“Incontri con la Liguria”

Testo di Marco Grassano

Alla memoria di Francesco Biamonti

La nitidezza del paesaggiola trasparenza, la profondità e il miracolo di quell’incontro dell’acqua, della pietra e della luce… ecco la sola conoscenza, la prima morale. Questa armonia non è illusoria. È reale, e davanti a lei sento la necessità della parola.
Andreï Makine

I fiumi sono strade che camminano.
Blaise Pascal

L’Aurelia attraversa la Liguria come uno zigzagante schidione. Può provocare inquietudine, incutere timore persino, con l’intensità del suo traffico, oppressivamente rumoroso di giorno e sciabolante di fari la notte. Era diverso, nell’infanzia, quando l’emozione della Riviera consisteva, per me, nell’odore della salsedine, in una fila di palme e in un inedito schieramento di negozi che esponevano canotti, remi, salvagente, pinne, sacchetti di conchiglie. Sulla spiaggia giacevano, leggermente obliqui, magnetici barconi neri listati di bianco.

Meglio, ora, osservarla dal sicuro promontorio di un borgo trincerato, saldamente commesso, fitto di case a gomitolo, di vicoli pedonali un po’ tenebrosi, anche di giorno, ma comunque rassicuranti come una fortezza e soffittati, tra una cimasa e l’altra, da una scriminatura di cielo smaltato.

Basta, poi, ascendere alla piazzetta superiore, o portarsi lungo i camminamenti più esterni, a ridosso del sassoso muro di cinta, per avere una luce intensa, radiosa, massiccia, come in un villaggio provenzale.

Cervo potrebbe essere Ménerbes, Saint-Rémy, Les Baux, ma ha, in più, quest’arteria fragorosa, che gli lambisce lo zoccolo come fa la maretta con lo scoglio.

Al Levante, dalla specola di qualche promontorio, si può vedere il riverbero rosso del sole calante spennellato sulla costa orientale, mentre, al largo, il mare si macula di aree vinose (osservato dalla scogliera, è ancora quello, schiumoso e bluastro, dell’Odissea).

In autunno, possono apparire, all’improvviso, squarci affocati di cielo puro tra nubi incandescenti, lagune di luce sul foglio spiegazzato dei flutti, un chiarore vischioso sulle rocce. Al tramonto, la marina prende colori di acquerello: un blando turchino con un solco rossastro al centro, fino alla striscia violetta dello sfondo.
In pieno giorno, il sole sull’acqua increspata è come un fuoco d’artificio continuo e abbagliante, che scoppietta visivamente – stereoscopico, simultaneo – nella propria scia, sempre più densa e accesa man mano che lo sguardo la segue verso il largo.

Vitree scintille bianche esplodono come istantanee Croci del Sud, accecanti (ma a volte paiono persino brunastre) sullo sfondo bluastro-grigiastro-verdastro-cupo della distesa liquida, marezzata di mobili gradazioni chiaroscure e di riflessi.
Col nuvolo, il mare diventa un piombo fuso sciabordante. Poi, tra il plumbeo del mare e il grigio del cielo, in lontananza, una sottile riga di luce viene a inserirsi. Più al largo ancora, dilaga il sereno.
Dopo cena, a fine primavera, se è calmo e riflette il rosa del tramonto, sembra spolverato di cipria. Gli orli leggeri delle increspature ne sono più carichi, mentre negli incavi indugia un azzurro delicato che si accosta al turchese.
Negli stessi giorni, il cielo ha il colore e la purezza dei fiori di rosmarino: al mattino, ovunque; poi, più che altro, verso nord.
Alla base della scogliera, sia verso il sole che dall’altro lato, l’acqua si muove a trattini luminosi – un luccichio – sopra il fondale scuro e opaco. Le lineette specchianti delle onde in movimento danno l’impressione di scorrere le une in direzione opposta alle altre, come treni che si incrocino. È l’effetto di Claude Monet, ma animato.Ma il mare è un flusso, un barbaglio, un’essenza: per questo è meglio frequentarlo quando c’è poca gente. Tutti i profumi, i colori, la luce delle alture che sovrastano l’Aurelia, le case in pietra dei borghi vecchi (che non a caso sorgono molto più su della spiaggia e della via, verso l’interno), con gli ulivi, la macchia mediterranea, gli sfumanti globuli gialli delle mimose, il chiarore, e l’equorea distesa in fondo, come in un dipinto impressionista… È proprio dalle terrazze di ulivi, con i muri a secco che ormai iniziano a franare, che si vede la marina di un meraviglioso verde argentato.
Sì, è preferibile osservare le acque dall’alto (dalla mezza costa dei pendii pieni di ulivi, appunto, o dai villaggi arroccati), mentre si riducono a un triangolo di luce o di lacca azzurra, ritagliato dalle diagonali dei versanti e dalla incombente cupola celeste. Qualche volta, la massa d’acqua è senza colore, o meglio, acquisisce lo stesso colore leggero, evanescente del cielo (un verdolino liquido sfatto nel bianco), e la nave che vi transita sembra sospesa sul vuoto, o nel nulla. Altre volte, l’orizzonte marino inizia a sciogliersi nell’aria, che lo assorbe lentamente. Meglio l’aridità densa, profumata e luminosa della macchia mediterranea che la più lussureggiante vegetazione di qualsiasi favoloso tropico.
Osservando gli ulivi, e pensando alle parole del biamontiano pittore Eugenio, avverto e capisco perché quel personaggio cercasse di riprodurre l’ombra delle loro foglie. La pittura e la storia dell’arte aiutano a percepire la realtà sotto profili più ricchi, e molteplici.L’Aurelia non raggiunge le Cinque Terre: la loro aspra inaccessibilità (superata agevolmente solo dalle lunghe gallerie ferroviarie, ove i treni comprimono l’aria in un curioso “effetto stantuffo”) la costringe a ripiegare all’interno, distante dai borghi affacciati – protesi, si potrebbe dire – sugli speroni di roccia. Corniglia, impregnata, nel ricordo, dagli odori della vinificazione, con graspi e vinacce spremute raccolti in cesti o altri contenitori; la sua via principale, via Fieschi, schiusa, alla fine, in un piccolo sagrato da cui si ammirano tramonti strepitosi, ricorda moltissimo l’Alfama di Lisbona. Vernazza, stretta tra l’acqua e il dirupo, con la chiesa in pietra grigia dai molteplici livelli e le bottegucce rannicchiate sotto i portici. Manarola, ritratta angosciosamente nei colori allucinati dei roghi che ossessionarono Renato Birolli.
I sentieri, qui, sono di roccia a picco sul mare, “aperti ai venti e all’onde” come i cimiteri liguri di Cardarelli. Rasentano vigneti scoscesi o ulivi a volte antichi e contorti. Offrono al sole cespi di liquirizia selvatica, il cui odore, quasi stordente, ricorda quello del mallo della noce. Una casamatta della Seconda Guerra Mondiale, appena prima di Monterosso, pare, vista da quest’altezza, la testa di un cetaceo.
Nel Ponente estremo, invece, l’arteria incontra il litorale e si fa opprimente di orribili palazzi da sviluppo insostenibile, intasata di veicoli e di insegne luminose. La sua pretesa mondanità vacanziera induce a deviare verso le piccole esistenze dell’interno, invita a scoprire il cielo, purpureo di tramonto, di Perinaldo, che si fa poi, calato il buio, probabilmente per effetto del vento che lo ha ripulito, di una trasparenza tale da evidenziare ogni singola stella in un pulviscolo sottile, minuzioso, punteggiato di astri più grandi e lucenti (ecco, forse, perché questa è terra di astronomi).
Quassù, la memoria dei vicoli odora di olive frante e di fuochi di legna; vi si affacciano gatti diffidenti o eccessivamente suscettibili; il silenzio finisce per imporsi, e i passi risuonano isolati sui lastrici notturni: colpi secchi tra le anguste pareti. Verso nord, si vede il lontano scheletro di luci di Bajardo; in basso a sinistra, la limpida, accogliente conca di Apricale, cui si accede per una carrozzabile esigua e malagevole che alterna, lungo i suoi meandri, luminose nuvole di ulivi a cupi castagneti. Il bar, affacciato a sud, in direzione del mare e dell’Aurelia invisibile, ospita, a volte, personaggi semplici, mesti, quasi malinconici, nel loro contrasto con lo sfarzo sterile, spesso scioccamente e pomposamente ostentato, della costa.
Ricordo, una sera, di avervi notato un uomo, di spalle, seduto a uno spoglio tavolino di legno sotto il televisore, che mangiava qualcosa, a capo chino. Aveva la giacca nera sporca di polvere: come una larga striscia, dalla scapola sinistra verso il collo. Cenava solitario, portandosi lentamente le posate alla bocca e masticando in silenzio, forse deluso dalle vicende del mondo, o magari semplicemente rassegnato alla vita. Mi sono sentito cogliere dalla tristezza e come da un senso di colpa per essere, in qualche modo, un turista privilegiato, mentre quel poveretto (chissà cosa faceva, e perché era lì…) consumava il suo desolante pasto. Ma, in quel momento, ho anche compreso il senso delle parole di Nico Orengo, quando ha sostenuto che il vero Biamonti era il campagnolo, coltissimo ma timido, che arrivava, come scusandosi, col basilico nella borsa, e non l’autore affermato, dalle tasche piene di ritagli con le recensioni dei propri libri.
Qui a Perinaldo, in fondo alla valle fasciata di ulivi, si scorge il mare. La brezza mattutina ne fa una piatta duna venata di piccoli flutti, di minuscole ondulazioni perpendicolari alla costa. Poi, il sole raggiunge il vertice e colma il lontano spazio liquido di un bagliore intollerabile allo sguardo, come la visione di Dio nel paradiso dantesco. Con l’avanzare del pomeriggio, sull’acqua rasa dal vento sbocciano, qua e là, i fiori di spuma dei marosi. Lame d’ombra, proiettate dalle nuvolette, tagliano il cielo verso terra.
A Rocchetta Nervina, invece, il mare non si vede, e l’Aurelia pare remota come un sogno. I colori, in questo primo tratto di Alpi Marittime, sono più monotoni che sull’Appennino, o sulle colline che, da esso, digradano verso la pianura padana. Prevale, su tutte le pendici attorno al paese, il grigio verdastro, o il verde grigiastro, degli ulivi, che vedono appiattito, dal compatto sole d’agosto, l’effetto di chiaroscuro da cui sono animati in altri momenti.
Dall’altura su cui sorge il cimitero, si può scrutare un po’ tutt’attorno. Gli ulivi arrivano al filo dei crinali, e si stampano contro il cielo. Per sopravvivere, c’era bisogno di utilizzare tutto lo spazio disponibile, ma doveva essere improbo, anche con le fasce e i gradini, arrampicarsi fin lassù. I tetti non sono di coppi, ma di embrici, o tegole marsigliesi: penso per rimanere meglio ancorati quando tira il vento. Ed è col vento, ecco, che gli ulivi tornano a prendere vita e a variegarsi di ombre e di luci (a imbiancarsi, aveva scritto Pound insediato a Rapallo: “and olive trees blown white in the wind”).
In borgate aeree come Grimaldi o Rollo, la marina sembra di poterla toccare: una tempera ancora umida, liscia, intensamente verdazzurra, un dilagare di zaffiro. Le case, incorniciate da rami d’ulivo, ricordano la Bordighera Vecchia di Monet. L’Aurelia si trova fuori visuale, stretta, schiacciata ai piedi della rupe.
La si veda o meno, però, essa continua a esistere e a pulsare, consentendoci di raggiungere, senza troppa fatica, tutti gli angoli che ci rallegrano gli occhi. Allo stesso modo dei fiumi, trasporta, da un luogo all’altro, storie, vite, emozioni, speranze, immagini, lasciandone le tracce ovunque si trovino porte e finestre aperte per accoglierle. Perché quel che fa – quel che deve fare – una strada è, soprattutto, comunicare

5 pensieri su ““Incontri con la Liguria”

  1. Où sont les neiges d’antan? Le 5 terre (molte delle quali toccate dalla SS1)sono diventate, ahimè, un inferno, una bolgia che non distingue tra estate e inverno, con torme di turisti assatanati (deutschland in primis) fai-da-te. Anche Montale oggi ne fuggirebbe inorridito. Bei tempi quelli in cui Boine scriveva della “Crisi degli olivi in Liguria”, perché si era agli inizi del tracollo del tipico paesaggio ligure. Adesso all’identità territoriale ligure è stato inferto il colpo di grazia, mentre a seguito della rapallizzazione degli anni Sessanta e al boom edilizio delle seconde case con il loro corredo kitsch di giardini disseminati di nanetti in ceramica e araucarie, l’ambiente naturale è andato rapidamente a ramengo. Oggi nei paesini delle Cinque Terre l’idioma non è più il geneovese, ma il milanese o il bergamasco, con corredo di english e deutsch.

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  2. Se non abitassi nella Liguria di ponente, mi precipiterei a visitare questi luoghi d’incanto così splendidamente descritti nella prosa poetica di Marco Grassano! Un affresco di colori, luci, suoni, poesia che invita il visitatore a camminare meditando per sentieri e strade di Liguria.
    Grazie.

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  3. Condivido, la prosa di Marco Grassano è evocativa delle sensazioni provenienti dagli ambienti. In questo, come anche Marino Magliani ed Elio Lanteri, si inserisce nella tradizione di cui Francesco Biamonti è forse l’interprete più noto, ma apportando, anche lui come loro, un elemento di novità e attualizzazione di un messaggio ambientale in sé eterno.

    Giovanni A.

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  4. Il Ponente estremo ligure l’ho conosciuto dapprima attraverso i libri di Biamonti, e poi, minuziosamente, dal vivo. É davvero uno dei luoghi che amo di più. Vorrei poter trascorrere in quella luminosità la parte finale della mia vita, se mi sarà dato. Vorrei che il mio “exitus” fosse come quello del Tonle di Rigoni Stern, sotto un ulivo, in un uliveto.
    Ho comunque disposto che, quando sarà il momento, le mie ceneri vengano disperse in parte sul nostro Appennino, in vista del monte Giarolo, e in parte lì. Rientrare nel ciclo della Natura in luoghi che si ama. Tutto qui.
    Grazie!
    Marco

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