“Digestione del personale” – Intervista a Paolo Cacciolati

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Paolo Cacciolati è l’autore di “Digestione del personale”, un romanzo – edito da TEA – che unisce ai vari attimi di una vicenda criminosa i ricordi di vita aziendale di un ‘formatore’ del personale, Marco Michichi, un personaggio che fa strada con un atteggiamento competitivo, che lo porta però anche a truffare gli stessi dirigenti d’impresa che gli danno lavoro. E che vive la sua vita personale soffocato dalla stessa aridità in cui si è autoconfinato, o comunque si è lasciato confinare.

Lo stile ironico e brillante di Cacciolati non impedisce, anzi sollecita l’emergere di tante domande, in relazione al tipo di società di cui le realtà di tante aziende sono lo specchio.

Qui proviamo ad affrontarne alcune insieme a lui.

Il tuo libro “Digestione del personale” fotografa una realtà vera, anche se triste: quella di un sistema produttivo dove l’inganno e la competizione vengono eretti a valori. Quanto credi che sia diffusa, questa situazione, nel mondo di oggi?

Il mio libro è un romanzo e, almeno nelle mie intenzioni, non fotografa una realtà, piuttosto la reinventa, anche se parte da situazioni reali. Io mi metto dalla parte di chi attribuisce alla narrativa una funzione di imitazione, non di riproduzione della realtà. Ribadisco questa funzione mimetica proprio perché è un fattore che, secondo me, può conferire più efficacia al testo.

“Digestione del personale” non è un saggio, non ha tesi da dimostrare, e proprio per questo, avendo le ‘mani libere’, ha più possibilità di impugnare quell’ascia di cui diceva Kafka, quell’ascia in grado di spaccare il ghiaccio dentro di noi.

Ciò premesso, per suggerire qualcosa sul sistema produttivo di oggi, io parto dall’individuo. Mi interessa mettere in scena i meccanismi che portano gli individui all’inferno, partendo dalle migliori intenzioni, evidenziando nel mondo del lavoro alcuni aspetti come quelli della smania di crescere, crescere e ancora crescere e primeggiare sugli altri.

Certo, nel testo lascio filtrare qualche idea sulla direzione da cui può provenire questa pressione deleteria. Alcuni suggerimenti sono celati, altri più evidenti, come nella scena in cui tocco il mondo della comunicazione televisiva, descrivendo le finte truffe organizzate dall’immaginaria trasmissione “Svela la bufala”. Poi ci sono i messaggi che passano nei corsi di formazione che descrivo: replicano concetti che trovano continue assonanze nei media, come l’idea per cui ciò che è privato è bello comunque, e quel che conta è la realizzazione personale dell’individuo, in modo del tutto slegato da una contesto di crescita collettiva.

La cosa che più angoscia è pensare a questi corsi di formazione del personale, in cui la gente viene ‘pompata’ per entusiasmarsi davanti a prospettive aride come il ‘dover vendere sempre di più’. Quanto di tutto ciò, secondo te, dipende dalla crisi economica, e quanto dall’impoverimento spirituale della nostra società?

Leader di te stesso, è uno degli slogan più usati in queste sessioni di pseudo-formazione. La dice lunga, no? Nella maggior parte dei casi, secondo me, si tratta di pure perdite di tempo, utili solo a gonfiare il portafogli del c.d. ‘formatore’. In realtà nascondono scenari a dir poco inquietanti. Sembrano alimentare un sistema dove ci vorrebbero solo autocentrati su noi stessi, sul nostro sviluppo individuale, a realizzare un modello di ‘utilizzatori finali’ di cose (e persone), comprando e utilizzando ciò che ci serve, senza più chiederci il senso di ciò che facciamo.

Quanto alla crisi, certamente, come sempre, si scarica totalmente sulle spalle dei più deboli. Licenziamenti tanti, cadute degli ‘dei’ pochine. Paradossalmente, qualcuno dice che è stata troppo breve. In effetti, con un adeguato sistema di welfare, non sarebbe male che la crisi durasse parecchi anni, in modo da ridimensionare i consumi inutili e tutto ciò che li alimenta, e soprattutto per (metaforicamente parlando) tenere a lungo sotto il pelo dell’acqua le teste dei banchieri che usano i depositi per i propri interessi, quelle dei finanzieri con i soldi delle camorre, quelle degli industriali dall’utile privato e dal debito pubblico, e quelle di tutti i professionisti dell’inciucio che manovrano la gran parte delle leve dell’economia, non solo in Italia.

Quanto all’impoverimento spirituale, mi destreggio male con le categorie filosofiche, ma parlerei più di impoverimento etico, conseguenza, anche, di quella sciagurata mania di cambiare tutto continuamente, per cambiare niente realmente. Questo impoverimento è dovuto anche all’ansia di velocizzare (e rendere più superficiali) le prestazioni lavorative e professionali.

Ho cercato di trasmettere nel mio libro quest’ansia che permea i protagonisti, trasformati in marionette che devono correre sempre più velocemente, come pronipoti in giacca e cravatta del Chaplin di “Tempi Moderni”. Una cartina di tornasole di questo degrado, che verifico nel lavoro di tutti i giorni, è il decadere dell’azione sindacale, che da tutela di esigenze collettive a mio parere sopravvive solo come difesa di istanze legali individuali.

– Tu hai il pregio di affrontare una simile realtà con l’arma dell’ironia, che si manifesta nelle ‘macchiette aziendali’ protagoniste del racconto. E’ una scelta ‘di difesa’, nel senso di sdrammatizzare quello che ormai non è più recuperabile, o il frutto di un residuo brandello di umanità, da cui forse si può ripartire per un ritorno a un rapporto più equilibrato e umano con il lavoro?

Sarebbe facile citare il tema della leggerezza, tanto caro a Calvino. In realtà il tono della narrazione mi è scivolato spontaneamente sul grottesco, non so se sul comico – comico mi pare una parola da maneggiare con molta cura, può suscitare molti equivoci, e dovrebbe essere un territorio riservato ai professionisti della materia.

Mario Baudino, dalle colonne de “La Stampa”, ha definito “Digestione del personale” un thriller comico e sarcastico. Thriller, giallo – sia pure con le coloriture ’sociali’ oggi tanto in voga – non è proprio il modello che avevo in mente quando ho scritto il romanzo. Vero che si presentano due morti ammazzati e che il protagonista ha a che fare con entrambi. Però quello che manca è un’investigazione condotta secondo i dettami tradizionali, anzi spesso quest’investigazione nel romanzo viene proprio meno.

Il comico appartiene al genere della commedia, e usualmente la commedia è classificata come ciò che è medio tra tragedia ed elegia. Piuttosto, in “Digestione del personale” penso che emerga una commistione di generi. E poi al mio romanzo manca un elemento fondamentale per la commedia; non posso svelarlo, ma, insomma, è facilmente intuibile.

Delle due soluzioni che ipotizzi, credo di avvicinarmi di più alla prima, almeno nel romanzo, dove non è che conceda molto spazio a possibili ritorni a situazioni più equilibrate. Nella vita quotidiana sono un po’ più possibilista. Mi illudo ancora che un piccolo gesto quotidiano possa generare un effetto-catena.

– Dietro a tutti i ricordi del grintoso protagonista, Marco Michichi, c’è una sorta di ‘giallo’, filo conduttore tra i vari capitoli del libro. Con questo elemento hai voluto introdurre un germe di ribellione, oppure una reazione ‘animale’ alla solitudine, che pare essere il vero minimo (o magari ‘massimo’) comun denominatore di queste grigie esistenze iperaziendalizzate?

Per i riferimenti al ‘giallo’ vale ciò ho detto prima. Quanto al protagonista, Mirco Michichi è un campione di quello che definirei ‘gianismo’, ovvero del vivere con una doppia morale e una doppia faccia. Nel romanzo ciò accade al protagonista a livello professionale, dove su un curriculum irreprensibile e di frequentazioni di ‘alto’ livello si sovrappone una pratica di truffe ai danni dei propri clienti. E accade anche nei suoi scampoli di vita relazionale, dove accosta a rapporti superficiali e insoddisfacenti con l’altro sesso una ricerca compulsiva delle frequentatrici dei bordi delle provinciali, quelle che lui chiama Lestrigoni, con le quali peraltro non riesce manco a concludere un rapporto.

Tengo a precisare che questo non è un instant book, che magari rifà il verso a certe situazioni venute ultimamente alla ribalta delle cronache. Ho ultimato il romanzo più di due anni fa, è che forse in questi ultimi due anni questa tendenza diffusa al gianismo è esplosa in casi eclatanti.

Non intendo fare un discorso moralista, anzi, quello che trovo più sconcertante è che, anche dopo che si sia svelata la doppia faccia e il latte sia stato versato fino all’ultima goccia, nessuno dei protagonisti di questo gianismo abbia la voglia di rivendicare, o perlomeno di riconoscere apertamente come un atto di libertà, i propri comportamenti classificabili come ‘trasgressivi’, almeno rispetto all’immagine ‘istituzionale’. No, invece bisogna sempre negare, anche di fronte all’evidenza. Peggio ancora quando si entra nel campo delle trasgressioni all’etica del lavoro, o degli affari. Ho sentito, ancora recentemente, un ex grande imprenditore, alla sbarra per cosucce tipo aver frodato migliaia di risparmiatori, negare l’evidenza: lui non c’era, e se c’era era voltato dall’altra parte.

12 pensieri su ““Digestione del personale” – Intervista a Paolo Cacciolati

  1. Bella intervista!

    Credo che l’ “aziendalizzazione” della vita quotidiana, sia una sorta di traduzione imprenditoriale, privata, individualistica, e quindi paradossale, della “bio-politica” di cui parlava Foucault. Il parallelo è impreciso, ma rende l’idea di come, a monte di tutto, anche la politica tenda a diventare una questione aziendale, fino a imitarne le istanze di controllo. Su questi temi, direi che ha scritto delle pagine azzeccate la filosofa Michela Marzano.

    Ciao!

    Andrea.

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  2. Grazie, Andrea, per il tuo contributo. A me viene in mente il “Grande Fratello” del “1984” di Orwell. Ormai la nostra è una società che, a livello aziendale ma non solo, è “grandefratellizzata”, e il riferimento al noto reality show è in realtà solo marginale. Sta a noi trovare il nostro riscatto nella riscoperta della nostra più autentica emotività, coltivando una vita interiore libera, che gemmi direttamente dal cuore. Al di fuori, i riferimenti che possiamo trovare sono al 99% regole e maschere sociali, che alimentano le nostre scissioni di fondo. Su cui il sistema economico fa leva per tenerci assoggettati.

    Giovanni A.

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  3. ” Estensione del dominio della manipolazione” Michela Marzano
    edizione mondadori
    Consigliato.

    “Quanto all’impoverimento spirituale, mi destreggio male con le categorie filosofiche, ma parlerei più di impoverimento etico, conseguenza, anche, di quella sciagurata mania di cambiare tutto continuamente, per cambiare niente realmente. Questo impoverimento è dovuto anche all’ansia di velocizzare (e rendere più superficiali) le prestazioni lavorative e professionali.”

    Il mondo del lavoro è anche peggio ormai.
    Sembra di alzarsi il mattino e di andare in guerra.

    Grazie a voi del post molto interessante.

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  4. Ciao Paolo, leggo solo ora la tua domanda, comunque il testo è quello gentilmente citato da Nadia, che saluto.

    Tra l’altro, nel titolo quel libro cita il romanzo “Estensione del dominio della lotta” di Houellebecq.

    Ci sono dei punti comuni, secondo me, tra la “Digestione” e l'”Estensione” di Houellebecq, ma anche una profonda differenza, soprattutto nello stile narrativo: l’ironia di Paolo VS il depressivismo del francese.

    Buona notte!

    Andrea.

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  5. @Nadia
    Grazie per la citazione del libro della Marzano, sembra molto interessante

    @Ramona
    che succede? non ti ho mai visto usare due superlativi in una riga… ;-))
    aspetto, aspetto, curiosissimo delle tue impressioni

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  6. Andrea, mi imbarazzi, penso che l’Estensione del dominio della lotta sia uno tra i romanzi più efficaci nel descrivere l’umanità di questo inizio di terzo millennio, non a caso è uscito in Italia nel 2000, anno in cui l’ho letto e riletto. Facile definirlo il capolavoro di Houellebecq, peccato che le le opere successive non siano all’altezza di quello, se non forse la similbiografia di H.P. Lovecraft, Contro il mondo, contro la vita. Pure questa, da leggere e rileggere.
    ciao!
    p.

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  7. Pingback: Dibattito televisivo con Paolo Cacciolati « Giovanni Agnoloni – Writing and Travelling

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