Tracce d’Oriente in Occidente – Tahirih la pura: La prima femminista in Iran

Di Mara Macrì

Presidente ACTA POPULI – Istituto di Comunicazione Ricerca e Giornalismo www.actapopuli.net

Qualche anno fa si svolse a Torino uno strano corteo: le donne musulmane erano scese in piazza a migliaia guidate dal loro Imam. Il nucleo centrale della protesta verteva sulla possibilità d’indossare il chador anche sulle fotografie dei loro documenti e nei permessi di soggiorno. E se la foto con chador non fosse stata accettata come proposta, speravano di poter contare sulla comprensione della questura per portare almeno il velo che copre testa, orecchie e gola.

Bourik Boucha, l’allora l’imam capo della comunità musulmana torinese, sosteneva che la questione riguardasse soltanto una forma di rispetto reciproco e che come loro rispettavano la cultura e le tradizioni della religione cristiana sarebbe stato giusto pretendere altrettanto. Ma i responsabili dell’ufficio stranieri della questura, spiegando che le fotografie necessarie per il rilascio dei documenti dovevano essere riconoscibili ed identificabili, bocciarono il chador consentendo il velo. Inoltre aggiunsero di aver “sempre” tenuto nella giusta considerazione le esigenze dei cittadini di qualsiasi appartenenza e fede; a dimostrazione del vero citarono, infatti, le suore che potevano presentare foto d’identità indossando gli abiti religiosi…

Il caso francese

Altra cosa accadde in Francia dove gli immigrati, attualmente, raggiungono l’8% della popolazione, e negli ultimi anni le presenze islamiche comprese quelle naturalizzate sono diventate circa 6 milioni.

Nella patria del Re Sole, prima che iniziasse la “marcia del chador” in Italia, gli immigrati musulmani sembravano abbastanza integrati, e soltanto successivamente agli episodi italiani si sollevarono numerose proteste di adolescenti che, sulla base di una legge estremista dei precetti islamici, chiedevano di indossare il chador in classe. E poiché le donne islamiche diventano maggiorenni raggiunta la maturità sessuale quando frequentano ancora le scuole medie inferiori – quindi molto prima dei diciotto anni – la diatriba si spostò sui banchi di scuola. Ma la tradizione scolastica francese fedele ad oltranza al principio della laicità, all’interno della quale ogni segnale di ostentazione legata a qualsiasi fede viene considerato quasi un sacrilegio contro la Repubblica, non vide di buon occhio questa rivendicazione e prese dei severi provvedimenti disciplinari. Per gli estremisti islamici tale atteggiamento si trasformò in un’occasione per fare propaganda integralista, e costringendo le loro figlie ad indossare il chador si presentarono alla stampa come dei perseguitati…

Il paradosso del caso

Tra la seconda metà degli anni sessanta ed i primi anni settanta, contemporaneamente alla generale ondata di contestazione che investì strutture e valori della società borghese, si verificò un rilancio della questione femminile. Il problema della parità fra i sessi era iniziato con i primi gruppi femministi sin dalla fine del secolo scorso, dove le due guerre mondiali avevano visto le donne sostituire gli uomini in molte occupazioni esclusivamente maschili, assumendo responsabilità in seno alla famiglia sempre più ampie e dando un’ulteriore spinta al processo di emancipazione. Dopo la battaglia dei diritti politici con l’estensione generalizzata del voto alle donne, il movimento femminista rivolse la sua attenzione ad un trattamento paritario per il lavoro femminile, richiesta che al di là degli aspetti economici richiamava l’attenzione del ruolo della donna all’interno della società, mettendo in discussione gli equilibri ed i ruoli interni alla struttura famigliare.

Però esiste un’altra verità, interessante, contrapposta alla volontà islamica dell’uso del chador e relativa alla straordinaria metamorfosi sociale occidentale alla quale erano state attribuite le lotte per l’ottenimento della parità tra i sessi. Tale verità si riferisce ad una creatura speciale e poco nota, che ha dato “per prima alle donne” la consapevolezza che ci potesse essere per loro una condizione di vita diversa: viene dal Medio Oriente.

La prima martire uccisa per i diritti delle donne non è stata un’occidentale bensì una poetessa iraniana, certa Tahirih, conosciuta anche come Quarratu’L’ – Ayn, di Quazvin. La sua vita risale alla prima metà del diciannovesimo secolo. Figlia di un prete musulmano, mostrò tanto di quel coraggio e potere da meravigliare tutti quelli che l’ascoltavano. Si tolse il velo contravvenendo ad una immemorabile tradizione, propria delle donne dell’Iran e nonostante fosse sconveniente parlare con gli uomini si misurava sempre con i più istruiti, battendoli in ogni riunione con la sua abilità oratoria. Si racconta che un giorno uno dei presenti si tagliò la gola pur di non vederla in volto, evitando così un sacrilegio ma rimettendoci la vita. Fu imprigionata dal governo iraniano; per le strade le lanciavano pietre ed anatemi, fu esiliata e minacciata di morte, ma non venne mai meno alla determinazione di lavorare per la libertà delle donne. Sopportò persecuzioni e sofferenze con il più grande eroismo, ad un ministro iraniano presso il quale era tenuta prigioniera disse: “Potete uccidermi quanto vi aggrada, ma non potrete fermare l’emancipazione delle donne”.

Tahirih è divenuta una leggenda del suo tempo e nonostante le forti opposizioni, anche della sua stessa famiglia (il marito le vietò di vedere i propri figli) le denunce del clero musulmano, gli arresti ed imprigionamenti, continuò a viaggiare in Iran e Iraq trasmettendo il suo messaggio rivoluzionario di parità di diritti e di conquista femminile. Giunse infine l’epilogo della sua tragica vita quando fu portata in un giardino e strangolata, ma prima di morire sostenne con forza ed assoluta certezza: “Anche se mi uccidete non riuscirete a trattenere il progresso e lo sviluppo delle donne”.

Tahirih, o , Quarratu’L’ – Ayn abbracciò nell’arco della sua breve esistenza la religione Bahà’i fondata da Bahà’u’llah, un nobile persiano di Teheran che lasciò un’esistenza comoda e sicura per divulgare la fede, una fede praticata oggi in 233 Paesi nel mondo.

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