“Ardente Quadrilogia” – Enrico Gregori

<È dai particolari che si vede l’artista, dicono. E io curo i particolari>.

Così era solito vantarsi, quello scrittore che sulle sue capacità letterarie accettava di buon grado qualunque sfida non temendo mai il confronto con chicchessia. Perché lui, nel confronto, si esaltava.

Ma vent’anni prima era accaduto l’imponderabile, anche nella sua vita.La prima guerra mondiale si era da poco conclusa e la vita stava tornando lentamente alla normalità persino nella ricerca delle distrazioni.

Lui, che durante il conflitto aveva sbarcato il lunario con lezioni private di italiano e storia, ora poteva finalmente dare nuovo vigore al suo estro letterario.

Il pretesto, la scintilla, fu l’inaugurazione di un prestigioso locale, dove ristorazione e spettacolo si amalgamavano per il piacere della facoltosa e raffinata clientela.

Il nome del locale era “I quattro elementi”. E all’illustre letterato fu chiesto, con la dovuta deferenza, di scrivere un’opera ispirata proprio ai quattro elementi: sarebbe stata un’ottima pubblicità.

Lui accettò, quasi infastidito da quel compitino.

Ma, se comporre le prime tre parti dedicate alla terra, all’acqua e all’aria fu fin troppo semplice, alle prese con il fuoco lo scrittore rimase intrappolato in un ginepraio di parole e di pensieri dal quale non riusciva a liberarsi.

Adoperava una vecchia ma efficiente stilografica, di quelle che pescavano inchiostro dal calamaio. In un certo senso pensava che, quando si ricaricava, da quella boccetta di vetro spesso la penna succhiasse anche idee e ispirazione. E quando la stilografica era pronta ad accarezzare il foglio, per lui il mondo smetteva di compiere le sue evoluzioni cosmiche. Tutto si fermava, nel rispetto della sua prodigiosa vena letteraria.

Perciò, mentre era alle prese con il fuoco, solo a causa di un fruscio si accorse di non essere più solo.

<Come è entrato? Ma, soprattutto, lei chi è?>, chiese all’intruso.

<Ha importanza?>, rispose l’inatteso ospite.

<Non ne ha?>

<No, non ne ha>.

<Per me ce l’ha>.

<Per lei ce l’ha, questo è un fatto>.

<E’ un fatto per me, ma anche per lei>.

<E cos’altro ha importanza, per lei?>.

<Molte cose, ma non vedo perché mai io debba metterla a parte delle mie…>

<Lo faccia, invece>.

Non avrebbe detto, non voleva dire. Eppure si sentiva spinto a farlo, e non solo perché se avesse parlato si sarebbe liberato dell’ospite.

Appoggiò la stilografica accanto al lume e aprì lentamente il cassetto dello scrittoio. Un faldone di pelle conservava alcuni fogli, tutti caratterizzati da una grafia perfetta.

<Ad esempio, questo mi soddisfa. Per me ha importanza>.

“Lui la sentiva l’acqua, le gocce pesanti che gli ferivano il collo. Acqua arrugginita, ossidata dai lampi, dal vento di Boston e dai cattivi pensieri…”

<Questa cosa avrebbe per lei importanza?>

<Notevole>.

<In quanto?>.

<La metafora che si sviluppa attraverso un’identificazione fittizia…>

<Non ci provi, non lo faccia. Lei si è servito di questa metafora sull’acqua per dire che, se siamo quello che siamo, se le nostre azioni più turpi sono comunque tessere nel mosaico della vita, be’, non è colpa nostra, ma di una pioggia cattiva che avvelena i nostri pensieri>.

<Ecco, possiamo anche vederla così>.

<Ed è ipocrisia, vigliaccheria, foglia di fico che copre pudenda vergognose. Noi siamo esattamente ciò che facciamo e quel che pensiamo, senza giustificazione…E quell’altra cosa?>

“…per questo, in fondo, non era così entusiasta della riunione per la distribuzione della terra. Coltivabile a grano o come orto, per lei cambiava poco. Tanto non avrebbe mai zappato, perché era stanca e dimagrita. Mai stata florida e in forze, in verità, ma ora meno che mai. Provata, quasi schiantata dalla malinconia…”

<Qui siamo davvero all’indecenza. E lei ne è soddisfatto?>, chiese l’ospite.

<Noterà, spero, l’antitesi tra la bramosia verso le cose terrene e il disinteresse di una povera donna alla quale…>

<Alla quale manca un uomo. Altrimenti sarebbe in prima fila a battagliare per ottenere la terra migliore. Non è il suo cuore a renderla umile, ma la sua condizione. E’ costretta a guardare con distacco le zolle di terra, non potendole coltivare. Ipocrisia, falsità>.

<E questo?>, chiese lo scrittore con un’impennata di orgoglio porgendo un foglio agli occhi dell’ospite.

“…Frik era un aquilone, e l’aria era la sua alleata. Per non fargli sbattere le ali, e cullarlo delicatamente con i suoi soffi…”

<E su questo cos’avrebbe da dire? Sentiamo>.

Lo sconosciuto lesse le righe con attenzione. Poi una smorfia.

<Lei intendeva forse rappresentare l’ennesimo conflitto tra il bene e il male? Presuntuoso e patetico. Noi siamo il bene e il male secondo le nostre convenienze. Ci piace definir male ciò che ci sgomenta, e con tale definizione scarichiamo sugli altri le responsabilità, invece di farci un esame di coscienza e dirci che in fondo, sì, anche noi possiamo essere il male>.

Lo scrittore si adagiò sconfitto contro lo schienale della poltroncina.

<Allora – disse – messa così non c’è scampo. Per lei ogni mia riga è un artificio, un’ipocrita banalità. Non c’è soluzione, e non è pertanto nemmeno il caso che io pensi a una metafora sul fuoco per completare la mia quadrilogia>.

<Invece la soluzione c’è>, disse l’intruso con un tono quasi ieratico.

<C’è?>

Ma attese inutilmente una spiegazione fatta di parole e di ragionamenti.

Lo scrittore vide l’ospite dissolversi e ricomporsi in una lingua incandescente, ardente. La fiamma si elevò, per abbattersi sullo scrittoio bruciando ogni foglio fino a quando del faldone intero non rimasero che volatili particelle di cenere.

Lo scrittore rimase lì, atterrito a osservare i suoi racconti trasformati in scaglie grigiastre che formavano mulinelli sinistri in tutta la stanza.

Poi, sollevò un angolo della bocca: era un sorriso

7 pensieri su ““Ardente Quadrilogia” – Enrico Gregori

  1. “Serial writers”, è una serie di racconti inediti di autori vari a cadenza mensile curati da Bianca Madeccia. Queste short stories puntano l’attenzione su un tema fisso: lo scrittore come assassino seriale.

    La serie di racconti è stata inaugurata da Elisabetta Liguori ad agosto con “Lo scrittore seriale”: https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/08/28/lo-scrittore-seriale-elisabetta-liguori/

    Il secondo appuntamento è stato con “Fuga dal sistema” di Luciano Pagano: https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/09/29/fuga-dal-sistema-luciano-pagano-dedicato-a-david-f-wallace/

    Il terzo racconto “Debbie” di Marco Candida: https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/10/25/debbie-marco-candida/

    La quinta tappa di scrittura è stata “Una sorta di grido comune” di Gianluca Colloca.
    https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/11/25/una-sorta-di-grido-comune-gianluca-colloca/

    L’autore di oggi è Enrico Gregori con “Ardente quadrilogia”. Buona lettura. B.M.

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  2. Ti cito:
    .

    Lo scrittore si adagiò sconfitto contro lo schienale della poltroncina.

    .

    Lo scrittore sconfitto.
    Quanti spunti di riflessione suscita questa frase, quell’aggettivo. Quanto si potrebbe scrivere partendo da una simile affermazione.

    Mi associo dunque a Sparz’O e aggiungo, attingendo dal racconto proprio per esprimere ciò che penso del racconto stesso: «Notevole».

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  3. Notevole, dice Gaja, e concordo.
    Un racconto dalle reminiscenze alchemiche. Evoca il fascino ipnotico della fiamma, cattura con la vividezza straniante del dialogo. L’annientamento simbolico della scrittura rende al massimo il dubbio ultimo: cos’è vero? cos’è importante?
    Del pensiero non resta che cenere.
    Però c’è ancora l’uomo, ancora l’osservatore, e dunque…

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  4. L’artista insoddisfatto che distrugge la sua opera, roso dal dubbio. Kafka affidò il compito ad altri (che non lo eseguirono graziaddio!). Solo dal fuoco, come una fenice, può rinascere il nuovo artista. Ma a volte è solo illusione.
    Bello!

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  5. Bellissimo! Come dico sempre: l’Inferno è lastricato di gente che non s’è mai messa in discussione. E’ più comodo eludere. A chi non ama assumersi le proprie responsabilità può sembrare moralistico, ma è solo un modo ulteriore per delegittimare la verità sulle proprie colpe.

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