nel respiro – di Paolo Fichera

di Viola Amarelli

nel respiro (L’arcolaio, 2009) di Paolo Fichera è un libro che si fonda con lucida consapevolezza sul rigore e la coesione. Gli eserghi – che testimoniano con gli autori citati, da Holan a Giacometti, la scelta di una posizione appartata e trasversale, ai bordi del mondo – e la suite conclusiva delineano, infatti, chiaramente i binari di un poemetto ontologico. Il fluire incessante della materia umana, il ciclo alfa-omega di nascita e morte viene infatti incisi – chirurgicamente – non tanto per trovarne senso e ragioni quanto per ripercorrerne la nuda *erosione*, per diventarne, per quanto possibile, esperienza *materica* nella parola.

Il susseguirsi dei tre “movimenti” in cui è suddiviso il poemetto vede innescarsi sulla dolente morte di un padre amatissimo – dove trapelano pudore ed affetto reboriani – l’annuncio di un figlio in arrivo, in un passaggio generazionale che, per fisicità esperienziale, trasforma la nota figura della ruota e del ciclo in un impatto deflagrante. È da questo nucleo concreto che si diparte un coraggio stoico nell’immergersi nel non-senso delle apparenze, per comprendervi un logos che non è trascendente ma insito alla fattualità del così è. Non a caso i tre “movimenti” si denotano nel respiro, nel sangue e nel battito, riportando la poesia da un lato all’originario ritmo biologico che ne segna la fonostruttura costitutiva, dall’altro al fenomenologico scorrere del mondo, all’incomprensibile e irreducibile processo della “cosa nuda erode cose” come recita il sottotitolo del libro.

In questo scenario la forma riveste, ovviamente, un’importanza peculiare, non tanto sotto l’aspetto stilistico ma sotto quello di unico strumento disponibile, sorta di ponte o scala, per avvicinarsi all’indicibile, sapendo che “l’indicibile nel richiamo è già detto”. Fichera dà vita a una monodia, un basso continuo dove la scansione fonetica dei metri (endecasillabi e settenari in maggior parte) è modulata, tramite stanze, su pause e cesure di ampiezza diversa, quasi un telaio sonoro che intreccia sull’ordito i fili ossessivi del dolore e del crudo, del sacro e del fatale in uno al contestuale accadere della fine e dell’inizio. Siamo di fronte a una salmodia laica, che ricorre, in maniera originale, a figurazioni neo-classiche (il calice, la spada, i marmi, le “pupille” che diventano sguardi in perenne transito) come in un tentativo di raggelare il processo con un’impossibile equidistanza, che maschera solo in parte il timore attonito di fronte alla forza incoercibile del flusso. E infatti il persistere di un rimbombo corrusco (valga ad esempio l’“apocalisse che sgrana metalli”) svela le latenti passioni di questa scrittura riecheggiando, come raramente accade nella poesia contemporanea, Foscolo, perché qui il “movimento è struttura del silenzio: il segno inciso a fondo scava una superficie piana” in un bassorilievo senza tempo.

da nel respiro

Ora posso dirti morto
nella sazietà della maceria

ogni morte alimenta la luce
e ci rende due volte orfani e organi.

la sazietà scavava le sue croci
le mostrava pure alla terra
e tu implodi in cellule tossiche
nel respiro che si fa battito

battito, un altro battito, quell’altro
battito che ora germoglia nel sangue
e diviene stomaco, dorso, polpa

che ogni parola sia umanità
e vagito d’animale e lacrima
di mondo e cellula e grumo
racchiuso e fondo ampio sazio

germe solco
vena carezza

non più sapere o non sapere

padre la resa padre pane
figlio la sete figlio fame
figlio l’utero figlio vena danza

cibo

richiamo

eco che nel trapasso
gli occhi distende
e il grumo brucia
raccolto nell’orda

…………..

da nel sangue

ora: ragione d’asce
incudine sovrana. gola-luce
rimuove i feretri dalle ossa,
apocalisse che sgrana metalli

fino alla gola, suscita, alla colpa,
che la mano finge al seno che usurpa
dal cielo secco incesto di orme e neve

il nodo – fisso –
in sé contraddetto, respira

sopporta ora oltre il segno tacito oltre
non venero materia a darmi corpo

per una veste che tu sai compiuta
come ferro disperso, la membrana

…………..

da nel battito

luce del pane grotta di specchi
è femmina il coraggio è arca
occhio spezza le ombre rese
fame ombra di mandorla, bersaglio

il vagito
la realtà
esce dove il sipario sorge la
scena,

la schiena stretta la spinta

termina organo preme

e tu sei vagina, sei grotta
sei cervo e garza
scoiattolo e barbagianni

scudo di tartaruga

oltre il sangue e la razza
i cognomi bugiardi

oltre

i feticci e gli idoli

nel pane nel legno
nel seme impregato

l’ascia che i falchi nel volo
d’ali riflettono al sangue

12 pensieri su “nel respiro – di Paolo Fichera

  1. Poesie molto belle, sul serio, ma un grazie va anche a Viola.
    Sì, grazie per avermi fatto conoscere questo libro, la tua “riflessione” è quel qualcosa in più che me lo farà acquistare. Senza nulla togliere a Paolo Fichera che è molto bravo, se non lo avessi conosciuto tramite quanto scritto sopra …
    lo so non sono stata molto chiara ma spero che se ne colga il senso.

    “perché qui il “movimento è struttura del silenzio: il segno inciso a fondo scava una superficie piana” in un bassorilievo senza tempo.”
    grazie a entrambi:-)
    SM

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  2. Profondamente incantata dalla potenza di questi versi, ringrazio il suo autore che non conoscevo e il sito “la poesia e lo spirito” che ha il merito di avermi introdotta in questa cavità nascosta, preclusa al mondo. Da lungo tempo infatti non ricevevo emozioni simili leggendo poesia. Complimenti a questo autore, che avendo davanti una miriade di strade,di possibilità, di percorsi, ne ha scelto uno assolutamente proprio,individuato e diverso. Molto interessante anche la recensione.
    Grazie ancora a tutti voi.
    Monica Borettini

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  3. un ritmo che fa gorgo intorno a un nucleo di ossa e sangue, dove l’ascolto scava un solco, mostra il vivo nervo.

    molto interessante.

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  4. ringrazio Fabrizio, sempre.
    e Viola, per le tue parole e la “condivisione umana” come ci siamo scritti.
    e Gianfranco Fabbri per avermi pubblicato e per essere stato con me di una gentilezza sincera.
    e Stella Maria, Iole, Nadia e Monica per le vostre parole tutte.

    paolo

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  5. ‘luce del pane grotta di specchi
    è femmina il coraggio è arca
    occhio spezza le ombre rese
    fame ombra di mandorla, bersaglio’

    questa mi piace proprio tanto!

    il resto è ricerca nel dolore di
    una purificazione dal dolore…
    estraniamento che accade evidenziando
    la perdita – il padre –
    Ricerchi l’essenziale e lo rendi
    sovrano.

    Ciao Paolo, benritrovato!

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  6. Caro Paolo, il piacere di aver prodotto il tuo libro è stato grande! Mi convinsi di avere fra le mani un gran progetto quando lessi versi come questi: “ora che la luce / ha scavato la penombra / ora che l’ha resa / sperma / ora che la notte ha sete // e l’umanità è il battito ampio / di un vagito che si perde / … / ora / la maceria è distesa… (la maceria come materia inerte, come il cadavere). Ma il primo merito della scoperta di questo lavoro, debbo dire, il merito di averla letta per L’arcolaio e portata a me, è del mirabile direttore della collana, “Il laboratorio”, Stefano Guglielmin: un critico a voi tutti noto; un’intelligenza di primo piano, un uomo acuto e versatile.
    Grazie Stefano!
    Un abbraccio a chi ci ospita qui, il grande Fabrizio Centofanti. Un grazie a tutti gli intervenuti e un abbraccio pieno di stima al mio caro autore, Paolo.

    Gianfranco

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