Vivalascuola. Buon Natale, scuola pubblica

ce ne andremo di là dalle rive e dai monti, a salutare la nascita del nuovo lavoro, la saggezza nuova, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare – per primi ! – Natale sulla terra.
(Arthur Rimbaud)

Buon Natale, scuola pubblica, e un anno che sia davvero nuovo
Questo anno che finisce vede l’Italia più povera, più precaria. C’è la crisi, ma non per tutti. Anche la scuola pubblica è più povera. Mentre vengono aumentati i finanziamenti alla scuola privata. Provvedimenti non ispirati alla didattica ma a una logica di cassa stanno smantellando la scuola italiana. Provvedimenti approssimativi, senza nessuna copertura legale, che proprio in questi giorni sono bloccati dagli organi di controllo. Il Consiglio di Stato blocca la “riforma” delle Superiori. Il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione chiede il rinvio del Regolamento relativo alle nuove classi di concorso. Il Tar del Lazio ribadisce il limite massimo di 25 alunni per classe; e sta valutando la legittimità dei primi regolamenti del Ministro Gelmini. Il futuro della scuola è sempre più incerto. Buon Natale, scuola pubblica, e felice anno nuovo. Auguri ai lettori de lapoesiaelospirito e a tutto il mondo. E qualche consiglio di lettura.

Anche vivalascuola va in vacanza, riprenderà l’11 gennaio.

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Antonio Machado, Juan de Mairena. Sentenze, arguzie, appunti e ricordi di un professore apocrifo

Fra i massimi poeti del secolo scorso, Antonio Machado pubblicò nel 1936, col titolo di Juan de Mairena, una raccolta di poesie in prosa che conteneva gli aforismi, le testimonianze inventate, gli aneddoti e i motti paradossali riguardanti colui che il narratore chiama suo maestro.

L’interesse per i suoi versi non nasce solo dall’argomento “pedagogico” di tanti aforismi contenuti nella raccolta (di seguito ne proponiamo una selezione) e con cui riesce a tratteggiare in pochi tratti una personalissima “filosofia dell’educazione”, ma anche dalla straordinaria esperienza della scuola “libera” di istruzione superiore che quella filosofia tentò di mettere in pratica: l’Institución Libre de Enseñanza, che Machado fondò insieme ad altri intellettuali e professori universitari (fra cui Unamuno e Ortega y Gasset), allontanati dall’insegnamento per aver denunciato l’ipocrisia e la corruzione del governo spagnolo. La Institución ebbe un’erede altrettanto importante: la Residencia de Estudiantes fondata da Alberto Jménez nel 1910, dove si formò, fra gli altri, Garcia Lorca.

“Credo che mai, dal primo Medio Evo”, scrive Colin Ward, “una scuola abbia dato risultati così straordinari nella vita di una nazione, in quanto è stato essenzialmente per merito della Institución e della Residencia che la cultura spagnola si è improvvisamente innalzata a un livello mai raggiunto nei tre secoli precedenti”.

Un assaggio: “Juan de Mairena aveva pensato di fondare al suo paese una Scuola Popolare di Sapienza. Rinunciò a questo proposito quando morì il suo maestro, al quale aveva destinato la cattedra di Poetica e Metafisica. A sé riservava la cattedra di Sofistica.
– È un peccato – diceva – che siano sempre i migliori propositi quelli che vanno a finir male, mentre le ideucole degli stupidi, inventori di espedienti e mestatori della peggior specie, prosperano…

(presentazione tratta da “Tra bambini e città” a cura del Centro territoriale Mammut – http://www.mammutnapoli.org)

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Luigi Monti e Cecilia Bartoli (a cura di), Prima educare nella scuola e nella società
di Giorgio Morale

È un libretto prezioso, da tenere a portata di mano, dopo una prima lettura, per attingere alla bisogna agli stimoli che esso dà in termini di informazione, spunti operativi, provocazioni per pensare. Ogni parola appare ponderata, chiara e ricca di contenuto, come un distillato di esperienza su cui si sia lungamente meditato. La prima dote che risalta alla lettura è un lavoro significativo anche sul piano del linguaggio, che pare sorgere anch’esso dalla viva esperienza e rifuggire la sterilità del didattichese.

Prendendo le distanze dal pedagogismo accademico, Prima educare ha il raro pregio di unire teoria e pratica, come è giusto che sia, in questa scienza sperimentale che è l’insegnamento, non a caso accostato, nella introduzione di uno dei due curatori, Luigi Monti, al teatro; e già da una semplice scorsa all’Indice ciò appare visibilmente: i vari saggi che compongono il volume sono infatti raggruppati in due sezioni, Teorie e Pratiche, pur con le inevitabili interrelazioni tra i due campi.

Il testo iniziale, una lunga conversazione tra Goffredo Fofi e Grazia Honegger Fresco, ricostruisce le più importanti esperienze pedagogiche italiane dal secondo dopoguerra a oggi, indicando dei punti di riferimento (Montessori, Freinet, Borghi, De Bartolomeis, Capitini, Dolci, Lodi, le esperienze del Cemea e del Mce, ecc.; nonché gli esempi di Pestalozzi e Freinet) di cui sente la mancanza la generazione che si affaccia oggi all’insegnamento.

Il volume ha altri suoi punti di forza nel tematizzare la necessità e il senso dell’insegnamento, nonché nel fare piazza pulita dei luoghi comuni, della cultura del talk show e delle false domande che in realtà tendono a modellare i destinatari; nel collegare le tematiche dell’educazione a quelle del contesto sociale e culturale; nell’affrontare alcuni dei punti dolenti dell’oggi, quelli che la società ha estrema difficoltà ad affrontare: la convivenza delle diversità, la mancanza di una attitudine progettuale, lo spaesamento, la rassegnazione, la disabitudine ai tempi lunghi dell’apprendimento.

I testi non danno risposte preconfezionate, ma pongono domande importanti, rischiano proposte, indicano strade, raccontano tentativi, osano utopie e propongono parole forti come la curiosità, la reciprocità, l’ascolto, la relazione. Con ciò hanno l’effetto di coinvolgere chi legge e farlo sentire partecipe di una ricerca, nella convinzione che “Le strade bisogna percorrerle. Hay que andarlas, come diceva il protagonista di un vecchio racconto di Borges”.

A lettura ultimata, mi pare emergere spontaneamente dal volume la conclusione che qualsiasi seria possibilità di riforma della scuola non può che partire dal basso, dalla scuola stessa, dai soggetti che in essa vivono e lavorano. E, pur consapevoli delle difficoltà, i vari autori ci fanno percepire, con la loro passione e con i costanti riferimenti alla storia della pedagogia da Socrate a oggi, che un’altra scuola è possibile, ma perché si realizzi ha bisogno di tutti, e che ognuno parta da sé, dalla disponibilità a mettersi in gioco e dall’apertura al divenire.

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Cosimo Argentina, Beata Ignoranza
di Michele Lupo

Lo scrittore Cosimo Argentina, romanziere tarantino trapiantato in Brianza, insegnante precario di diritto da molti anni, è autore di un breve pamphlet sulla scuola uscito per i tascabili Fandango nel 2008. Ha lavorato dappertutto Argentina, scuole private comprese. Ne sa abbastanza, insomma. E ne ha anche abbastanza, si capisce. Per esempio di sentir parlare di scuola da incompetenti assoluti, e/o da prestanome agli ordini del Ministero del Tesoro, dal quale, come molti italiani non sanno, effettivamente gli insegnanti dipendono. Tanto che, visto lo stato dell’arte, il dicastero della Pubblica Istruzione lo si potrebbe pure smantellare e cavarci un estemporaneo risparmio una tantum che ad Argentina, a chi scrive e forse anche a chi legge, farebbe comodo (ogni riferimento alle esoteriche, ineffabili competenze della signora Gelmini è dovuto).

Il libretto è diviso in una quindicina di brevissimi capitoli; si passa dalla tragicomica questione della precarietà alla famigerata faccenda della meritocrazia, dalla stanchezza dei colleghi alla supponenza analfabeta dei genitori – se in Italia comanda chi comanda e ci chiediamo ancora perché, si osservino attentamente, questi genitori: “i genitori dei geni incompresi”, “i genitori abbagliati” (dal paranoico pregiudizio che i prof ce l’avrebbero con i loro pargoletti), quelli disperati “che non sanno più che fare”, quelli che vanno ai consigli di classe solo per sapere come vanno i loro figli, quelli violenti, quelli supplicanti etc.

I motivi per arrabbiarsi sono tanti e, per chi fa questo mestiere, tutti noti, ma Argentina si fa leggere per la verve sagace e l’acutezza divertita che agilmente ritmano la sua prosa. Si diceva una volta: è come sparare sulla croce rossa, se ad esempio si fa del sarcasmo sui collegi docenti, ma resta il fatto che continuiamo ad accettare questo rito per lo più svuotato di senso quando è ridotto, e ben lo racconta Argentina, a scazzi grotteschi sulle ‘funzioni obiettivo’ (si chiamano ancora così?), interminabili schermaglie dialettiche concernenti i criteri con cui stabilire i criteri per decidere i criteri… i sonni degli inguattati, gli sms non più di nascosto alle babysitter, i pistolotti dei retori innamorati della propria voce…

Nel cahier de doléances di Argentina (ma ripeto, con ammirevole sens of humor, considerato che vive tutto sulla propria pelle) la parte più consistente è dedicata al precariato. Dai ricatti che anch’io ho raccontato altrove dei gestori delle scuole private (“Tu mi lavori gratis in cambio del punteggio”), agli stipendi da fame (che riguardano tutti ma con l’aggravante per chi il 30 giugno viene rimandato a casa di sentirsi sempre come sul Titanic, mentre sulla riva si confezionano agevolazioni fiscali per mantenere Mourinho), al disagio di contare ancor meno dei colleghi in quella stupida guerra fra poveri che insegnanti non sempre all’altezza (etica, intellettuale) del compito conducono in sordina mentre la nave affonda. Magari qualche pagina in più la si sarebbe potuta dedicare alla brillante intelligenza dei dirigenti, figurarsi, eccitati prima dalla prospettiva di finire nell’olimpo delle alte magistrature di questo farsesco paese, poi scornati dal ridimensionamento provocato dalla cronica mancanza di danaro (peraltro, chissà quante persone in Italia sanno che molti dirigenti scolastici non sono stati insegnanti strepitosi, soprattutto perché alla cultura hanno preferito l’intrallazzo utile a fare il salto di qualità al momento giusto – e nemmeno tutto ‘sto gran guadagno, economicamente parlando).

Molti di noi invece non si sorprenderanno di scoprire che anche per Argentina, alla fine della storia, la scuola resta un luogo che può regalare momenti irripetibili, di bellezza autentica. E per quanto antico e demodè possa suonare, alla fine lì torniamo: “irrobustire la mente, crearsi uno stile, scoprire attitudini, abituare al sacrificio (…) tutto per loro, sono loro, la dolce marmaglia, il pane quotidiano”: la scuola, ecco quanto – si provino a sostituirla con qualcos’altro.

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Daniel Pennac, Diario di scuola
di Lucia Tosi

Ci hai rotto con questo dogma dell’empatia!” (Pennac-somaro a Pennac-prof.).

Il dettato reazionario. La memorizzazione dei testi infantile. La valutazione umiliante. Tutte pratiche terrorizzanti, esecrabili, che la moderna pedagogia (che è sempre moderna fino a che qualcuno non prende una nuova rotta) condanna. Però negli anni si accumulano i disastri, di insegnante in insegnante gli studenti trascinano con sé una perenne “mancanza di basi”: i programmi incalzano, cosicché l’ortografia, la morfologia, la sintassi, in una parola la maledetta grammatica, restano una “patata bollente” che qualcuno dovrà pur smettere di rifilare al collega successivo. Perché “non appropriarsi della letteratura”, perché “lasciar volar via pagine simili come foglie morte”? Forse perché i professori di un tempo erano fissati col farci imparare a memoria poesie di cui non capivamo nulla, “ognuna delle quali prendeva il posto della precedente, come se ci esercitassero soprattutto all’oblio”? Cosicché un’idiozia moderna ha preso il posto di un’antica idiozia. “Imparare a memoria? Nell’epoca in cui la memoria si misura in giga!”.

Queste due osservazioni sull’insegnamento della lingua, tra tante proposte di estremo buon senso che si possono leggere in Diario di scuola di Daniel Pennac, Feltrinelli, 2008, libro plurirecensito come “il punto di vista del somaro sulla scuola”, sono quelle che colpiscono forse meno dei ricordi autobiografici, delle memorie di un ultimo della classe, quale era lo scrittore. Sono riflessioni che meritano tuttavia di essere prese in considerazione nella pratica dell’insegnamento: costerebbe pochissimo studiare un testo alla settimana (con l’obbligo di mantenerlo in vita tutto l’anno), così come curare il “mal di grammatica” con la grammatica. Pennac chiama queste pratiche un tuffo nel grande fiume della lingua: per non annegare bisogna prima o poi imparare a nuotare. Ma il “somaro” recalcitra, non vuole starci (brillante l’analisi della particella ci nel III capitolo), preferisce lo zero in ortografia “una fortezza da cui nessuno verrà a farlo sloggiare”, preferisce rifugiarsi in spiegazioni assurde sui suoi fallimenti, così come l’insegnante si chiude, di fronte a certe risposte assurde, anch’egli nel suo ci: “Con questo qui non ci riuscirò mai”.

Dall’analisi grammaticale di semplici particelle o pronomi nascosti nel tessuto della lingua d’uso, Pennac perviene ad una riflessione globale sul linguaggio e sui linguaggi non verbali degli studenti, sul disagio giovanile a volte enfatizzato dai media, mai affrontato nella realtà. Di fronte ai problemi diversissimi che si trovano ad affrontare, gli insegnanti si lamentano di “non essere stati formati per questo”. Il “questo” è prima di tutto la difficoltà a sollecitare negli studenti la necessità di istruirsi facendole prendere il posto dei desideri: “vuotarsi la testa per formarsi la mente, staccare la spina per connettersi al sapere, scambiare la pseudo-ubiquità delle macchine con l’universalità del sapere, dimenticare rutilanti carabattole per assimilare invisibili astrazioni”. E poiché per far “questo” l’empatia non va, dice il Pennac-somaro al Pennac-prof, ci vuole l’amore. L’amore. “Se tiri fuori questa parola parlando di istruzione, ti linciano”.

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Marcel Postic, La relazione educativa
di Marina Massenz

Questo libro, uscito diversi anni fa, è sempre attualissimo e di straordinario interesse. La prima parte richiama gli aspetti istituzionali e sociologici della relazione educativa e ci sollecita a riflettere su come questi aspetti strutturali condizionino profondamente lo svolgersi delle dinamiche pedagogiche.

La seconda parte sviluppa un’analisi psicosociologica di queste dinamiche, a partire dai concetti di ruolo e status dell’insegnante e dell’allievo, sottolineando come la relazione sia complessa e ricca di aspettative ed interdipendenza da entrambe le parti. La concezione di contratto pedagogico rimanda a una interazione basata non sul potere ma, appunto, su un dialogo educativo che prevede, alimenta e sa gestire una positiva contrattualità tra i protagonisti nella transazione educativa.

L’ultima e terza parte sono a mio parere veramente illuminanti e bisogna riconoscere a Marcel Postic di essere stato il primo (edizione francese del 1979), a parlare dell’esistenza di un registro inconscio nella relazione insegnante-allievo. Questi meccanismi inconsci, che pervadono anche il gruppo classe, sono spesso quelli determinanti nel definire la qualità del rapporto e di conseguenza le possibilità di un buon apprendimento. Parlare di transfert, desiderio, seduzione, identificazione, in una relazione apparentemente “distaccata” come spesso è quella con i ragazzi delle scuole medie e superiori, significa aprire un importante varco alla comprensione di dinamiche, spesso disturbanti e ripetitive, che altri mezzi non sono in grado di far evolvere.

L’aspetto “rivoluzionario” di questo libro è quindi proprio quello di porsi agli antipodi del metodo oggi suggerito per la gestione dei conflitti, che fa della “punizione” o del “voto in condotta” i suoi punti chiave, per suggerire in alternativa un modello di insegnante competente, in grado di leggere le dinamiche proprie, degli alunni, della classe con altri strumenti e di intervenire quindi in modo più consapevole ed efficace nella gestione della complessità, che è senz’altro un segno del nostro tempo. Personalmente credo che non solo tutti gli insegnanti, ma in senso lato tutti gli educatori, dovrebbero leggere questo libro.

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Eraldo Affinati, La città dei ragazzi
di Gianluca Santangelo

Consiglio La città dei ragazzi a chi ha a cuore l’insegnamento e l’educazione e a chi si trova a frequentare persone provenienti da Paesi stranieri, a chi ha interesse per le relazioni umane e a chi non ha smesso di interrogare se stesso.

In particolare consiglio questo libro come un manuale per chi insegna, non perché sia tecnico o prescrittivo ma per il suo valore esemplare. Esemplare ma non imitabile. Se non si può seguire nella lettera, tanto è eccezionale la vicenda narrata, si può però seguire l’esempio da esso fornito nello spirito. Sarebbe bello che tutti gli insegnanti fossero come l’insegnante protagonista del libro, ma nessuno lo può chiedere loro. È bello però sapere che esistono dei casi in cui c’è una totale identificazione col lavoro che si svolge, in cui il lavoro non è alienazione ma espressione della propria identità. In cui il lavoro risponde a un’esigenza profonda, non importa se colmare un vuoto o una ferita o restituire alla vita parte di quello che abbiamo ricevuto.

Sta di fatto che per l’insegnante protagonista, che in questo libro i ragazzi chiamano Raldo, insegnare informa la sua personalità, lo identifica come potrebbe fare una lingua materna, come pensare in Italiano o pensare in Inglese. E scopriamo subito, sin dalle prime pagine, che la sua lingua si chiama relazione, ovvero, detto con una parola suggerita anche se non pronunciata: amore.

Il libro vive della declinazione di questa lingua nelle varie situazioni. È per essa che Raldo si domanda chi sono i ragazzi a cui insegna, da dove vengono, chi sono i loro padri, perché li hanno lasciati andare, quale ferita si portano dentro, cos’hanno da dare, qual è la loro ricchezza. Domande che lo coinvolgono, in quanto lui stesso le fa a se stesso per capire la propria storia, e a cui cerca di rispondere non solo a parole, consapevole che “Ognuno ha un pezzetto di responsabilità; se la disattende, provoca una conseguenza che può ripercuotersi, a distanza di tempo, nelle generazioni future”.

Ed è bello che in una delle ultime pagine si legga: “negli sguardi dei ragazzi riconosco la mia stessa commozione. Quello che accade in aula produce effetti indelebili. È la potenza dell’insegnamento”.

Il tutto in una scrittura curata, sentita, che punta alla chiarezza e all’onestà: se fosse poesia, la ascriverei alla linea Saba della poesia italiana

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Maurizio Salabelle, Il maestro Atomi
di Michele Lupo

Chissà se è mai capitato a qualche studente italiano di fare una gita scolastica in Giappone, per di più in compagnia non del suo insegnante ma di un ispettore scolastico inviato dal ministero. Per poi trovarsi coinvolto in una serie di situazioni assurde, come maneggiare l’indecifrabile moneta locale il cui valore deve essere descritto attraverso smorfie complicate e faticosi sospiri. Oppure di trovarsi di fronte a un bizzarro supplente che si porta a scuola una pentola d’acciaio munita di una struttura metallica collegata alla presa di corrente per dimostrare come dal “brodo primordiale dell’ammasso di molecole disordinate ad un certo punto venne fuori la vita”.

Il passo narrativo di Maurizio Salabelle, scrittore prematuramente scomparso nel 2003, sembra sulle prime un po’ surreale, come la scuola che racconta, un istituto elementare con classi di 39 persone che cercano di arrivare in tempo in aula per non restare senza il posto. Eppure il suo andamento avvince perché è in grado di percorrere con vivida concretezza di fatti e personaggi un paesaggio sorprendente, tutt’altro che gratuito, nonostante o forse proprio in virtù della natura paradossale delle storie che racconta – com’è dei bravi scrittori. Salabelle sembra andare oltre l’intuizione del carattere mai definitivo che si nasconde nel mondo della scuola, il suo negarsi sostanziale all’apparente tran tran che avvinghia i più in una morsa di noia o sfiducia o stanchezza. Anche chi vi lavora da molti anni sa che in una mattina qualunque può succedere qualcosa che non sarebbe potuta accadere da nessun’altra parte. Ne Il maestro Atomi, senza mai farne “discorso” ma sempre e solo dentro il dispiegarsi del racconto, non si tratta più di sorprese che interrompono la routine. La scuola viene reinventata totalmente, ricostruita come un affatturato e insieme ironico universo guardato attraverso gli occhi di un ragazzino, la voce narrante, davvero speciale.

Il romanzo, edito da Comix nel 1997, poi rifabbricato per i tipi Casagrande qualche anno dopo, purtroppo non è facilmente reperibile. Salabelle nella sua breve vita pubblicò anche con Garzanti e Bollati Boringhieri, ma era uno scrittore che non aspirava – suppongo – ai grandi numeri. La sua era una narrativa purissima, antiretorica, in minore – sulla falsariga del suo maestro Gianni Celati – ma niente affatto dimessa, con una sua strana grazia che coniugava l’assurdo con una precisione descrittiva e con una voce narrante molto divertente.

I sei capitoli che compongono Il maestro Atomi possono leggersi in qualsiasi ordine, dando vita a 720 combinazioni possibili. Ma al di là dell’apparente eserciziario postmoderno che sarebbe ormai privo d’interesse, possiamo tranquillamente leggerlo come un insieme di racconti. Sono storie fra il comico e il fantastico, tutte dentro una scuola senza epoca inventata per rompere disinvoltamente con una tradizione narrativa, il racconto fra le mura di un’aula scolastica, troppo spesso incline al patetico e al vittimistico. La stravaganza che cifra il libro non è mai compiaciuta, o letteraria; è negli stessi personaggi: maestri curiosi, supplenti falotici, studenti buffi e allarmati eppure composti come piccoli Buster Keaton. La scuola in questo libro disegna una specie di spazio onirico, tramato in un tessuto di situazioni fantasiose ma serrate nella loro logica alternativa – una specie di ragione parallela al mondo quotidiano, freddamente emozionata, curiosa, come forse agli insegnanti piacerebbe vedere nello sguardo dei loro studenti.

Un libro, uno scrittore lontani dai volgarissimi spettacoli di oggi, compresi quelli più ammodo ma innocui, scontati di fiction televisive che solo tristissimi figuri possono considerare pericolose per la democrazia.

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Giuseppe Deiana, L’etica dell’insegnante
di Roberto Caracci

Il titolo di questo libro, L’etica dell’insegnante, va letto in maniera bifronte, soggettivo e oggettivo: da una parte si tratta dell’Etica insegnata dall’insegnante, dall’altra si tratta proprio dell’etica di quella figura professionale che si chiama Insegnante. Ma dietro questa ambivalenza c’è già uno degli ‘insegnamenti’ di questo libro: nessun insegnante può insegnare qualcosa come l’Etica se il suo lavoro non è eticamente fondato, e se la sua personalità non dà l’esempio di una incarnazione dei valori etici, e professionali. Sarebbe necessaria l’applicazione di una sorta di Giuramento di Ippocrate anche per gli insegnanti.

Questa tesi è legata a un’altra, fondamentale: gli alunni oggi non sono solamente motivati allo studio da un insegnante capace esclusivamente di informare, di istruire, di ultimare i programmi didattici o rispettare le regole della docimologia, e nemmeno dalla figura tradizionale di docente legato al peso della tradizione e dell’autorità, ma a ciò che Max Weber chiamava carisma, ovviamente legato alle competenze. Carisma vuol dire sia capacità di motivare con la propria personalità i ragazzi, sia incarnazione di un modello da seguire, che tanto più è valido quanto più nel suo modo di insegnare manifesta competenza ed eticità, scienza e coscienza, passione per la conoscenza e passione per la formazione.

Ma che cosa vuol dire insegnare l’etica? Ed è oggi possibile proporre un simile insegnamento, nell’era di internet e dopo che l’etica educativa è stata tanto spesso associata nelle nostre scuole ad una mentalità retrograda, tradizionale, da riforma Gentile o da libro Cuore? Sembra di risentire la vecchia obiezione socratico-platonica messa sulla bocca dei sofisti, per la quale le virtù non si possono insegnare: perché o l’allievo le possiede e conosce, e allora è inutile insegnargliele, oppure non le possiede né conosce, e dunque è altrettanto inutile parlargli di quello di cui non sa.

Intanto Deiana parla dell’insegnamento dell’Etica, non di un’etica. Lui sa benissimo che i valori sono tanti, che le tavole dei valori sono numerose e differenziate, che dunque l’etica è plurale e non singolare, policentrica e non unicentrica. Ma è qui che la matrice kantiana di G. Deiana fa una scelta di campo: dietro la molteplicità delle morali, delle etiche e dei valori, nel caos della post-modernità dove le differenziazioni vanno di pari passo col cammino apparentemente opposto della globalizzazione, si tratta di riscoprire l’Ethos comune dei valori condivisi, comunitari e partecipati. Sono i valori ai quali già in qualche modo apparteniamo nel momento stesso in cui facciamo parte di una comunità: famiglia, società civile, stato, Europa, pianeta terra. Sono i valori che uniscono e non quelli che dividono. Deiana sarebbe d’accordo con Gaber quando sosteneva in una famosa canzone che libertà non è stare sopra un albero, ma è partecipazione.

C’è un comune denominatore a questi valori dell’Ethos, che la scuola del futuro può deve insegnare a riconoscere e a coltivare: è quello dell’Appartenenza. Come il dovere filiale o parentale fa ‘appartenere’ a una famiglia, così la solidarietà ci fa appartenere alla società, le virtù del civis ci fanno appartenere alla cittadinanza, la legalità a uno stato di diritto, ecc. Appartenenza vuol dire condivisione di valori comuni, che sono quelli che ci permettono di stare insieme, di fare società, cittadinanza, stato, nazione, Europa, o mondo comune.

La scuola moderna ha dunque questo gravoso compito: educare alle virtù dell’appartenenza, in particolare a quelle legate alla socialità e alla cittadinanza democratica, alla solidarietà e alla legalità, nel nome del bene comune – ma sempre sotto il segno di una libertà non certo soggettivistica ed autoreferenziale, ma produttiva e in grado di non ledere la libertà degli altri. Nella scuola Deiana vede dunque la più importante palestra per l’educazione e la formazione del cittadino, e gli insegnanti ne sono i protagonisti chiamati in prima linea.

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Chiara Valerio, Nessuna scuola mi consola
di Paola Brusasco

Non se ne esce. Almeno fino a quando non suona la campanella”. Non sempre, visto che certe faccende di scuola ti si appiccicano addosso, ma per Alessandra Faggi, trentenne, supplente annuale, la campanella è liberatoria quanto per gli studenti, perché a scuola – ci dice – “non si cresce mai”. Non una vera trama in Nessuna scuola mi consola, bensì aneddoti e siparietti di un repertorio che Faggi, “non mercenaria ma solo precaria”, usa per presentare i paradossi spesso generati dai rapporti scolastici.

Dev’essere la struttura della scuola, crea frustrazione più dei corridoi di linoleum, delle porte di compensato e delle pareti di cartongesso”. La bruttezza degli ambienti in cui adulti e adolescenti trascorrono buona parte della giornata – difficili da sentir propri data la decadenza e l’economia dei rabberci – dà il via ad assurdità e osservazioni divertenti che, pur apparentemente strampalate, sono condivisibili. “A scuola si iscrivono tutti e tutti continuano, quasi l’obbligo scolare fosse la carta verde delle ferrovie dello stato”; e, riguardo la difficoltà di tenere le classi, “L’appello è la premessa in un’aula dove non si conosce nessuno. Altrimenti una rimane incinta, un altro si lussa una spalla (…), il quarto, che non sai chi è perché la classe non è tua, sta ammazzando la nonna e il povero supplente passa i guai”.

Pur in tono leggero, Chiara Valerio evidenzia il ricatto dei ricorsi, le montagne di scartoffie, l’impotenza davanti a studenti divisi per lo più fra centri commerciali e reality o talent shows, scarsi di concentrazione e senso del valore dello studio, davanti a presidi tendenti ad anteporre la burocrazia ad altre considerazioni, davanti alla posizione di ostaggio in pugno a leggi che non tutelano gli insegnanti, lasciandoli in pasto alla (possibile mancanza di) coscienza delle famiglie. Ecco allora la resistenza di un nucleo sovversivo di cinque docenti riuniti da Faggi in un gruppo di ascolto che, secondo necessità, si ritrova in sala professori nottetempo, con tanto di candele a dare un tocco satanico.

Pecca talvolta di una sorta di saccenteria generazionale Faggi, convinta – a quanto pare – che solo lo sguardo distaccato ed effimero del precario colga le magagne del sistema. Vero, si incontrano docenti dall’aria rassegnata, ravvivati solo dalla prospettiva della pensione. E c’è ovviamente chi cerca di fare l’indispensabile e anche meno, come in tutti gli ambienti di lavoro, ma c’è una minoranza poco visibile che sfata questi luoghi comuni pur avendo superato i trent’anni e l’immissione in ruolo, gli spartiacque nel libro.

E poi c’è l’episodio, potentemente drammatico, di Berti (Carlo Berti, IV B), invaghito o solo desideroso di emulare la professoressa, che si fa fare lo stesso tatuaggio, scorto per caso a causa di una caduta. Dal contesto ridanciano emerge tuttavia una fraintesa idea di tutela dei minori che rivela come dall’esterno si parta dal presupposto di colpevolezza del docente, la cui incolumità dipende dall’onestà dello studente e dal buon senso della famiglia.

Così, non volendo rovinare il finale al lettore, ci limiteremo a dire che, malgrado le irridenti scenette dissacratorie e le tante osservazioni acute e condivisibili, il libro costituisce una rassegna di macchiette che, per vizi, atteggiamenti e azioni, strizzano l’occhio agli stereotipi (e li confermano) di insegnanti un po’ deragliati, martiri dell’insegnamento o bonari fannulloni visti in varie fiction. Insomma, una lettura che diverte e introduce i non addetti ai lavori a misteri e problemi della scuola di oggi.
(da L’Indice, dicembre 2009)

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Richard Yates, Una buona scuola
di Michele Lupo

Diciamolo subito: A good school, breve romanzo in cui il grande Richard Yates raccontò le vicende di una mediocre scuola privata del New England negli anni Quaranta, non è paragonabile a Revolutionary Road, il suo celebre capolavoro (peraltro quasi sconosciuto al pubblico italiano – e non solo – prima che uscisse l’omonimo film l’anno scorso). Tuttavia, a parte le tracce di un’esperienza biografica mai troppo entusiasmante, segnata com’era dal riconoscibile marchio – fors’anche un luogo comune ma tutt’altro che campato per aria – della peculiare difficoltà di molti scrittori a sfangare la vita, il libro presenta indubbi motivi d’interesse legati al complesso mondo dell’adolescenza, all’ambiguo e tormentato rapporto degli studenti con quella sorta di universo a parte che è la scuola, e non ultima alla relazione fra loro e gli insegnanti.

Scritto in uno dei periodi peggiori di Yates, A good school è una storia corale costruita, più che su un vero e proprio intreccio, sull’andamento rapsodico e a volte enigmatico che scandisce la vita di ragazzi di volta in volta perplessi o fantasiosi, e professori sfigati ma non sempre disposti ad arrendersi. Molti fra i primi vivono in un’impossibile costellazione di sogni, destinati a infrangersi sull’immagine che viene loro restituita dalla vita che di lì a poco li metterà di fronte alla terribilità della guerra (il secondo conflitto mondiale). I secondi, avendo passato la linea d’ombra, sembrano aspettarsi solo che il destino porti a termine quello che ha iniziato molto tempo prima – cercando di stare dignitosamente dentro il ruolo che quel destino ha ritagliato per loro. Ma quella che sembra una deriva lenta e già saputa esplode invece in una catastrofe di cui la stessa scuola si farà carico, finendo per trasformarsi in un centro di accoglienza dei soldati feriti.

Pur concedendo il dovuto alla narrazione dell’ovvio, rituale sistema di amicizie e rivalità, del contrassegno tipicamente adolescenziale della guerra per bande e del confronto ludico e serio insieme fra giovani intenti a primeggiare, a conquistare cuori femminili, il racconto di A good school rinuncia all’implacabile ferocia con cui Yates abitualmente ci racconta le sue storie. Qui il punto di vista del narratore sembra girovagare con uno sguardo elegiaco, a volte umoristico, altre malinconico, da un punto all’altro di questo college rattoppato, come per salvare il tempo che precede la perdita dell’innocenza dal saccheggio implacabile della verità.

Yates svela in questo romanzo un tono più tenero del solito, quasi di simpatia per i suoi adolescenti confusi, incerti, senza però mai diventare stucchevole (Yates disprezzava, parole sue, l’ottimismo sentimentale e facilone degli americani). È come se volesse dirci che all’adolescenza possiamo perdonare tutto, anche di averci ingannato. Del resto non manca il tratto del grande maestro, che è poi, trattandosi di Yeats, il racconto per nulla ostentato o manieristico della crudeltà; si veda l’episodio in cui William Grove, il personaggio più in vista del romanzo, di confessata matrice autobiografica, il più sfigato di tutti, il più goffo, il più timoroso, viene preso dai soliti tre o quattro teppistelli, denudato, deriso e masturbato a forza. La scena è forte ma credibile e quasi domestica nella verosimiglianza descrittiva.

Ciò detto, è un racconto che rifiuta la spettacolarizzazione, quindi quanto di più vicino al vero si possa pretendere da un romanzo. Grove troverà nella scrittura, sia pure solo quella del giornale della scuola, lo strumento per riacquistare un minimo di prestigio, ma soprattutto rispetto di sé. Che era poi la sola salvezza consentita al grande scrittore americano, ciò di cui aveva bisogno per combattere il suo male oscuro e scrivere i suoi libri. A questo genere di sacrificio, i bravi insegnanti sono molto sensibili. Come tutti i veri lettori, del resto.

*

Tobias Wolff, Quell’anno a scuola
di Michele Lupo

Non è roba di tutti i giorni, specie di questi tempi, che si possa leggere un elogio dell’insegnamento, esibizioni retoriche e autoconsolatorie a parte. È invece possibile leggendo Quell’anno a scuola di Tobias Wolff, romanzo americano tradotto da Einaudi nel 2005, soprattutto l’ultimo capitolo dal titolo Professore.

Ma andiamo con ordine. Uno scrittore affermato si tuffa nella memoria della sua giovinezza, in particolare intorno all’anno 1960. All’epoca, il ragazzo è abbastanza problematico, rispetto ai suoi compagni proviene da una classe inferiore, si muove senza agio sufficiente in un ambiente fin troppo snob. E anche lui, come il Grove di Yates, ma in un contesto diverso, in un college di ben altre ambizioni, vede nella scrittura una possibilità di riscatto. Solo che qui non parliamo del giornalino scolastico, ma di vera letteratura. Difatti alla Hill School hanno deciso di invitare nientedimeno che il grande Hemingway a consegnare il premio per il miglior racconto scritto dagli studenti. Al nostro non sembra vero. Nonostante i toni molto educati e un décor nell’insieme più che compassato, la cosa lo manda così su di giri da suggerirgli uno scherzetto che sarebbe nulla rispetto alle planetarie truffe dell’odierno, bestiale capitalismo, ma ci ricorda come la nostra vita si risolva infine in una storia singolare che è tutto ciò che abbiamo davvero da vivere: tessuta con il filo delle nostre irripetibili esperienze, piccole o grandissime che siano. Per il ragazzo ciò che conta è ottenere il riconoscimento che spera gli cambierà la vita, visto che gli arriverà dalle mani di uno dei grandi miti della letteratura mondiale. Orbene, la via che sceglie per raggiungere lo scopo è la più semplice e la più rischiosa. Perché invece di scrivere il racconto, il ragazzo decide di rubare un vecchio testo altrui, con il prevedibile risultato di essere scoperto e per questo cacciato dalla scuola.

Il fatto è che niente è come sembra – ce lo ha insegnato la letteratura, appunto, prima degli altri. Nello specifico, e da un certo punto di vista, il ragazzo non ha plagiato nessuno, perché nella verità del racconto di cui si dice indebitamente titolare, nella sua onestà di scrittura ha trovato qualcosa che lo riguardava profondamente: una specie di bellezza compiuta, la giustezza di una parola che era come sepolta dentro di lui. Che ritiene perciò, e sinceramente, che sia anche sua.

Così, il romanzo di Wolff, piano, qua e là un po’ lento, sembra la storia dell’attesa dell’evento, del concorso e dell’arrivo di Hemingway, ma la vicenda più che nell’epilogo rovinoso trova il suo interesse nel percorso che lo avvicina. È infatti una lunga iniziazione alla scrittura, alla scoperta del fatto che in essa si giochino destini che hanno da fare con questioni capitali: la verità, l’illusione, la menzogna. Tutto questo accade, e non è cosa da poco, in una scuola, grazie fra gli altri a un insegnante che come il narratore non è un santo. Come lui ha ingannato gli altri. Come lui ha spacciato per proprio qualcosa che non è suo. Il ragazzo lo ha fatto con un racconto, lui con “qualcosa di molto più grande: (…) una vita che non gli apparteneva”. Perché il professore si era vantato di conoscere Hemingway, di essere suo amico. E nel momento decisivo, per uscire dall’imbarazzo non può che poco misteriosamente sparire.

Da quest’uomo veniamo a sapere che ha imparato molto dal suo mestiere. La possibilità di “essere più altruista, più attento e sincero” per esempio, ma anche che il corpo a corpo con i libri, davanti agli studenti, può risultare dannatamente vitale. Per esempio che è lì, nella scrittura, che ragazzi appassionati e insegnanti possono trovano il cuore delle cose. Che in una storia c’è sempre da imparare, per esempio che quando riusciamo a raccontare “veri esseri umani” prima o poi spunterà qualcuno che ce la farà pagare. “Le storie che devi scrivere ti faranno sempre trovare qualcuno che odia il tuo coraggio” si dice a un certo punto. “Se non succede, stai solo sfornando parole”. Considerando che anche il narratore, il romantico plagiario, dice di aver imparato da lui, una scuola del genere può essere davvero il centro del mondo. Il narratore – o lo scrittore, Tobias Wolff – arriva al punto di dedicarlo proprio a loro, il libro, ai suoi insegnanti. Che poi uno scrittore possa essere un furfante, come tutti, del resto, o Un vero bugiardo – come recita un altro titolo dello stesso autore, dichiaratamente autobiografico – va da sé. Ma ai suoi libri, se sono buoni, ciò non toglie niente.

*

Giovanna Ranchetti, A scuola per star bene
di Marina Massenz

Un libro che affronta le complesse problematiche tipiche della pre-adolescenza sotto diversi profili; dall’inquadramento psicologico di questa e della successiva tappa evolutiva (adolescenza), alla centralità della scuola (media in questo caso) sia sul piano educativo che su quello della prevenzione del disagio giovanile, fino ad esporre in modo concreto e “situato” nella nostra realtà sociale alcuni possibili progetti di lavoro che promuovono la scuola come agenzia formatrice e non solo come luogo di trasmissione di saperi (troppo spesso, ahimè, non saperi, ma semplici contenuti!).

Molto interessante poi la parte finale, in cui sono esemplificati alcuni interventi sperimentati dalla stessa autrice in una scuola media dell’hinterland milanese, in cui l’aiuto psicologico ad adolescenti in difficoltà viene trasmesso attraverso l’utilizzo della fiaba, come mezzo per interrogarsi e/o riconoscersi in un cammino evolutivo spesso irto di ostacoli. La fiaba permette infatti di familiarizzare con i processi interiori della mente umana; i protagonisti, gli antagonisti, il viaggio, la ricerca dell’identità, il superamento delle prove, la separazione dai genitori… tutti temi ricorrenti nelle fiabe, riproposti attraverso vicende fantastiche, metafore, personaggi, in cui il ragazzo può riconoscersi, per vivere in modo più consapevole e più da protagonista il proprio iter formativo.

* * *

Un appello di docenti per la scuola pubblica.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

9 pensieri su “Vivalascuola. Buon Natale, scuola pubblica

  1. Grazie a voi, Paolo e Gena. Pare anche a me, Paolo, che la scuola sia una fonte inesauribile di idee, basti pensare che tutte le nostre vite passano da lì.

    E auguri di buon Natale e buon anno a voi e a tutti i lettori.

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  2. Post, come sempre, ricco e documentato. Rattristano i dati che esprimono la misura dell’impoverimento della scuola pubblica, e dunque di noi stessi, delle nostre aspettative come genitori e cittadini, che credono nella sua imprescindibile azione formativa.

    Auguri di Buon Natale e Buon anno anche a te.

    Giovanni

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  3. Grazie, Giovanni, dici bene, l’impoverimento della scuola è un impoverimento di tutti noi. Ricordo le parole di Calamandrei: “La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”… la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue… è il complemento necessario del suffragio universale”.

    Un caro saluto, e auguri di buone feste e buon 2010.

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  4. torno da un collegio docenti (#@@!!!o§???*) in cui tra le altre si comincia a votare per decidere al di là del passaggio da attuale scientifico a scientifico riformato le possibili introduzioni (linguistico, tecnologico, economicosociale: questa un’emanazione ectoplasmatica del socio-psico-pedagogico!). io ho votato contro tutto: perché allo stato attuale essere conservatori è la cosa più moderna che ci sia. valutazione complessiva della riforma riguardante lo scientifico in tutte le sue salse? bip bip bip! e comunque sparizione diffusa di ore di filosofia, storia, latino, storia dell’arte. evviva, tutti ignegnèri: ok, bene così: ignegnèri.
    mentre qui c’è questa effusione di riflessioni, di studio, di lavoro, nel mondo “di fuori”, quello per esempio delle tre I (che non dico per decenza cosa significano per me), quel mondo di stampo nordestino che mi piace tanto, in cui tornano i capitali evasi con la benedizione di tremonti, si pensa alla scuola come capitolo economico della finanziaria. ai tagli, si pensa, al recupero di dané!
    e io che nella mia recensio ho parlato d’amore! sono fuori, fuori, fuori!
    buon natale a tutti, complimenti a giorgio per il mix.

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  5. la scuola è sul bordo,sul limite crollerà il suo fragile castelletto di carte.La riforma, che è una scuola di taglio cui non fa seguito un cucito, metterà in atto il disarmo con una semplice mossa:il cambio del monte ore, Crollerà il castello degli istituti tecnici e dei licei artistici e degli Istituti d’arte.Senza spendere nulla, senza pensare a nulla, tutto andrà in malora da sé.Uno scacco matto senza usare gli scacchi, solo un gioco di ore, come si fa negli alberghi in cui si usa…scopare e via.ferni

    A tutti al-lego un mazzetto di AUGURI, AUGURI di …campo,almeno ci si prova.f

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  6. Lucy, Ferni, la situazione della scuola è come voi dite, non c’è dubbio… ma le “ragioni” della scuola sono diverse; inoltre “anche quando può sembrare folle sperare, è da vili non farlo” (Albert Camus).

    Grazie, e auguri anche a Lucy, Ferni, Enza, di un anno migliore per voi e per tutti.

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