Vivalascuola. Ricerca e precarietà

“Per uscire dalla crisi in condizioni migliori è fondamentale investire in innovazione e ricerca… è una necessità che non dovrebbe avere molto bisogno di essere sottolineata, tanto è evidente il fatto che qui ci giochiamo il nostro futuro… il riconoscimento non lo negherà nessuno sul piano delle enunciazioni… Ma poi, fra le parole e i fatti, c’è una differenza notevole: quindi, bisogna insistere” (Giorgio Napolitano, 23 novembre 2009). Anche per questo l’11 dicembre scioperano la scuola e i lavoratori della conoscenza.

Stretto ai giovani
di Renata Morresi

Il progetto di riforma dell’Università che sta per arrivare in Parlamento dà molto da pensare.

In rete e sui media cartacei circola molta informazione, tra documenti, proposte, approfondimenti, critiche e pseudo-notizie. Non è facile districarsi. Sappiamo che i criteri sono stati stabiliti in stretta collaborazione con il Ministero dell’Economia, e, a quanto dice Gelmini, che parte delle risorse per attuare la Riforma verranno dagli evasori fiscali che faranno rientrare i loro capitali grazie allo Scudo. Il pensiero di finanziare la Formazione con proventi di tanto dubbia formazione dà pure da pensare.

Finora, comunque, si sono registrati pesantissimi tagli. Come quello di quest’estate al Fondo di Funzionamento Ordinario, che ha penalizzato moltissime Facoltà, specialmente quelle del Sud e a vocazione umanistica. In un Governo abitato da un turbolento sciovinismo nordista e da una radicale antipatia per la cultura e la giurisprudenza la cosa non desta meraviglia. D’altra parte è noto come questo Governo si vanti di fare una riforma universitaria a costo zero, sbandierando il facile slogan del taglio agli sprechi.

In realtà si tagliano i soldi che servono a far funzionare l’Università: meno servizi agli studenti, meno aule, meno soldi per i libri, riduzione delle attività di insegnamento e di ricerca. Questo in un paese che, per percentuale di PIL investito nell’educazione superiore, si trova già dietro a tutti, dal Messico alla Repubblica Ceca al Portogallo (per non parlare, ovviamente, dell’umiliante confronto con gli USA, i paesi scandinavi, la Corea, ecc.). Lo dicono i tristi dati dell’OCSE, organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico, una istituzione super partes. (1)

Si taglia, inoltre, col blocco delle assunzioni: il che vuol dire che, grossomodo, per ogni cinque dipendenti che vanno in pensione ne entra uno solo. Il cosiddetto blocco del turn over si scontra non poco con l’altro tanto reclamizzato leit-motiv: quello del ricambio generazionale. “Stretto ai giovani”, quindi. In una Università in cui già oggi quasi il 60 per cento dei docenti hanno più di cinquant’anni, contro, per esempio, il 30 del Regno Unito, e in cui si diventa ricercatori (“si entra” al primo gradino) a quarant’anni, questa scelta pare fatale. La riforma prefigura un ulteriore logoramento del ruolo del ricercatore, che allunga il suo già evidentemente lungo precariato: si insegna molto, si ricerca poco e anche una volta abilitati, non si ha alcun diritto ad essere assunti. Il primato dei baroni italiani non viene neanche scalfito.

Permettetemi una digressione dolente sul rapporto tra precarietà e ricerca. Credo che vada sottolineato dove si annida la loro inconciliabilità. La ricerca avviene in condizioni di libertà: occorrono tempo e mezzi per esprimere il proprio talento e attuare i propri progetti. Talento e progetti di cui godrà tutta la collettività. La precarietà, invece, è una condizione di necessità del singolo. Se si deve pensare a sopravvivere oggi non si investirà in un progetto che riguarda il domani, né tanto meno il bene comune.

Come ci si propone di far fronte alla radicale diminuzione di risorse prevista per l’Università? In primo luogo, aumentando le tasse, come si usa laddove le Università sono private (negli USA non è strano pagare 20/30/40.000 dollari all’anno per studiare) (2): si è già cominciato a parlare di “prestito d’onore” per gli studenti, che si troveranno laureati e indebitati in un mercato del lavoro flessibile come un pachiderma.

Inoltre, secondo Gelmini e Tremonti, le risorse verranno dalla progressiva trasformazione dell’Università pubblica in Fondazioni e Istituti privati. La faccenda è molto più complicata di quel che sembra: imprenditori che si comprano la squadra di calcio ce ne sono, ma una Università…

Dopo breve riflessione si è pertanto optato non tanto per l’assoluta privatizzazione, che ci avrebbe portato davanti a un certo ordine di problemi (esempio tipico: l’azienda farmaceutica che sovvenziona solo le ricerche che fanno comodo ai suoi prodotti e scoraggia le altre), bensì per un sistema misto, un ibrido all’italiana insomma, in cui le Università funzionano sì coi soldi pubblici, ma le mani che li muovono sono in gran parte private. La Riforma infatti prevede un Consiglio di Amministrazione non elettivo formato, per quasi la metà, da membri esterni al mondo universitario, esperti con prevalenti competenze gestionali. Viene da incrociare le dita e sperare che non ci rifilino i manager di Alitalia o i soliti imbucati con le lottizzazioni politiche. Ovvero viene da chiedersi: a chi spetterà la competenza di nominare costoro? In buona sostanza il controllo di tutto rimarrà nelle mani del Ministero, alla faccia delle autonomie, della libera concorrenza, del mercato, ecc. (3).

E siamo arrivati al mercato, dunque, visto come il grande liberatore, il supremo normalizzatore di tutte le irregolarità italiane, il meccanismo neutrale che premia il merito e impedisce nepotismi e cosche di potere. Eh. Analisti più bravi di me hanno ben analizzato questa “inedita equità del mercato”, a cui si attribuisce naturalmente il potere di far emergere i bravi (4). Sappiamo bene le drammatiche storture che il mercato ha prodotto in paesi più affezionati alla legalità del nostro. D’altra parte l’Italia, in tema di mercato e libera concorrenza, offre, com’è noto, annosi paradossi.

Una delle contraddizioni che saltano all’occhio riguarda, ad esempio, l’offerta didattica: si è tanto parlato di tagliare i corsi specialistici troppo settoriali, con pochi o pochissimi studenti. Eppure la concorrenza tra gli Atenei porta proprio a questo: a diversificare l’offerta, non ad uniformarla. Vi sono considerazioni teoriche più profonde, naturalmente: è una verità globale che la conoscenza si stia sempre più specializzando e la domanda di conoscenza sia sempre più diversificata. Tanto che più che di “University” si parla oggi di “Multiversity”. Le esigenze sociali e tecniche del pianeta spingono alla specializzazione, non all’uniformità. Ma la versione tutta italiana del mercato prevede che esso sia controllato dall’alto e nelle mani di pochissimi. Et voilà.

Che l’eccellenza fiorisca naturalmente nel deserto di risorse e di investimenti mi pare poco probabile. Come si può pretendere che i più bravi emergano se si tolgono loro occasioni, borse di studio, collegi, aule di informatica, professori, corsi di laurea piuttosto che offrirli?

A me che lavoro con la letteratura viene piuttosto in mente un famoso racconto di Paul Auster, in cui un linguista pazzo chiude il figlio neonato in una stanza senza mai metterlo a contatto col mondo, senza mai fargli ascoltare voce umana, con l’obiettivo di veder sorgere in lui, spontaneamente, la vera lingua naturale. Un gesto che dà molto da pensare. O forse, appunto, una pazzia.

1. Vedi http://www.oecd.org.
2. Per sfatare alcuni miti attorno all’istruzione superiore negli Stati Uniti vedi
Acóma, Rivista internazionale di studi americani, n. 34, numero speciale sull’Università americana.
3. Sulla riforma della
governance e altri temi scottanti vedi il documento dell’Assemblea nazionale dei precari e degli studenti che si è riunita a Roma il 20 Novembre 2009 qui.
4. Vedi Anna Carola Freschi, “
L’Università senza vocazione e l'(inedita) equità del mercato”, 6 novembre 2009, qui.

* * *

Ricerca e precarietà, precarietà e ricerca
di Rosella Simonari

Ricerca e precarietà, precarietà e ricerca. E’ come un mantra questo binomio, un mantra per niente salvifico ma piuttosto amaro e apocalittico, per riprendere il termine utilizzato da Maria Luisa Fagiani alla Giornata Nazionale del Ricercatore Scientifico, una due giorni organizzata a Rende (Cosenza) dai Precari Invisibili dell’Università della Calabria in collaborazione con il Coordinamento dei Precari della Ricerca dell’Università di Catania.

Hanno partecipato diverse figure precarie e non che ruotano o hanno ruotato attorno al mondo universitario come il Rettore dell’Univeristà ospitante Giovanni Latorre, Chiara Rizzica, ricercatrice precaria dell’Università della Calabria, Fabio Mussi, già Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Scientifica, Gigi Roggero, assegnista di ricerca presso l’Università di Bologna, Claudio Franchi, docente a contratto dell’Università Orientale di Napoli e coordinatore nazionale precari uni FLC-CGIL e Rita Clementi ricercatrice precaria. Alla fine delle giornate è stato stilato un documento programmatico di richieste al governo e di mobilitazione dei precari della ricerca, richieste che, se messe a confronto con la riforma del sistema universitario promossa dal Ministro Gelmini, mostrano quanto profondo sia lo scollamento fra la politica e i bisogni dell’Università.

Ricerca e precarietà, precarietà e ricerca. Il poster della due giorni mostrava un cervello appeso al numero nove, il numero dell’articolo della Costituzione che recita: “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”, un paradosso, un’affermazione quasi sarcastica vista la situazione in cui verte il sistema Università, che, attraverso i pesanti tagli, le riforme che non scalfiscono i problemi nevralgici e strutturali come la precarizzazione cronica della produzione dei saperi, si avvia sempre più inesorabilmente verso l’autodistruzione. L’attuale Ministro Gelmini non ha neanche risposto all’invito del Comitato Organizzatore, ma questo non ha inibito lo scambio e la forte voglia di reagire.

Ricerca e precarietà, precarietà e ricerca. La fuga sembrerebbe costituire l’unica via d’uscita, ma secondo Gigi Roggero una terza via è possibile. La via che apra “un’altra prospettiva” che porti per esempio a fare richieste precise e concrete come quella di avere accesso diretto ai fondi per la ricerca per lavorare verso l’autogestione e l’autonomia. Chiara Martucci dell’Università Statale di Milano Bicocca mostra un video che raccoglie le iniziative prese dal gruppo Diversamente Strutturati nato sull’onda dell’Onda. E allora è bello vedere le loro lezioni organizzate in piazza o in metro, le manifestazioni e l’incontro con le periferie. Claudio Franchi affonda il colpo più pesante, svelando il mistero del mancato funzionamento del mantra. I precari della ricerca non hanno un contratto collettivo nazionale di lavoro come i precari della scuola, per i quali è pressoché assente la dimensione personale che intrappola il precario della ricerca in un gioco di ricatto che anche Chiara Rizzica definisce come “schiavitù autoimposta”. Per questo i precari della ricerca non hanno una voce che si senta, una voce pressante e imponente, una voce saldamente rappresentata.

Ricerca e precarietà, precarietà e ricerca. Rispondere con la creatività, reagire con le mobilitazioni. La seconda giornata, dedicata ai workshop, apre il terreno per spunti e dibattiti accesi. Chiara Martucci mostra il film “Aspettando Madonna” sulla precarietà femminile e Maria Luisa Fagiani dell’Università della Calabria invita ad attivare degli anticorpi creativi che possano sovvertire e riposizionare la precarietà su livelli post-apocalitici. Enrico Fabrizio, della stessa Università, riassume il quadro politico-istituzionale e Mario Tocci, sempre della medesima Università, illustra una sua proposta di finanziamento privato alla ricerca che non trova molti d’accordo.

Ricerca e precarietà, precarietà e ricerca. Il mantra continua, il dibattito si accende, ma alla fine, il documento viene redatto. Un piccolo passo in avanti, un piccolo sospiro che può presto divenire voce urlante.

* * *

Appello nazionale dell’associazione dottori di ricerca

Oggi 20 Novembre una grande assemblea di precari e di studenti, provenienti da tutta Italia, si è riunita alla Sapienza per rilanciare – a partire dalle molteplici iniziative di lotta organizzate in questi mesi nei vari atenei e scuole – un percorso ampio di mobilitazione che rimetta al centro la lotta contro il progetto di dismissione dell’università e che rivendichi un nuovo sistema di garanzie sociali all’altezza delle sfide poste dall’attuale mondo del lavoro. Ad un anno di distanza dall’esplosione dell’Onda, siamo ancora fermi nel nostro rifiuto della crisi economica: noi la crisi non la paghiamo, vogliamo fin da subito riappropriarci del nostro futuro e della ricchezza sociale che ci viene quotidianamente sottratta.

Per queste ragioni chiediamo, in primo luogo, il ritiro immediato del DDL Gelmini – presentato mediaticamente come disegno “innovativo” di riforma dell’Università – che rappresenta palesemente un progetto di riproposizione e cristallizzazione di tutti gli elementi negativi del sistema universitario, denunciati più volte dal movimento dell’Onda:

– non risolve in nessun modo il problema della precarietà né del ricambio generazionale – come propagandato dal Governo – aumentando, invece, il fossato tra tutelati e non tutelati, tra chi è dentro e chi è fuori dal sistema di garanzie sociali;

– non interviene sulla governance degli atenei per innovarla, ma per chiudere i già irrisori spazi di democrazia e partecipazione delle differenti componenti accademiche e consolidare e rafforzare il potere delle corporazioni responsabili del fallimento dell’università pubblica negli ultimi 30 anni;

– indebolisce ulteriormente il diritto allo studio, chiedendo agli studenti di indebitarsi “all’americana” attraverso lo strumento del prestito d’onore, mentre la crisi globale – che mostra il fallimento di un sistema fondato sull’indebitamento – richiederebbe una netta inversione di tendenza e di maggiori investimenti per garantire a tutti l’accesso ai livelli più alti dell’istruzione superiore;

– completa il processo di de-strutturazione e riduzione dell’Università pubblica prefigurando, quindi, un’università complessivamente più piccola, che non risponde alla domanda di maggiore conoscenza e competenze che il nostro paese dovrebbe considerare centrale per le proprie politiche di sviluppo; con l’entrata dei privati negli organi di governo si regalano gli atenei ai poteri locali, senza che questi diano nessun contributo alla crescita dell’università;

– restituisce alle lobby accademiche il controllo sui concorsi, senza incidere sulle pratiche clientelari e mettendo in competizione i precari e gli attuali ricercatori; servirebbe, invece, un piano straordinario di reclutamento, con un numero consistente di concorsi che diano opportunità reali a chi garantisce il funzionamento quotidiano della didattica e della ricerca nei nostri atenei;

– nasconde il progetto di smantellamento selettivo dell’università dietro il paravento della valutazione dei meriti individuali; tuttavia, non si può far finta di non sapere che precarietà e ricattabilità rendono impossibile una valutazione trasparente delle capacità delle persone; la valorizzazione del merito non può prescindere da un serio investimento (anche e soprattutto economico) sulla qualità della didattica e della ricerca e sulla garanzia di autonomia sociale di chi studia, di chi insegna e di chi fa ricerca nelle università. In assenza di tali garanzie, nel contesto Italiano, l’insistenza da parte governativa sul merito si risolve in uno strumento di ulteriore ricatto per i precari. La retorica dell’efficienza e della meritocrazia altro non è che uno strumento per dequalificare ulteriormente il sapere, per stratificare e declassare la forza lavoro.

Specularmente, il taglio dei finanziamenti per la scuola contenuto nella legge 133 di 8 miliardi di euro e la legge 169 con la cancellazione delle compresenze e del modulo determinano un netto peggioramento della qualità della didattica e producono migliaia di licenziamenti. A questo si aggiunge il progetto di legge Aprea che, se approvato, porterebbe l’ingresso dei privati nelle scuole e sarebbe causa di una assurda gerarchizzazione della classe docente conla repressione della libertà di insegnamento e dell’autonomia dei docenti. Allo stesso modo, la volontà di aziendalizzare la scuola uccide l’emancipazione culturale degli studenti. Il protagonismo del movimento dei precari della scuola, dei genitori e degli studenti di questi ultimi mesi si salda naturalmente con la lotta che parte dalle università per costruire una grande risposta unitaria di tutto il mondo della conoscenza contro l’attacco mosso da governo.

In un contesto di forte crisi sociale e produttiva, l’investimento politico ed economico sulla Scuola, sull’Università, le Accademie, i Conservatori e sulla Ricerca come beni comuni dovrebbe essere il principale strumento per il rilancio del paese, fondato sulla qualità della vita delle persone e che sappia andare oltre i limiti del modello fallimentare imposto dall’attuale classe dirigente ed imprenditoriale. L’attacco alla Scuola e all’Università al quale stiamo assistendo è parte di un’aggressione più generale, tanto più anacronistica proprio perché cade nel pieno del fallimento delle politiche di smantellamento dello stato sociale condotte negli ultimi tre decenni.

Non è un caso se l’Onda ha fatto breccia nell’immaginario: ha saputo, infatti, esprimere i bisogni e i desideri di una nuova generazione. La generazione dell’Onda ha mostrato, nel cuore della crisi globale, che in una società della conoscenza l’accesso pubblico all’università e la qualità del sapere, sono degli elementi di nuova e piena cittadinanza. Oggi, alla luce del nuovo progetto di riforma e assunto il definitivo fallimento del modello del 3+2, pensiamo sia ancor più centrale riaprire, in tutti gli atenei, la lotta per l’accesso e per la qualità del sapere, per l’abbattimento delle forme di blocco, di selezione e di segmentazione dei percorsi formativi (numeri chiusi, test d’ingresso, percorsi d’eccellenza), per la rivendicazione di spazi di decisione sulla didattica e sulla ricerca e di autogestione dei percorsi formativi.

Scuola, Università, Accademie, Conservatori e Ricerca sono parte di un modello innovativo di welfare che sappia rispondere alle attuali forme di sfruttamento. La continuità del reddito, l’accesso alla casa e alla mobilità sono bisogni ormai imprescindibili. Solo rispondendo al problema della precarietà di chi studia e lavora nei luoghi della conoscenza con la definizione di un nuovo welfare, si oppone una risposta al governo che non sia corporativa, ma che sappia parlare all’intera società e attraversarla. Per queste ragioni riteniamo decisivo rilanciare nelle prossime settimane una campagna, in tutte le città, per rivendicare forme di erogazione, diretta ed indiretta, di reddito per gli studenti e i precari, che vada nella direzione del rifiuto delle forme di precarizzazione.

Per questo, da oggi, studenti e lavoratori precari lanciano una vera e propria campagna di mobilitazione che unifichi le lotte portare avanti nelle scuole e nelle università e che, a partire da questa Assemblea nazionale, abbia il passo abbastanza lungo da mettere in discussione il percorso di questo DDL e porre all’ordine del giorno nazionale l’elaborazione di un nuovo sistema di welfare all’altezza delle sfide della società della conoscenza. Si propone di:

– organizzare iniziative di mobilitazione sui territori, in forme molteplici, il 2 dicembre;

– in occasione dell’11 dicembre vogliamo generalizzare lo sciopero e assediare il Ministero, a partire dalla mobilitazione già lanciata dai coordinamenti e dai precari delle scuole e dai sindacati;

– assediare il Parlamento in concomitanza con il calendario di discussione e votazione del DDL;

– organizzare una grande manifestazione nazionale a Roma a inizio marzo che, partendo dalla difesa e dal rilancio dal mondo della conoscenza, coniughi la necessità di eliminare la precarietà lavorativa ed esistenziale con il contrasto delle migliaia di licenziamenti giustificati pretestuosamente con la crisi rivendicando un nuovo sistema di welfare fondato sulla continuità di reddito per tutti, l’accesso alla mobilità alla casa e ai servizi.

Assemblea nazionale dei precari e degli studenti

Roma, 20/11/2009

* * *

Dal governo:

Finanziaria 2010: ancora tagli per scuola, università e ricerca, vedi qui.

Il testo del DDL sull’Università qui. La relazione illustrativa qui. Un commento qui.

Dall’università:

Un appello di docenti universitari.

Proteste dall’Andu (Associazione Nazionale Docenti Universitari).

Il rettore della Sapienza: a fine 2010 non potremo pagare stipendi qui.

Chiudono i centri di ricerca, in Italia è strage di “cervelli”, qui.

Anche i medici specializzandi: “Allo sbaraglio o dimenticati”

La lettera di un cervello in fuga.

Sulla valutazione degli atenei italiani secondo il Ministero qui.

Una mappa di ciò che non funziona nelle università italiane qui.

* * *

Un appello di docenti per la scuola pubblica.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

11 pensieri su “Vivalascuola. Ricerca e precarietà

  1. Pingback: Kataweb.it - Blog - Comitato Precari Liguri della Scuola » Blog Archive » Vivalascuola (30/11/2009): Ricerca e precarietà

  2. Si trattasse solo del sistema scolastico… La precarietà ha colpito tutti grazie a questo governo simili dittatoriale capitalista, per cui i soli a farla franca rimangono i capitalisti con le mani in pasta. Storia vecchia che si ripete.

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  3. Cruda ed elegante analisi, Renata. Siamo sempre alle solite. Bisogna produrre, altroché. Ma dalle rape non si spreme sangue. Così come le “querce non producono i fichi” si dice dalle nostre parti (come sai). Del resto se ci fosse un contatto tra didattica e ricerca potrei anche capire la “nuova enfasi” sull’attività di insegnamento, il problema è che il rapporto non c’è. E non c’è perché siamo tutti parcheggiatori. Noi delle superiori più soprastanti che parcheggiatori. L’importante è che si tengano i giovani nel recinto dell’aula (intrattenendoli un po’ con qualche corbelleria), tutto il resto è secondario. Questo governo “superbo e sciocco” che sta bruciando generazioni intere vuole vedere i risultati. Il suo medievale fordismo cerca merci e risultati economici laddove questi non possono esserci. Almeno non nella forma crudamente efficientistica e reificata che sognano loro. E quindi i lavoratori della conoscenza, tutti insieme senza distinzioni, ovvio, sono un peso. La conoscenza è un lusso. Il sogno del governo equivale a un delirio sullo sviluppo. Ma il progresso diceva Pasolini non è lo sviluppo. Nella scuola, nell’università siamo diventati superflui. Cultura liquida e aerea praticamente volatile…inesistente. Viva gli imprenditori luce e faro dell’età futura…

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  4. “La ricerca avviene in condizioni di libertà: occorrono tempo e mezzi per esprimere il proprio talento e attuare i propri progetti. Talento e progetti di cui godrà tutta la collettività. La precarietà, invece, è una condizione di necessità del singolo. Se si deve pensare a sopravvivere oggi non si investirà in un progetto che riguarda il domani, né tanto meno il bene comune.”

    *

    “Scuola, Università, Accademie, Conservatori e Ricerca sono parte di un modello innovativo di welfare che sappia rispondere alle attuali forme di sfruttamento. La continuità del reddito, l’accesso alla casa e alla mobilità sono bisogni ormai imprescindibili.”

    Interventi precisi e inquietanti questi di Renata Morresi e Rosella Simonari. Con queste scelte politiche non s’intravede certo un futuro per le nuove generazioni, se non per quelle sostenute da famiglie facoltose (se tali rimarranno, s’intende). Anche in questa realtà opera una sorta di volontariato che non può essere illimite, così la precarietà, che esige dopo un certo tempo – accertata la serietà professionale del lavoratore – la stabilizzazione del posto di lavoro. La sopravvivenza di una società e il suo sviluppo, più che le sfide economiche e culturali, esigono condizioni propizie, giustamente evidenziate negli interventi, affinché lo studio e la specializzazione siano non soltanto accessibili, a tutti, ma capaci di formare al meglio le nuove generazioni: possibilmente, più consapevoli, competenti e serene di quelle che le hanno precedute.

    Grazie anche a Giorgio, per l’eccellente lavoro.

    Giovanni

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  5. Condivido le preoccupazioni espresse tanto che me ne sò glito in fabbrica, e nun ce torno ma manco se vene iò Berlusconi co’ tutta berlusconia

    In effetti a sentire parlare cervelli spenti della televisione accesa, sommerso dagli machevoifa e che tanto nessuno s’incazza mai se non per tornaconto, a controbattere ai paladini della rassegnazione, un po’ rimpiango quel fervore intellettuale che fa della forza delle ragioni il proprio stendardo; nonfossechè l’operaio che manda i figli all’università oggi s’è venduto pure la madre, e non può che avergli inculcato l’assoluta e immanchevole deferenza verso i baroni. Ormai lo scontro di classe è uno scontro tra vicini, dove a prevalere sono i valori individualistici e l’arroganza è più che uno status simbol, quasi una lotta per la sopravvivenza, e chi la scampa? Se i ricercatori si sentono demotivati dalla condizione di precarità si facciano forza e vadano avanti finchè ce la fanno, da basso è tutt’altro che una passeggiata.

    P.s.: A meno che non vi abbiano insegnato a far stare zitti gli ignoranti come me

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  6. Grazie a te, Rosella, e grazie a Renata: per i vostri lucidi interventi. E grazie a chi ha letto e a chi ha commentato.

    D’accordo sul resistere, in questa deprimente situazione, facendo, come suggerisce Fiastro, “della forza delle ragioni il proprio stendardo”.

    Ne approfitto per comunicare che, seguendo il calendario scolastico, vivalascuola non uscirà il 7 dicembre, la prossima puntata sarà lunedì 14.

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  7. Grazie a te, Giorgio, per l’ospitalità e il lavoro, insieme a questo post usciva anche la sconfortante lettera al figlio del direttore generale della Luiss, in cui questi ha invitato, grossomodo, al si salvi chi può. Potete leggerla qui: http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/celli-lettera/celli-lettera/celli-lettera.html

    Il coordinamento precari di Catania ha replicato con un ritratto tipico della precarietà più diffusa, quella che difficilmente si potra salvare e tantomeno andarsene (chi mi conosce penserà che sono io, ma non sono io, anche se ci assomiglio molto, ahimé):
    http://precariricercact.blogspot.com/2009/12/fuggire-o-resistere.html

    Grazie a tutti i lettori e commentatori, speriamo di ritornare presto sul tema

    Renata

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  8. Ho come l’impressione che sia inutile cercare punti in comune e divergenze tra i nostri commenti, Renata, in quanto lo spazio web scade presto. Comunque a sintesi il figlio del mio principale già studia in Ammerrika. Chissà, forse stiamo passando una sindrome collettiva di inferiorità (=troppa tv) X|

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  9. Pingback: Vivalascuola. Cervelli in fuga « La poesia e lo spirito

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