioni che la scuola fortunatamente ancora non dà.
    In Italia hanno scoperto che “se pò magnà” anche sulla didattica: e allora dagli giù corsi, libri inutili, teorie inutili, aria fritta che con suo tanfo – di fritto – sfama parecchi stomaci.
    Alex que tengas un buen dia.

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