Dio un’assenza che si fa musica

di Adelio Valsecchi

Milano ha accolto sui lidi dei Navigli tanti poeti che della città meneghina hanno fatto la loro dimora. Fra le donne che rappresentano la poesia al femminile possiamo menzionare Alda Merini, Vivian Lamarque, Donatella Bisutti, Gabriella Fantato, Maria Pia Quintavalla, Patrizia Valduga, Daria Menicanti.
Nell’ambito delle promesse emergenti, una in particolare ha convinto la critica, ma ancor più gli amanti della poesia che scuote e lascia riverberi e risonanze interiori: Adele Desideri.
Il suo carisma, esce dai paradigmi usuali del “far poesia”. Il ritmo dei versi, lo stile, le rappresentazioni autobiografiche, i volti, i gesti di chi condivide con lei la vita e le emozioni, non si possono avvicinare a modelli che abbiamo ereditato dal passato.
Mentre racconta, la sua poesia sfugge dalle linee del formalismo, taglia come la falce affilata del contadino, si inerpica su sentieri impervi del dire senza patemi. A volte è un fiume in piena, a volte un rivolo sottile che ha la pena di scendere a valle.
Le virtù delle sue parole non incespicano nel rancore per aver subito offese alla propria dignità di donna e di madre, ma con ironia s’impennano per chiedere giustizia senza acrimonie e sorridono alla mala sorte anche quando “il cielo cade sopra le stelle”, il mondo si rovescia su se stesso. (1)
Come scrive Ottavio Rossani nella postfazione dell’ultima raccolta “Non tocco gli ippogrifi” (2) Adele Desideri “È un fiume carsico che all’improvviso erompe dalla roccia e si riversa tra borbottii e clamori all’aria aperta…”
I temi affrontati nella sua poetica hanno la stessa tessitura linguistica là dove il ritmo si fa incalzante, quasi ad aggredire la realtà che la sovrasta, o dove crea, manipolando la grammatica e il lessico, multiformi toni espressivi.
In alcuni tratti, i versi diventano vaporosi suoni ermetici senza melodie e il lettore si arrende contemplando l’oleografia di un pensiero nato senza vedere la luce e i suoi significati, ma suggestivo e penetrante.
È un ermetismo che intriga e, allo stesso tempo, ci lascia confusi nel nostro stupore. La Desideri ha l’ansia di comunicare il suo smarrimento, ma la sofferenza delle rappresentazioni che descrive «per me poetare è sempre dolore», sembra renderla recalcitrante a svelare tutta la sua verità. Si chiude a riccio nella sua angoscia esistenziale, trattiene le pulsioni più intime per poi deflagrare con parole dure e violente: «Lapilli di violenza/scompigliano/l’orizzonte/oscuro./Scimitarra trincia testa./Mozza./Morte putrida./Sono/in disuso./Cercasi rottamaio./Vespa anni ’60». (3)
È, comunque, un aspetto marginale del suo agonismo poetico che si estingue da sé. Non c’è livore nella crudezza dei suoi versi quando il dolore sembra sottrarre il fascino alla vita. La corporeità, gli affetti, la maternità, il mistero di Dio sono protagonisti calati sul palcoscenico della sua intensa vita, s’intrecciano ai ricordi di fanciulla, di donna e di madre. Le trame delle sue evocazioni, creano suggestioni profonde per l’immediatezza iconografica che proiettano nell’immaginario del lettore e si riposano in un silenzio che induce alla riflessione, ma l’aria manca quando i movimenti ritmici dei versi soverchiano le immagini; oppure d’un tratto sembrano diventare scarpinate veloci sul ciglio di un dirupo; o ancora soffocano le parole quasi a esprimere tensioni sopite troppo a lungo per sottrarsi ad un mondo che non è per lei, più umano se lascia stigmate dolorose. La tonalità verbale si frantuma quasi a demonizzare il paradosso della fatica di crescere senza essere mai stata bambina. A volte nelle sue liriche si cela il desiderio di serrare le porte dell’anima in attesa di una pace profetica. A volte le memorie di luoghi, di stati d’animo si lacerano per esprimere alchemiche emozioni, con una tensione linguistica intensa e dura. Al contrario quando il vento gonfia a poppa le vele delle cose quotidiane, le parole hanno la pace del languore e la vita assurge a elegia: «Ma eterno/è il senso di questo stare./(…) Ed io/a lato d’un mondo chiassoso/ritrovo qui/il senso del mio esistere./Quiete». (5)
Adele Desideri è poetessa per necessità. Quando reminiscenze lontane s’intrecciano alla realtà del tempo che scorre, ha l’impellenza della testimonianza poetica che libera dal martirio della sopravvivenza per aprirsi a una ragione per cui vivere con dignità. Il senso della vita lo trova là dove i confini umani si spezzano per accedere al mistero di Dio. Quale Dio? Il poeta che per sensibilità, più di ogni altro, sente il peso delle sue incertezze, quando è piegato dall’urgenza del confronto con Dio per capire chi è l’uomo e dove va il mondo, rivendica un segno tangibile della Sua presenza. Come se la fede non bastasse a comprendere il Suo mutismo. Come se la ragione si spaurisse di fronte al Suo Mistero. In tale contesto Dio viene presagito dal poeta come un Padre assente che non risponde ai bisogni di chi lui stesso ha generato. Ecco il tono in parte provocatorio, in parte affettuoso che la Desideri trasmette nelle sue suggestioni poetiche. Utilizza strategie psicologiche raffinate per indurLo a rispondere, accampa dei diritti di figliolanza come un’adolescente tormentato dal bisogno di crescere e supplica Dio di non essere contumace: «Obbligati alla gratitudine./Obbligati alla pazienza./Obbligati all’esistenza». (6)
Nella sua poesia la dimensione religiosa si avvicina al linguaggio interrogativo di Clemente Rebora, di Padre Turoldo, di Giorgio Caproni che in diversa misura, ognuno con il proprio carisma, passano da un linguaggio duro, legato all’irruenza delle umane necessità, alla più irrefrenabile dolcezza del cuore; dalle parole spigolose, a espressioni d’ineffabili sentimenti, dalla provocazione, alla gioia di essere in sintonia con il Sublime. Adele Desideri percorre questo tragitto: con parole irruenti chiede a Dio di palesarsi, di avere un rapporto privilegiato con lei per non inebetirsi delle asincronie del mondo, ma subito stempera la sua irruenza e si arrende alla fede: «Vai e vieni.Torni/ti arrabbi,/mi cerchi,/mi eviti./Dimentichi/Ma so,/nel mio cuore,/il nostro amore». (7)
Nella poesia “Natività” si ribella alla chiassosa, dissacrante e annuale Epifania e prega il Dio bambino di scuotere l’umanità dal suo torpore urlando la Sua presenza. La nostalgia del Natale si scontra con una visione edonistica della festa che toglie significato al rinnovo della Sua nascita. Il Natale diventa un: «Incubo/ossessivo/annuale/annoso/d’un sacro/ch’è ormai profano./ (…) È il dovere del clan/ove ognuno è straniero./È florilegio/di opzioni falsate/ ab origine./Rito ottenebrato/ di luci e sazietà./Quintana stagnante/regalie sgradite/e solitudini affollate/ (…)/Enfasi dell’oralità:/ (…) /Afasia/del Sublime/». (8) Anche Dio perde la testa nel chiassoso mondo di questa civiltà che celebra il Natale non in una pace corale fra gli uomini di buona volontà, ma nel luccichio delle insegne, nel compiacimento puerile di una tavola imbandita dove imperano esasperazioni e sazietà. Il Dio che nasce diventa “disertore” non più Epifania. Se in prossimità del Natale ci aggiriamo per le città con occhio attento, avvertiremmo lo stesso disagio del poeta: fra luci e “regalie sgradite” vi è il clamore di simboli di un Natale che non è, un Natale che si affoga nella consuetudine di frastuoni e ossessioni che non richiamano alla riconversione e alla riconciliazione. Dio si fa uomo non per appartenere all’umanità, ma per essere rinchiuso in galera come un sovversivo. Nello sconcerto della profanazione del Natale, la Desideri ha un sussulto che evoca rabbia e smarrimento. Reclama con disperazione una vera e nuova Epifania di Dio per non ribellarsi al Suo mutismo e non disconoscerLo: «Se taci,/Ti confondo,/Ti disconosco,/ Ti sperdo» (9). In un mistico riverbero di riconoscenza, però, verso Colui che per amore s’imprigiona nella carne umana, quasi a difenderlo Lo invita paradossalmente ad abbandonare questa umanità dissennata: «Non nascere più,/umile tenerezza,/ t’imploro». (10) L’umanità non ti merita più. La Desideri passa dal rimbrotto passionale verso un Dio che cela il suo volto ed è muto, che non tuona la sua onnipotenza, al sollecito di non rinnovare più la sua venuta là dove l’uomo Lo ha misconosciuto.
Donna e madre provata dalle pene della vita, ha sempre un luogo dove rifugiarsi per lenire i recessi più spigolosi del suo pensiero. Inventa strategie nuove. Cambia passo. Raccorda le emozioni dello spirito, creando nei versi ritmi ed espressioni che dalla filosofia della resa e dell’avvilimento s’impennano vero la più viscerale fede in Dio. Quando la consapevolezza delle umane debolezze evoca vani desideri e disperazione, si offre a Dio con il carico delle sue incertezze, delle sue velleitarie fughe: «Ti offro/Signore,/il mio deserto./Come una rosa in fiore» (11). Anche se «l’anima si fa/con l’età/stanca e forte». (12) Dopo alcuni eventi dolorosi della vita, le parole non bastano per palesare la frantumazione della sua anima: «(… ) Come una chiesa/vuota/di fedeli/il mio rito solitario/di parole./Non oltrepassi/mai/il sagrato». (13) Se le corde del cuore, però, ritrovano armonia e con umiltà si orienta la coscienza all’ascolto, Dio appare e si svela, si fa sentire: «Io sono qui/sono venuto ad amare/sono venuto a danzare». (14)
Il linguaggio duro della Desideri, in alcuni tratti, è come saetta che abbatte e incenerisce quando, soffocata dalla solitudine, la presenza di Dio si fa più urgente e non si coglie il mistero del Suo essere “contumace”. Il nascondimento di Dio rende impercettibile i richiami della coscienza perché è sovrabbondante il peso della Sua nostalgia che presiede la nostra storia di creature. La poetessa si arrabatta in un pensiero inquieto che allenta la vita e la volontà. Si domanda allora se l’eredità di Cristo celebrata nell’eucaristia, simbolo e realtà della fusione dell’uomo con Dio, squarci il velo del buio interiore e ci rassicuri della sua presenza, ma il corpo di Cristo, raffigurato come «stallo dei campi» che feconda ed elargisce una nuova vita, sembra svilire la nostra speranza: «Ti vedo,/ti tocco, nel pane e nel vino./In contumacia». (15)
Se lo smarrimento è profondo anche per i “poveri in spirito e i puri di cuore”, quando Dio non si palesa e l’uomo è sconfortato per le sue disattese speranze, la preghiera, insegnava Padre Maria Turoldo, diventa l’ultimo espediente per sedurLo. La Desideri proprio nella poesia “Preghiera” ne segue le tracce con una sintesi poetica di passionale intensità. Dimentica il ritmo spartano dei suoi versi scabri e violenti per abbandonarsi agli schemi dei salmi biblici, quasi a parafrasarne il tono di supplica, come leggiamo con rinnovato stupore in alcune liriche di Quasimodo “Al tuo lume naufrago” e di Ungaretti “La Pietà” e “Mio fiume anche tu”. La poetessa traccia con delicatezza la sua invocazione-seduzione in sei similitudini che si riposano in una sorta di teologale accoglienza della Grazia divina e il conforto interiore si fa quiete: «Signore/colma la mia pazienza./Come un attimo fugace/il mio tempo scorre./Tu mi invadi/ed è l’eternità./ (…) /Come un giorno pieno di impegni/la mia vita si ingarbuglia./Ascolto la tua assenza,/ed è musica». (16)
Qui si fonda la mansuetudine della Desideri nei confronti del mutismo di Dio come se, nell’ascesi della preghiera, il bisogno dell’Assoluto evocasse una realtà sensibile in un tripudio di suoni «ed è musica»; come se seducesse Dio frantumando le mura della sua inaccessibilità. È insito in tale invocazione il resoconto dei nostri limiti, lo slancio di chi si abbandona fra le Sue braccia, la speranza evangelica del “chiedete e vi sarà dato”. Per l’autrice di “Non tocco gli ippogrifi” è anche un richiamo all’infanzia dove le pulsioni, i gesti e il linguaggio si rivestono di giocosità. Il confronto ludico con Dio è visto come riconversione alla vita e al suo senso: «Signore/coltivami./ Come l’infante/ con i suoi balocchi,/gioco con te/e vivo». (17)
Negli ultimi versi la Desideri prende coraggio e chiede a Dio quei doni che consolano e danno forza per reagire alle avversità. Non la fede che è solida se vede nel mutismo di Dio “una musica” che accorda l’anima, ma quelle virtù dello Spirito che la vita le ha sottratto per la voracità e l’incoerenza della storicità umana: la pazienza che frena l’irruenza del male sul bene; la saggezza che sostiene la carità evangelica anche nella durezza della vita; la prudenza per discernere le parole del cuore. In questa suggestiva “Preghiera” si suggella e si riafferma, in uno spazio dove lo Spirito ci accompagna, il bisogno di figliolanza tra l’uomo e Dio.
Carissima poetessa, anche se con fatica si cresce e il respiro della vita è asincrono, continua, senza rastremare la tua creatività, a riconoscere la dimensione poetica della vita, continua a firmare le tue risonanze interiori «sul muso d’una stella». Non sarà più un sogno sperare.

Note

Le citazioni in nota sono tratte dalla raccolta di poesie di Adele Desideri “Non tocco gli ippogrifi” (postfazione di Ottavio Rossani), Campanotto Editore, Pasian di Prato (Ud), 2006.

(1)”O blu luccicante” pag. 163.

(2) “Non tocco gli ippogrifi” pag. 175.

(3) “Ognissanti” pag. 26.

(4) “Castione” pag. 48.

(5) “Ognissanti” pag. 26.

(6) “Natale” pag.. 98.

(7) idem.

(8) idem.

(9) idem.

(10) “Anelito” pag. .61.

(11) “Quiete” pag.. 117.

(12) “Le mie parole” pag. 113.

(13) idem.

(14) “Testi di bimba” pag. 169.

(15) “Preghiera” pag. 23.

(16) idem.

(17) “Non” pag. 154.

Biografia

Adele Desideri è nata a Torino e vive a Milano dove insegna. Ha pubblicato “Salomè”(Ed. Il Filo, 2003). “Aforismi” con disegni di Nino Barazzetti (Ed. Pulcinoelefante, ’05 ). “Hommage à Piero Manzoni” (Ed. Pulcinoelefante ’05). ”Non tocco gli ippogrifi” (Campanotto editore ’06).
È presente con alcune liriche in “La Biblioteca dell’inedito” (ed. Il Filo ’04), ha ottenuto premi e riconoscimenti in diversi concorsi letterari tra cui il “Lorenzo Montano”. Le sue poesie sono presenti su riviste ed antologie, presso la Biblioteca di Arte e Poesia Contemporanea, IULM Milano. Svolge attività critica per siti e riviste culturali.
È una promessa della fucina poetica meneghina. Donna di grande vigore; madre affabile di tre figli. La sua poesia evoca l’esperienza umana più vera. Ha parole taglienti quando interpreta la sofferenza che piega l’anima, ma celebra l’amore alla vita con un linguaggio di irresistibile dolcezza. La sua ricerca interiore di Dio ha una virtù insolita: la mansuetudine di fronte al Sublime.

Un pensiero su “Dio un’assenza che si fa musica

  1. L’essenza di Dio
    L ‘”essenza di Dio” è composto da ” SPAZIO FISICOU DI UNIVERSO ” occupato da una “intelligenza” il più alto grado di perfezione, per dare origine nel tempo e nello spazio, tutte le forme di “ENERGIA”, jogging, dall’atomo, con le sue dimensioni strutture infinitesimali, fino a che tutti i corpi celesti che compongono il cosmo, e in perfetta armonia ed equilibrio nei loro movimenti, e la purezza dei loro sentimenti di “amore” che consiste di “misericordia”, “giustizia” e “MISERICORDIA”, ci dà l’esistenza della vita

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