Augusto Benemeglio: la verità del ritratto*

di Antonio Imbò

Ringrazio l’amico Elio Scarciglia che ha voluto che io partecipassi alla presentazione di questo libro di Augusto Benemeglio. Al volume, edito dall’Associazione Culturale “Terra d’ulivi”, è stato dato il nome Ritratti e ha per oggetto un “affresco delle persone più diverse”, com’è stato definito da Ugo Apollonio nella sua breve ma puntualissima prefazione.

E partirei subito dalla dichiarazione di Benemeglio, che troviamo a chiusura della sua nota al testo, per introdurre questo lavoro: “Talvolta mi è parso d’essere l’autore che cerca i suoi personaggi, ma mi è capitato anche l’inverso, che io fossi il personaggio in cerca di autori. E loro, i miei ritratti, ciascuno di essi, dal più famoso al più misconosciuto, sono stati i miei autori”. Da questa confidenza, da quest’omaggio a Pirandello credo si possa partire per inoltrarci nel testo: una raccolta di profili dei protagonisti più significativi della storia salentina, ma non solo. Parlando degli altri, tuttavia, l’autore nel contempo narra anche di se stesso e prende forma anche il suo di ritratto. Al riguardo mi rifaccio alla citazione di Piovene che Benemeglio riporta: “Ogni opera, ogni libro è un viaggio che facciamo all’interno di noi stessi”. Vale anche nel nostro caso perché Benemeglio non è un osservatore neutro, non registra la vita e le opere dei suoi personaggi in modo freddo, distaccato, ma si mette in gioco con le sue emozioni, le sue passioni. Esprime le sue simpatie e le sue antipatie, quest’ultime sempre passeggere, momentanee: “Che noia”, dice in un primo momento della Ginzburg e stronca Caro Michele che legge in un’edizione economica, “poi ho letto La famiglia Manzoni, da cui ho preso a piene mani per farne un recital”. E conclude: “Gran bel libro La famiglia Manzoni”. Dopo un giudizio quindi tranciante corregge il tiro e, rifacendosi alle sue prime impressioni, dichiara con molta semplicità: “Ero troppo giovane e quindi non in grado di apprezzare una scrittrice severa algida inquieta e inquietante come la Ginzburg”. Dura poco l’antipatia perché Benemeglio, lo scrive, ama profondamente i suoi personaggi a differenza di Pirandello che non li amava affatto: su questo, come sappiamo, è stato scritto molto basti citare il testo di Giovanni Macchia Pirandello o la stanza della tortura.

Fermo restando la differenza tra personaggi di finzione e persone reali vale la pena, proprio per quel richiamo pirandelliano iniziale, leggere l’avvio de “La tragedia d’un personaggio”, tratto dalle Novelle per un anno. Scrive Pirandello: “E’ mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle. Cinque ore, dalle otto alle tredici. M’accade quasi sempre di trovarmi in cattiva compagnia”. Il nostro autore, viceversa, si trova sempre in buona compagnia e trasmette al lettore la percezione di trovarsi tra persone speciali che vorrebbe conoscere, frequentare, avere come amici. Il rapporto che instaura con i suoi personaggi non è mai irrilevante, distante, ma intenso, affettivo. Si esprime con tono familiare: “Io, invece, dico, gloria e onore a te, coraggioso figlio di Artas”, riferito a Mirko Urro uno degli incompresi di quest’affresco. Si rivolge a Franco Mosco, infaticabile ricercatore e cultore del nostro Rinascimento: “Che dirti di più, amico mio? Che lo stile è l’uomo, come disse qualcuno. E questa tua opera ti descrive qual sei, preciso, onesto, rigoroso, con un aplomb che sa quasi di britannico”.

Questa vicinanza, con alcuni autori, fa di questa raccolta anche un libro testimonianza. Basti leggere il ritratto di don Armando Manno, un prete tanto orgoglioso d’esser prete da non togliersi la sottana nera neppure per andare a letto. Esemplare ancora, nel senso della testimonianza, è l’incontro con Maria Luisa Spaziani: “Io mi presentai non sapendo come chiamarla, alla fine dissi: Maria Luisa, e la cosa le fece enorme piacere, ma poi, in seguito, durante la cena in un ristorante a picco sul mare della penisola sorrentina, capì che non avevo letto tutte le sue poesie, come proclamavo spudoratamente /…/ da allora non mi rivolse più la parola, assorta nel fumo dei suoi pensieri. Ahimè, ero stato uno sciocco adulatore”. E più in là confessa: “Mi innamorai perdutamente di Maria Luisa Spaziani. Ma lei, ormai, aveva altro da fare e aveva perduto ogni interesse nei miei confronti”.

Questo e altri frammenti-confessione ci svelano il profilo dell’autore, sempre oltremodo coinvolto nella vita come nella scrittura. Ironico, autoironico, mai elusivo, comunque sincero fino in fondo Benemeglio condivide, ancora, con i suoi personaggi le sofferenza e le gioie, le delusioni e le speranze: “E’ vero, cara Maria Concetta” ­­, scrive recensendo Amelia, opera prima ma compiuta della Cataldo, “viviamo in un abisso di tenebra e di dolore”. Don Fabrizio Centofanti è descritto come un uomo di Dio “che trova sempre il tempo di pregare, anche quando gli andrebbe di bestemmiare”. In questa rapidissima quanto inattesa descrizione, per un prete, riconosciamo inoltre quella particolare cifra stilistica dell’autore, capace di immetterci, senz’alcun indugio, nel cuore delle cose: cogliamo all’istante il contesto difficile in cui don Fabrizio è stato chiamato ad agire.

C’è poi l’arte della definizione di Augusto Benemeglio di cui riportiamo alcuni esempi: il dottor Giuseppe Serravezza, impegnato sul fronte dei tumori, è “un guerriero messapo col camice bianco”; il poeta Rocco Scotellaro un “Enzo Majorca”; Paolo Pagliaro, l’autore di Glocal: La comunicazione fattore di sviluppo, un “novello Hermes”; Nocera è Ulisse; Fernanda Quarta la poetessa dei gerani, è “un’equilibrista senza rete”; il biografo Gianni Caridi diventa il “Vasari di Gallipoli” e Natalia Bertagna, salentina d’adozione, è descritta come “una creatura fatta di spume delicate come l’onda della risacca”.

Con queste rapide pennellate, lontane da un puro e semplice esercizio, Benemeglio fissa il carattere più recondito del personaggio avvicinandolo al lettore. E riscontriamo la stessa precisione, nella scelta delle parole, quando si tratta di cogliere il senso di un quadro o racchiudere il contenuto di un testo.

I “bianchi irrelati” del maestro Antonio Luceri, scrive ancora Benemeglio, “sembrano quei primi mattini del mondo del Salento primordiale”; l’opera del maestro Anteri, è definita come “una sorta di Rinascimento rovesciato”; le visioni, gli incubi di Giuliano D’Elena sono figure “che vorrebbero fuggire uscire dal quadro”. Il fotografo Fabio Cannoletta “tesse l’elogio della luce” ed Elio Scarciglia, poeta dell’immagine, che ama i suoi personaggi come Benemeglio “celebra il silenzio, come un sacerdote antico”.

Su un altro fronte, quello del saggio, Storia e Storie di Giacinto Urso è segnalato come un testo capace di “far diventare chiare le cose oscure”; il romanzo di Elisabetta Mori La Stanza del Castigo, viceversa, si presenta “sotto certi aspetti labirintico, con risvolti alla Poe”; un altro romanzo, La città dell’anima, di Nicola Apollonio è attraversato da una melanconia simile a “un velo di particelle minutissime, d’umori e sensazioni, un pulviscolo d’atomi”. “C’è l’oro, l’oro vero” nei versi di Pina Corvaglia e un altro poeta, Michele Caccamo, “costruisce immagini di cristallo seduto su un vulcano fosforico” somigliante al Golgota. I versi della Monade arroccata di Maria Rita Bozzetti, somigliano a un “linguaggio che viene maneggiato come una tastiera, una pianola”, mentre Il fanalista d’Otranto di Maurizio Nocera potrebbe “far parte di quei costruttori di armonie che cercano di restituire solidarietà e consenso alle speranze dell’umanità”. Nocera, scrive Benemeglio riferendosi ai fari, “ha suscitato (o ri-suscitato) questo fantasma incrostato nel salnitro della lanterna, sepolto dall’ennesima passata di calcina”.

Quel racconto poi, nel ritratto di Antonio Verri, dei fogli di poesia distribuiti ai passanti ci rimanda a Dino Campana quando in Piazza della Repubblica a Firenze regalava anche lui pagine dei suoi versi. Un episodio, un fatto minimo, marginale in apparenza che però illumina più di tante analisi sull’affinità, sulla vicinanza tra poeti maledetti, come appunto Verri, Toma o Claudia Ruggeri che aspetta, scrive Benemeglio con una punta di rammarico, un’altra Maria Corti che venga a scoprirla.

Vorrei aggiungere un’altra breve considerazione sul linguaggio del nostro autore che fa uso, non occasionale, dell’ossimoro come della sinestesia. Con il ricorso all’ossimoro ci restituisce l’anima di questa terra, fatta di forti contrasti che gli scrittori, i poeti, i pittori e gli artisti in genere ripongono nel loro lavoro. Vale la pena ricordare che, per la sua particolare conformazione geografica, il Salento è Occidente e Oriente allo stesso tempo (la porta come la soglia separa e unisce gli spazi) e la sua storia, la sua cultura testimoniano questa continua ricerca d’equilibrio fra gli opposti. Non sfugge poi a Benemeglio la portata della sfera sensoriale quando fa esplicito richiamo alle sinestesie metaforiche o anche ottico-sonore di alcune opere esaminate. Questo a dire quanto la simultaneità delle sensazioni giochi un ruolo di prim’ordine nel “paesaggio metafisico salentino” come lo designa l’autore. Ancora una volta una suggestiva quanto puntuale definizione che ci consegna l’immagine di un Salento immerso in quella sua luce tutta particolare da apparire quasi irreale.

Il libro, per concludere, va a integrare Ritratti salentini e gallipolini pubblicato nel 2008 nella collana “L’uomo e il mare”, diretta da Maurizio Nocera. I due testi messi insieme (forse ce ne sarà un terzo) sono importanti per l’attento e ampio quadro che ci restituiscono dell’attività culturale (ma non solo) salentina, che fa riferimento, in modo preminente, alla felice stagione postbellica e al dinamismo degli anni Settanta. Fermento che si protrae fino ai nostri giorni e che vede in piena attività, accanto alle nuove leve, alcuni di quei protagonisti. Con questi ritratti l’autore c’invita a rivisitare quei personaggi per considerare con maggiore attenzione la loro vita e soffermarci ancor più sulla loro opera. Inserire poi, in questo secondo volume, alcuni classici della nostra storia nazionale che qui ho tralasciato (Leopardi, Elsa Morante, Buzzati, lo stesso Pirandello ecc…), è un invito, da parte di Benemeglio, a superare vecchi steccati che vorrebbero, fra l’altro, una letteratura centrale e un’altra periferica. Se partiamo dalla distinzione, operata da Luigi Baldacci, fra una letteratura del Nord, in cui prevale una “visione bonaria e ottimistica della realtà” e una letteratura meridionale, in cui prevale l’ottica tragica, dobbiamo dire che la coscienza del Sud passa attraverso ogni singolo artista, scrittore e poeta, ogni singolo autore anche di questo panorama salentino.

* Relazione letta in occasione della presentazione del libro Ritratti di Augusto Benemeglio, organizzata dall’Associazione culturale “Terra d’ulivi”, il 20 ottobre nella Sala Pellegrino della Biblioteca Provinciale di Lecce e il 28 ottobre al Palazzo dei Congressi di Martano.

2 pensieri su “Augusto Benemeglio: la verità del ritratto*

  1. Solo adesso vedo la recensione. Sono stato impegnato in un laborioso trasloco di appartamento. Dal libro ritengo di aver già avuto ciò che meritavo , niente di più, niente di meno. Augurissimi anche a te, caro Mauro, e al tuo ( nuovo) libro

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.