Errata corrige (a proposito di Eco)

da qui

Apprendo che c’è un refuso all’origine de Il nome della rosa. Il famoso distico con cui si conclude il romanzo sarebbe in realtà questo: “Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus”. L’allusione è al declino della città eterna. Mi chiedo se un capolavoro dell’arte o della letteratura possa scaturire da un errore. Si affacciano il nome di György Lukács e il suo realismo, le descrizioni ottocentesche e la loro ossessiva precisione. Mi viene in mente persino la Bibbia, col suo ruach elohim, premesso alla creazione, che non sarebbe lo Spirito di Dio, ma un vento fortissimo sull’abisso informe. Sta a vedere che tutto nasce da un equivoco, che il mondo va avanti solo perchè qualcuno si è dimenticato di correggere.

17 pensieri su “Errata corrige (a proposito di Eco)

  1. in un universo dove domina il secondo principio della termodinamica (mi dicono si chiami entropia) la vita è un refuso straordinario 🙂

    un abbraccio, fabry

    f&r

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  2. Mi pare che nelle Postille, l’Autore abbia accennato ai versi originali, notando anche come alcuni effetti da lui non previsti si fossero trovati casualmente (il parallelismo fra la fretta di Bernardo Gui e quella di Guglielmo).

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  3. Postille a Il nome della rosa

    Il testo di Postille a “Il nome della rosa” è apparso su Alfabeta n. 49, giugno 1983.

    Rosa que al prado, encarnada,

    te ostentas presuntuosa

    de grana y carmín banada:

    campa lozana y gustosa;

    pero no, que siendo hermosa

    también seràs desdichada.

    Juana Inés de la Cruz

    Il titolo e il senso

    Da quando ho scritto Il nome della rosa mi arrivano molte lettere di lettori che mi chiedono cosa significa l’esametro latino finale, e perché questo esametro ha dato origine al titolo. Rispondo che si tratta di un verso da De contemptu mundi di Bernardo Morliacense, un benedettino del XII secolo, il quale varia sul tema dell‘ubi sunt (da cui poi il mais où sont les neiges d’antan di Villon), salvo che Bernardo aggiunge al topos corrente (i grandi di un tempo, le città famose, le belle principesse, tutto svanisce nel nulla) l’idea che di tutte queste cose scomparse ci rimangono puri nomi. Ricordo che Abelardo usava l’esempio dell’enunciato nulla rosa est per mostrare come il linguaggio potesse parlare sia delle cose scomparse che di quelle inesistenti. Dopodiché lascio che il lettore tragga le sue conseguenze.

    Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni. Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo deve avere un titolo.

    Un titolo è purtroppo già una chiave interpretativa. Non ci si può sottrarre alle suggestioni generate da Il rosso e il nero o da Guerra e pace. I titoli più rispettosi del lettore sono quelli che si riducono al nome dell’eroe eponimo, come David Copperfield o Robinson Crusoe, ma anche il riferimento all’eponimo può costituire una indebita ingerenza da parte dell’autore. Le Père Goriot centra l’attenzione del lettore sulla figura del vecchio padre, mentre il romanzo è anche l’epopea di Rastignac, o di Vautrin alias Collin. Forse bisognerebbe essere onestamente disonesti come Dumas, poiché è chiaro che I tre moschettieri è in verità la storia del quarto. Ma sono lussi rari, e forse l’autore può consentirseli solo per sbaglio.

    Il mio romanzo aveva un altro titolo di lavoro, che era l’Abbazia del delitto. L’ho scartato perché fissa l’attenzione del lettore sulla sola trama poliziesca e poteva illecitamente indurre sfortunati acquirenti, in caccia di storie tutte azione, a buttarsi su un libro che li avrebbe delusi. Il mio sogno era di intitolare il libro Adso da Melk. Titolo molto neutro, perché Adso era pur sempre la voce narrante. Ma da noi gli editori non amano i nomi propri, persino Fermo e Lucia è stato riciclato in altra forma, e per il resto ci sono pochi esempi, come Lemmonio Boreo, Rubé o Metello… Pochissimi, rispetto alle legioni di cugine Bette, di Barry Lyndon, di Armance e di Tom Jones che popolano altre letterature.

    L’idea del Nome della rosa mi venne quasi per caso e mi piacque perché la rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno: rosa mistica, e rosa ha vissuto quel che vivono le rose, la guerra delle due rose, una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, i rosacroce, grazie delle magnifiche rose, rosa fresca aulentissima. Il lettore ne risultava giustamente depistato, non poteva scegliere una interpretazione; e anche se avesse colto le possibili letture nominaliste del verso finale ci arrivava appunto alla fine, quando già aveva fatto chissà quali altre scelte. Un titolo deve confondere le idee, non irreggimentarle.

    Nulla consola maggiormente un autore di un romanzo che lo scoprire letture a cui egli non pensava, e che i lettori gli suggeriscono. Quando scrivevo opere teoriche il mio atteggiamento verso i recensori era di tipo giudiziario: hanno capito o no quello che volevo dire? Con un romanzo è tutto diverso. Non dico che l’autore non possa scoprire una lettura che gli pare aberrante, ma dovrebbe tacere, in ogni caso, ci pensino gli altri a contestarla, testo alla mano. Per il resto, la gran maggioranza delle letture fa scoprire effetti di senso a cui non si era pensato. Ma cosa vuol dire che non ci avevo pensato?

    Una studiosa francese, Mireille Calle Gruber, ha scoperto sottili paragrammi che uniscono, i semplici (nel senso dei poveri) ai semplici nel senso delle erbe medicamentose, e poi trova che parlo di “mala pianta” dell’eresia. Io potrei rispondere che il termine “semplici” ricorre in entrambi i casi nella letteratura dell’epoca, e così l’espressione “mala pianta”. D’altra parte conoscevo bene l’esempio di Greimas sulla doppia isotopia che nasce quando si definisce l’erborista come “amico dei semplici”. Sapevo o no di giocare di paragrammi? Non conta nulla dirlo ora, il testo è lì e produce i propri effetti di senso.

    Leggendo le recensioni al romanzo, provavo un brivido di soddisfazione quando trovavo un critico (e i primi sono stati Ginevra Bompiani e Lars Gustaffson) che citava una battuta che Guglielmo pronunciava alla fine del processo inquisitorio (pagina 388 dell’edizione italiana). “Cosa vi terrorizza di più nella purezza?”, chiede Adso. E Guglielmo risponde: “La fretta”. Amavo molto, e amo ancora, queste due righe. Ma poi un lettore mi ha fatto notare che nella pagina successiva Bernardo Gui, minacciando il cellario di tortura, dice: “La giustizia non è mossa dalla fretta, come credevano gli pseudoapostoli, e quella di Dio ha secoli a disposizione”. E il lettore giustamente mi domandava quale rapporto avevo voluto instaurare tra la fretta temuta da Guglielmo e la assenza di fretta celebrata da Bernardo. A quel punto io mi sono reso conto che era successo qualcosa di inquietante. Lo scambio di battute tra Adso e Guglielmo, nel manoscritto non c’era. Quel breve dialogo l’ho aggiunto in bozze: per ragioni di concinnitas, avevo bisogno di inserire ancora una scansione prima di ridare la parola a Bernardo. E naturalmente mentre facevo odiare la fretta a Guglielmo (e con molta convinzione, per questo la battuta poi mi piacque molto) mi ero completamente dimenticato che poco più avanti Bernardo parlava di fretta. Se vi rileggete la battuta di Bernardo senza quella di Guglielmo, non è altro che un modo di dire, è ciò che ci aspetteremmo di sentir affermare da un giudice, è una frase fatta tanto quanto “la giustizia è uguale per tutti”. Ahimé, contrapposta alla fretta nominata da Guglielmo, la fretta nominata da Bernardo fa legittimamente nascere un effetto di senso, e il lettore ha ragione di chiedersi se essi stanno dicendo la stessa cosa, o se l’odio per la fretta, espresso da Guglielmo, non sia insensibilmente diverso dall’odio per la fretta espresso da Bernardo. Il testo è lì, e produce i propri effetti. Che io lo volessi o no, ora si è di fronte a una domanda, a una provocazione ambigua, e io stesso mi trovo imbarazzato a interpretare l’opposizione, eppure capisco che lì si annida un senso (forse molti).

    L’autore dovrebbe morire dopo aver scritto. Per non disturbare il cammino del testo.

    contina qui
    http://www.artblog.comli.com/postille-nome-della-rosa-testo-integrale/

    mi piace l’idea che il mondo si regga perché qualcuno dimentica di correggere

    ciao!

    claudia

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  4. “Sta a vedere che tutto nasce da un equivoco, che il mondo va avanti solo perchè qualcuno si è dimenticato di correggere.”

    Inquietante e nello stesso tempo affascinante. In fondo la vita nasce da un qualcosa di straoridnario e fuori del comune, la vita è ongi giorno qualcosa che non ti aspetti come l’amore.

    Che dire? speriamo che quel qulcuno non si ricordi di correggere, e se capita che ci ripensi!
    un abbraccio a tutti e grazie
    SM

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  5. L’idea che la storia del mondo sia fatta di refusi di scrittura è presente in Le sirene di Titano di Kurt Vonnegut – un autore che all’epoca Eco frequentava parecchio… inoltre l’Ulysses di Joyce (altro topic di Eco)è uno dei romanzi più piebi di refusi (in edizione originale) che si conosca… Richard Ellman ci ha messo una vita a correggerli tutti…

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  6. Fabrizio, mica l’ho detto io, l’ha scritto Eco! E se la “grande barba” della letteratura italiana lo scrive, partendo dal presupposto che la “grande barba” non sbaglia (quasi mai), sicuramente c’è un perché. O no? 😀

    Loggia antichissima i Rosacroce; la leggenda narra che uno dei padri putativi, fosse addirittura Dante. Ah, la letteratura; e ci stà anche un altro sorriso 😉

    Blackjack.

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  7. C’è un bel libro di Brunella Antomarini che si intitola “Pensare con l’errore”, in cui si dice:

    “Se ogni individuo di un gruppo di astronomi osservasse la posizione di una stella molte volte, risulterebbe che ogni volta e per ogni individuo la posizione varia; e le causa possono essere un cambiamento nelle condizioni atmosferiche, la temperatura o l’umidità del telescopio, differenti capacità ottiche degli osservatori, insomma errori accidentali.
    Ma la casualità ha una sua ‘normalità’ [e noi] definiamo la posizione della stella anche se sappiamo che può non corrispondere a quella reale e la risposta giusta risulta da una decisione. . . GLI ERRORI FANNO PARTE DEL CALCOLO CHE ARRIVA ALLA CONCLUSIONE NON ERRONEA.”

    Sì, mi sa che per fortuna nasciamo da un errore 🙂

    un saluto caro,
    r

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  8. Mi pare che la sostanza sia che per arrivare alla conclusione giusta (o almeno alla meno sbagliata) è necessario fare un mucchio di errori 🙂

    …magra consolazione??

    un saluto caro,
    r

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