La gioia non è mai una notizia.

Passiamo tutta la vita a ricercare quei momenti – quanti sono, due, tre, quattro, in una intera vita ? – nei quali sentiamo che il mondo si ferma.  Noi ci fermiamo al centro, e noi siamo al centro.  Una specie di lenta benedizione scende su di noi.  Ogni nostra percezione appare amplificata, e non ci sentiamo più divisi.  In quei rari momenti non c’è più il me che vive e il me che mi guarda vivere.  Sono soltanto io, al centro dell’universo.

E’ un momento rapido e sfuggente, in cui è come se avessimo percezione di un oltre.  Di qualcosa oltre l’apparenza, che ci osserva e ci contiene.  Dura poco. E più lo cerchiamo con volontà, più non ritorna.

Accade spesso per motivi oscuri o incomprensibili, banali. E’ uno sguardo di una persona amata, una luce radente, un soffio di vento sulle ciglia, un benessere immotivato che ci riempie di vita.

La gioia non è mai una notizia.

E’ brina che si posa sul cuore.  E sul cuore rimane, come memoria di una meraviglia possibile.   La nascondiamo, la teniamo per noi, la conserviamo per gli inverni più duri.

Ogni tanto riemerge, senza che la chiamiamo. Torna a farci visita, improvvisa, e di nuovo la stessa onda ci sommerge.

Non sappiamo da dove è arrivata e perché. E se la meritiamo. Ma sembra volerci dire che  il punto dove arriveremo è lo stesso da cui siamo partiti e che conosceremo finalmente per la prima volta.

Fabrizio Falconi

10 pensieri su “La gioia non è mai una notizia.

  1. Però assomigliano in maniera sospetta ad esperienze meno esaltabili, scriveva William James, cent’anni fa:

    “Il passo successivo nel mondo degli stati mistici ci porta in un regno che l’opinione pubblica e la filosofia etica hanno da lungo tempo bollato come patologico, sebbene la pratica privata e alcuni generi lirici sembrino confermarne la validità. Mi riferisco allo stato di coscienza prodotto dagli inebrianti e dagli anestetizzanti, e specialmente dall’alcol. L’influenza dell’alcol sul genere umano è indiscutibilmente dovuta al suo potere di stimolare le facoltà mistiche della natura umana, generalmente piegata al suolo dalla fredda realtà e dall’arido criticismo dei momenti sobri. La sobrietà sminuisce, discrimina e nega; l’ebbrezza espande, sintetizza e afferma. Nell’uomo, infatti, essa è il gran sacerdote della funzione “Sì”: porta il devoto dalla gelida periferia delle cose al loro nucleo radiante; lo rende per un momento tutt’uno con la verità. Non è per mera perversità che gli uomini la perseguono. Per il povero e l’ignorante, infatti, l’ebbrezza occupa il posto dei concerti sinfonici e della letteratura; il fatto che le tracce e i bagliori di ciò che immediatamente riconosciamo come eccellente debbano essere concessi a tanti di noi solo nelle prime, fuggevoli fasi di ciò che, nell’insieme, è un avvelenamento tanto degradante, ebbene, questo fatto resta parte del più profondo mistero della vita. [..] A chi li inala [etere o protossido d’azoto] sembra rivelarsi una profondità più profonda del vero. Ma questo vero impallidisce o sfugge al momento di essere raggiunto.”

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  2. Una “esperienza culmine” indica momenti precisi della tua vita in cui sperimenti una relazione con l’armonia dell’essere.

    Ecco una “esperienza culmine” di tipo fisico:

    Quando gareggiavo alla Columbia, ho corso un paio di gare davvero bellissime. Durante la seconda, sapevo che avrei vinto anche se non avevo nessuna buona ragione per crederlo, dato che, quando mi passarono il testimone, il corridore che guidava la gara era trenta iarde davanti a me. Ma io lo sapevo che avrei vinto, ed è stata la mia “esperienza culmine”. Nessuno poteva battermi quel giorno. Essere in piena forma e averne perfetta coscienza. Credo di non essere mai stato così capace nel mio lavoro come quando corsi quelle due gare: fu l’esperienza di essere al mio meglio e di fare un ottimo lavoro.
    JOSEPH CAMPBELL

    E poi ci sono le “esperienze culmine” di tipo estetico. A me vengono in mente Le Epifanie di James Joyce, anche se Joseph Campbell dice che sono qualcosa di diverso:

    La formula joyciana di esperienza estetica non ti spinge a voler possedere l’oggetto. Un’opera d’arte che ti spinge al possesso dell’oggetto, Joyce la chiama pornografia. L’esperienza estetica non deve nemmeno spingerti a criticare o a rifiutare l’oggetto: lui chiama quest’arte didattica, o critica sociale. L’esperienza estetica consiste in una semplice contemplazione dell’oggetto. Joyce dice che in un’esperienza estetica tu metti una cornice attorno all’oggetto e lo vedi dapprima come una cosa singola e che, vedendolo come una cosa singola, divieni cosciente della relazione tra le parti, tra una parte e il tutto, e tra il tutto e ogni parte. Questo è il fattore essenziale, estetico: il ritmo, il ritmo armonioso delle relazioni. Quando un artista riesce a far risuonare un ritmo felice, farai esperienza della radiosità. Sei sospeso a un livello estetico. E’ l’epifania. Ed è ciò che in termini religiosi potrebbe essere pensato come l’avvento del principio-di-Cristo-che-pervade-tutte-le-cose.
    JOSEPH CAMPBELL

    EPIFANIA NUMERO 5
    JAMES JOYCE
    [Dublino: alla Testa di Cervo in Dame Lane]

    O’MAHONY – E lì da voi c’è quel pretino che scrive poesie – padre Russell?
    JOYCE – Ah sì… mi hanno detto che fa dei versi.
    O’MAHONY – (con un sorriso d’intesa)… Già, fa i versi… è la definizione giusta…

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  3. E la lenta benedizione di Eliot, espressa in immortali parole, dove la mettiamo?
    “And the end of all our exploring
    Will be to arrive where we started
    And know the place for the first time.”
    Un caro saluto,
    Roberto

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  4. Roberto, l’ultima riga del mio post era infatti una evidente citazione eliotiana.
    Volevo vedere quanti minuti sarebbero passati prima che gli ‘spiritopoetici’ se ne fossero accorti.
    🙂
    Grazie davvero.
    Rispondo poi con calma anche agli altri.
    F.

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  5. che bello Fabrizio , davvero la gioia sono attimi cosi sfuggenti che non fanno in tempo a fare notizia,oppure li si vuole tenere nel silenzio.

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  6. Grazie, Sparz.

    Sì, Elio, ci somigliano: l’unica differenza è che queste non hanno bisogno di artifici, esistono già dentro di noi.

    Lorepat: grazie per Campbell e per Joyce. In effetti la lettura di Joyce (soprattutto del Ritratto dell’artista) mi procurò all’epoca sensazioni molto vicine a quelle che ho descritto nel post.

    Grazie, Bcjs !

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  7. Carissimo Fabrizio, un video davvero magnifico.
    Credo sia importante ricordare che questa gioia c’è sempre, anche se noi la percepiamo a tratti, in quanto siamo spesso oscurati dai nostri tristi pensieri.
    In tal senso Gesù parla di una gioia che nessuno ci può togliere, e di una pace che supera lo schema bellico del mondo, mentre san Paolo ci invita ad essere felici sempre.
    Nelle tradizioni asiatiche questa gioia si chiama ananda, ed è uno stato della nostra mente e dell’essere, quell’essere uno, di cui parli, e che è sempre qui, presente, sotto le nebbie del nostro cuore.

    Che questo Natale ci faccia assaporare la gioia di questa unità interiore, e ci spinga a ricercarla giorno e notte, lasciando che ogni volta ci sorprenda come un incanto di rose.

    Un abbraccio. Marco

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  8. Molto bello e molto vero.
    Per me è il ritorno ad un posto o ad una condizione, che un tempo forse abbiamo conosciuto molto bene, e che abbiamo dimenticato. Potrebbe essere il grembo materno, dove il “dentro di me” e il “fuori di me” coincidevano, dove eravamo completi e non divisi, ma chissà, anche quella condizione è forse la metafora fisica di qualcos’altro…
    Poi la nostalgia ce la portiamo addosso sempre, e si annulla solo in quei momenti rari in cui si annulla la distanza e finalmente ricordiamo.

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  9. Caro Marco, ti ringrazio moltissimo.
    Auguro anche a te questa gioia nel Tempo che stiamo per trascorrere. Un grande abbraccio.

    Grazie, Gio, sì in effetti è come tu scrivi. A me da l’impressione che in noi esista come un vaso vuoto, predisposto per essere colmato di quella pienezza.
    E’ ovvio però che se noi non facciamo prima uno sforzo per svuotare questo vaso di tutte le pesantezze inutili che ci portiamo dietro, nessuna pienezza potrà mai riempirci.

    F.

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