Metamorfosi del giallo

di Alessandro Ansuini

Non era il surrealismo i colori si celavano vicendevolmente e attorno ad ogni persona gravitavano una serie di pianetini dalle diverse attrazioni fra i quali fluttuare, detestare e arrampicarsi. Attuavano diverse politiche le mani dai piedi e dalle dita stesse mentre nel mezzo della tempesta, se prendevi una macchina e guidavi nella neve i fiocchi esplodevano come fuochi d’artificio continui sul parabrezza della fronte. Arrivando dalla campagna alla città le sequenze si facevano geometriche e cominciavano a inanellare teorie di trattini, di piccole sfere, l’occhio pulito poteva lasciarsi scorrere sulla corteccia milioni di scritte in cromatismo senza possederne la traduzione, ma d’altronde quest’uomo nuovo, e dico nuovo perché è adesso, non ha nessun atteggiamento di rivalsa se non verso di sé, non possiede niente e non ambisce a coltivare nessun linguaggio, lasciando il pensiero manifestarsi senza sillabe, in liquidi.

Il significato si perde come l’infanzia.

*

Beckett cade dalle grondaie. E’ un muro sbrecciato. Era stato fermo tutto quel tempo, a misurare il variare della luce, dei suoi arti. Parigi è sporcizia e vicoli, occasioni umane. Genitali da mostrare a ragazzini falsamente cinesi che fotografano coi cellulari. Piante verdissime dietro alle finestre gialle. Il sapore tondo della vodka mixato dentro alle bottiglie di coca cola. Sporcizia e rampe di scale, corrimano, bagni comuni, ragazze truccate da panda, ragazzi magrissimi che si lavano le mani lisce dentro a minuscoli lavabi. La qualità dei tuoi passi. A latere prestare l’attenzione maggiore possibile ai propri polpastrelli. Si guarda. Non si osserva. Una volta si fumava nei locali. Non dava fastidio a nessuno. Ora da fastidio anche ai fumatori. Sabato sera. Fuori c’è la luna piena dietro a una teoria gommosa di nuvole. Qualcuno prende una foto col telefonino e la invia immediatamente a una ragazza facendo percorrere ai bit la distanza di un centinaio di chilometri. Sopra la foto un messaggio: guarda, dice: è dio.

*

Starnutisci con forza dentro al fazzoletto. Una. Due. Cinque volte. Resti intontito come avessi tenuto la testa nel vento. Un miagolio scostante di gatto. Vuole cibo o acqua o uscire per andare in bagno. Tre cose semplici. Sempre le stesse, invariabilmente. Il calendario segna una data, questa, diciamo 3 novembre. Gli orologi sono coordinati, dappertutto. Ogni mattina nuovi numeri vengono partoriti dalle macchine e questi numeri incarnano le responsabilità di ognuno in un determinato giorno. Scontrini. Fatture. Bolle d’accompagnamento. Documenti. Negozi giuridici. Multe. Verbali. Le macchine partoriscono i numeri che alla sera verranno ingoiati da altre macchine prive di denti. Le mail cestinate dove vanno a finire? Prima di scomparire devi essere apparso.

*

E allora lei per esempio quando scende lo fa dai denti e possiede una vocina minuscola per le situazioni intime, con la quale muovere montagne. Dalle unghie rosse s’elevano bolle papali. Le balbettano attorno palmi di facce, vestiti riempiti. Le scarpe di tutti durante il tragitto si puntano un minuto s’annusano e impostano le direzioni. Il flauto che muove questi topi è udibile solo a certe particolari latitudini di senso, nessuno sa cosa è un ginocchio e quanto gli durerà, tutto è permesso e al tempo stesso non accade mai. Voglie, luci, portiere, alzacristalli elettrici, mani sopra i bicchieri mentre ci si muove fra una folla di folli, la vaporizzazione dei nomi nell’aria, i propri, gli altri, quelli delle cose che continuano a non nominare noi, e tutto questo varia la soglia d’attenzione anche se la soglia stessa è perpendicolare o ridotta a spioncino o in alcuni casi inutilizzabile: i filosofi chiamano questa verticale “spirito”. Gli esseri si muovono con all’interno queste sensazioni che sono parti e parti che si staccano e si riallineano mosse e tagliate da forbicine che potremmo conteggiare con i battiti delle palpebre si ci piacesse azzardare delle ipotesi. Ma non c’è tempo.

*

C’è sempre un momento in autunno in cui i poeti scrivono una poesia chiamata “autunno”.
Questi calchi nella nebbia perdono impronte di vapore, e le ombre, con zampette di mosca, si lavano le mani alla fine delle teste.
Coloro che non si sono ancora ambientati dovranno inseguire il coniglio fino alla fine dei tropici, mentre il vhs si schiera apertamente contro il comfort umano.

Rabbini di quale religione sullo scranno di quanti troni perpetueranno questo corteggiamento dell’aria, una paio di collant risultano decisamente più incisivi di un poemetto surrealista e alla fine delle giornate si sta come d’inverno dentro casa le televisioni, giusto rue de l’harpe reagisce con un po’ di colore ma se tu non ci pensi passa anche quello, e il supermercato si apre gentile ad un nuovo schema cromatico nel reparto dei libri scontati del 15.

Saprebbero di foglia queste mani se ne concepissi l’attaccatura al terreno?

*

“E allora andiamo, tu ed io, può venire anche lei, andiamo, sono le 4 e 06 della notte di natale, bellissime puttane marocchine fanno arrivare i fidanzati da Casablanca, in casa tua individui solitamente sconosciuti si muovono in pantofole – ancora da stringere una mano, la vela del collo d’una vecchia da baciare, apprendere della morte di Harold Pinter – e poi tutti fuori in balcone a fumare una sigaretta.
La rivoluzione è che questa cosa accade perfettamente, anche ora. L’idea che tutto sia organizzato e che la specie umana si coordini ogni giorno riempiendo e svuotando frigoriferi, oppure camminando in mezzo a una foresta del Congo è una messinscena incredibile, eppure anche io e te, anche lei che è venuta con noi sa bene che per un motivo o per l’altro si finisce per adoperarsi, per collaborare, si diventa una tessera di un mosaico prima di rendersi conto di esserlo e docilmente si viene posizionati nella scacchiera fra i palazzi i cinema i travestiti una camera dei deputati e la tua nazione, incastrato perfettamente senza saperti spiegare nulla, assolutamente funzionante e purtroppo costretto a condividere questa pazzia collettiva perché se tutti continuano e tu vuoi smettere il pazzo sei tu, e anche io, e anche lei: che infatti lo abbiamo capito e siamo vestiti benissimo e ci integriamo perfettamente.”

*

Ragazze che si perdono lungo la darsena munite di gambe come forchette infilzano la spiaggia dondolando lasciando dietro di sé qualcosa di più di quanto possa contenere al suo interno la parola “buche”.

In questa enciclopedica parentesi sono stati spostati sei o sette eserciti di luce e cuscini, giorno dopo giorno.

Della purezza non si preoccupava più nessuno, tutto quello che si poteva sporcare veniva sporcato senza nessuna eccezione.

Così lasciamo i dinosauri camminare sulla terra, i bicchieri d’acqua mezzi pieni prosciugarsi, livellati dall’aria.

Tutto quello che ci poteva capitare ci sta già accadendo, esattamente ora, e può solo peggiorare o migliorare.

Le varianti contano solo in un sistema in cui qualcuno vince e qualcun altro perde.

Da qui, invece, certamente nessuno di noi uscirà vivo.

Ma qualcosa nella mente, qualcosa come un fessura, qualcosa simile a una palpebra, ti tiene separato dal regno che occupi dentro te stesso.

E in fondo.

C’è da andare a fare la spesa.

Togliere il ghiaccio dalla macchina.

Meno 5, meno 7.

I telegiornali lanciano l’allarme.

Al confine una vipera si acciottola dentro a una buca.

Il confine è una cosa che non si vede dal vivo.

È immaginazione.

Come se adesso fossero veramente le 5 e 07 del mattino.

Non è nessun tempo adesso.

Non lo sarà dopo.

Usiamo passato e futuro per disinnescare questa tensione indicibile in cui giallo si volta di schiena, e si trasforma.

Se ti togliessero la capacità di memorizzare, ti muoveresti come un dioniso?

Poi comincia a piovere o si alza il vento. Cerchi un ombrello o una sciarpa. Di questo parlano tutte queste cose.

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