Teresa Zuccaro, “Fabbriche”, 2

Il collaudo

Io sono un componente.
Non servo quasi a niente
da solo
ma mi inserisco ovunque
unisco, reggo, chiudo,
metto in moto, finisco, perfeziono.
Da quasi quarant’anni
vengo prodotto con pochi cambiamenti.
Mi adatto facilmente
supero tutti i controlli
dimostro di essere flessibile
e resistente
duttile e inalterabile.
Voi non sapete quanto sia difficile.
Non bastano una tempra di acciaio,
un corpo rinforzato.
Bisogna avere l’ardire
di buttarsi nel fuoco
sostenere le luci abbaglianti,
il fragore dei macchinari,
il ritmo del lavoro.
Insomma, è una questione di intenzione,
prevalentemente.
Ora sono di nuovo in prova
– l’ennesima –
ma questa volta, vada come vada,
non mi danno.
Alcune notti che per caso
non sono crollato di stanchezza
ho sentito un’altra vita, differente
da quella della fabbrica illuminata.
Nel buio,
al chiarore fioco
della luce di cortesia
l’anima buona dell’inserviente
culla gli scarti
con una canzone o una poesia

*

La fabbrica abbandonata

E’ per coincidenza, per caso o per destino
che da poco mi sono trasferita
proprio qui
di fronte a questa fabbrica
che sembra abbandonata
ma che a vedere bene
sforna a tutto andare
raffinati prodotti, e deliziosi.

Li vedo aggirarsi nel quartiere
gli impellicciati folletti, misteriosi,
bere alle ciotole offerte
come alla sete di spettri senza pace
entrare e uscire per i vetri rotti
incuranti di porte e di divieti-
Xiu Xiu il re, enorme e tutto nero
Romitello, fedele consigliere,
Goldrake, dal muso affusolato
(è stato Bart, il mio folletto personale
a rivelarmi i nomi in gran segreto)-
e a queste mosse delicate e leggere
dimentico la rabbia che mi fa
la primavera che tarda ad arrivare
chi non mi ascolta e chi si fa aspettare
la vita che si impiglia e resta indietro
un cuore caro che smette di pulsare.

*

Fabbrica di mattoni sul mare

Di giorno operai in fila
forati e laterizi
di notte stelle, risacca e faro
respiro lento e rosso del mare
sabbia salsedine e vento
negli interstizi
la fanno vacillare
le corrodono mattoni ed intenzioni
finché una notte si lascia bruciare
fabbrica in fumo
fabbrica morta
fabbrica rinata in tempio
in cattedrale della distruzione
scoperchiata
che accoglie
i voli degli aironi in migrazione
l’agonia dei gatti malandati
i riti feroci dei cani scordati
inselvatichiti.

*

La fabbrica di incantesimi

Dicono che io sia il mostro del quartiere,
di questa foresta di anonimo cemento
con in mezzo una radura di plastica
in cui pare sia atterrata un’astronave.
Secondo me, la mia ciminiera
a righe rosse oblique
è un tocco d’eleganza vero e proprio,
vintage, retrò, d’antiquariato
considerato che è qui da molto prima,
e il cespuglio di olivastro che ospito
ha un che d’esotico,
fa un po’ giardino pensile.
E poi, per quanto vecchia,
non sono né spenta né in disuso
ma sono solo in pausa
per mettere a punto un incantesimo.
Butterò fuori, un giorno,
un fumo denso e grigio
che tutto avvolgerà per qualche tempo
e quando poi si sarà diradato
farà apparire un mondo trasformato:
i condomini alveari abbandonati dalle api
sciamate verso il bosco muro di alberi
che sarà al posto del giardino di plastica;
l’astronave un vascello
arenatosi nelle secche di una palude misteriosa;
grida di uccelli e versi tutto intorno
strani lampi, fuochi lontani nella notte,
e voi una nuova razza portentosa,
la pelle una corazza luminosa
di scaglie d’oro
che brillano nel buio.

Altre poesie da Fabbriche qui.

5 pensieri su “Teresa Zuccaro, “Fabbriche”, 2

  1. Complimenti per queste poesie, in cui la vita non rimane certo “impigliata”.
    Potere trasformativo della parola e dell’ispirazione, che suscita paesaggi, in luoghi impossibili.

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  2. Grazie a te, Teresa, per queste poesie: ci incantano come testi fantastici, finché arriva un certo particolare e ci accorgiamo che ci riguardano da vicino.

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  3. Pingback: Teresa Zuccaro, Tredici treni | perìgeion

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