Simone Weil, la pasionaria che scelse il buon ladrone

Era un’intellettuale, una mistica, una poetessa. Una donna
sensibilissima, a tutto tondo, nemica del culto della forza, proprio negli anni violenti della seconda guerra mondiale. Era una “pasionaria” animata da una fede assai concreta, una persona onesta che scriveva benissimo, perché si sforzava di pensare bene. Si mescolava alla gente, cercava di restare umile. Innamorata della Croce, diceva, ma di quella del buon ladrone.
Non voglio che finisca l’anno – nel 2009 ricorre il centenario della sua nascita – senza parlare di Simone Weil: ne abbiamo letto molto poco, su quotidiani e periodici – figuriamoci in tv – quindi cerco di mettere in ordine qualche idea, soprattutto per me stesso.
Mi sono state particolarmente care le pagine de “I catari e la civiltà mediterranea”, dedicate alla civiltà occitana e scritte a Marsiglia nei primi mesi del 1942. In esse la grande pensatrice descrive la parabola discendente dell’Europa e della civiltà occidentale, il bivio violento imboccato a partire dal Duecento, e che l’ha portata quasi a diventare “l’impero della forza”.
Analizzando la “Chanson de la croisade albigeoise” (poema epico medievale e in lingua d’Oc che descrive gli ultimi palpiti della civiltà occitana, per dirla in modo semplicistico la civiltà dei trovatori, allora in pieno sviluppo, diffusa soprattutto nel Midi Francese e in parte anche in Italia), Simone Weil spiega con lucidità le conseguenze del massacro voluto con la crociata contro gli Albigesi dalla Chiesa e dal re di Francia.
Il Paese occitanico, spiega, “trovò la sua espressione estrema nella religione catara, occasione della sua sventura”. “Quel Paese che è morto e che merita di essere pianto, non era la Francia”, scrive la Weil. “Si rifaceva alla vocazione spirituale della Grecia antica”, ovvero nutriva la carità verso il prossimo, “espressa con una purezza mai più superata”. Il Paese occitano era tollerante; una volta distrutto, “a partire dal XIII secolo l’Europa si ripiegò su se stessa e presto non uscì più dal territorio del suo continente se non per distruggere. Vi erano infine i germi di quel che noi chiamiamo oggi la nostra civiltà”.
Ci dice qualcosa, tutto questo?
“L’essenza dell’ispirazione occitanica”, scrive Simone Weil, “è identica a quella dell’ispirazione greca. Essa è costituita dalla conoscenza della forza. Questa conoscenza appartiene soltanto al coraggio soprannaturale. Il coraggio soprannaturale contiene tutto ciò che noi chiamiamo coraggio e, in più, qualcosa d’infinitamente più prezioso. Ma i vili scambiarono il coraggio soprannaturale per debolezza d’animo. Conoscere la forza significava riconoscerla come pressoché assolutamente sovrana in questo mondo, e rifiutarla con disgusto e disprezzo. Questo disprezzo è l’altra faccia della compassione per tutto ciò che è esposto ai colpi della forza. Questo rifiuto della forza raggiunge la sua pienezza nella concezione dell’amore”.
Gli occitani di allora spinsero l’orrore della forza fino alla pratica della non violenza e fino alla dottrina che fa procedere dal male tutto ciò che è sottoposto alla forza. Un bellissimo esempio di questo “rifiuto della forza”, scrive la Weil, si ritrova nell’arte di quel periodo, nell’architettura e nella musica: c’è forza e orgoglio nello slancio delle guglie gotiche e nell’altezza delle volte ogivali, mentre le chiese romaniche, con fondamenta possenti che sembra debbano salire chissà dove, restano ancorate a terra, esprimendo meravigliosa semplicità e armonia.
Altrettanto vale per il canto gregoriano: “Il canto gregoriano – scrive la Weil – cresce lentamente, ma nel momento in cui sembra sicuro di sé, il movimento ascendente è rotto e abbassato; il movimento ascendente è continuamente sottomesso al movimento discendente”.
Ecco i frutti della vera forza, dell’umiltà, se si vuole del sacrificio.
Valori molto alla moda, vero?
La loro assenza produce disastri, dal punto di vista psicologico, morale e politico: Simone Weil spiegò che il “bel nome di obbedienza” si può applicare solo quando i sottoposti (i cittadini, ad esempio) riconoscono l’auctoritas” di chi comanda, ovvero lo ritengono degno di dare ordini. L’obbedienza, cioè, sgorga come libera scelta, e sancisce il fondamento del potere vero. Ci si può inginocchiare senza piegarsi.
Se invece il potere vuole sottomettere con la forza e l’arbitrio, a fil di spada, lascia la porta aperta alla ribellione: comanda, sì, ma senza vera forza, senza autorevolezza.
Leggete tutto quello che potete, di Simone Weil: Marietti 1820 ha pubblicato moltissimi dei suoi testi, il più recente è “La colonizzazione e il destino dell’Europa”, uscito un paio di mesi fa.
Anche nel 2010 Simone sarà “up to date”. Come Rosa Luxemburg, come Emily Dickinson, come ogni uomo o donna che lotta per salvare la sua umanità, la sua sensibilità e la sua intelligenza.

L’intelletto santo della Weil

E’ lei il più grande filosofo del Novecento, fraintesa perché scriveva come in presenza del giudizio di Dio

di Alfonso Berardinelli

Qualche mese fa un giovane critico letterario, piuttosto polemico con le mie opinioni sia politiche che culturali (secondo lui indecifrabili, se non aberranti), mi ha chiesto in conclusione qual è, secondo me, il maggiore filosofo del Novecento. Non ho dovuto riflettere molto per rispondere: Simone Weil. Questa risposta, pur essendo accolta come un’ulteriore provocazione, sembrava anche offrire finalmente un chiarimento: perché certo Simone Weil la si sente nominare, ma non si sa mai come prenderla, non rimanda alle culture dominanti nel Novecento o le respinge, tiene insieme, non per moderatismo, ma per radicalismo, politica e religione, etica e gnoseologia: e quindi, soprattutto, non viene letta, esige molto dal lettore e disturba in particolare gli intellettuali e la loro categoria oggi prevalente, quella degli universitari. La Weil non ha confezionato trattati sistematici usufruendo di fondi di ricerca, e per questo dai filosofi di professione, abituati a rimasticare qualunque autore, spesso senza ragioni sufficienti, viene ritenuta a torto un pensatore non sistematico, teoreticamente inadeguato perché frammentario.
Niente di meno vero. Simone Weil non ha costruito sistemi, edifici concettuali dentro cui ripararsi. La sua produzione è occasionale, profondamente motivata dagli eventi della sua vita e da quelli politici degli anni in cui è vissuta (il ventennio fra le due guerre mondiali). Ma i suoi articoli e saggi, i suoi diari e aforismi configurano un pensiero straordinariamente coeso e coerente, originale (parola a lei non gradita!) nella sua cartesiana lucidità e in una eroica onestà esistenziale.
Stranamente, faziosamente, accusano la Weil di non professionalità filosofica coloro che non battono ciglio davanti a Nietzsche, conformisticamente lo ritengono, in questi anni, un filosofo “epocale” (esagerando), salvo mettere fra parentesi il punto centrale e la punta contundente di tutto il pensiero di Nietzsche: il suo proposito di pensare filosoficamente fuori della filosofia tradizionale, delle sue problematiche e del suo linguaggio.
Perché disturba, perché “non frutta” Simone Weil? La risposta è che non viene da Hegel né rimanda a Nietzsche (dichiarò di non sopportarlo); fa totalmente a meno di Freud anche quando parla di psicologia, di passioni e di desideri; non tiene conto né del “Tractatus” di Wittgenstein né di “Essere e tempo” di Heidegger; non ha niente a che fare né con il Surrealismo né con altre avanguardie. Le sue riflessioni politiche non escludono l’esperienza religiosa, il suo impegno politico non esclude, anzi implica, un’idea della mente umana che abbia la capacità di trascendere i dati immediati dell’esperienza. Il suo ateismo intellettuale non nega la possibilità di concepire Dio, se davvero se ne è capaci, cioè se si è in grado di vivere, di convivere con una certezza religiosa in un mondo costruito sull’assenza di Dio e la cancellazione del sacro.
Il pensiero della Weil si muove tra Platone e Marx, fra cultura greca (e in parte orientale) e un cristianesimo che a volte affascina i cristiani, li chiama in causa con la figura di Cristo e con il simbolo della Croce, ma in definitiva è giudicato un cristianesimo inaccettabile perché troppo “personale”. Dato che rifiuta la Chiesa, deve pur essere un cristianesimo che ha qualcosa che non va. Si sospetta che pecchi di superbia intellettuale o di un eccesso di umiltà malintesa.
Se poi aggiungessi altre cose che credo, e cioè che la Weil è anche il maggiore, o migliore, o più onesto teologo del Novecento, un teologo esistenziale e anti-dottrinale; che è uno dei più grandi saggisti allo stato puro, cioè senza specializzazioni disciplinari, come pochissimi altri (penso a Karl Kraus); ed è, con Orwell, uno dei pochi e veramente utili scrittori politici – allora la provocazione sembrerebbe intollerabile. Anche perché, mettendo insieme e sommando tutte queste cose, risulterebbe scandalosa la perdurante distrazione con cui viene trattato dagli intellettuali l’insieme dei suoi scritti.
Intendiamoci, il fatto che la Weil resti un autore per pochi, se non è un bene, soprattutto non è un male. Anzi è del tutto naturale: è una delle poche cose naturali ed equilibrate che accadono in quella fiera delle falsificazioni e delle sproporzioni che è la nostra cultura. Ci sono autori di valore ingiustamente ignorati, alcuni di grande successo ma scadenti, altri giustamente famosi ma in realtà non letti. La Weil, almeno, sembra ancora essere letta solo da chi è disposto a capirla, e questa credo che sia la prima cosa che un autore dovrebbe augurarsi.
Ho detto che la Weil è un grande saggista: questo significa che non è facile, forse è impossibile riassumere il suo pensiero, non separabile dalla forma di scrittura che di volta in volta lo esprime. Non riesco a pensare a nessun altro saggista che, come lei, abbia avuto una così divorante passione di farsi capire, una vera fobia di risultare ambigua, di essere fraintesa. Potrei dire, senza enfasi, che scrivere per lei era una forma della preghiera, nel senso che scriveva come in presenza del giudizio di Dio. E questo lo si sente, ovviamente, nei suoi scritti più religiosi, ma anche quando scrive articoli sull’ascesa del nazismo in Germania e sul fallimento della politica operaia dei partiti socialdemocratico e comunista. Per usare una formula weiliana, non si tratta di “dire la verità”, che non è un oggetto definibile e preesistente al discorso, ma di parlare e scrivere “in spirito di verità”, cioè avendo la verità come scopo.
Detto questo, più che riassumere, farò un breve elenco di temi, illustrato con qualche citazione. Al primo posto metterei proprio il tema della verità. Tema morale, intellettuale, politico, religioso. Verità, per la Weil, vuol dire anzitutto incarnare nella vita il bisogno di verità, che non è limitato al pensiero e alla parola. Nella “Prima radice” leggiamo: “Il bisogno di verità è il più sacro di tutti. Eppure non se ne parla mai. La lettura fa spavento, quando ci si sia resi conto della quantità e dell’enormità di menzogne materiali, diffuse senza vergogna anche nei libri degli autori più amati. E così leggiamo come se si bevesse acqua di un pozzo sospetto”. Il giornalismo in queste pagine diventa l’argomento centrale, e la conclusione attiene già alla politica: “Non è possibile soddisfare l’esigenza di verità di un popolo se a tal fine non si riesce a trovare uomini che amino la verità”.
Fondamentale per quegli anni e decenni (1920-1940), nonché per l’intero secolo e per il culto in generale della Storia, è la critica che la Weil rivolge a Marx e al marxismo, alle idee di rivoluzione e di progresso, alla socialdemocrazia e ai partiti comunisti della Terza Internazionale, dipendenti da Mosca. Tutto il lungo saggio “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione” (scritto nel 1934) è dedicato a questo. Scelgo poche righe: “Del ‘socialismo scientifico’ si è fatto un dogma, esattamente come è avvenuto per tutti i risultati conseguiti dalla scienza moderna (…). Marx supponeva, senza peraltro provarlo, che ogni specie di lotta per il potere sparirà il giorno in cui il socialismo verrà realizzato in tutti i paesi industrializzati; l’unica sventura è che, come aveva riconosciuto Marx stesso, la rivoluzione non si può fare contemporaneamente dappertutto; e quando la si fa in un paese, essa non sopprime, anzi accentua la necessità per questo paese di sfruttare e opprimere le masse lavoratrici, perché teme di essere più debole delle altre nazioni. Di questo la storia della rivoluzione russa costituisce un’illustrazione dolorosa (…) la totale subordinazione dell’operaio all’impresa e a coloro che la dirigono poggia sulla struttura della fabbrica e non sul regime della proprietà (…) ‘la degradante divisione del lavoro in lavoro manuale e lavoro intellettuale’ [Marx] è il fondamento stesso della nostra cultura, che è una cultura di specialisti (…) Lo stesso ‘socialismo scientifico’ è rimasto monopolio di alcuni e gli ‘intellettuali’ purtroppo hanno nel movimento operaio gli stessi privilegi che nella società borghese”. Aggiungo una postilla: “Ma altre forme della macchina utensile hanno prodotto, soprattutto prima della guerra, forse il tipo più bello di lavoratore cosciente che sia apparso nella storia, cioè l’operaio qualificato”.
Nel 1937 in un articolo “Sulle contraddizioni del marxismo” la Weil parla di un “inconsapevole conformismo” di Marx di fronte alle “superstizioni più infondate della sua epoca, cioè il culto della produzione, il culto della grande industria, la credenza cieca nel progresso”. E aggiunge che il movimento operaio dovrebbe “attingere, non dico delle dottrine, ma una fonte di ispirazione in ciò che Marx e i marxisti hanno combattuto e così follemente disprezzato: Proudhon, le forme di organizzazione operaia del 1848, la tradizione sindacale rivoluzionaria, lo spirito anarchico” (“Incontri libertari”, a cura di Maurizio Zani, Eléuthera).
In un articolo del 1933 sul “Riformismo tedesco” leggiamo: “Si può affermare che in Germania l’organizzazione operaia ha dato nell’ambito della legalità capitalista la migliore espressione di sé. I risultati non sono disprezzabili”. Ma “in questo modo gli operai si sono incatenati all’apparato dello Stato”. E quindi le cose cambiano, i vantaggi conquistati vengono meno “se la borghesia tedesca fa ricorso al fascismo” per superare la sua crisi. Mentre “la politica del partito comunista tedesco (…) consiste in una propaganda puramente verbale; si predica la rivoluzione a della gente che non chiede se questa è desiderabile, bensì se è possibile”.
Infine, il testo che riassume la riflessione politica e morale della Weil è “La prima radice” (dicembre 1942-aprile 1943), la cui prima parte è intitolata “Le esigenze dell’anima”. Invece che di diritti si parla di “obblighi” o doveri nei confronti dell’essere umano. Mi limito a ricordare l’elenco di questi “bisogni vitali” da rispettare: l’ordine, la libertà, l’ubbidienza, la responsabilità, l’uguaglianza, la gerarchia, l’onore, la punizione, la libertà di opinione, la sicurezza, il rischio, la proprietà privata, la proprietà collettiva, la verità.
Si capisce bene quanto poco fondata, se non in qualche caso disonesta, sia stata, a sinistra e a destra, la scelta di distinguere e separare una Weil politica, marxista e rivoluzionaria da una Weil moralista, religiosa, mistica e cristiana, per valorizzare un aspetto e liquidare l’altro. Bisogna ripetere invece che nel pensiero weiliano sono stati sottoposti a una critica serrata, propriamente razionalistica e antidogmatica, tanto il marxismo che il cristianesimo, in quanto edifici dottrinali adottati e sostenuti da organizzazioni partitiche o ecclesiastiche tenute insieme da un corpo di chierici o di politici professionali. In saggi relativamente brevi ma fondamentali come “La persona e il sacro” (1942-43) e “Nota sulla soppressione dei partiti politici” (1943, entrambi in “Écrits de Londres”, Gallimard) è chiaro che la separazione tra morale, politica e ispirazione religiosa è impossibile, sarebbe un vero abuso interpretativo. Proviamo a leggere: “C’è nell’intimo di ogni essere umano, dalla prima infanzia fino alla tomba e nonostante tutta l’esperienza dei crimini commessi, sofferti e osservati, qualcosa che si aspetta invincibilmente che gli si faccia del bene e non del male. E’ questo, prima di tutto, ciò che è sacro in ogni essere umano” (“La persona e il sacro”).
Affermazioni come questa non si potrebbero assegnare a nessuna sfera delimitata e separata: siamo nella psicologia, nell’etica, nella religione o nella politica? Qui tutto è connesso, ed è a queste pietre angolari del pensiero che Simone Weil si rivolge per fondare i suoi ragionamenti.
Dall’inizio degli anni Ottanta, con l’edizione Adelphi dei “Quaderni”, quattro volumi a cura di Giancarlo Gaeta usciti fra il 1982 e il 1993, si è periodicamente riproposta una lettura di Simone Weil attraverso convegni, antologie, monografie: se ne sono occupati Gabriella Fiori (autrice di una biografia uscita da Garzanti nel 1981), Domenico Canciani, Roberto Esposito (nel volume “Categorie dell’impolitico”, il Mulino 1988), Adriano Marchetti, Guglielmo Forni, Pier Cesare Bori (presenti in uno dei quaderni mensili di “Testimonianze”, intitolato “Le passioni di Simone Weil. Politica, cultura, religione”, 1994). Va notato comunque che il pensiero weiliano non è mai entrato davvero nel dibattito filosofico e politico, né in Italia né in altri paesi, come invece autori molto più astratti, equivoci e sfuggenti, per esempio gli studiatissimi e citatissimi Martin Heidegger e Carl Schmitt. La sinistra ha di gran lunga preferito autori come questi, compromessi più o meno direttamente con il nazismo, a Simone Weil, che avrebbe permesso di riflettere a fondo sull’intera vicenda della sinistra europea in un’ottica diversa rispetto a quella che oscilla ossessivamente fra confuse riproposte rivoluzionarie, speranze progressiste e riscoperte del pensiero liberale. Parlo della sinistra. Ma neppure la destra ha mai osato servirsi seriamente della riflessione della Weil nel suo insieme, che evidentemente non attira chi abbia intenzione di servirsene in funzione propagandistica.
In tutto il periodo in cui si formò e agì una Nuova Sinistra a livello internazionale, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Ottanta, della Weil non si parlò. Fu quella, credo, forse la più grave fra le occasioni mancate. La Nuova Sinistra di allora non aveva più come punto di riferimento l’Unione Sovietica, cosa avvenuta anche dopo il 1945 e fino allo scontro che oppose Sartre e Camus in seguito alla pubblicazione dell’“Homme revolté”. Ma la Nuova Sinistra nacque anzitutto come riscoperta del vero Marx “scientifico” e antihegeliano e del marxismo rivoluzionario degli anni Venti: Lukács di “Storia e coscienza di classe” e Karl Korsch di “Marxismo e filosofia”. La critica all’Unione Sovietica lasciò intatto l’impianto marxista e anzi lo rilanciò e lo radicalizzò, mettendo da parte anche revisioni e integrazioni preziose come quelle di Gramsci e dei Francofortesi. Per anni dominò l’idea di un’attualità e urgenza della rivoluzione: questo sembrò il primo imperativo e fece nascere rapidamente un’ortodossia neoleninista che dimenticò di chiedersi se un’ipotesi rivoluzionaria fosse possibile e realistica in Europa, negli Stati Uniti e perfino in America Latina. Sembravano innominabili gli scrittori politici degli anni Trenta, le cui esperienze cruciali erano state la grande crisi del Ventinove, i fascismi, la guerra civile spagnola e lo stalinismo. La Nuova Sinistra nacque ignorando di proposito che c’era, doveva esserci un rapporto fra critica allo stalinismo e critica al marxismo.
Franco Fortini, che pure aveva scoperto presto Simone Weil, ed ebbe il merito di tradurre per le edizioni di Comunità testi tutt’altro che marginali come “L’ombra e la grazia” (nel 1951), “La condizione operaia” (1952) e “La prima radice” (1954), non propose però apertamente il pensiero della Weil come correttivo o antidoto a quel “ritorno a Marx” su cui si fondava la ricerca di “Quaderni rossi”. Un po’ come i giovani nichilisti russi dell’Ottocento guardarono con sufficienza o disprezzo il gran signore cosmopolita e liberal-socialista Aleksandr Herzen, così i giovani marxisti antiumanisti o nichilisti degli anni Sessanta italiani potevano ridere di Orwell e della Weil. Nessuno vide allora quanta lucidità teorica e competenza politica c’era nel saggio “Oppressione e libertà” che genialmente Simone Weil scrisse a venticinque anni.
Fu così che le traduzioni di Fortini si interruppero troppo presto, non diedero luogo a nuove traduzioni, né tantomeno a una considerazione approfondita del già tradotto. “La prima radice” era uscita senza un’introduzione del traduttore ed è negativamente significativo che in uno dei due libri di saggi più importanti di Fortini, “Verifica dei poteri”, uscito nel 1965, il nome della Weil non compaia mai. Si pensò in quegli anni che tutte le esperienze degli anni Venti fossero riproponibili e tutte le esperienze degli anni Trenta fossero definitivamente superate. Venne isolata, per esempio da Elémire Zolla, la Weil mistica e lo stesso Calasso, più tardi, editore benemerito di Nietzsche, vide nella Weil piuttosto un pensatore metafisico, e non sociale e politico, rendendo poco comprensibile la sua intera vicenda umana.
Grande lettrice della Weil, soprattutto dei “Quaderni”, fu Elsa Morante. Disse che quella lettura aveva cambiato la sua vita. E in effetti provocò una svolta nella sua opera. Chi legge i saggi di “Pro o contro la bomba atomica”, i poemi del “Mondo salvato dai ragazzini” e il romanzo “La Storia” può avvertire e rintracciare dovunque la presenza della Weil, pensiero e persona, che viene definita “l’intelligenza della santità”. Ma per dire in proposito qualcosa di più c’è bisogno di interpretazioni critiche, perché la Morante su quell’esperienza di lettura non ha scritto nulla. Per quanto ne so, il solo studio che affronti il problema è di Concetta D’Angeli: “La pietà di Omero: Elsa Morante e Simone Weil davanti alla storia” (in “Leggere Elsa Morante”, Carocci 2003). Si trova qui un’interpretazione della formula morantiana “l’intelligenza della santità”, da intendersi come intelligenza del mondo che può venire solo da una santità risolta soprattutto in capacità di capire, in intelletto.
Torniamo con questo alla verità, vocazione centrale della Weil. In una lettera da Marsiglia del 15 maggio 1942 a padre Perrin, che è un vero e proprio saggio sintetico di autobiografia interiore, la Weil scrisse tra l’altro alcuni passi che possiamo leggere come epigrafi definitive per tutta la sua opera: “Dopo mesi di tenebre interiori, ebbi d’improvviso e per sempre la certezza che qualsiasi essere umano, anche se le sue facoltà naturali sono pressoché nulle, penetra in questo regno della verità riservato al genio, purché desideri la verità e faccia un continuo sforzo d’attenzione per raggiungerla: in questo modo diventa egli pure un genio, anche se per mancanza di talento non può apparire tale esteriormente (…) Il concetto di verità comprendeva per me anche la bellezza, la virtù e ogni sorta di bene”. E ancora: “La funzione propria dell’intelligenza esige una libertà totale, che implica il diritto di negare tutto, senza nulla dominare. Dovunque essa usurpa un comando, si verifica un eccesso di individualismo. Dovunque si senta a disagio, c’è una collettività oppressiva” (in “Attesa di Dio”, Rusconi 1972).

19 pensieri su “Simone Weil, la pasionaria che scelse il buon ladrone

  1. Apro a caso PENSIERI DISORDINATI SULL’AMORE DI DIO, La locusta, Vicenza, ed ecco cosa trovo a pagina 44:

    Amare gli uomini come ci amerebbe il sole se ci vedesse.

    Nella pagina seguente, la 45, trovo invece questo:

    Dire “io”, è mentire.

    E poi apro a caso anche L’OMBRA E LA GRAZIA, Bompiani, e guarda cosa trovo a pagina 81:

    Fra gli atti di virtù, compiere quelli soltanto che non è possibile fare a meno di compiere; quelli che non si possono non fare. Ma aumentare continuamente con una attenzione ben diretta la quantità di quegli atti che non si possono non fare.

    Non c’è due senza tre, e allora apro a caso anche il primo volume dei QUADERNI, Adelphi, ed ecco cosa si trova a pagina 209:

    Una barca, strumento per afferrare interamente il mare, interamente il vento, e le stelle.

    Certe meraviglie succedono solo con Simone Weil.

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  2. Elio_C: forse MOLTO matta: ma in tal caso, viva la follia. Oppure potevi dire che aveva i capelli neri… O che era ebrea, o magari anche che ha studiato matematica.
    Perché hai detto: un po’ matta? Cosa hai crdeduto di comunicare? Mi piacerebbe saperlo davvero. Sminuirla come figura? Renderla “più umana”? Farti vedere come un tipo oggettivo che non si lascia prendere da facili entusiasmi? Oppure lanciare una provocazione a cui un pescione come me sta abboccando?

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  3. @Lambertibocconi
    Si trattava di un giudizio sintetico. Ho provato a seguirne abbastanza seriamente il pensiero e trovo che, una volta raggiunti i notori limiti della ragione, essa abbia formulato delle risposte sostanzialmente arbitrarie, basate sul solo sentimento (per quanto suggestivamente costellato dalla notevole erudizione di cui era giunta in possesso). Le sue risposte a me non servono, le trovo fuorvianti, però non biasimo chi la pensa diversamente. Sostanzialmente opera in quel vuoto che ciascuno può riempire di ciò che preferisce.

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  4. Dovevo scrivere “visionaria”, non matta, così non offendevo nessuno. La sua è una travolgente forza fisiognomica, ma la fisiognomica conduce spesso a prendere fischi per fiaschi. Ritiro decisamente il “matta”, comunque.

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  5. Pazzia, normalità. Ma cos’è la “normalità”, oggi? Ho un fratello neuropsichiatra infantile, vi assicuro (ma basta guardarsi intorno con occhi candidi e senza troppi preconcetti, e anche guardarsi allo specchio) che di “normali” non ce ne sono mica tanti… Certo, Simone era un’anticonformista, un’irriducibile, una sognatrice. Giocava con le parole, con le idee, con le emozioni. Aveva mal di testa terribili. Avete presente Hildegarda di Bingen e le sue allucinazioni, descritte da Sachs? Un’irregolare, come tanti artisti. Caro Elio (Elio che parli di vuoto, non è divertente? 😉 sto solo scherzando, se volete lo faccio anche su me stesso, mai prendersi troppo sul serio, chi non ride mai non è una persona seria) hai ragione: è vero, il vuoto esiste, la vita ci presenta contraddizioni pazzesche (“E’ una faccenda dalla quale non si esce vivi”, diceva uno) e dobbiamo fronteggiarle senza impazzire… almeno apparentemente.
    E’ vero, ognuno cerca di riempire quei vuoti, cerca una risposta al mistero.
    Grazie per i commenti, ben vengano le voci critiche (dico sul serio): Elio, potresti fare un esempio dei fischi e/o dei fiaschi di Simone Weil?

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  6. Grazie, Carlogrande,

    della dovutissima nota: dovuta a questi tempi, non da te che la scrivi, sempre meglio in ritardo,sempre riscoprire, sì: la Weil è pietra miliare filosofico-poetica, e femminile di pensiero coriaceo, forte del ‘900; che racconta anche del lato testimoniale, di pensiero radicale e di un differente approccio all’ideologia marxiana comunista, con innesti testimoniali, nuovi. Maria Pia Q.

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  7. Misurare la statura di un filosofa e di una donna come S. Weil è come presumere di avere le braccia per stringere il mondo intero o una spiegazione per ciò che comunemente si definisce mistero.
    Forse è meglio fermarsi ad ascoltare e guardare fin dove il nostro sguardo è capace di arrivare.
    Felice di leggere questo post

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  8. Per me il problema con autori del tipo della Weil è il seguente: riuscire distinguere quando si vuole costruire concettualmente – “bottom-up” – innestando con cura le nuove idee sulla piattaforma delle acquisizioni già relativamente consolidate (questa, s’intende, è solo una metafora) da quando, facendo leva sull’ineffabile sentimento che travalica ogni pastoia, si vuol fornire una visione del mondo “top-down”. Negli autori che prediligo questa distinzione è possibile: quando si passa dalla modalità razionale, entro la quale è possibile, seppure a fatica (precisando ogni termine, rimuovendo ogni malinteso) basandosi sull’onesta intellettuale, trovare un accordo oppure riconoscere le differenze irriducibili (che sono di norma poche, semplicissime, e dalle innumerevoli conseguenze) alla modalità “mistica”, dove si tenta il volo, ecco, in quel passaggio magari si adopera un frammento di poesia o di altra opera d’arte, oppure si differenzia in corsivo la parte di “delirio” – talora assolutamente necessario. In tal modo posso essere preciso in ciò che richiede precisione ed aprire il cuore laddove laddove tale precisione risulterebbe esiziale. Confondere i due piani, come fa costantemente la Weil, che maneggia con disinvoltura termini che possono voler dire tutto e niente, e ne fa teatro, secondo me costituisce un gioco filosofico che ricade totalmente nell’ambito dell’arte: può essere una fonte infinita di ispirazione e suggestione ma non può esercitare la minima “costrittività”. Questo aspetto può anche essere visto come un bene, in realtà va tutto bene finché non si cerca (anche solo esprimendo disgusti e indignazioni) di costringere gli altri ad inginocchiarsi ai propri idoli.

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  9. Grazie Elio, per la stima e le precisazioni. Perdona la mia pignoleria, (che è però curiosità profonda e rispetto per quello che dici), vorrei che mi divertissi coi particolari, cioé che facessi un esempio “concreto” (si fa per dire), di una parola “doppia”, ambigua, che tu dici (mi sa che hai ragione) esistono, di Simone Weil.
    Il tuo ragionamento mi pare molto filosofico, ho amici filosofi che hanno un codice di linguaggio assai esatto, ma ahimé, spesso – colpa mia – mi annoia.
    Perché anche le parole, secondo me, alla fine ci sfuggono: ho studiato Giurisprudenza, le leggi e gli articoli dei codici cercano sì di avvicinarsi a una costruzione esatta della verità, ma sono spesso ambigue.
    Insomma, non sto lì a girarci attorno: in fondo come ho detto prima la vita è un mistero, la verità profonda delle cose ci sfugge. In sintesi… “Non si vede bene che col cuore”, come diceva un certo Saint Exupéry (approfitto per segnalarti questo articolo fresco di giornata:
    http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/hrubrica.asp?ID_blog=248, ma temo che Saint Ex non sia il tuo genere (non dico che non abbia i suoi bravi difetti).
    Sai cosa dicono certi giuristi? “La legge per i nemici si applica, per gli amici si interpreta. E Woody Allen? “E’ conoscibile la conoscenza? E soprattutto, come facciamo a saperlo?”. 😉

    Io vivo di parole e cerco di usarle sempre in modo semplice ed esatto. Credo che possano essere armi, e quindi ci vuole onestà e precisione. E’ possibile, si deve. Ma si può fino a un certo punto.
    E poi spesso è questione di caratteri: c’è chi è più emotivo, chi più razionale.
    Ma mai, concordo pienamente, bisogna avere la presunzione di credersi il Vangelo in tasca (è una sgrammaticatura, lo so, ma credo si capisca)
    Dove la parola finisce cominciano i guai, spesso la violenza. Considero la parola una specie di zattera contro il caos. Ma il caos è… il caos, mica possiamo batterci alla pari.

    un caro saluto

    CG

    PS Anche Simone Weil, così ricca di parole, diceva: “I veri dolori sono muti”.

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  10. Non è che Elio abbia torto… Ma alla fine che cosa importa? Diciamo che ognuno scrive quello che può.
    Anche il pragmatico fruttivendolo, quando mi scrive il conto della spesa, crede di essere razionale… e invece dietro quel gesto e le mie misere quattro mele ci sono il mistero della creazione, il gioco delle molecole, lo sfruttamento dei braccianti, il carico simbolico della frutta, quelli che muiono e quelli che vivono, la filiera produttiva, il baco che sta beato in un altro universo, nell’utero della mela, e che io maledirò schifata tranciandolo col coltello, e infinito altro. E forse mi fa anche consapevolmente la cresta.

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  11. Grazie Carlogrande!
    Questo post è ricco di spunti interessanti, tra l’altro constato che dalle mie parti, diciamo tra il Piemonte e la Francia, la parola “occitano” oggi è tanto più abusata quanto la si pensa profittevole all’industria turistica e pseudo-(molto pseudo)culturale.
    Non ho capito solo il collegamento
    “alla vocazione spirituale della Grecia antica, ovvero nutriva la carità verso il prossimo…”
    Siamo sicuri che fosse proprio così, nella Grecia Antica?
    Certo in Platone c’è qualcosa del genere, però quando scrivi:
    “la grande pensatrice descrive la parabola discendente dell’Europa e della civiltà occidentale, il bivio violento imboccato a partire dal Duecento, e che l’ha portata quasi a diventare “l’impero della forza”.”
    bè, io penso che i germi di questo impero (o IMPERIO) della forza ci fossero già tutti nell’azione politica della Grecia antica. Basta leggere qualche pagina di Tucidide, per capire che già allora era fondante il principio del nessuna pietà per i vinti.

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  12. Ce ne fossero ora di “matte” come Simone Weil! Ringrazio Carlo per ricordarci di questa donna, di questa pensatrice acuta e inquieta, di questa immensa figura vicina agli ultimi.
    Con affetto. Fabio F.

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  13. Eh, caro Carlo, però non è che io possa prendere un frammento della Weil e poi, eseguendo qualche sorta di “conto della serva” sotto di esso, dimostrarne l’errore 🙂 Potete credermi che ho considerato abbastanza seriamente quanto essa mi offriva, se non altro dal fatto che non trarrei alcun vantaggio da un partito preso, e d’altronde so che soppeserete la mia opinione “cum grano salis”, e dunque non vedo pericoli. Recupero piuttosto un suo meta-frammento che mi ero già messo da parte perché sintetizza, secondo me, tanto il bello quanto il brutto (beh brutto no, diciamo il limite) del suo pensiero:
    ===
    Casi frequenti (enumerarli, classificarli) in cui affermando una verità su un certo piano, la si distrugge. Nel momento in cui la si dice (ovvero la si dice su un certo piano) non è più vera. Essa è vera solamente dietro (o al di sopra di) l’affermazione contraria. Non è dunque percepibile che agli spiriti capaci di cogliere simultaneamente molteplici piani sovrapposti di idee. Essa è incomunicabìle nel senso che il linguaggio è a una o al massimo a due dimensioni (a due se è scritto, ma la pagina è un limite).
    ===
    Io ho constatato che lei è davvero capace di queste letture simultanee, però questa sua mi sembra anche una definizione di arte (in senso lato) eccezionalmente esatta. Come tale rappresenta un invito, declinabile senza coprirsi d’infamia, e non una costrizione. Immaginate un giudice che vi condanni (voi lo sapete: ingiustamente) e alla vostra protesta disperata vi cianci di una verità di tal fatta, che ovviamente solo uno spirito come il suo sarebbe in grado di cogliere. Penso che preferireste dei giudici più ancorati al condivisibile, non è vero? Ma la Weil mi sembra poco portata alla condanna, e dunque non c’è problema: l’altissima considerazione “artistica” che gli tributo viene pur sempre da uno che, sul piano delle vanità, vorrebbe essere un artista, non certo un pensatore.

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  14. Io ti credo, Elio, peraltro l’esempio che fai è pienamente pertinente: che la pagina sia un limite meriterebbe un bel dibattito, ad esempio. Così come è verissimo quel che dice Paolocacciolati: che la cultura greca esprima soprattutto “pietas” è eccessivo, Tucidide insegna.
    Dunque, certo anche Simone Weil è discutibile, ci mancherebbe. Ma la trovo così straordinariamente ricca di echi, di rimandi, e anche molto “etica”. Probabilmente è per questo che mi piace così tanto, aldilà della razionalità. Ma l’ho detto, non ho una mente sistematica

    Ciao a tutti! grazie per il dialogo

    Carlo Grande

    PS Lambertibocconi, pure tu… hai ragione. Mi fai venire in mente l’Aleph

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  15. Viviamo in un mondo dove nulla è a misura dell’uomo, in una società che è stata trasformata in una macchina possente, nella quale l’individuo avverte di essere solo un ingranaggio e che arriva a comprimere il cuore e a fabbricare l’incoscienza. Complessità sociale, gerarchie sociali sempre più chiuse, macchine di potere sempre più sofisticate e oppressive: il crescente pessimismo delle Weil, da lei vissuto come una ferita sempre più dolorosa, non si tradurrà mai in senso di impotenza. Da un lato glielo impedisce la prospettiva religiosa, dall’altro, l’ansia e la febbre di agire a favore dei ceti subalterni la porteranno, fino all’ultimo, a impegnarsi e a lottare ovunque, con i repubblicani in Spagna o nei quartieri di Harlem a New York, o nella Londra bombardata della Seconda Guerra Mondiale. Ma Simone Weil è pessimista. Vede la società andare nella direzione in cui aumenta lo sfruttamento del lavoro operaio e gli individui vengono sradicati dal loro passato, gettati in una condizione di solitudine e di assenza di valori, mentre si rafforzano le gerarchie e i poteri burocratici, le strutture di comando e le pratiche violente e ci si avvia verso la guerra. Da questa profonda tensione interiore nasce la svolta della fede, che non è, in lei, mai rinuncia alle sue posizioni sociali, ma convinzione che di fronte alla miseria umana occorre intravedere anche una prospettiva ultraterrena di salvezza. La ricostruzione sociale e politica della società deve, quindi, poggiare su basi etico-religiose, su una rigenerazione spirituale di individui e collettività, in cui a una nuova democrazia si accompagni un nuovo radicamento nel proprio passato, nella tradizione, in una società giusta e rispettosa delle persone. Fede, tensione morale e impegno politico non l’abbandoneranno mai, fino alla morte. “La croce è la nostra patria”, diceva più volte.
    Anche la riflessione politica, le varie esperienze di militanza sindacale e politica e l’adesione a posizioni sindacaliste rivoluzionarie esprimono una fortissima tensione spirituale, uno slancio ed una ispirazione etico-religiosa, l’intenzione di una scelta esistenziale, quella di stare sempre dalla parte degli oppressi. E’ proprio la centralità della scelta etica, nel determinare gli orientamenti dell’esistenza degli individui, la porta a rifiutare, del marxismo, il materialismo e il determinismo economicistico
    Una caratteristica della sua esistenza fu quel particolarissimo contatto col “malheur”, con la sofferenza come realtà universale nonchè l’accettazione di esserne posseduti senza che ciò porti ad alcuna rassegnazione:

    “Non si tratta di cercare un rimedio contro la sofferenza, ma di farne un uso soprannaturale”. “Dio si è svuotato della sua divinità e ci ha riempito di una falsa divinità. Svuotiamoci di essa. Questo atto è il fine dell’atto che ci ha creati. In questo stesso momento Dio con la sua volontà creatrice mi mantiene nell’esistenza perchè io vi rinunci. Dio attende con pazienza che io voglia infine acconsentire ad amarlo.”
    Decreazione, quindi, come atto di spoliazione totale, di morte di ciò che in noi dice “io”, come unica via per portare a realtà quella scintilla divina che in noi si dà, l’increato appunto.
    “La verità non si trova mediante prove, ma mediante esplorazione. Essa è sempre sperimentale”.
    La Weil, così, vede la storia umana come asservimento degli uomini.
    “La società è diventata una macchina per comprimere il cuore” e per fabbricare l’incoscienza, la stupidità, la corruzione, la disonestà e soprattutto la vertigine del caos. Nella storia umana due sono state e sono le principali forme di oppressione:la schiavitù esercitata in nome della forza e l’asservimento in nome della ricchezza trasformata in capitale.
    Nel saggio L’Iliade o il poema della forza (1939), Weil esalta il modo in cui l’uomo greco viveva la guerra e il suo terribile gioco accordando eguale rispetto al vinto e al vincitore, provando sgomento per la distruzione di una città. Quando gli uomini entravano nel gioco della guerra, diventavano pietre nelle mani degli dèi, ossia cose sotto il “giogo della Forza”. Alla fine vince solo la Guerra.
    La Guerra è una prova della miseria umana, dei limiti dell’essere umano, è l’emergere di una Forza che domina l’anima dell’uomo e la incatena al suo destino immodificabile. Achille che sgozza dodici adolescenti troiani sulla pira di Patroclo, tanto naturalmente come si recidono i fiori per una tomba, non sfuggirà al destino comune della morte, unica e inesorabile vincitrice.
    La gioia nasce dalla totale adesione dell’anima alla bellezza del mondo , e tale adesione costituisce un vero e proprio sacramento offerto a tutti. La bellezza è un cibo , si mangia ,ma deve restare a distanza “come un frutto che si guarda senza tendere la mano”.
    Il desiderio di godere puramente della bellezza della creazione l’avvcina a Francesco D’assisi e alla saggezza orientale. “ Di tutto questo, attraverso il distacco, nutriti”. Simone s’è innamorata

    perdutamente di Cristo e pensa sempre a lui , all’amore povero e vagabondo , sempre disteso sulla nuda terra. E’ lui l’unica speranza di arrivare al “porto”, alla crocifissione finale. Pochi giorni prima di morire scrive: “la totale umiltà è l’assenso alla morte , che fa di noi un niente inerte – a immagine del Cristo che muore come un delinquente comune.”

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