I racconti dell’età del jazz 11 / Chet Baker

di Sergio Pasquandrea

Di retorica su Chet Baker se n’è fatta e ancora se ne farà, a non finire. Il James Dean del jazz, il maudit, la sofferenza, la sublimazione, il romanticismo, amore e morte.
Tutto vero, per carità. Ma in tutto ciò si perde un’informazione fondamentale: che Chet era un grande musicista. Grande, intendo, anche dal punto di vista tecnico (almeno da giovane, prima che gli stravizi cominciassero a rovinargli voce e imboccatura).

Ad esempio, sentitelo qui, nel celebre quartetto di Gerry Mulligan.

E’ il 1952, Chet e Gerry sono due ragazzini: ventitré anni il primo, venticinque il secondo. Mulligan scrive e arrangia la maggior parte dei pezzi, ma nonostante l’enorme raffinatezza della scrittura (stiamo parlando di uno dei più grandi compositori della storia del jazz), quel che fa davvero la differenza è la straordinaria, e insieme naturalissima armonia con cui le due voci soliste si incrociano.
I pezzi sono tre. Il primo, Nights at the Turntable, è un tempo medio, pigro e sornione, pieno di sofisticati intrecci polifonici. Il secondo, Frenesi (comincia a 2:57), è l’arrangiamento di un brano del cubano Alberto Dominguez, che nel 1940 era stato portato al successo dall’orchestra di Artie Shaw: il genio di Gerry Mulligan riesce a trasformare il quartetto in una specie di big band liofilizzata. E infine il terzo, Swinghouse (6:09) è un brano veloce, eseguito in perfetto relax: ascoltate l’assolo di Chet (da 7:36 a 8:01), la noncuranza con cui sgrana una raffica di intricate frasi bop.
Semplicemente: grande. E ancora senza drammi, senza morbosità.

E poi, anche dal punto di vista umano, a me Chet sembra più che altro un ossimoro. Chi lo ha conosciuto concorda: pensava a se stesso, alla sua musica, alla droga, e se ne fregava di tutto il resto del mondo. Uno stronzo, se proprio vogliamo dirla com’è.
Ma poi cantava con quella voce da angelo. E trasmetteva quel senso di sofferenza, desolazione, dolore metafisico. Sempre però con la più perfetta coolness, senza mai una sbavatura di troppo.
Insomma, un mistero. Ed è proprio per questo che, in fondo, la sua biografia non mi interessa più. Mi basta – e avanza – la musica.

Ai, “Arcangelo”

Ai è nata ad Albany, Texas, nel 1947, ed è cresciuta a Tucson, Arizona.
Nata Florence Anthony, ha legalmente cambiato il suo nome nella parola giapponese che significa “amore”, in ricordo di suo padre, giapponese (la madre vantava ascendenze afroamericane, irlandesi e indiane).
Insegna inglese presso la Oklahoma State University e ha pubblicato, a partire dal 1973, sei raccolte di versi e un romanzo. Questa poesia è tratta da “Greed” (1993).

(per Chet Baker)

Hai attraversato
la cortina azzurra di Van Gogh
fino al mio sogno.
Quel giorno a Parigi
sedemmo al caffè all’aperto per ore.
Io avevo i seni alti
e il mio vestito era scollato.
Tu ti avvicinavi a me, ti avvicinavi;
eppure, non mi toccasti.
“Non ne ho bisogno”, dicevi, “è la roba,
è il flash
meglio del sesso.
Zitta, fai un respiro profondo
e ti addormenterai come ho fatto io”.
Sapevo che mi stavi fregando,
che sotto la filosofia da hipster
c’era il solito vecchio Chet in cerca di una dose.
Eppure ti prestai i soldi, eppure ti seguii
fino al pissoir,
dove Lucien ti diede “le fix”.
Scuotendo la testa, intascò i soldi e disse,
“Avevo sentito che eri morto”,
e tu rispondesti, “Lo sono”.
Dicesti che quando ti eri schiantato sul marciapiede,
Amsterdam aveva sobbalzato, poi si era riassestata nell’apatia,
come facciamo tutti, quando ne abbiamo abbastanza
della stupidità della vita.
Finisti a dividerti la spada con una puttana
che aspettava fuori dalla porta del pissoir,
la tua generosità tanto patetica
quanto prevedibile.
Volevi la santità come chiunque altro.
Invece, ti eri guadagnato le ali
arrivate in ritardo per salvarti
ma non per portarti su
nel paradiso dei tossici.
Più tardi, ci fermammo sulle scale di Notre Dame.
Eri calmo, mentre indicavi il campanile.
Dicesti che vedevi Quasimodo lassù,
che teneva Esmeralda sopra il margine
per i capelli,
ma tutto quel che vidi guardar giù erano i gargoyle
che avevano trovato pace,
perché a loro non importava niente.
“Li vedo”, mentii, per farti piacere,
ma tu sapevi e mi soffiasti un bacio.
Mi augurasti “bonne chance”,
poi ti accomodasti nel volo,
mentre la fresca notte di jazz e di stelle
apriva le braccia per accoglierti.

(traduzione di Sergio Pasquandrea)

Archangel
For Chet Baker

You stepped through
the Van Gogh blue curtain
into my dream.
That day in Paris,
we sat at the outdoor café for hours.
I had high breasts
and my dress was cut low.
You leaned close to me, so close;
yet, did not touch.
“I don’t need to,” you said, “it’s the dope,
it’s the rush
so much better than lust.
Hush, take a deep breath
and you’ll just go to sleep like I did.”
I knew you were hustling me,
that underneath the hipster philosophy
lay the same old Chet out to score.
Still, I lent you money, still I followed you
to the pissoir,
where Lucien gave you “le fix.”
Shaking his head, he pocketed the money and said,
“I heard you were dead,”
and you answered, “I am.”
You said when you slammed into the pavement,
Amsterdam shook, then settled back into apathy,
the way we all do, when we are through
with the foolishness of living.
You ended up sharing your works with a whore
who waited outside the pissoir door,
you generostiy as pathetic
as it was predictable.
You wanted sainthood like everybody else.
Instead, you earned the wings
that were too late to save you,
but not too late to raise you
up to junkie heaven.
Later, we stood on the steps of Notre Dame.
You were calm, as you pointed to the bell tower.
You said you saw Quasimodo up there,
holding Esmeralda over the edge
by her hair,
but all I saw staring down were the gargoyles
who’d found peace,
because it meant nothing to them.
“I see,” I lied, to please you,
but you knew and you blew me a kiss.
You wished me “bonne chance,”
then you eased into flight,
as the cool, jazzy, starry night
opened its arms to retrieve you.

4 pensieri su “I racconti dell’età del jazz 11 / Chet Baker

  1. La poesia è molto bella, ritrae così bene quell’alterità, quell’inferno travestito da paradiso, è molto jazz.
    Certo, sulla vita di Chet Baker e soprattutto sulla sua morte, durata decenni, si è concentrata molta dell’attenzione, soprattutto recente su di lui, la sua musica basta e avanza, sono d’accordo, anche se sono inscindibili vita e musica nel jazz, Mulligan, per esempio, fu davvero un musicista eccelso, forse non uno dei maggiori compositori della storia del jazz, se no dove finiscono Ellington, Monk, Strayhorn… ma un grande senza dubbio, nella sua vita ordinata però, nel suo razionalissimo modo di esprimere la delicatezza dei sentimenti, ha certamente meno fascino di Chet Baker.

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  2. come tutto quello che circonda l’opera di chet baker, non c’è nulla in questo post che non rasenti la bellezza. chissà, forse aveva davvero ragione wilde e un artista, per raggiungere determinati risultati deve trasporre tutto il meglio di sé nella sua arte, e lasciare alla vita gli scarti, il pattume…

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