Saviano e la «potenza vitale della scrittura», di Andrea Sartori

I. Un nuovo libro? In questi mesi è stato più volte rimarcato come il secondo libro di Roberto Saviano – La bellezza e l’inferno, Milano, Mondadori, 2009 – non sia un vero e proprio libro inedito, caratterizzato da una sua organicità testuale, da un’identità compatta e riconoscibile, ma una raccolta di interventi già apparsi altrove, quasi si volesse classificare come disdicevole l’operazione editoriale in sé, alla base della pubblicazione. Se tuttavia prendessimo sul serio il pensiero espresso da Saviano nell’introduzione – «Questo libro va ai miei lettori. A chi ha reso possibile che Gomorra diventasse un testo pericoloso per certi poteri che hanno bisogno di silenzio e ombra» – ci troveremmo condotti a riflettere su una responsabilità: quella consistente nel ricambiare il gesto di scrittura dell’autore con un’attività di lettura, di appropriazione, che non renda affatto La bellezza e l’inferno un prodotto neutrale ed inoffensivo, ovvero schiacciato, quanto al suo significato, su delle onnipresenti logiche di consumo. Saviano scrive, e con ottimi risultati, rendendosi refrattario all’incasellamento in un genere, ma egli sembra anche dirci che c’è modo e modo di leggere. L’autore, infatti, mette in conto di porci nel «pericolo di leggere», ovvero in un pericolo analogo a quello in cui egli incorre scrivendo. Qual è dunque una logica probabile, o un senso possibile, di un testo come questo, che mette a disposizione quanto è già passato nei media? Una risposta risiede forse nel lavoro interpretativo unitario che il lettore può praticare su dei contenuti eterogenei, se non d’occasione, benché esposti in maniera tale da rivelare di volta in volta un’insospettata centralità. Un lavoro agevolato dal fatto che i differenti interventi sono ora raccolti in una singola opera, e sono quindi suscettibili d’essere messi a confronto e in relazione gli uni con gli altri, anche in maniera analitica.

II. Dall’io a tutti. Due dati preliminari balzano agli occhi, e segnano non tanto uno scarto, quanto un approfondimento rispetto all’esordio che ognuno ricorda. Innanzitutto l’autore parla decisamente in prima persona, senza preoccuparsi, come a tratti ancora accadeva in Gomorra, di dare uno spessore romanzesco e filtrato ad un io narrante. Non ci sono tante storie (anche nel senso del plot narrativo): chi parla è lo stesso Saviano che scrive per resistere alle minacce e alle calunnie, per provare a pensare ad un futuro, per «non disperare», per «esistere». In secondo luogo, i temi toccati includono e trascendono le vicende della camorra, e riguardano le esemplarità di alcune vite individuali e il senso della lotta, la cosiddetta economia non criminale e la guerra, le potenzialità e i limiti del sistema mediatico, la letteratura e l’arte nel loro rapporto con la verità e il potere. Dalle cose – la violenza, la sopraffazione, lo sfruttamento, ma anche la bellezza, la fiducia, la speranza – alle parole – le riflessioni sul ruolo critico dell’espressività umana, e della scrittura in particolare – lo sforzo di Saviano appare coeso, e compone, senza cadere nelle banalità risapute di certo engagement di facciata, la rinnovata immagine di una vita intellettuale impegnata nella varietà delle sue forme. Io e mondo, in altri termini, si tengono insieme sul filo dell’esperienza, ed è quest’ultima, pervicacemente inseguita dall’autore, a restituire una dimensione dello scrivere come apertura, anzi, come «uscire»: dalla gabbia di un’esistenza minacciata, ma anche dal «cinismo» e dal «distacco» di quel lavoro culturale e mediatico, che si incaglia nello status quo, nella tautologia rassegnata secondo la quale «se si ha bisogno di mostrare che tutti sono sporchi (…), allora qualsiasi cosa vale un’altra, tutto è lecito e possibile». Così facendo, tuttavia, l’io sulla scena del libro è consapevole di non essere più il portatore di una vita idiosincratica, ma di avere assunto, anche suo malgrado – secondo una paradossalità delle intenzioni su cui già una volta Truman Capote si era pronunciato – una caratura politico-sociale. Il folgorante accoglimento di Gomorra, scrive Saviano, ha testimoniato «che la mia vicenda era divenuta la vicenda di tutti, perché lo erano divenute le mie parole». Laddove un’esistenza individuale, con il suo portato di contingenza e particolarità, s’incrocia significativamente con un tratto di storia che parla anche ad altri, diviene possibile una trasposizione della voce propria nella voce altrui, come in altre circostanze accadde secondo Saviano a Miriam Makeba, morta a Castel Volturno dopo il suo ultimo concerto nei pressi di quella Soweto d’Italia, che è il mostro immobiliare della speculazione nostrana, il Villaggio Coppola: «Miriam Makeba è morta in Africa».

III. Contro il misticismo mediatico. Pur sapendo d’essere divenuto un simbolo – per l’opinione pubblica e i mezzi di comunicazione ed informazione – Roberto Saviano lavora sull’esattezza della conoscenza («La conoscenza è essenziale, la conditio sine qua non per conquistarsi il diritto al racconto»), e sul simbolismo della speranza, senza cercare l’immersione redentrice e fusionale nell’immagine di lui che i media inevitabilmente alimentano. Egli sta di certo nei media – avendo così una vita pubblica che schizofrenicamente compensa l’assenza di un’intimità sotto scorta – ma ha anche ben presente la necessità di salvaguardare la dimensione più profonda della propria individualità. Le sue paure sono le paure di un io concreto e vivo, non i timori artefatti e sofisticati di un intellettuale garantito da un sistema che incondizionatamente lo sorregge. Sono queste paure ad individuarlo come Roberto Saviano: come un uomo pervaso da un retto senso dell’onore, al punto da temere non tanto la morte, quanto «che riescano a diffamarmi, a distruggere la mia credibilità, a infangare ciò per cui mi sono speso e ho pagato», analogamente a quanto successe, tra gli altri, a don Peppino Diana, «prete ammazzato e infamato dal giorno dopo la sua morte». Di più: Saviano sa anche che il narcisismo legato alla contemplazione della propria immagine in televisione comporterebbe il pericoloso baratto del personaggio reale che egli è, con l’essere «troppo “personaggio”», ovvero la fine del suo io individuale, il non essere più «ciò che ho voluto essere». Come un agente infiltrato nei meccanismi della criminalità organizzata, Saviano deve sempre tenere a mente chi è, per non perdersi nel labirinto di menzogne sul quale intende fare luce. Questo è infatti il talento di un narratore di razza come William Trevor Vollman, per il quale l’arte è «riuscire a trasformarsi senza confondersi, esserci nelle situazioni più diverse pur restando uguale a se stessi». I media, d’altra parte, costituendo anch’essi un potere, danno voce indifferentemente alla lode e al biasimo, all’elevazione e allo stillicidio dei propri idoli, alla stregua di un destino a cui non si sfugge, simile a quello che sembra legare la camorra ad una terra, ad un Paese, ad un’economia, in cui tuttavia è dato preservare l’autonomia di una condotta critica e pugnace, di una misura del carattere: «nessuno sceglie il suo destino. Però può sempre scegliere la maniera in cui starci dentro». Questa maniera è ciò a cui Saviano si affida per evitare la mistica distorta di un’esistenza virtualizzata, ed essa traspare anche nella sensazione urticante che lo scrittore prova sul palco di Cannes, alla premiazione del film tratto da Gomorra («“che ci faccio qui?” oppure “che c’entro io con tutto questo?”»). Paradigmatica, quanto al rapporto con il diritto e con i mass-media, è stata secondo lo scrittore la condotta di Beppino Englaro. Una condotta tragica in senso stretto, che ha racchiuso in sé i caratteri antinomici di Creonte e di Antigone (della ragione di stato e dell’amore famigliare), e che si è concretizzata nel combattere «all’interno delle istituzioni e con le istituzioni», senza tuttavia voler «vincere con la forza del ricatto dell’immagine».

IV. L’eco di un’insurrezione armoniosa. È Albert Camus a suggerire il titolo del libro, allorché ne L’uomo in rivolta racconta di un tenente tedesco imprigionato in Siberia, che prestava orecchio ad una melodia che egli solo poteva udire, quasi essa, scrive Camus, fosse l’«eco di un’insurrezione armoniosa», il muto risuonare di «misteriose melodie e immagini crudeli della bellezza fuggita», nel cuore stesso dell’«inferno» in cui erano state «gettate». Non v’è esperienza più crudele dell’inferno, non v’è esperienza che più dell’inferno richieda all’uomo lo sforzo di una comprensione e di un gesto. Saviano intende agire però su uno specifico riquadro della relazione io-mondo in cui s’inscrive l’esperire: «mi concentro su quel che per me rimane l’esperienza più importante. La letteratura e il potere, la scrittura che diviene pericolo solo grazie a ciò che di più pericoloso esiste: il lettore (…). Nelle democrazie non è la parola in sé che fa paura ai poteri, ma quella che riesce a sfondare il muro del silenzio». La parola come rivolta, la parola accolta ed alimentata come armonia che insorge, diventano così il fulcro di un’etica della scrittura che riluce grazie al proprio valore estetico, non rinunciando all’apparentamento tra bellezza e giustizia. La letteratura può allora essere una critica capace di incidere sulla società, se mette a tema senza tentennamenti e ritrosie l’orrore del potere ovunque esso si annidi e si cristallizzi. Le democrazie secondo Saviano – che su questo punto fondamentale pare dare alla sua analisi un’impostazione foucaultiana – non sono affatto estranee all’istituzionalizzazione di un ordine del discorso in cui domini l’esclusiva ed escludente logica del potere. Anche laddove non vige la censura, infatti, «ciò che ne prende le veci è la disattenzione, l’indifferenza, il rumore di fondo del fiume di informazioni che scorrono senza avere la capacità di incidere». Potremmo dire, in altre parole, che in una democrazia come quella italiana, l’indifferenza civile e la narcosi mediatica sono le perverse forme “istituzionali” assunte da quel dispositivo di potere che è l’omertà camorristica. Che cosa può fare – deve fare – la letteratura, da questo punto di vista? Dire la verità. Per dirla, tuttavia, e perché essa venga espressa come critica dell’esistente, occorre che ci sia qualcuno disposto a pronunciarla. L’esemplarità delle esistenze individuali di cui Saviano scrive nella sezione intitolata «Uomini», ma di cui riferisce anche altrove (si pensi ad esempio a Gustaw Herling, Varlam Šalamov e ad Anna Politkovskja) sono altrettante figure di dicitori di verità, sia che essa riguardi la verità civile, politica, sociale, giornalistica, investigativa (Joe Pistone – a cui si ispira la figura cinematografica dall’agente sotto copertura Donnie Brasco – Giancarlo Siani, Enzo Biagi, Beppino Englaro, Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato), sia che riguardi la verità delle risorse e dei talenti dell’essere umano in quanto tale (come nei casi del musicista Michael Petrucciani, del calciatore Lionel Messi e del pugile di Marcianise Clemente Russo). In entrambe le situazioni la verità, come la bellezza, è ciò a cui, nelle viscere dell’inferno, alcuni individui in rivolta non hanno potuto fare a meno di prestare attenzione.

V. Parlar chiaro. Nel mondo letterario antico e poi nei testi patristici, scriveva Michel Foucault, esiste dai tempi di Euripide (V sec. a. C.) la parola parresia, per indicare il parlare chiaro. Nel successivo periodo greco-romano, ad esempio in Plutarco e in Luciano, compare per derivazione il termine parresiastes, che denota colui che utilizza la parresia, cioè chi dice la verità. Parresiastes è ciascuna delle figure esemplari evocata da Saviano, poiché il suo dire la verità condivide con l’antecedente antico due tratti caratterizzanti: il correre un pericolo e l’esercitare una critica (M. Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica, Roma, Donzelli, 1996, pp. 3-8). Decisivo è che il parresiastes sia «sempre meno potente della persona con cui sta parlando», poiché in caso contrario la sua parola non potrebbe essere accolta come critica del potere. La parresia, secondo Foucault, è così «un requisito del discorso pubblico», e «si esercita dunque tra cittadini in quanto individui, ed anche tra cittadini costituiti in assemblea. Anzi, è l’agora il luogo in cui la parresia più propriamente si manifesta» (ivi, p. 11). La Bellezza e l’inferno è un testo parresiastico, e non può essere compreso prescindendo dal contesto politico-civile italiano a cui è indirizzato, ovvero da un’idea di democrazia in cui deve vigere l’uguale diritto di parola. Esperienze democratiche ed autenticamente partecipate, esperienze di una vera democrazia possibile, divengono però in Italia soprattutto quelle del «teatro civile», il quale riesce talvolta a colmare il vuoto di verità lasciato proprio dalla politica: «Nei teatri ci si è incontrati dopo la catastrofe di tangentopoli, nei teatri si va ad ascoltare chi non può parlare in altri posti (…). Il paradosso che trova soluzione è che proprio il teatro, che è in assoluto il luogo della menzogna, della rappresentazione della finzione, divenga il luogo della verità possibile. Delle verità, quindi». Il teatro come compensazione della disertata agora nazionale; il teatro come «luogo che interrompe la solitudine», laddove «una verità detta in solitudine non è altro che una condanna in molta parte di questo Paese».

VI. Critica ed exemplum. La descrizione del vero che in Gomorra pareva serrare a maglie strette ogni spazio di emancipazione dall’ingiustizia e dal dolore, rinvia qui esplicitamente ad un senso pieno dell’essere umano, ad una fioritura potenziale della significatività umana, che trovano espressione nella “categoria” del bello, oltre che in quelle del diritto, e quindi della legalità, tanto più da difendere quanto più entrambe vengono di fatto revocate in dubbio. Il bello, al di fuori d’ogni retorica dottrinale, è il lato sensibile del vero, ciò che può ancora motivare gli individui a praticare uno scarto tra la forza d’uno stato di cose che sembra imporsi con la propria cieca ed inalterabile necessità, e la forza ideale d’un altrimenti, d’una promessa di felicità e libertà che configuri quello stato di cose diversamente. Situandosi nella medietà tra l’inferno in cui scorrono le cose, e il regno incontaminato delle idee, il bello di certe vite “finite” conferisce attrattiva e senso agli esempi narrati da Saviano: la bellezza che essi irradiano, accresce la consapevolezza cognitiva delle circostanze in cui determinate vicende d’ingiustizia si svolgono, ambendo allo stesso tempo a smuovere la coscienza di chi legge, a motivare all’indignazione. Il gesto artistico e di scrittura non si limita pertanto ad essere un fatto estetico, ma assume una specifica legalità in ambito civile, morale ed etico, incardinando, personificando, le ragioni di una critica rivolta all’esistente, nell’esemplarità contingente di una moltitudine di condotte esistenziali, che sovente rimangono non dette proprio da quella parola che s’immerge inconsapevole nel fluire della comunicazione, e si attiene ai diktat d’un apparato mediatico che punta alla smemoratezza, all’assenza di riflessione. «Nell’exemplum», scrive Paolo Costa (Esemplarità e dovere, in La società degli individui, 6, 1999/3, p. 79), «la realtà come è e come dovrebbe essere trova un punto di conciliazione insperato e inaspettato». «La cosa affascinante degli exempla», prosegue Costa, «è che essi continuano ad esistere anche quando dubitiamo della loro stessa possibilità; ci sorprendono come eventi inattesi che fanno segno a delle possibilità che magari non riusciamo più a rappresentarci, a difendere argomentativamente» (ivi, p. 82). Laddove la nostra capacità di argomentazione è sfiancata, o non riesce a farsi udire, la letteratura, al pari dell’opera d’arte, innesca quella che Costa chiama la «passione per il bello» (ivi, p. 80), il cui esserci, il cui resistere, è «alla base della forza dell’esemplarità» (ibidem). Una forza, tuttavia, nient’affatto unilateralmente irrazionale o privilegio esclusivo d’un individuo dotato di carisma, ma all’opposto in grado di riattivare dei potenziali sopiti o abbattuti di critica e di ragione, nella misura in cui riconosce la propria appartenenza ad una sfera pubblica, oggettiva, “di parola”, in cui la difesa del diritto, non meno dell’esercizio del linguaggio, è la strada maestra per la lotta alla prepotenza, alla brutalità, al crimine organizzato. Saviano, d’altra parte, non ha mai cessato d’essere “uomo del diritto”, ed è fuori luogo imputargli alcuna speculazione in merito al carisma e all’aura che gli sono stati attribuiti, e con cui deve piuttosto fare i conti. Alle spalle di questa valorizzazione dell’exemplum quale sorgente di un dovere, di una normatività, di un punto di vista critico incarnati in esistenze suscettibili d’essere imitate creativamente, v’è un retroterra filosofico – mai tematico ne La bellezza e l’inferno – che risale all’indagine kantiana intorno al bello e alla teoria del giudizio riflettente esposta nella Critica del giudizio, e più tardi rivisitata da Hannah Arendt nelle sue Lectures on Kant’s Political Philosophy (trad. it. Teoria del giudizio politico. Lezioni sulla filosofia politica di Kant, Genova, Il Nuovo Melangolo, 2005). Se il termine critica significa, dall’etimo greco, krinein, ovvero distinguere, giudicare, nel senso di rovistare dentro, di andare a vedere nel dettaglio, la postura del giudizio assunta da Saviano rinvia ad un giudizio sulla realtà sociale che non si limita ad essere «determinante» in senso kantiano. Alla forza deontologica della legalità, della normatività della legge, consistente nel determinare una realtà particolare sussumendola al di sotto delle categorie del diritto valide universalmente (ovvero in modo indifferenziato ed asettico), Saviano affianca il lavoro dello scrittore, la forza che scaturisce dalla narrazione di identità esemplari. Come nel giudizio riflettente kantiano, infatti, una vita singolare diviene portatrice, in virtù d’una sua legalità interna, immanente, in nessun modo ipostatizzata come un’entità metafisica, d’un messaggio che trascende la particolarità storica dell’individualità narrata. Le storie di «Uomini» che Saviano ci racconta, e che a torto alcuni ritengono solo edificanti, sviluppano esattamente agli occhi di tutti – in una dimensione partecipata, “sentita” – quella che Georg Simmel, sulla scia della sua reinterpretazione dell’ideale regolativo kantiano e con gusto per il paradosso, avrebbe chiamato «universalità soggettiva», o «legge individuale» (G. Simmel, La legge individuale e altri saggi, Parma, Pratiche, 1995). L’universalità concreta e situata dell’exemplum, dunque, incorpora una valenza critico-sociale, nella misura in cui porta alla luce dei «distillati di significatività umana» (P. Costa), che per il lettore sono sia vincolanti in senso morale, sia oggetto d’esperienza estetica, al di là di quegli steccati che proprio Kant per primo intese ergere tra ragione pratica e percezione artistica. Tra la realtà dell’inferno e la promessa di felicità racchiusa nell’armonia della bellezza, gli esempi svolgono un ruolo terzo, analogo, scrive Alessandro Ferrara, a quello di alcuni «atomi di riconciliazione in cui “essere” e “dover essere” si fondono, e come effetto, liberano un’energia che attiva la nostra immaginazione» (A. Ferrara, La forza dell’esempio. Il paradigma del giudizio, Milano, Feltrinelli, 2008, p. 11). La filosofia, come sostiene Ferrara, ha però innanzitutto e per lo più compreso l’approccio esemplarista alla normatività e alla critica come una ricostruzione del giudizio sotto le spoglie di «una capacità esercitata quasi esclusivamente nel foro interno» (ivi, p. 12. Si veda il caso di Jean-Jacques Rousseau, ma prima ancora di S. Agostino). La letteratura nelle mani di Saviano si trasforma invece senza troppe mediazioni e filosofemi in una parola, in una critica, in un appello che risuonano in chi legge, divenendo proprie di quest’ultimo, per creare, soprattutto nelle società democratiche a cui si rivolgono, quella «rabbia della fratellanza» che pare espunta dal lessico delle democrazie stesse, tutto incentrato sugli ideali (per altro disattesi) di libertà ed eguaglianza. Nominare la camorra – tanto con i nomi dei suoi esponenti, da Michele Zagaria ad Antonio Iovine, quanto delle sue vittime – assume allora il significato di fissare uno dei volti del male in modo che non ne vada persa la cognizione pubblica, nella quale possa attecchire e trovare ascolto la forza narrativa delle vite esemplari. Se in un mutamento è dato sperare – e Saviano nel suo libro mostra di sapere bene che la camorra è solo uno degli identikit dell’inferno – esso può appunto avvalersi della significatività dell’exemplum. «L’esemplarità di ciò che è come dovrebbe essere», sostiene Ferrara, «rende in larga parte conto dei mutamenti che nel corso del tempo interessano il nostro mondo, della nascita di nuovi modelli e dell’aprirsi di nuovi sentieri», dotandoci di un senso possibile «del nostro potenziale trasformativo» (ivi, p. 19). Condannata a narrare gli eventi già accaduti, la letteratura è impotente, ma è in altro senso potere dell’anthropos, allorché esempla secondo verità ciò che è stato, tramandandone memoria in funzione del domani tramite la capacità di giudizio. Per quest’ultima, scrive Saviano riprendendo il russo Victor Serge, «la verità, nonostante tutto, esiste».

VII. Democrazia e verità. Mentre la letteratura post-moderna si balocca con il gradito incubo della latitanza della verità, gli incubi di Saviano sono di ben altra natura, e riguardano tutt’altro tipo di latitanze. Tra il 2 maggio e il 16 settembre 2008, la camorra uccide sedici persone, perpetrando una strage a seguito della quale «qualsiasi Paese democratico (…) avrebbe vacillato». In Italia, invece, è la stessa criminalità organizzata ad agire dotandosi d’un sistema organizzativo aziendale, da multinazionale dello spaccio e del reinvestimento di capitali. Alle spalle dei venditori al dettaglio, vi sono i broker del «petrolio bianco», e scopo delle entità criminose è dare vita a delle solide joint venture transnazionali. Intanto i cittadini hanno l’opzione di votare i politici di queste joint venture, i quali «riescono, come dichiarano i pentiti, ad arrivare alle più alte cariche istituzionali», con l’obiettivo di favorire operazioni di risciacquatura di denaro soprattutto in ambito edilizio ed immobiliare. La «ferocia borghese» delle organizzazioni italiane è tale da sconvolgere perfino un uomo come l’ex infiltrato Joe Pistone, abituato a misurarsi con gangster americani che si atteggiano a gangster, non con esponenti delle professioni mimetizzati nella società civile. La domanda che Saviano rivolge agli abitanti della sua terra è retorica: «Siete fieri di vivere nel territorio con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme uno dei più alti tassi di povertà?». Nella democrazia italiana il potere criminale segue strade che rendono ingenuo pensare che il bene e il male siano circoscrivibili in zone geografiche separate, in sistemi di produzione distinti: «Alitalia sarà in crisi», scriveva Saviano nel settembre 2008, «ma a Grazzanise, in un territorio marcio di camorra, si sta per costruire il più grande aeroporto italiano, il più vasto del Mediterraneo». In queste condizioni – «non c’è riparo», «non esiste nessun ambito protetto» – dire la verità e documentare la bellezza (volgendo l’occhio ai «bisogni primari», come fanno le immagini sociali di quel «maestro di metodo» che è stato il regista Vittorio De Seta), divengono gesti per nulla scontati, eppure l’unica alternativa ad «abituarsi che non ci sia null’altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via». In Italia, ci dice Saviano, esiste un problema di verità, dunque di conoscenza, e questa sembra essere la radice dell’imperfezione democratica nel nostro Paese. D’altra parte, allo stato attuale non sarebbe possibile scorgere con nitore un brano di verità e dire: ecco, la verità si trova laggiù in fondo, la verità è quella, apprestiamoci a raggiungerla. Le cose sono molto più complicate. La verità non si mostra a colpo d’occhio, e lascia per lo più delle tracce sul nostro cammino civile, che tuttavia non costituiscono dei segni inequivocabili. «Come valutare lo stato della verità in Italia? Lo stato della possibilità di dirla, di rintracciarla?». Come isolare la positività singolare del vero, in un Paese dove «non ci sarà più confine, posto che ce ne sia ancora uno, tra economia legale e illegale», dove è inane «decidere di chiedere uno straordinario senza venire licenziati, decidere di aprire un negozio senza doversi orientare automaticamente su determinate forniture», o dove, ancora, la «camorra imprenditrice» specula economicamente sulle ricostruzioni post-sismiche? La democrazia in Italia non dice la verità, e rende quest’ultima un compito, anziché un presupposto. Un compito è regolamentare il meccanismo della cessione di appalti e sub-appalti per il controllo dello smaltimento dei rifiuti, dei trasporti, della movimentazione della terra; un compito è analizzare caso per caso il «sistema dei consorzi» privato-pubblico, che «rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo». Se il vero diviene una questione che intreccia aspetti cognitivi, morali ed estetici, la letteratura è legittimata a chiedersi «dove possono essere racimolate le storie che ce ne tracciano i contorni», senza potersi attendere delle risposte semplificate. Saviano non minimizza la difficoltà dei problemi che affronta, né la sua presunta popolarità scaturisce dalla riduzione della complessità dei contenuti che egli comunica. Quello in direzione della verità è essenzialmente un lavoro congetturale, che non si esaurisce facendo i nomi dei boss latitanti. Saviano ha un’idea di scrittura e di letteratura più articolata della preliminare e pur necessaria registrazione di cronaca, un’idea all’altezza dell’odierno cortocircuito tra verità e democrazia.

VIII. La narrazione a due dimensioni. La premessa di Saviano è identica a quella di chi cede alla rassegnazione e al cinismo, ma la reazione, come quella di tanti altri, è differente, poiché non si appiattisce sulla sua premessa: «conosco un Paese dove la vita di ciascuno sconta l’assenza di principi primi». È una tale assenza a rendere tortuoso il percorso che separa la verità dalla menzogna, la bellezza dall’inferno. Da scrittore, Roberto Saviano nota che l’incomunicabilità tra Nord e Sud e la focalizzazione dell’attenzione pubblica sulla politica come ginepraio di opinioni interessate ed egoistiche, fanno sì che il Paese sia un luogo «dove tutto possiede un’unica dimensione del racconto». Ovvero la dimensione dell’identico e della sua infinita ripetizione, in cui l’unico imperativo sensato è quello dell’autoconservazione (degli interessi di casta e di partito, delle rendite derivanti da commerci poco o punto puliti). La letteratura, in quanto originariamente scrittura, è un gesto fisico e corporeo, quasi pugilistico, e come il pugilato ha però una radice epica, «perché si fonda su regole della carne che pongono l’uomo di fronte alle sue possibilità». La letteratura, dunque, può sviluppare una narrazione che tenga conto sia della dimensione del possibile, dell’apertura del significato, della prospettiva, sia dell’ancoramento di queste nella realtà di fatto, nel dato. Da tale punto di vista, la narrazione può e deve attenersi ad una concezione realistica (giornalistica) ed insieme prospettica, nella quale gli elementi postivi della realtà sono indagati alla luce del loro slittare gli uni sugli altri, gli uni contro gli altri, in assenza di uno o più principi primi che rendano intelligibili a senso unico questi spostamenti. La letteratura – come voleva il metodo foucaultiano d’investigazione storica – è archeologia (del dato, del reperto) e insieme genealogia (dei movimenti, delle traslitterazioni di significato, dei sistemi di accettazione di quel dato). Enzo Biagi, sostiene Saviano, è stato il guardiano del faro della democrazia in Italia, proprio perché ha personificato un’attitudine archeologica che ha consentito «di raccontare l’Italia attraverso la chiarezza del dato». Permanendo nel giornalismo, è però la figura giovane e fragile di Giancarlo Siani, ad essersi fatta carico sino all’esito estremo, cioè con il sacrificio della vita, di un’idea del giornalismo d’inchiesta come decifrazione delle traiettorie di potere, che ad un tempo costituiscono, stratificano e sgretolano i dati di realtà. «Il suo», scrive Saviano, «era un giornalismo fondato sull’analisi della camorra come fenomenologia di potere e non come fenomeno criminale. In tal senso la congettura, l’ipotesi, divenivano nei suoi articoli strumenti per comprendere gli intrecci tra camorra, imprenditoria e politica», e ciò gli evitava di «arenasi sul mero dato di cronaca». La letteratura può dunque trarre il proprio metodo dal giornalismo d’inchiesta – un genere che in Italia va rilanciato – dal momento che questo, senza nutrire ingenui sogni di palingenesi, intende vedere prospetticamente oltre il caos della cortina dei singoli fenomeni criminali. E la prospettiva è quella poco incoraggiante della commistione tra mercati legali ed illegali, come ha sostenuto il generale Gaetano Maruccia, comandante provinciale dei carabinieri di Napoli, di cui Saviano riporta le parole: «È fondamentale comprendere come il mercato legale sia non soltanto infiltrato dai capitali generati dalla coca, ma fortemente determinato da questi capitali». Il crimine non è solo crimine, e comprenderlo, giudicarlo, criticarlo, ma anche combatterlo fattivamente, significa comprendere, giudicare e criticare, ma anche contrastare, delle ben più ampie e trasversali linee di potere. Queste ultime sono i vettori di forza che attraversano i contesti di camorra anche internazionali descritti da Saviano già in Gomorra. L’innovazione nel parlare di criminalità organizzata non risiede solo, come ha sostenuto Goffredo Fofi (La vocazione minoritaria. Intervista sulle minoranze, a cura di O. Pivetta, Roma-Bari, Laterza, 2009) in un ammodernamento del linguaggio, ma anche nel cogliere il contesto in cui si colloca l’oggetto d’analisi, un contesto in cui non è possibile praticare una cesura netta tra i buoni e i cattivi. L’orizzonte della crisi, o se vogliamo della tragedia, è già acquisito, non è facile pensarne uno diverso, ma in esso possono ancora sprigionarsi delle energie inedite. La letteratura contemporanea in senso stretto, non solo il giornalismo, offre degli esempi di narrazione a due dimensioni, in cui una di esse è la conoscenza ripartita del fatto, l’altra il respiro, la ricostruzione ex post facto, «la nottola di Hegel che giunge tardi», per la quale l’occhio «che si coinvolge e si camuffa per comprendere», «non riuscirà mai a essere fino in fondo ciò che vuole conoscere. E quindi lo racconta». Nella saga de La camicia di ghiaccio, Vollmann narrativizza, rende mitico sottoforma di romanzo, il materiale storico ed etnografico che documenta il millennio di storia d’America che precede la colonizzazione europea. Il mito è qui, per Saviano, il collante che monta come in un prodotto cinematografico i dati della storia. Vollmann «si fa interprete dei dati che raccoglie», non tanto per scrivere «un romanzo storico, quanto piuttosto un racconto epico, dove la trasformazione delle vicende di uomini singoli in vicende mitiche è la cifra centrale della sua letteratura». Le sue complesse genealogie sono dovute all’impossibilità di ricondurre il materiale trattato ad un solo principio, ed anche di separare nettamente realtà e invenzione, come se la verità si collocasse al riparo dall’immaginazione: «c’è il dato, ma capace di trascendersi in mito, che non è la negazione della storia, ma la sua sublimazione in novella storica, racconto, parola letteraria». Per comprendere il presente, Vollmann si volge alle sue «tracce», e ricerca «come un archeologo le sedimentazioni del passato, lì dove l’uomo rimane identico, nella brama di potere, nel sangue, nella conquista». Il potere è sì una costante, ma non è mai uguale a se stesso, cambia continuamente volto. La narrazione, con il suo afflato mitico ed epico, mette di conseguenza in movimento e in relazione le differenti tracce, le diverse sedimentazioni, saldandole nel racconto che dà profondità prospettica a ciò che apparirebbe inalterato dalla notte dei tempi: l’uguale violenza, l’uguale rancore. Anche il reporter-scrittore Michael Herr, con i suoi Dispacci sulla guerra in Vietnam, effettua un’operazione analoga, da cui hanno tratto ispirazione per le loro ricostruzioni epiche registi come Francis Ford Coppola e Stanley Kubrick. Nei Dispacci, la sintassi della narrazione restituisce una verità, che si compone di un lessico in cui rientrano «le sensazioni, i dati, le percezioni, le interviste, la partecipazione alla battaglia, il vomito, l’allegria, il cinismo, la crudeltà, l’euforia, la dannazione». Un intreccio di geometria del reale e di barocchismo della visione, che è l’opposto della riduzione delle vicende narrate a «budino mass-mediale» (M. Herr). C’è modo è modo, infatti, di accogliere la commistione di bene e di male. Il lato epico della letteratura, come per altre vie il giornalismo d’inchiesta, dà visione e profondità laddove sembra distendersi a perdita d’occhio un unico labirinto soffocante. La narrazione a due dimensioni è costellata di esemplarità del carattere, di maniere peculiari di stare nel proprio destino: con essa, «la storia diviene epica, i fatti raccontati divengono fondativi di un immaginario e di una cosmogonia di valori». Una cosmogonia, tuttavia, che è da reperire, come voleva Hölderlin riguardo alla salvezza, proprio là dove sorge il pericolo, nella decadenza che si incide sulla carne prima che nelle menti. A partire da questa soglia di confronto con il male, la letteratura può ancora fare paura, perché in tal modo parla al «cuore, allo stomaco, alla testa dei lettori», che per Saviano sono i veri alleati dello scrittore (posto che sappiano responsabilmente vedere oltre le immagini glam dei vari Scarface e Il Padrino). I meri dati di fatto non bastano, la cronaca che resta cronaca non fa un buon servizio neppure alla cronaca: «ciò che fa paura anche al potere criminale, è proprio la letteratura quando non racconta solo dei dati di fatto che lo riguardano, ma trasforma quelle vicende in storia della condizione umana». La letteratura è critica della società, allorché sconta un’inevitabile parzialità rispetto alle sorti dell’essere umano, di cui gli exempla sono imperfette narrazioni catalizzanti, imprecise immagini della bellezza, dal momento che quella letteraria è una verità «che è nella parola, non nella persona». Saviano non ha tuttavia mai scritto un vero e proprio romanzo, né un vero e proprio saggio: il suo oggetto narrativo, benché dotato di orizzontalità e verticalità, è ancora da determinare, ammesso che questo sia l’importante, proprio perché un saggio o un romanzo lineare non avrebbero dato così fastidio (al potere criminale innanzitutto).

IX. L’esercizio del dubbio e la carne. Con la sua parzialità, le sue slabbrature, il suo vitalismo anche esasperato, con la paradossalità del senso di colpa di chi non può scendere direttamente in campo e contrastare il potere non limitandosi all’utilizzo della parola, la scrittura di Saviano in La bellezza e l’inferno è un laboratorio del dubbio critico, del congetturare che non rinuncia al pathos radicale della verità (schematizzando, Alessandro Bellan ha sostenuto che Gomorra era invece un esempio di lettura del reale attraverso la lente interpretativa della reificazione, quale categoria per nulla desueta di imprigionamento dell’umano). Proprio dove i principi primi mancano, ecco che lì si avverte la necessità del loro darsi. In questo Saviano sembra rivivere dentro di sé il dramma ebraico della diaspora, testimoniato da Isaac Bashevis Singer nel suo Satana a Goray, che lo scrittore napoletano ripercorre sinteticamente così: «È nell’irrealizzata possibilità di una terra, nell’impossibilità ad avere una costituzione e un patriottismo, è nell’assenza del diritto che nasce la domanda sul proprio esserci». Rispetto alla sua terra d’origine e all’Italia, lo scrittore si sente fuori luogo, perché il suo punto di vista critico ha difficoltà ad assestarsi da qualche parte nella geografia d’un Paese che pur si ritiene democratico. Uwe Johnson (1934-1984), fuggito nel 1959 dalla DDR in cui si formò, con le sue Congetture su Jakob diede vita ad «un testo singolarissimo, che impose un nuovo modello di scrittura», e che ben rende l’idea di uno scrivere “migrante” – tra i generi, tra i temi, tra i reperti narrativi – quale quello dello stesso Saviano. La storia di Jakob si basa «su un avvicendarsi d’ipotesi, indagini, ricordi, descrizioni, memorie, che nel loro procedere costituiscono la vicenda del testo, l’epoca dei fatti, senza però ricorrere a una narrazione lineare». Qui «tutto può essere vero o verosimile», sebbene in diverso grado, e si articola in una “trama” fatta dei «tasselli ricomponibili» della «memoria, del ricordo, delle parole dette e trasentite». Anche gli incompiuti Jahrestage di Johnson seguono la medesima logica non unidimensionale, e mettono capo ad «una scrittura reale ma non realistica, pronta a inventare la realtà senza però tradire la storia», quasi in essa si potesse spalancare improvvisamente ed accidentalmente una benjaminiana Jetzeit, un tempo-ora in cui confluisce il passato, capace di ridare significatività all’agire umano. Sulla questione del realismo, pare che Saviano abbia meditato anche qui intorno a quanto Wu Ming 1 chiosa in New Italian Epic 2.0, riferendosi all’exploit di Gomorra: «un nuovo approccio epico può cambiare la natura del “realismo”». Il paradosso della scrittura e del suo rapporto con la verità, è da Saviano vissuto fino in fondo: essa deve essere «capace di dare senso e giustizia a una realtà confusa e ingiusta, ma che non riuscirà mai a sostituirsi alla vita». La vicinanza intuitiva ad alcune posizioni della teoria critica francofortese è sempre più palese: «Rifacendoci a un pensiero di Theodor Adorno si potrebbe dire che Johnson incanala la vita dei suoi personaggi nel flusso delle “forze che si liberano nella decadenza”». Il potere, in altri termini, va conosciuto per essere affrontato, e la sua conoscenza esatta e motivante in direzione di un altrimenti, si condensa in una letteratura che è archeologia e genealogia del potere, senza però cedere al vezzo dell’estetismo tipico di molte prove del post-moderno, né all’illusione di cogliere in un sol colpo la totalità del reale o l’incontrovertibilità di un principio primo. Qui è ancora Adorno a tornare utile, e a dare la misura della tensione al realismo in Saviano: «la realtà, come realtà intera, si presenta al conoscere unicamente in modo oppositivo, perciò la speranza di ottenere una realtà giusta e corretta offre solo frammenti e rovine» (Th. W. Adorno, L’attualità della filosofia. Tesi all’origine del pensiero critico, Milano, Mimesis, 2009, p. 37). La direzione seguita da Saviano è quella di libri come Se questo è un uomo di Primo Levi, di «libri che non sono testimonianze, reportage, non sono dimostrazioni» (di una verità precostituita), «ma portano il lettore nel loro stesso territorio, permettono di essere carne nella carne. In qualche modo questa è la differenza reale tra ciò che è cronaca e ciò che è letteratura». Quel che spiazza, nello scrivere di Saviano, al di là della disputa sul realismo, è il modo in cui egli lega in un gesto letterario unitario, il dubbio critico e la «carne nella carne», la scepsi relativa ad una verità tradita da quella democrazia che dovrebbe essere il luogo eletto della verità (perlomeno giuridica), e il bisogno somatico, mimetico, viscerale, di certezza, bellezza, giustizia. Un bisogno che si concretizza in una critica, avrebbe detto Foucault, che «esiste solo in relazione con qualcosa di diverso da se stessa: essa è strumento, mezzo per un avvenire o una verità che non conoscerà e che non sarà; essa è sguardo su un campo in cui intende mettere ordine senza poter dettare legge» (M. Foucault, Illuminismo e critica, Roma, Donzelli, 1997, p. 35). «La forza della letteratura», ci dice Saviano, «continua a essere questa sua incapacità di ridursi a una dimensione, di essere soltanto una cosa, sia essa notizia, informazione o sensazione, piacere, emozione». «La potenza vitale della scrittura», in altri termini, consiste nell’essere uno «strumento ingovernabile e capace di forzare ogni maglia possibile». In questa rivolta, che secondo le parole di Foucault è una rivolta contro l’essere eccessivamente governati, o contro l’«essere governati così, in una maniera specifica», «in questo modo» (ivi, p. 71 e p. 37), non c’è alcun impulso anarchico fondamentale, né per il francese archeologo dei saperi, né tantomeno per Saviano, bensì «indocilità ragionata» (ivi, p. 40), vero marchio di fabbrica di una critica illuministica, che in Saviano è informata dalla bellezza (quest’ultimo aspetto è forse il vero tratto differenziante rispetto alla precedente letteratura sulla mafia, incluso Leonardo Sciascia e il cinema di Francesco Rosi. La differenza non sta cioè in un presunto congedo da una critica di stampo illuministico in quanto tale).

X. L’ineffabile bugiardo. Ferdinando Imposimato ha definito «ineffabile bugiardo» il premier Silvio Berlusconi (Un attacco continuo alla Costituzione, in Il Ponte, 65, 2009/4, pp. 5-8), e ciò la dice lunga riguardo il problema di verità caratterizzante l’Italia, in cui il diritto è fondato sulla Costituzione scaturita dall’Assemblea Costituente post-bellica (quella stessa Costituzione che il premier alternativamente sostiene di difendere e allo stesso tempo di voler cambiare, in quanto risente ab origine, secondo lui, dell’influenza del comunismo sovietico). Il tentativo di riforma costituzionale è in questo caso palesemente il tentativo di mettere il premier al riparo dai suoi guai giudiziari, ed è sorprendente che Saviano non faccia il nome del Presidente del Consiglio nel proprio libro. La sorpresa va tuttavia minimizzata per due motivi. Saviano plausibilmente teme che vengano attenuate le misure di sicurezza a salvaguardia della sua persona, soprattutto dopo le dichiarazioni, queste sì davvero sorprendenti, del capo della squadra mobile di Napoli, Vittorio Pisani. In secondo luogo, Saviano è recentemente uscito dal suo silenzio sul premier cercando un dialogo, ovvero promuovendo un appello per il ritiro della norma sul cosiddetto processo breve, che farebbe cadere in prescrizione «reati gravissimi, in particolare quelli dei colletti bianchi», i quali rendono opaco lo sconfinamento dei meccanismi dell’economia illegale nell’economia legale. La pratica politica della de-penalizzazione di certi reati, d’altra parte, finisce per toccare nel profondo il quadro esposto da Saviano, e per investire non solo il problema della normatività e del diritto nel Paese, ma l’antropologia stessa dell’individuo, del soggetto che chiede verità e giustizia (i casi a cui si attaglia la diagnosi di Pasolini sulla «mutazione antropologica» non si sono ancora esauriti, purtroppo). Togliendo l’imputabilità dei reati economici, si crea di fatto una pericolosa e delicatissima scollatura nella continuità tra azione e responsabilità, soggetto che agisce ed effetto delle azioni. Cosa accadrebbe se nelle relazioni di scambio di cui vive la sfera economica, si facesse piazza pulita del concetto di responsabilità? Con il venir meno della responsabilità attribuibile agli individui, questi non si sentirebbero più in dovere di aderire al vero, e non sarebbero motivati ad una condotta regolata dal diritto. Con ciò verrebbe meno un elemento centrale nella continuità della vita delle persone, le quali sono tali anche perché responsabilmente vincolate le une alle altre nella società. Nel vicolo cieco a cui porta la de-penalizzazione dei reati economici, non vanno a finire le ideologie, già tramontate da un pezzo, ma gli individui stessi, con la loro capacità di immaginarsi un futuro migliore e di lavorare per esso con responsabilità. Molte delle norme proposte da questo governo, non costituiscono affatto i presupposti per dei buoni exempla.

17 pensieri su “Saviano e la «potenza vitale della scrittura», di Andrea Sartori

  1. Ho già detto in merito, tempo fa. Non è un libro. C’è la copertina e il prezzo di copertina che tengono legati assieme degli articoli, in parte rivisti, che Saviano ha scritto nel corso di tre anni circa e che sono apparsi un po’ dappertutto. Operazione commerciale disdicevole. Punto.

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  2. è sempre un enorme piacere leggere qualcosa su Saviano
    la sua voce suona pura non ostante
    l’enorme bolgia di impuri che vorrebbero zittirla!

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  3. Nessuno vuole zittirlo. Figuriamoci. In casa Mondadori non sarebbero contenti che l’autore di Gomorra non gli facesse incassare altri soldi. 🙂 Ma resta il fatto che a parte Gomorra Saviano non ha scritto altro. E già Gomorra è per metà fiction e per l’altra metrà fatti reali ma ripresi da altre pubblicazioni, che Saviano continua a non citare nemmeno in una scarnissima bibliografia. Io, e tantissimi altri, attendiamo che Saviano e l’editore si decidano a fornire una bibliografia a Gomorra e che venga finalmente messo anche in edizione economica, perché il business per il business non è bello ed oramai Gomorra è sol più questo, per lo meno a mio avviso. Felice comunque che ci siano in Italia persone che la pensano diversamente dal sottoscritto e che gli sta bene così.

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  4. però ha letto una cifra di libri!
    e quando apre la bocca dice cose sensate e documentate.
    lo chiami poco?
    e aggiungo che quando qualcosa viene fatto in nome della giustizia, non è mai disdicevole
    .

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  5. Su Saviano: mi ha profondamente deluso, non il libro, ma la persona. In quanto a denuncia e documentazione contro le mafie ha svolto una funzione preziosa, insostituibile. Ma l’ultima apparizione da Fazio, a “che tempo che fa”, non è stata “eclatante”. Ha iniziato la trasmissione ricordando la ragazza iraniana morta nella menifestazione anti-regime, e fin qui d’accordo, ma poi con un balzo all’indietro di vari decenni, ha proseguito ricordando alcuni scrittori sovietici morti nei gulag. Perché non ha continuato in aderenza alla situazione mondiale attuale come ha cominciato? Nel mondo oggi non ci sono violenze, torture, uccisioni, barbarie ad opera dei poteri attuali da denunciare, non fosse che per testimoniare la contrarietà a tutto ciò da parte di un membro della società civile? Un esempio tra i tanti: il colpo di stato in Honduras. In cinque mesi si sono registrati 4000 casi accertati di volazione dei diritti umani e dai 30 ai 100 morti di oppositori al colpo di stato. Perché non dirlo (questo o altro, ma legato al presente in cui viviamo), perché non mostrare il volto attuale dell’Impero (che non è più sovietico, ma è l’altro che è rimasto in un mondo unipolare)? Forse si è pensato che ai telespettatori non piacessero questi zoom di attualità?

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  6. Quando voglio leggere una pagina che mi dà speranza,
    apro una pagina della bellezza e l’inferno,
    perché la musica dell’anima, dell’arte mi fa consolazione.

    Ringrazio Andrea Sartori che ha fatto una recensione ricca
    e ha mostrato che dietro la polemica, il libro tocca il cuore
    di tutti.

    Come nella Peste di Camus, c’è un dolore dell’umanità
    ma illuminata del sole, quello che si vede nella solitudine,
    il sole dell’arte o della fraternità, una musica venuta della tenebre.

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  7. a proposito di quella particolare serata da Fazio, devo dire che a me ha molto colpito proprio il racconto dello scrittore che ha vissuto nei gulag, la sua testimonianza dolorosa, le cruente punizioni, il freddo agghiacciante…e mortale.
    sono testimonianze vere, in mezzo a tanta fuffa, e questo rende ogni sua apparizione importante.
    detto questo, ognuno è libero di pensarlo come vuole!:-)

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  8. Saviano è bravo quando parla di ciò che sa, ovvero della Camorra, seppur – come ho più volte evidenziato – dimentica di dar credito a chi gli ha permesso di scrivere Gomorra. Quando invece parla di letteratura di libri di autori tende a confondersi, salta di palo in frasca.
    Sa dire delle cose, sulla Camorra, ma in maniera oramai ripetitiva, come uno studente diligente ma non bravo che ha imparato una lezione a memoria e ogni qual volta interrogato risponde.
    E su quel “quando qualcosa viene fatto in nome della giustizia, non è mai disdicevole” non posso essere d’accordo: giustizia e legge non corrispondono quasi mai e spesse volte o l’una o l’altra sono ambigue, pietre scagliate nelle mani degli uomini che si dicono di legge.

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  9. Andrea, che bell’articolo. Quasi delle tesi per un’ontologia critica del presente, tra Adorno e Foucault. Tuttavia, mi permetto di esprimere qualche perplessità sulla parte relativa a “Critica ed exemplum”. Tu sai bene cosa dicevano Hegel o Brecht a proposito del bisogno di vite esemplari, di eroi, di nuovi miti. Gli eroi, gli esempi, i modelli, ci segnalano non già la virtù, ma la decadenza di una compagine umana, sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista della sostanza etica: essi sono una spia della fragilità dell’ethos (e non poche pagine sul ‘Geist’ nella “Fenomenologia” e nelle lezioni sulla storia della filosofia sono dedicate a tale decadenza: proprio per questo a Hegel non piaceva la romanitas). Ormai in questo paese gomorristico è un modello chi fa semplicemente il proprio dovere, non chi fa/pensa/spera/crea qualcosa di più/meglio/diverso/non-conforme-a. Non banalità del male: malvagità del banale (ripesco questa espressione, coniata non ricordo da chi, da un ottimo intervento di Andrea Inglese su “Videocracy” in Nazione Indiana). E, a proposito di reificazione: il grigio-reificato di “Gomorra” è il riflesso del grigio-decomposizione che già si respirava in “Petrolio”. Io guardo quell'”inferno” che è lo specchio di quella bellezza cui dovremmo aggrapparci e che non ci consente di elaborare alcun lutto: reificazione come compiacimento del fango velenoso e mefitico in cui si è immersi. Escatologia pasoliniana che diventa scatologia pura: “Gomorra”, in questo senso, non è altro che “Salò” giunto al suo concetto (Macht/Herrschaft che si mostra come pura e semplice Gewalt): potere che mostra senza vergogna – come già in “Salò” – il suo volto osceno, criminale, irrapresentabile, mostrandolo in tutta la sua rispettabilità aziendalistica, commerciale, affaristico-politica. L’inferno di cui parla Saviano razionalizza reificando e più reifica più sembra razionale, ovvio, normale, “sistemico”, secondo la logica luhmanniana del “tutto potrebbe essere altrimenti, ma io non posso farci niente”. Non so se la bellezza può essere un antidoto alla reificazione, all’inferno, al declino della sostanza etica e politica che stiamo vivendo. Mi pare che in tal modo si carichi il letterato, l’intellettuale, il giornalista d’inchiesta di surrogare un compito che dovrebbe essere della società civile nel suo complesso: mi sembra un voler creare vittime designate, bersagli comodi per l’intimidazione, il killeraggio politico e/o mafioso: è accaduto con Pasolini, con Peppino Impastato, con Giancarlo Siani, con la Politkovskaja, con tutti i profeti disarmati. E accadrà ancora se deleghiamo agli eroi il compito di richiamarci all’etica e alla verità della bellezza senza essere capaci noi, in prima persona, di impedire che qualcuno sia costretto al sacrificio in vece nostra.

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  10. Saviano si nutre oramai, forse suo malgrado, di retorica. Non posso sottrarmi alla sensazione che reciti una parte più grande di lui, e più piccola di quanto vogliamo illuderci che sia. Non credo che il coraggio mostrato lo renda immune da giudizi estetici che pure, trattandosi d’uno scrittore, vanno espressi; e che secondo me rilevano finora buone intuizioni narrative alternate ad altre assai meno buone. Nemmeno vale a santificarlo il fatto che sia uno dei pochi oggi a parlare di letteratura in tv; non dovrebbe occorrere Saviano per leggere e conoscere Salamov – ma di ciò ovviamente non gli si può fare una colpa. Aspetto sempre una sua conferma anzi un suo rilancio dopo Gomorra, dunque in veste di scrittore; il personaggio, proprio in quanto tale, non m’interessa granché. La serata da Fazio è stata noiosa (e infatti non sono riuscito a vederla tutta) perché “a tema”, e il punto è proprio questo: se c’è Saviano uno sa già di cosa si parlerà.
    ps: non è vero, come è stato detto sopra, che Saviano sappia parlare molto bene di letteratura; ne parla viceversa, a mio avviso, in maniera abbastanza convenzionale.

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  11. Andato, bruciato, finito. Fa parte del giro, gioca in un segmento delimitato da altri. Mi dispiace; avevo sperato, all’inizio, in una parabola diversa, ma non ha le basi, la forza e la preparazione sufficienti per giocare fuori dal coro. Continua ad arrotolarsi attorno ai soliti tre concetti e, dopo la prima fiammata, non ha avuto il coraggio di alzare i toni e puntare agli obiettivi veri.
    E’ anche un comunicatore normale, a volte persino noioso e sempre comprensibile solo agli aficionados. Peccato; e questo “libro” è, per me, la sua tomba. Storia finita, altro giro, altro regalo: la coda del giro gratis l’hanno presa altri.

    Blackjack.

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  12. Saviano poteva essere un giovane intellettuale, uno scrittore come tanti. Ha messo in gioco il suo talento, su “quel” terreno. Era il suo territorio, la sua passione, il suo “destino”. Si stenta a capire, come un ragazzino, un giovane possa orientarsi molto presto ad agire e a studiare, per lottare contro le ingiustizie che si vede intorno. Secondo le testimonianze dei familiari, è stato così anche per Borsellino, per Impastato e per altri. Ci si stupisce come Michele possa raccogliere critiche, scritte sui muri, possa essere passato ai raggi X, dopo ogni sua azione o apparizione. Perchè? Perchè l’indifferenza, la pusillanimità, l’ignavia, la falsa coscienza sono attori, complici e convergono in un’unica direzione: neutralizzare chi dà fastidio.
    E’ un giovane scrittore. La sua “carriera” è solo agli inizi. Le sue scelte coraggiose di militanza, lo hanno esposto precocemente. Come tanti altri autori, potrà evolversi, crescere, cambiare, riscrivere il suo dramma e la sua gioia in altri infiniti modi.
    Riconoscergli questa possibilità, è già dargli una mano.
    Per me è la parte migliore, la nostra “migliore gioventù”.

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  13. Sicuramente era la parte migliore. Purtroppo non è sufficiente essere “migliori”. La banca dei favori non fa sconti: mai. E’ peggio delle banche normali, entri e la tua purezza è andata: sei nel giro. Difficile resistere, ma è l’unica via: non entrare mai!
    Un solo passo e sperare di uscirne e tornare puliti, anche se si ritiene di non essersi mai sporcati, anche se le macchie non si vedono, anche se non ci sono macchie, è impossibile.

    Blackjack.

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  14. Sottoscrivo tutto quanto vien detto in questo pezzo di Sartori e in particolare il paragrafo V. Parlar chiaro.

    Il gesto di Saviano è il gesto coraggioso di un parresiastes dei tempi moderni e davvero poco valgono le critiche pseudoletterarie sulla forma e sulla presunta bibliografia mancante a Gomorra. Di fonte alla potenza della parresia si deve stare solo ad ascoltare e cadono tutti i criticismi pseudopostmoderni perchè Saviano incarna la figura vera di intellettuale, l’unica figura oggi, in Italia e nel mondo possibile. E ringrazio Andrea per il suo altrettanto coraggioso gesto di parresia. Alle navi filoi, è tempo di parresia!

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  15. In merito poi alla questione mondadori/Saviano, di cui Iannozzi, il problema sussiste come è sussistito per il caso Einaudi/Saramago e brillantamente risoltosi con il cambio di casa editrice da parte del nobel portoghese (altro grande parresiastes dei nostri tempi). E non escludo che ciò possa accadere anche per Saviano. Su ciò che penso comunque di questo problema e tanto per parlar chiaro ho detto con lo pseudonimo di Mark1 commentando un post della Lipperini, ottima e coraggiosa blogger, qui

    http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2009/11/30/ce-ne-ricorderemo-di-questo-paese/

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  16. Ringrazio davvero tutti per gli interventi, e in particolare chi non sentivo da qualche tempo. A me sembra che buona parte della discussione verta in fondo intorno alla nozione di “esempio”, di “esemplarita´”. Che cosa distingue un buon exemplum da una retorica enfatica e vuota? La mia opinione e´che un esempio dovrebbe stimolare la riflessione individuale e condivisa, non tanto fungere da mito irrazionale, da collante carismatico ed indifferenziato, in cui tutto finisce per mescolarsi e per non essere piu´ discernibile. Trovo che le “storie” raccontate da Saviano assolvano a questo compito, che non e´ certo ne´ l´unico ne´ il definitvo compito della letteratura, ma una delle “cose” che con essa si possono fare.

    Un caro saluto,

    Andrea.

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  17. Afferma Meneghelli: “Saviano incarna la figura vera di intellettuale, l’unica figura oggi, in Italia e nel mondo possibile.” Ecco, questa affermazione mi sembra abbastanza veritiera (almeno per ciò che concerne l’Italia), e in quanto veritiera rappresenta la spia d’un malessere culturale di profonda gravità. Se l’unico intellettuale può essere Saviano, se l’unica estetica può essere quella della continua e reiterata denuncia, di dove prenderemo lo slancio per una nuova creatività, per un’estetica del rinnovamento?

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