Sor’aqua

da qui

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Bei tempi, quando qualcuno poteva parlarne in libertà, quasi riproducendone la freschezza inarrivabile, la purezza intangibile. Per la bibbia, l’acqua è il tesoro per antonomasia. L’uomo del deserto ne conosce ogni dettaglio, ne apprezza ogni segno. Nessuno alzi le mani su di lei, nostra sorella umile, mai nostra schiava.

“Un pomeriggio in Alta Val Curone”, di Marco Grassano

Il tempo incerto del dopopranzo invita a una gita in auto. Scendiamo al Museglia in secca e prendiamo per Montacuto, poi svoltiamo a valicare il panoramico passo sotto il Giarolo attraverso Magroforte, Costa dei Ferrai, Serra, fino a incrociare, a Morigliassi, la provinciale. Andiamo quindi a sud per Garadassi e, al bivio, a destra per Caldirola. La strada larga, costruita nella remota auge turistica, sale a tornanti duri, bruschi, ripidi, fra una vegetazione essenziale e stenta. Rade gocce di pioggia spruzzano il parabrezza, ma l’asfalto è bagnato dal temporale. Una recinzione di pali in legno e filo metallico appare lungo il declivio a sinistra. Qualche centinaio di metri più in alto, a una svolta cieca, l’ingresso della tenuta.

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“Storicità e letterarietà nella poesia di Giuseppina Turrisi Colonna”. Saggio di Giovanni Inzerillo

turrisi colonna

di Giovanni Inzerillo

 

«Raccolta nelle domestiche pareti, con la coscienza de’ più tenaci, studia il passato, irrompe contro le prave usanze, ripudia le cure femminili, colla mente risale, infiammata di gloria, a’ più splendidi momenti della vita italica, ed evoca le memorie degli eroi, vedendo gli uomini del suo tempo tralignati ne’ conviti, ne’ balli e negli amori. Tali sentimenti erano in lei sedicenne».

Così Francesco Guardione traccia un breve profilo della Turrisi Colonna, una ragazza appena sedicenne ma dall’animo di donna, capace di dedicare la sua breve vita a due grandi amori: la poesia e la patria.

Le poesie della Turrisi Colonna scritte in un periodo compreso tra il 1836 (ad appena 14 anni pubblica infatti l’Inno a San Michele) e il 1846 (nel 1841, a soli 19 anni, pubblica il suo primo volume), hanno una interessante storia editoriale, che vale la pena di citare, tra le due diverse aree geografiche di Palermo e di Firenze.

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“Anna è viva” – Intervista ad Andrea Riscassi, di Alberto Pezzini

Testo e intervista di Alberto Pezzini

Il 7 ottobre del 2006 veniva uccisa a Mosca la giornalista Anna Politkovskaja. Aveva raccontato quello che aveva visto della Russia di Putin e della Cecenia. Di ciò che le belve russe erano capaci di fare in guerra.Scriveva per la “Novaja Gazeta” dal 1999 e aveva scelto di seguire il conflitto in Cecenia. Scriveva quello che vedeva e per questo la Russia di Putin aveva deciso di ucciderla. Oggi lei è diventata un’icona, una sorta di consacrazione ad memoriam della volontà di fare giornalismo ad ogni costo. Che è un lavoro serio, da fare con rigore, e da offrire a chi legge cercando sempre di dare una non menzogna. Come diceva Alberto Cavallai, che di Russia se ne intendeva, e come dice oggi Andrea Riscassi, nel suo ultimo libro Anna è viva, Sonda Editore, 2009. Andrea Riscassi oggi è caporedattore della cronaca per la Rai di Milano, insegna giornalismo televisivo come Tutor in Statale, e di bello ha che ti parla al mattino con semplicità, senza fronzoli.

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White Christmas

da qui

E’ una delle canzoni più dolci che ricordo, il Natale di Francesco De Gregori. Rendeva bene il sentimento indefinibile, tra il malinconico e il complice, che regnava in quegli anni irripetibili. Ci si sentiva uno, senza sapere perché, e senza chiederselo. Fraternità casereccia, che riconciliava con il mondo. Le falle nel presente e nel futuro si scongiuravano presto, come il gelo vinto dalla tombola e il vino, dall’appuntamento col fuoco su una spiaggia piena di colori. Proprio come oggi.

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.17: “Il dolce rumore della vita” (Bertolucci). Poesia e suono in Anna Ventura, “Non suoni, ma rumori”.

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

 

di Giuseppe Panella

 

“Il dolce rumore della vita” (Bertolucci). Poesia e suono in Anna Ventura, Non suoni, ma rumori, prefazione di Stefano Valentini, Montemerlo (PD), Venilia Editrice, 2009

Anna Ventura è una poetessa ben nota ai (da sempre non troppi) lettori di poesia italiana contemporanea. Ne è testimonianza il volume antologico-critico di Vittoriano Esposito (Itinerario letterario di Anna Ventura. Antologia di appunti e studi critici, Avezzano (AQ), Centro Studi Marsicani “Ugo Maria Palanza”, 2005) in cui l’autore ha raccolto, con certosina pazienza e con spirito avventuroso di esplorazione letteraria, numerose testimonianze e prospezioni critiche sulla sua opera imperiosa e fitta. Ma forse non è ancora tempo di sintesi per una scrittrice così attenta alla ricerca linguistica che mette in opera nei suoi testi letterari (anche se al proposito non si può fare a meno di segnalare al riguardo il saggio ben documentato di Liliana Porro Andriuoli, Certa et Arcana. La poesia di Anna Ventura tra certezza e senso del mistero, Chieti, Tabula Fati, 2001).

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Cristina Campo e Guido Guerrini

CRISTINA CAMPO E GUIDO GUERRINI

INTRECCI DI MUSICA E POESIA IN TERRA D’ARTE

 

Domenica 22 Novembre ore 10.00-13.00 – Faenza

Auditorium Palazzo degli Studi Via Santa Maria dell’Angelo 1

 

Ascoltare le parole incandescenti e lievi di Cristina Campo, una delle voci poetiche più alte e significative della letteratura italiana, e insieme riscoprire le musiche composte dal padre, Guido Guerrini, figura di rilievo nel panorama musicale del Novecento, a lungo dimenticato: questa la proposta del convegno-concerto che si svolgerà a Faenza domenica 22 novembre 2009 alle ore 10, presso l’Auditorium Palazzo Studi, Via Santa Maria dell’Angelo 1, dal titolo: Cristina Campo e Guido Guerrini: intrecci di musica e poesia in Terra d’Arte”. Continua a leggere

Io sono tu.

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Uno si recò alla porta dell’amata e bussò.
Una voce rispose: “Chi è là !”    Egli rispose: “Sono io”.    La voce rispose: “Non c’è posto per Me e per Te.”    La porta restò chiusa.
Dopo un anno di solitudine e privazioni egli ritornò e bussò. Una voce da dentro chiese: “Chi è là !”          L’uomo disse: “Sei tu.”
La porta si aprì per lui.

***
Siamo tutti in cerca di chi – come racconta Rumi – ci dica “eccomi, io sono te.”       Il mondo popolato solo di io (di voci che ripetono stancamente sono io) è come atomizzato in una infinità di porte chiuse.  Gli io si scontrano come elettroni impazziti, e rimbalzano senza scambiarsi cariche di nessun tipo ( e quanto sentiamo vera fino allo sfinimento questo non c’è posto per me e per te).  E’ probabile che si debba reimparare un alfabeto del riconoscimento reciproco.  Provo a dirlo in due modi.

La sirena del vuoto

di Donato Salzarulo

I

Tutto sembrava tela di ragno,

disegno benigno della sorte.

Immaginavo il volo della rondine,

la traversata, il garrire del cielo,

il nido costruito sotto tetto.

Il sognare e immaginare mi nascondeva

l’altro mondo, il sentiero dell’ombra

crocifissa. Chi molto sbaglia, molto

paga. Ora mi resta il tuo sorriso

fatto piaga.

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Perdono

da qui

Tornato da giorni di inferno e paradiso, sono travolto dagli impegni. Aperta la posta, trovo una cifra imprecisata di messaggi. Il primo impulso è piangere: impossibile rispondere, anche in minima parte, all’onda anomala. Il senso di colpa si insinua, anche non volendo. Che fare? Ho deciso, infilo Wanda da youtube e chiedo perdono a tutti quanti.

Presentazione de “I diari del Polo”

Da qui

I Diari del Polo è curato da Filippo Tuena (già autore del capolavoro Ultimo Parallelo), con traduzione e postfazione di Davide Sapienza ed è la prima traduzione moderna, a quasi un secolo dalla sua pubblicazione, di questo documento vibrante e affascinante.

Immaginate, presentare I Diari del Polo di Robert Falcon Scott al Museo dell’Antartide di Genova. La cosa, già di suo, mi fa venire i brividi, anche se già nel 2007 ebbi l’onore di essere invitato in questo luogo sacro per ogni amante e studioso dei Poli. La saga del capitano Scott al Polo Sud – assieme a quelle di Shackleton, Mawson e del capitano Mackintosh – è la più dolorosa e anche quella che ha letteralmente creato la figura dell’esploratore eroe nel primo ventennio del secolo scorso nel grande continente bianco: questo nonostante le grandi imprese dei norvegesi Fridtjof Nansen prima, in Groenlandia e al Polo Nord, e di Roald Amundsen che aperto il passaggio a Nordovest mentre Scott moriva in una tenda abbandonata a se stessa nel deserto bianco, era già in viaggio per la Norvegia sulla nave Fram dopo essere arrivato per primo al Polo Sud.

Giovedì 19 novembre alle ore 18.00 ci vedremo lì e partiremo dall’Antartide per poi zoomare sulle esperienze che hanno caratterizzato gli anni di Rubha Hunish e Ognidove nell’Artico, un modo contemporaneo e ovviamente differente di vedere questo misterioso mondo bianco dall’altra parte del pianeta. Leggerò anche un inedito, Cairn, il segnavia del non ritorno, ispiratomi dal lavoro di traduzione de “I diari del Polo”.

Davide Sapienza

Danilo Kiš, Consigli a un giovane scrittore

Coltiva il dubbio riguardo alle ideologie e ai princìpi dominanti.
Tieniti a distanza dai princìpi.
Fai attenzione a non inquinare la tua lingua con quella delle ideologie.
Persuaditi di essere più forte dei generali, ma non ti misurare con loro.
Non credere di essere più debole dei generali, ma non ti misurare con loro. Continua a leggere

METALLI COMMEDIA 0.1

Parlano, parlano di libertà,
ma quando vedono la penna libera,
allora il panico li provoca.

[liberamente, da Easy Rider:
in claris fit interpretatio]

«Non mi sono mai sentita a Casa – Quaggiù» scrive Dickinson. «Riporta questo selvaggio a Casa» canta Dickinson. Emily e Bruce. E nello stesso sentire: sentirsi sempre fuori luogo. Perché fuori di testa, fuori dai denti, fuori dal coro e fuori dal metro. E ne parlavo con l’amico. L’amico della kerkoporta. Mi ricorda, ancora, la kerkoporta: «devi farti kerkoporta, basta farsi kerkoporta. Costantinopoli – si dice – cadde a causa della kerkoporta, una piccola porta secondaria».
Alla quattrocentocinquatatreesima volta che mi sprona a diventar kerkoportiforme gli comunico che, per contrappasso dantesco, sarà concluso in una belìn di kerkoporta per l’eternità… E nel delirare e demandare all’Alighieri i tormenti di chi ci/mi cianura/cianurò la vita in vita, nasce la Metalli Commedia. E l’amico della kerkoporta offre occhio e orecchio all’opera. E presta mano: per contenere le cascate chiare [ché lui computa accenti e corregge e contiene i *cazzi* che Dama usa/abusa come virgola], per assegnare assilli all’arco dell’alloro che – no! Non è peccato mortale  sostituire Virgilio con Alice Cooper! E se – sì: è peccato mortale, m’ho da confessare… Continua a leggere

Metamorfosi del giallo

di Alessandro Ansuini

Non era il surrealismo i colori si celavano vicendevolmente e attorno ad ogni persona gravitavano una serie di pianetini dalle diverse attrazioni fra i quali fluttuare, detestare e arrampicarsi. Attuavano diverse politiche le mani dai piedi e dalle dita stesse mentre nel mezzo della tempesta, se prendevi una macchina e guidavi nella neve i fiocchi esplodevano come fuochi d’artificio continui sul parabrezza della fronte. Arrivando dalla campagna alla città le sequenze si facevano geometriche e cominciavano a inanellare teorie di trattini, di piccole sfere, l’occhio pulito poteva lasciarsi scorrere sulla corteccia milioni di scritte in cromatismo senza possederne la traduzione, ma d’altronde quest’uomo nuovo, e dico nuovo perché è adesso, non ha nessun atteggiamento di rivalsa se non verso di sé, non possiede niente e non ambisce a coltivare nessun linguaggio, lasciando il pensiero manifestarsi senza sillabe, in liquidi. Continua a leggere

“L’aura / incantata delle origini”, il mio sguardo sulla poesia di Francesco Marotta – di Natàlia Castaldi

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Fino all’ultima sillaba dei giornidalla raccolta “L’arte dimentica di morire” di Francesco Marotta 

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido

(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

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mattinale

Il tuo caos è bello
L’oceano azzurro ascolta il canto di balene in viaggio
Il libro dei tuoi sogni è ancora sconosciuto
Hai deciso di tornare a te sulla sponda colorata del mare
Nascosta alla luce come Diocleziano dopo il ritiro

In nome delle idee è stato commesso di tutto, impunemente
Il silenzio dei morti è un respiro profondo
Vivere sembra quasi un caso, se guardiamo indietro
Dimentichiamo
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Chandra Livia Candiani a Radio Treccia

Martedì 17 novembre 2009, ore 11 (in replica alle 23), su www.radiotreccia.it.

Gli insetti preferiscono le ortiche.
Donne in poesia.
A cura di Giorgio Di Costanzo e Maria D’Ascia
SPECIALE IN DIRETTA DA MILANO
intervista – lettura di Chandra Livia Candiani

Nadia Agustoni ai “Giovedì di Sud”

La faccio breve: la nostra grande Nadia viene a presentare il suo libro fresco di stampa Taccuino nero, ed. Le Voci della Luna. Introduce Francesco Marotta. Al SUD, il nuovo cuore pulsante della poesia a Milano. Ore 21 puntuali, giovedì 19 novembre, Circolo Culturale Sud, via Corsico 5 (metrò Porta Genova). Da non perdere la serata, da non perdere il ciclo di incontri (a cura della premiata ditta Genti – Lamberti-Bocconi). Vi aspettiamo!

ci si stanca a vivere
Ci si stanca a vivere e a fare il dovere nostro
ma tra fili, campetti e marcite
l’arbusto sbuca nel cortile, colma di luce
è la luce, una speranza spinosa eguale all’ortica
ci lascia immaginare il futuro e ci segue la sirena
industriale come degli Ulisse con i tappi di plastica
nelle orecchie e calzari di ferro e passi roboanti.

STORIA CONTEMPORANEA n.21: De profundis. Angelo Morino, “Quando internet non c’era”

Quando internet non c'eraNegli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

di Giuseppe Panella

De profundis. Angelo Morino, Quando internet non c’era, Palermo, Sellerio, 2009

In principio vi fu Leonardo Sciascia (quando ancora la Sellerio si chiamava Esse Edizioni e lo scrittore di Racalmuto vi pubblicava gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel); poi curatori, autori di culto e consulenti più o meno prestigiosi si sono susseguiti – Antonio Tabucchi, Beppe Benvenuto, Salvatore Silvano Nigro – ma sicuramente uno dei più costanti e dei più appassionati è stato Angelo Morino. In questo suo romanzo postumo trovato nel suo computer, dopo la sua morte improvvisa a cinquantasette anni, l’ispanista piemontese descrive non tanto il suo rapporto con la casa editrice palermitana con la quale ha collaborato a titolo diverso (traduzione, introduzione, postfazione, scelta delle opere da pubblicare) per ben centocinquanta volte quanto la propria vita di uomo e di studioso. Ma le sue non sono tanto le “memorie di un universitario” (come erano state le pur prestigiose scritture in limine mortis di Cesare Cases citate nel secondo esergo del libro) quanto quelle di un appassionato “amatore di letteratura”.

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