Metodo Wu Ming: Scriviamo in quattro come una band

di Michele Smargiassi

Tutto comincia sempre (e tutto sempre obbligatoriamente finisce) attorno a concretissimo, paleo-tecnologico tavolo ovale, un modesto Ikea comprato nel ‘ 99 coi soldi di Q, il primo folgorante romanzo della band letteraria che allora si chiamava ancora Luther Blissett. È l’ unica proprietà comune del collettivo di scrittura Wu Ming, ma è anche il suo oggetto sciamanico e rituale, come la tavola rotonda dei paladini. Ora si trova a casa di Wu Ming 1, ha cambiato indirizzo diverse volte, comunque è ancora in servizio creativo permanente effettivo. Lì attorno è stato concepito e poi partorito anche Altai, quinta recentissima opera dei quattro co-autori “senza nome”, e tutto è iniziato come le altre volte: un Wu Ming solfeggia un’ idea, un altro la riprende, uno la rilancia, il quarto l’ aggiusta… Facilea dirsi, menoa farsi, ancor meno a spiegarsi. Comodamente stesi sui divani lisi di una libreria alternativa bolognese, la richiesta di raccontare il laboratorio Wu Ming è accolta dai quattro cavalieri della tavola ovale con educato scetticismo. «Non c’ è un metodo». Ed è vero. Sulla tecnica di scrittura collettiva nessuno ha mai scritto un manuale, tantomeno loro che l’ hanno inventata e praticata per primi, mai però teorizzata, sennonché a ogni presentazione pubblica c’ è una domanda dal pubblico che non manca mai: «Ma come fate? Chi scrive cosa?». E adesso che sulla loro scia si moltiplicano i collettivi di scrittura come Sic o Kai-Zen, fenomeno tutto italiano, forse è ora di dare una sistematina alla materia, che dite? «Non c’ è un metodo», conviene WM4, «ma dopo dieci anni di lavoro assieme, in effetti, c’ è una pratica sperimentata». Prima cosa, scrivere un romanzo in quattro (o perfino in cinque, come Manituana) non è come scriverlo in coppia, tipo Fruttero & Lucentini o Ellery Queen: «In due non è lavoro collettivo, è intesa coniugale». Quattro autori invece non possono intuirsi affettivamente, devono interagire concretamente. Fin dall’ inizio, dalla sorgente dell’ idea. Questa volta è stato facile: c’ era in tutti la voglia di un tuffo alle origini, di un reset dopo le turbolenze (l’ uscita di Wu Ming 3 dal team, un anno fa, per ragioni tenute riservate), di un ritorno al tempo, alla temperatura e ai temperamenti dell’ esordio di dieci anni fa. Altai non è il sequel di Q, «giurammo di non fare mai Q2 », ma rianima i tre personaggi del suo finale aperto e li ricolloca sugli scenari del Mediterraneo cinquecentesco in pieno scontro di civiltà. Su questo, al tavolo ovale, non c’ è stata incertezza, tant’ è che nessuno ricorda chi formalizzò la proposta. Ma un’ idea non è un soggetto e un soggetto non è un plot. Così è stato necessario un lungo brain storming per definire anzitutto i confini dell’ azione: di spazio (tra Venezia e Cipro) e di tempo (dall’ esplosione dell’ Arsenale di Venezia, l’ 11 settembre della Serenissima, alla battaglia navale di Lepanto). «La prima scansione in spezzoni narrativi si fa ancora in discussione verbale», spiega WM2, «la vera e propria divisione del lavoro comincia dopo, con la ricerca delle fonti. Ciascuno legge i suoi libri, fa schede e le passa agli altri, poi si discutono e l’ intreccio si arricchisce e si modifica». Dev’ essere il momento più divertente e funambolico, le penne riposano ancora, i senza-nome improvvisano giochi di ruolo, tentano dialoghi, cercano il personaggio rimbalzandoselo, affabulandolo finché prende forma. Con Q, ricordano, la scrittura vera e propria cominciò solo una volta chiusa la ricerca; con Altai invece la procedura s’ è raffinata: fondale storico e intreccio narrativo si sviluppano assieme; spiega Wu Ming 1 che «la fiction è come una lamina nella fessura fra un evento storico e l’ altro». Qui lavoro di gruppo e individuale cominciano ad alternarsi. «Mentre ancora cerchiamo materiale storico, ciascuno scrive per conto suo un capitolo-test, abbozzi narrativi che servono solo per capire se la vicenda funziona, se i personaggi reggono». A volte no. La prova della lettura attorno al tavolo ovale è spietata. «Quel che sembra funzionare nella lettura mentale, con quella ad alta voce rivela ogni minima crepa». Il patto: non essere concilianti. «Litighiamo creativamente. La chiamiamo “mediazione al rialzo”. Se anche uno solo di noi non è convinto di quel che ha scritto l’ altro, significa che un problema c’ è, che il prodotto non è ancora abbastanza ambizioso, allora bisogna alzare la posta, non cercare un compromesso». A costo di fare e rifare molto, magari anche tutto. Ad esempio Manuel Cardoso, il protagonista, era nato come infiltrato veneziano nell’ impero ottomano: ma non andava, «già letto in Le Carré. L’ abbiamo trasformato in un fuggiasco perseguitato». Ma un terzo del libro era già scritto. Rifatto da capo. Un processo molto “manuale”, più di quanto ci si potrebbe attendere da chi pratica la Rete con disinvoltura. In verità, anche se gli scambi nel team avvengono spesso via email, il loro lavoro ha poco a che fare con l’ esperienza di scrittura collettiva che i social network hanno massificato: una bacheca di Facebook è solo «un nastro che va solo in avanti, di continuo, senza retroazione, come certi giochi surrealisti di scrittura automatica; il nostro è un oggetto artigianale rifinito con cura, assieme popolare ed esigente». Dunque, a un certo punto, ci si «porta a casa il lavoro». Un capitolo a testa. Quattro capitoli dunque sono costantemente sotto scrittura parallela, prima della rifusione. Un formalista russo o un oulipiano potrebbe forse scoprire che i romanzi dell’ officina Wu Ming contengono una segreta struttura matematica a moduli multipli di quattro. Il problema, ovvio, è la cucitura. Più ancora quella stilistica di quella diegetica. Con altri romanzi, ad esempio Asce di guerra dove capitoli narrativi si alternano ad affreschi storici, è stato più facile. Ma Altai è un romanzo dalla struttura molto omogenea e apparentemente semplice, comincia dall’ inizio e finisce alla fine, ed ha un io narrante: cioè è un inferno di sartoria per un abito da imbastire a otto mani. Eppure alla fine si muove, si lega. Come in un buon fotoritocco, le giunture svaniscono. Anche Wu Ming 5, che fa parte del gruppo solo da Manituana, è entrato bene in risonanza. Lo spiega da ex musicista qual è: «Funziona come una rock band. Ogni componente ha la sua personalità, che emerge negli album solisti, ma quando poi è la band nel suo insieme che cerca la propria voce. Come Crosby Stills Nash e Young: il loro sound non è una somma, è una costruzione originale». Ma precaria fino all’ ultimo: la prova della lettura finale ad alta voce, in sequenza, è ancora in grado di smantellare pezzi interi dell’ edificio, da rifondere e rimontare. Alla fine, ogni libro di Wu Ming si lascia dietro una quantità impressionante di scarti di lavorazione. «C’ è un autore nascosto nel nostro gruppo, Wu Ming 6: è il cestino. Il più equanime di tutti noi: non alza mai la voce, ma le sue decisioni sono inappellabili».

Repubblica 16 dicembre 2009

4 pensieri su “Metodo Wu Ming: Scriviamo in quattro come una band

  1. “Altai” non l’ho ancora letto, ma conto di farlo.
    Quanto dicono di come nasce un loro libro mi conferma la serietà e il molto lavoro.

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  2. No, dài, a Natale nooo…
    Pietà. Pietà. Pietà di noi. Non c’è niente, oltre al metodo, in questo scartafaccio a 20 €. Impubblicabile. Ma pubblicato da Einaudi/Mondadori per motivi che.
    Insomma, per favore, non fatemi fare il cattivo pure oggi. 🙂 Dài, voltiamo pagina.

    Parliamo di cose belle invece. Ad esempio del bellissimo “L’isola sotto il mare” di Isabel Allende che sto leggendo in queste ore. Parliamo di Letteratura, vi va?

    Buon natale

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  3. Non credo al metodo Wu Ming per una ragione semplicissima: scrivere richiede libertà assoluta, e la collaborazione fra 4 o 5 persone limita necessariamente la libertà di ciascuna di queste persone. Inoltre il parallelismo con una rock band non regge: là c’è chi scrive i testi, chi la musica, chi suona la chitarra, chi la batteria, chi il basso eccetera; qua invece tutti e 5 i membri fanno la stesa cosa, ovvero pensano e scrivono. Come trovare un’intesa che non sia in realtà compromesso? Non ho ancora capito il senso artistico di un’operazione del genere; la scrittura non otterrà mai un implemento di qualità aumentando la quantità dei creatori; scrivere un romanzo in 5 è un po’ come – mi si passi il paragone – tirare in 5 un calcio di rigore.

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  4. Scrivo – per diletto – quasi sempre a più mani, faccio parte di un laboratorio di scrittura composto da una ventina di persone e sono la quarta parte di un autore collettivo; posso confermare che, nonostante l’intesa, spesso la mediazione è necessaria; ciò, però, a mio avviso, non rappresenta un problema: il risultato finale (racconto, romanzo) lo si raggiunge in gruppo anziché da soli, tutto qui.

    Il parallelismo con le rock band lo trovo calzante: quante band non hanno più lo stesso sound e/o la stessa “forza creativa” quando cambiano formazione? In base alla mia esperienza, mi pare di poter dire quindi che anche nella scrittura collettiva il “tutto” sia maggiore della somma delle parti.

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