Addio Igor Man, testimone del Novecento

Igor Man è morto. E’ un dolore
sia professsionale che umano.
Era un grande giornalista, un uomo che ha incontrato i potenti della terra, un testimone del Novecento che ha scritto tante pagine indimenticabili.
E soprattutto, per quello che mi riguarda, era una persona per bene,
un gentiluomo.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di ascoltarlo. Gli devo parecchio, dal punto di vista professionale: mi ha aiutato, praticamente senza conoscermi, quando gli ho mandato il mio primo libro, e anche dopo.
L’ha fatto semplicemente per stima, immagino, perché lui stava a Roma, era una grande firma, e io un semplice redattore che curava la rubrica di Oreste del Buono (altro intellettuale che ci manca tantissimo) nella redazione culturale de La Stampa.
Ho esitato parecchio prima di scrivere queste righe, perché non voglio fare quello che se ne esce con “io lo conoscevo”, “ho fatto questo e questo”, eccetera. Non mi piacerebbe essere frainteso. Ma vorrei almeno pubblicamente ringraziarlo, e salutarlo ancora una volta, dedicargli almeno queste poche righe, visto che se n’è andato con pudore, con discrezione, di sicuro accudito dalla moglie Mariarosa, persona splendida, colta, sensibile.
Voglio solo dire che mi dispiace, mi dispiace davvero tanto.

Non solo per me, ma per tutti, perché era una di quelle persone che insegnano a vivere.
Ci mancherà, ci mancherà la pulizia del suo pensiero, la precisione del suo eloquio, affascinante, tornito, quella voce pastosa, densa, che faceva piacere ascoltare.
Capita raramente, ormai, con gli intellettuali. Urlano tutti, cercano di far colpo, si esprimono con un vacuo “collezionismo di parole complicate”…

Mi aveva fatto cercare dalla valle d’Aosta, quest’estate. Sono salito per intervistarlo, mi ha fatto un grandissimo piacere. Ha raccontato il rapporto con la montagna, e con l’Etna, la storia della sua famiglia, la fuga dalla Russia in treno – come in una scena del Dottor Zivago – abbiamo parlato di giornalismo. Diceva: “Un giornalista deve rispondere solo al suo padrone, che è il lettore”.

Era colto, semplice nel parlare. Dietro a quella scorza “aulica”, nascondeva una grande pietas. Nell’intervista, verso la fine, c’è una frase illuminante sul suo carattere, apparentemente “difficile”.

E alla fine del secondo stralcio finora pubblicato Igor richiama se stesso e tutti all’umiltà, un tema ricorrente di quei giorni: in una delle sue rubriche, uscita naturalmente su La Stampa e dedicata alla montagna, dice: “I Grandi Vecchi hanno insegnato al Vecchio Cronista che bisogna vivere ogni giorno come se fosse il primo e l’ultimo al tempo stesso. Non è facile perché bisogna praticare la modestia. Ma ci si può provare. Più difficile: non aver paura di diventar vecchi aiuta a capire quand’è il momento di staccare un biglietto di sola andata. Allorché Paolo Monelli compì 90 anni: “Grazie della visita – mi disse ma non venire più. Debbo prepararmi”. Di lì a poco svanì.
Addio caro Igor, ti sia lieve la terra.

8 pensieri su “Addio Igor Man, testimone del Novecento

  1. davvero un grande del giornalismo (anche se a lui questa definizione non sarebbe forse piaciuta) anche per l’attenzione che ha sempre dimostrato nei confronti del fatto religioso. Ci mancherà.

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  2. Forse perchè è una persona legata alla mia cultura, cioè a come sono cresciuto, forse perchè ho sentito la sua voce raccontare di se come faceva di Arafat o di una passeggiata in montagna, con cura, attenzione, sincerità, qualità che quando ero giovane si incontravano anche sui giornali, anche spesso, forse perchè aveva così amato la Russia, sua madre, e da lei aveva ereditato la lentezza e l’ampiezza, insieme alla precisione nel chiudere un pensiero con grazia e sintesi, forse perchè allora ero più felice, forse per questo considero la sua morte una perdita irrimpiazzabile, che lascia un vuoto che nessuno oggi è in grado di colmare, come lo hanno lasciato altri; Oreste Del Buono, come ha ricordato giustamente Carlo, o Nico Orengo, anche figure di intellettuali che ho conosciuto meno e non sempre ho amato, alberi che nessuno semina più e abbattuti ci privano della fresca ombra, della forza interiore che avevano e di una sicurezza, una serenità che sta tutta nel dire di loro; erano per bene, prima di riconoscerne la grande qualità come autori.
    Ma queste mie parole sono la tipica ingiustizia che viene da un dolore, ciò che si è perduto ci tira un po’ con se, verso la morte e ci rende egoisti, ma restando, so che non è così, che qui, intorno a me, in questo momento ci sono persone così, per bene, attente e piene di cura per ciò che scrivono e fanno, ma rifacendo un passo avanti verso l’oscurità, allora mi dico che, si, ci sono, ma non sono più nella riconoscibilità di una cultura italiana, che lo sono “malgrado” la cultura italiana.
    Così, guardando Igor man, che se ne va, di spalle, ormai quasi indistinto nel sentiero buio imboccato, en dansant sa dernière java, sento la sua voce grave e lieta che dice; siate liberi.

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  3. senso del sacro, spirito acuto, senso della giustizia, grazia e sintesi… Grazie Mario, grazie a tutti. E’ vero, siamo noi adesso che dobbiamo cercar di salire sulle spalle dei giganti, come han fatto loro a loro tempo. E non volare rasoterra, anche se sarebbe più facile e gratificante, nel breve periodo.

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  4. Salire sulle spalle dei giganti, per non volare rasoterra .. è il testimone passato. Sempre più rapida la successione, sempre più lenta la memoria.
    MPia Quintavalla

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