Vivalascuola. Cervelli in fuga

Il Ministro Gelmini il 10/12/2009 ha dichiarato che: “La Finanziaria in discussione alla Camera contiene importanti interventi finanziari a favore della scuola, dell’università e della ricerca per l’anno 2010”. I 400 milioni per il fondo di finanziamento ordinario per le università e i 103 milioni per la gratuità dei libri di testo sono soldi che la finanziaria 2009 aveva stanziato e che inizialmente quella 2010 no. Li dobbiamo allo scudo fiscale, che quest’anno forse ci sarà, ma il prossimo di sicuro no. In ogni caso i 400 milioni per l’università non sono sufficienti, visto che in fase di assestamento di bilancio 2009 ne sono stati stanziati 280 in più.

Quando scegliere non è una scelta
di Eleonora Grespan

Grazie, professore!
Thank you, good night!”. chiudo la porta del taxi e mi dirigo correndo verso casa. È l’una di notte qui a Boston e fa decisamente freddo. Una folata di vento mi gela il naso mentre cerco con impazienza la chiave per entrare. Per fortuna c’è una splendida luna piena che illumina le strade, le case e soprattutto la mia borsa. Trovo la chiave ma prima di attraversare la porta mi volto un attimo e alzo gli occhi verso il cielo.

La luce della città non mi permette di vedere le stelle, ma la luna è lì a imbiancare questa notte di fine novembre e a farle compagnia c’è uno splendido Venere. Mi viene in mente un pomeriggio di maggio a Padova, lezione di Fisica Matematica tenuta dal professor Benettin, meraviglioso docente innamorato della matematica, innamorato della musica, innamorato di astrofisica e senza dubbio innamorato della vita. “Ragazzi passate un buon week end” ci dice, “e dopo il tramonto, se siete in giro, camminando per la strada, alzate gli occhi al cielo e guardate quanto meraviglioso è Venere in questi giorni”.

Grazie professore, non avevo mai notato quanto fosse bello, davvero.

Ho 24 anni e sono all’ultimo anno di Bioingegneria
Chiudo la porta dietro di me e ora sono dentro la mia casetta di Boston, al calduccio. Penso a casa. Sono le 7 di mattina lì, mia madre e mio padre si staranno alzando per prepararsi prima di andare al lavoro, magari si affacceranno alla finestra e anche loro vedranno Venere, a migliaia di km di distanza saremo illuminati dalla stessa luce.

Sono qui da poco più di 3 mesi e non è molto, lo so. Sicuramente non è abbastanza per poter dire di conoscere una città, non è niente per poter dire di conoscere una Nazione. Ma in questi mesi è come se la mia vita fosse andata a 100 all’ora e in un periodo così breve posso dire di avere avuto la possibilità di confrontarmi con diversi pregi e difetti di un Paese lontano un Oceano dalla mia tanto amata e al contempo odiata Italia.

Ho 24 anni e sono all’ultimo anno di Bioingegneria presso l’Università di Padova. Gli anni passati all’Università sono stati anni indimenticabili, in cui non sono mancati i momenti meravigliosi e i momenti di sconforto. Impossibile scordare i pomeriggi passati a studiare con le amiche, lamentandosi del libro da 250 pagine da dover imparare, chiedendoci come faremo mai a passare i prossimi esami e consolandoci del nostro sfortunato destino con una cioccolata calda. Impossibile scordare quel maledetto esame di Informatica 1 che mi ha fatto perdere 5 kg in 4 mesi, meglio di una clinica estetica.

Nelle Università italiane si impara l’arte di sopravvivere
La verità è che c’è poco da fare, Ingegneria a Padova è una cosa seria.

Nonostante io abbia avuto la sfortuna di capitare in un periodo in cui i corsi, anziché essere organizzati in semestri, erano organizzati in trimestri, e questo significa che i professori dovevano correre come saette per coprire tutto il programma, era difficilissimo organizzarsi in modo da stare al passo con lo studio e spesso è stato necessario saltare alcuni argomenti, posso dire di aver ricevuto una preparazione forte sulle materie di base come matematica, fisica e molti altri corsi teorici. Inoltre fin dalla prima settimana di Università, in Italia vieni subito responsabilizzato, nel senso che ti devi arrangiare al 100%, ti devi saper organizzare in modo da stare al passo con le lezioni e non c’è nessuno che ti insegna come fare, o che ti tiene per manina e ti dice ‘fai questo per domani’ ‘fai quello per dopodomani’. Umberto Eco ha detto che nelle Università italiane si impara l’arte di sopravvivere, ed è proprio così. All’inizio è un po’ traumatico, ma una volta capito il sistema ti senti adulto e responsabilizzato.

Qui negli USA è diverso
Qui negli USA è diverso. Le classi sono al massimo da 25 persone, ci sono gli ‘homework’, cioè veri e propri compiti per casa da fare, articoli da leggere e riassunti accompagnati da commenti personali da scrivere. Non puoi MAI prendertela comoda, devi sempre stare al passo, ma hai il professore che ti dice esattamente cosa devi fare e per quando lo devi consegnare perciò da questo punto di vista è tutto più semplice. Non passare un esame è davvero molto molto molto difficile. E allora? L’Università italiana è migliore di quella americana? Dipende.

Sicuramente le basi teoriche che si apprendono in Italia sono molto più vaste di quelle che si insegnano negli Stati Uniti. Il problema è che spesso, anche nei 2 anni di specialistica che dovrebbero essere mirati a professionalizzare, nelle Università italiane si continua ad insegnare teoria, teoria e teoria. Ci sono ovviamente alcune eccezioni, alcuni corsi molto più pratici e che ti permettono di imparare a FARE qualcosa, ma sono la minoranza e tra l’atro spesso non sono compresi tra i corsi obbligatori.

Nell’Università italiana devi proprio imparare ad organizzarti da solo
Un problema dell’Università italiana è proprio che devi imparare ad organizzarti da solo. Questo significa che se sei una persona responsabile e motivata ti dai da fare e cerchi di non metterci 10 anni per ottenere una laurea, ma se sei un po’ pigro, o svogliato o annoiato è facilissimo ritrovarsi con 15 esami indietro. E così, mentre nel resto d’Europa e del mondo i giovani a 23, massimo 24 anni sono già con il loro bel pezzo di carta in mano, pronti ad entrare nel mondo del lavoro, qui in Italia sei bravo se ti laurei a 25-26 anni.

E una volta laureato? Uno può pensare di essere finalmente sistemato, che dopo anni e anni di agonia, di giornate spese sopra i libri, esami fatti e rifatti, decine di calcoli per cercare di mantenere una media decente, è giunta l’ora di lavorare, produrre, fare davvero qualcosa, avere qualcuno che chiede la TUA opinione ed essere pagato per questo. Ed è proprio qui che casca il palco. Far laureare uno studente è una spesa considerevole per la società, ma dovrebbe essere un investimento sul futuro. È così qui negli Stati Uniti, come in Francia, Germania, Gran Bretagna e anche in Spagna.

Come si fa a pagare meno di 900 euro al mese un ricercatore?
Ma in Italia si spende poco più dell’1% del Pil in ricerca e innovazione, per non parlare del fatto che molto spesso le aziende preferiscono assumere diplomati che laureati, perché costano meno.
E così molti giovani capaci, preparati, dinamici e intelligenti, che potrebbero fare un gran bene all’Italia, si trovano spesso costretti a cercare all’estero quelle opportunità che il nostro Paese non offre. Perché se uno ha studiato per anni e sa di avere voglia di darsi da fare e di avere delle capacità, cerca un lavoro che lo faccia sentire realizzato e che gli permetta di vivere senza dover dipendere dai genitori fino ai 30 anni.

Io mi chiedo come si fa a pagare meno di 900 euro al mese un ricercatore che, almeno nel campo scientifico, per ottenere la borsa deve laurearsi con un voto di laurea superiore al 105, fare un esame di Inglese e Matematica decisamente complicato chiamato GRE, preparare un progetto di ricerca, aver pubblicato prima della laurea, sostenere un altro esame, insomma essere uno degli studenti più competenti e validi che ci siano? Siamo in un Paese in cui una delle poche ma fondamentali risorse che abbiamo sono proprio le idee, la genialità, l’intuizione. Questa è la nostra forza e il nostro UNICO mezzo per poter pensare di competere con le altre nazioni europee e con il mondo. E cosa facciamo? Permettiamo che un sacco di giovani se ne vadano. Perché basta attraversare le Alpi per respirare la differenza. Il fatto è che non ci sarebbe niente di male se noi giovani andassimo a farci le nostre esperienze all’estero per qualche anno e poi avessimo la possibilità di trovare in Italia quello che ci viene offerto negli altri Paesi. Invece la differenza è abissale.

Alla faccia dell’innovazione
Nel mio caso, per esempio, dopo un paio di mesi che lavoro come ricercatrice volontaria in un laboratorio presso il Medical Campus di Boston, il professore che dirige il laboratorio mi ha chiesto se sono interessata a tornare l’anno prossimo per fare 3 anni di dottorato di ricerca lì. Vi assicuro che per me, che studio Bioingegneria, avere l’opportunità di lavorare in laboratori, con mezzi, risorse, progetti di ricerca che in Italia solo mi sognerei, non è cosa da poco.

Però provo una grande rabbia. Provo rabbia perché, mentre un numero sempre maggiore di giovani sgattaiolano via a cercare le occasioni che da noi non si possono avere, il numero di ricercatori stranieri che lavorano in Italia è bassissimo, i vari governi rimandano sempre il problema come se fosse una cosa da poco, e la massima attrazione italiana per gli stranieri continua ad essere il Colosseo, che del resto ha solo qualche migliaio di anni. Alla faccia dell’innovazione.
Provo rabbia perché lo so che una gran parte dei giovani che ricercano o lavorano all’estero tornerebbero in Italia, se le condizioni di vita fossero diverse.

Provo rabbia perché quando si parla di fuga dei cervelli, di pochi investimenti nell’ambito della ricerca scientifica, di poca attenzione ai giovani, sembra sempre che sia un problema da poco. Non investire sul futuro è come iniziare a scavare la propria fossa.

Provo rabbia perché l’Italia è un Paese in cui la qualità della vita è molto alta e c’è ancora in media un forte legame affettivo con la propria famiglia, con i propri amici e a ben pochi piace l’idea di costruirsi una vita a migliaia di km dalle persone che si amano, quasi sempre in un posto in cui piove sempre o fa freddissimo e il piatto tipico è a base di patatine fritte.

Perché devo scegliere?
Provo rabbia perché adesso sono io di fronte al bivio. Da una parte poter ricercare davvero, come si deve, essendo pagata e apprezzata per il lavoro che faccio. Dall’altra il calore e le piccole cose che già mi mancano dopo soli tre mesi, la paura di farmi trasformare da questa società americana, la paura di non tornare più indietro dove ci sono le sole persone che amo veramente. Ma perché DEVO scegliere?

Attraverso il salotto silenziosamente, non voglio svegliare Sara, la mia coinquilina, mi rendo conto che ho un sonno pazzesco e non vedo l’ora di essere rannicchiata sotto le coperte. So già che mi addormenterò come un sasso in un secondo, lasciando da parte i miei 1000 pensieri…almeno per qualche ora. Sto per entrare in camera quando sento un rumore, mi volto ed è lei, mi sorride e mi dice “Ho fatto un po’ di tè in più, se ne vuoi è già pronto, in cucina. Good Night”. La guardo mentre torna in camera sua e sorrido, è la tipica americana che vive di pop corn, patatine e telefilm. Cenare assieme non è concepito. Ma è superattiva, intraprendente, competitiva. Prima che chiuda la porta le rispondo “Thank you. Good night”.

* * *

Motivazioni dei ricercatori che hanno lasciato l’Italia

Motivi per lasciare l’Italia
59,8 scarse risorse disponibili per le attività di ricerca
56,6 condizioni economiche migliori
52,1 prospettive di un più rapido sviluppo di carriera
26,1 possibilità di svolgere attività di ricerca non coltivate in Italia

Motivi per non tornare
23,3 eccessiva burocratizzazione della ricerca
14,0 carenza di tecnologie e laboratori
14,0 motivi personali e familiari
14,0 chiusura del mondo universitario, assenza di posti adeguati
11,0 incertezza di carriera

Suggerimenti per arginare la fuga dei cervelli
61,9 incrementare la spesa per la ricerca
42,4 istituire centri di eccellenza
42,1 maggiore autonomia delle università su reclutamento, stipendi e rapporti con le imprese
Fonte: adattato da CENSIS [2002]

* * *

A partire sono soprattutto studenti del Sud Italia

Partono per studiare altrove con la speranza di trovare lavoro. Quasi sempre ci riescono e non tornano più in Italia. Sono i giovani studenti universitari e i ricercatori del Belpaese che, disillusi e stanchi delle scarse possibilità in terra patria decidono di partire.

A fotografarli è il rapporto Svimez 2009 che ha analizzato la composizione di questa massa silenziosa che decide di emigrare per cercare fortuna altrove. E nel 50% dei casi, secondo il rapporto, si trova bene e non considera la possibilità di tornare in Italia.

A partire, per il rapporto Svimez 2009 sono soprattutto studenti del Sud Italia: tra il 1997 e il 1998 700 mila residenti hanno lasciato il Mezzogiorno, e l’87% di questi si è spostato da Campania (25 mila), Puglia (12,2 mila) e Sicilia (11,6 mila).

A tre anni dal conseguimento del diploma, il 27% dei laureati meridionali lavora in un’altra area.

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Realtà e retorica del brain drain in Italia
di Lorenzo Beltrame

La direzione dei flussi

I dati disponibili sulle direzioni dei flussi [OECD 2005] indicano alcuni fenomeni: (a) l’alta capacità attrattiva degli Stati Uniti, che attirano il 42,4% dei flussi di lavoratori altamente qualificati verso i paesi OECD; (b) un forte interscambio tra paesi di lingua inglese (Stati Uniti, Canada, Australia, Gran Bretagna) e (c) l’esistenza di flussi diretti da paesi che un tempo erano colonie verso le capitali dei rispettivi imperi coloniali (per cui gli africani tendono a dirigersi prevalentemente verso Francia, Belgio e Portogallo, i sud americani verso la Spagna). In particolare, il fatto che in molti
paesi in via di sviluppo la lingua dell’insegnamento universitario sia quella degli ex-imperi coloniali tende a spiegare queste preferenze, nonostante intervengano altri fattori come la presenza di accordi bilaterali. Infine, per quanto riguarda lo studio dei moti che rimangono all’interno delle regioni si deve constatare che i dati disponibili non consentono di quantificare questi flussi se non per l’Europa occidentale e il Nord America.

Il limite delle politiche governative
Il limite principale di queste politiche è stato quello di non essere coordinate tra loro e appoggiate da programmi di sviluppo della ricerca scientifica, di promozione di centri di eccellenza e cluster industriali. In altre parole, di essere state una risposta all’allarme pubblico e non ai suggerimenti degli stessi ricercatori, o alle riflessioni della sociologia delle migrazioni (scientifiche), della nuova geografia economica, dell’economia della conoscenza e della sociologia della scienza. Questo fallimento dimostra non solo l’importanza dell’intervento politico per la gestione dei flussi, ma anche la fecondità di un approccio interdisciplinare per studiare e (quindi) per agire sul fenomeno.
(vedi qui)

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I brevetti prodotti in Italia 1/40 della media europea: sarà un caso?

Rispetto al numero di brevetti prodotto dalla media dei paesi europei, quelli prodotti in Italia sono solo un quarantesimo, dice l’Oecd nella sua Economic surveys: Italy del 2009. Ciò suggerisce che la produzione in Italia è a bassa tecnologia, e quindi particolarmente esposta alla concorrenza di paesi emergenti. Per creare più imprese ad alta tecnologia occorre migliorare le università, agevolare il collegamento fra queste e il mondo produttivo, oltre a incentivare il venture capital e l’investimento di capitali esteri.

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Mobilità studenti stranieri, Rapporto Ocse 2009

È out l’Università italiana per gli studenti stranieri: secondo l’ultimo rapporto Ocse “Education at a Glance” gli atenei del Belpaese si confermano poco amati dagli studenti stranieri internazionali: solo l’1,9% di coloro che vanno a studiare all’estero (3 milioni di ragazzi circa nel mondo) si dirige verso il nostro paese.

Le Università preferite si confermano quelle degli States: il 19,7% degli studenti sceglie infatti gli Stati Uniti. Secondo in classifica il Regno Unito (11,6%), seguito dalla Germania (8,6%), dalla Francia (8,2%), dall’Australia (7%), dal Canada (4,4%) e dal Giappone (4,2%).

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Una lettera di Pier Luigi Celli che ha fatto molto discutere.

Una lettera di sedici giovani italiani costretti a scegliere di andare a lavorare all’estero al Presidente della Repubblica: “Illustrissimo presidente, negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani italiani sono emigrati all’estero, per fuggire dal paese più immobile d’Europa. Un concentrato di immeritocrazia, nepotismo e gerontocrazia che ha pochi pari nel nostro Continente”.

Un blog di cervelli in fuga.

Una puntata di vivalascuola su università e ricerca.

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Un appello di docenti per la scuola pubblica.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

Un pensiero su “Vivalascuola. Cervelli in fuga

  1. E come non essere d’accordo questa volta? Posso solo aggiungere una considerazione: Eleonora, rimani dove sei e torna in Italia per le vacanze. Io ho commesso, 20 e rotti anni fa, l’errore di tornare ed è stato drammatico ritrovarmi a litigare con baroni ignoranti e industrie asfittiche che fanno ricerca… per la suola della scarpa che respira. Non vale la pena. Solo… scegli con cura quelli per cui lavorare. Nessuno regala nulla.

    Blackjack.

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