“Una sorta di grido comune” – Gianluca Colloca


U. L. V. era, suo malgrado, un poeta. In realtà avrebbe voluto fare l’astronauta, da bambino, o forse lo sfasciacarrozze. Gli piacevano i cimiteri delle auto, quando era piccolo. Poi invece aveva finito per diventare un perito informatico, ma questa è un’altra storia. O forse no, in ogni caso comunque per noi non è importante. Probabilmente non è importante nemmeno per U. L. V.
A lui, da piccolo, la poesia non interessava granché. Si trattava soltanto di parole che gli facevano imparare a memoria a scuola, quando lui preferiva passare il tempo a odorare le matite colorate. Crescendo, cominciò invece a percepire questa cosa della poesia. Sulle prime non ci fece caso, pensando che magari fosse dovuta alla pubertà. Dopo un po’ però iniziò a preoccuparsi. Si trovava all’incirca all’inizio del ginnasio quando si rese conto, non senza un certo spavento, che la poesia lo visitava tutte le notti, mentre dormiva. In sogno, gli regalava splendidi versi che lui puntualmente dimenticava, al risveglio. Anzi, un po’ era anche contento di dimenticarseli. In fondo, che avrebbero detto i suoi amici se avesse confessato loro di sognare, in piena adolescenza, liriche e metriche? Liriche e metriche di cui peraltro sapeva ben poco, studente scarso qual era, e nulla di più voleva imparare, sull’argomento. “Lacune? Più che altro direi proprio lagune”, fu la fiera battuta che pronunciò prima di entrare a sostenere l’orale di italiano alla maturità, battuta che lo rese famoso in tutta la scuola.
Durante l’università però le cose iniziarono a cambiare. U. L. V. prese ad apprezzare certi aspetti della poesia, e pure a prestare attenzione alla musa che lo visitava, insistente, nel sonno. Un suo biografo sostiene che, a voler essere sinceri, tutto sia partito dalla frequentazione di una ragazza dagli occhi verdi, lei sì appassionata di parole e versi. È una questione difficile da dirimere così, in poche righe, certo ci basti ricordare come alcune fra le più grandi invenzioni dell’umanità siano nate in maniera molto più casuale, e per ragioni infinitamente meno fascinose di un paio di occhi verdi.
In ogni caso, da allora, la vita di U. L. V. cambiò. Non tanto per la ragazza citata dal biografo, che dopo un tempo relativo finì per uscire dalla sua esistenza, quanto per la poesia. Lui ancora non era capace ad afferrarla, la notte. Ma iniziava a provarci. I suoi sogni ricorrenti, a volere essere precisi, erano sostanzialmente due. Nel primo si trovava nel caveau di una grande banca, stracolmo di danaro, e per quanto si riempisse le mani e le tasche di soldi, c’era sempre un qualcosa a impedirgli di allontanarsi ricco, vuoi lo scoprirsi improvvisamente senza vestiti, vuoi il calzare scarpe almeno due taglie più piccole, buone solo a impedirgli di camminare, e di conseguenza impossibilitato ad allontanarsi. Ma se questo è un sogno buono tuttalpiù per uno psicologo, l’altro, quello che a noi maggiormente interessa, lo vedeva intento a scrivere versi su un quadernino, o su un foglio sciolto, quando non direttamente sul muro. Le poesie generate in sogno erano di una potenza mai udita, pronte a spazzare via intere generazioni di versificatori dal talento più o meno acclarato.
Purtroppo, di quei versi meravigliosi, U. L. V. al risveglio non ne ricordava nemmeno uno. Per quanto si sforzasse, non ci riusciva proprio. Ogni notte la poesia gli faceva visita, e lui già nel sonno sentiva l’acquolina in bocca a ripetere certe parole inebrianti, e anzi continuava a ripeterle più e più volte, fino a impararle a memoria, convinto che, una volta sveglio, le avrebbe ricordate. Ovviamente tutto questo non succedeva.
I giorni passavano e il suo nome non aveva ancora fatto apparizione nel grande consesso mondiale dei poeti. Passavano i mesi e passavano gli anni, a dirla tutta. Solo una volta, quando il nostro viaggiava ormai verso la trentina, riuscì a ricordare un verso, al mattino. La mucca è nella stalla. Lo segnò non senza una certa emozione su di un block-notes fino a quel momento intonso. Dopo aver fatto colazione, tornò in camera per rileggerlo, e non gli parve più così affascinante. Cioè, forse era parte di una poesia potenzialmente immortale, ma così, solitario, non regalava molte soddisfazioni.
A quel punto, U. L. V. era abbastanza deluso e sfiduciato. Per alcuni giorni restò indeciso se abbandonare del tutto la poesia, ma alla fine prevalse l’opzione di una scelta ugualmente drastica, ma differente. E così il nostro decise di iniziare a vivere solo in funzione della musa che lo veniva a visitare la notte, e dei versi che lui avrebbe diligentemente cercato di raccogliere. Il prezzo da pagare consisteva nel tagliare i ponti con tutti, e concentrarsi solo sulle espressioni oniriche che gli venivano porte su un vassoio, non si sa bene da chi. Lui, in ogni caso, non riusciva ad afferrarle. Sino a quel momento.
La determinazione fu fondamentale, per U. L. V. Notte dopo notte dopo notte, si esercitava per conquistare ogni volta un verso in più, una parola in più. Imparò a svegliarsi nella palude del sonno quando capiva che l’immagine vincente era giunta, che la metafora sublime si era materializzata. Dormiva con un blocco d’appunti sul comodino, pronto ad agguantare i versi poetici che navigavano la penombra del dormiveglia.
Ci vuole forza per diventare poeti, e lui l’aveva. Oltre ovviamente alla musa che ti viene a trovare in sogno, la notte. In breve U. L. V. divenne uno di quegli intellettuali che andavano per la maggiore. Si vide pubblicato su diverse riviste paludate ma importanti, e presto uscì una sua raccolta. I critici presero a citarlo e analizzarlo, scrivendo brevi saggi su di lui e la sua opera.
A quel punto, U. L. V. pensò che il più fosse fatto. Abbandonò la vita ascetica, presentandosi con sempre maggior frequenza in società. Animava i salotti e riceveva gustosi gettoni per intervenire a convegni e presentazioni. La musa continuava a visitarlo la notte, ma meno. Lui comunque era ormai abbastanza navigato da saper afferrare anche solo i piccoli scorci di poesia che gli si presentavano in sonno, riuscendo a coglierli grazie alla lunga e sofferta pratica.
Poi, più avanti, U. L. V. si innamorò, convolando presto a nozze. Il matrimonio, tutto sommato sereno agli inizi, pose subito un grave problema pratico al poeta. La moglie infatti prese a occupare entrambi i comodini della camera da letto con creme di bellezza, bottigliette di acqua minerale, caramelle, deodoranti, profumi, fazzoletti, mollette per i capelli, accessori per il trucco, batuffoli di cotone e molto altro ancora. U. L. V. non sapeva più dove poggiare il suo taccuino. Poco a poco i versi notturni iniziarono a scappare via, facendosi ancora più radi, e la sapienza tecnica non bastava più ad afferrarli, ormai.
Chiese così a sua moglie di lasciargli un po’ di spazio. Lei acconsentì, in principio, ma presto se ne dimenticò e tornò a occupare la superficie vitale della labile lirica delle ore piccole. U. L. V. allora provò altre soluzioni, quali poggiare il block-notes per terra, oppure alzarsi dal letto per raggiungere la scrivania. Ogni tanto riusciva ancora ad appuntarsi qualcosa, ma niente di lontanamente paragonabile a prima. I suoi versi adesso erano diventati pesanti, scontati, senza quella forza e quella magia che li aveva caratterizzati in precedenza. Nel movimento per raccogliere il taccuino da terra, o nel pur breve tragitto per arrivare dal letto alla scrivania, le parole come gli erano comparse geniali nella mente erano fuggite, e riusciva a ricordare solo i concetti. Li riportava, però con i termini che conosceva, quelli di tutti i giorni. E non era affatto la stessa cosa.
Altre soluzioni alternative non ebbero alcun successo. Così come il divorzio dalla moglie non portò alcun giovamento al poetare di U. L. V. Che, quasi quarantenne, doveva ancora realizzare come la capacità di afferrare i versi nella notte andasse in direzione opposta all’originalità delle creazioni, come la consapevolezza avesse bruciato lo slancio, e l’inerzia lasciato il posto alla quotidianità.
Così, uscito in fretta come ci era entrato dal consesso mondiale dei poeti, U. L. V. decise di non provare nemmeno più a posizionare block-notes, fogli e penne in punti strategici della camera da letto. Anzi, pensò proprio che era il caso di dimenticarsela, questa cosa della poesia.

Un pensiero su ““Una sorta di grido comune” – Gianluca Colloca

  1. “Serial writers”, è una serie di racconti inediti di autori vari a cadenza mensile curati da Bianca Madeccia. Queste short stories puntano l’attenzione su un tema fisso: lo scrittore come assassino seriale.

    La serie di racconti è stata inaugurata da Elisabetta Liguori ad agosto con “Lo scrittore seriale”: https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/08/28/lo-scrittore-seriale-elisabetta-liguori/

    Il secondo appuntamento è stato con “Fuga dal sistema” di Luciano Pagano: https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/09/29/fuga-dal-sistema-luciano-pagano-dedicato-a-david-f-wallace/

    Il terzo racconto “Debbie” di Marco Candida: https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/10/25/debbie-marco-candida/

    L’autore di oggi è Gianluca Colloca con “Una sorta di grido comune”. Buona lettura. B.M.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.