Sono un eroe?

Sono un eroe.
Uscire di casa con questo brutto tempo, di notte, all’ora in cui tutta l’umanità, o quasi, invece rientra.
O sono pazza?

Nevica.
Dal primo pomeriggio viene giù l’iradiddio in batuffoli bianchi, fitti fitti. Fiocchi a bizzeffe, a miliardi, incalcolabili. Gli angeli rifanno i loro cuscini, ne riversano il candido contenuto in terra, su noi piccoli e mortali.
Fiocchi multiformi e leggeri, così leggeri che danzano nell’aria gelida e non diresti mai, dai volteggi che fanno, che prima o poi dovranno toccare il terreno. Anche i fiocchi più perfetti e aerodinamici infatti devono arrendersi alla gravità, devono scontare la materialità del suolo. E arrivano, si accomodano, si distendono, ma sono talmente tanti che finiscono uno sull’altro, si ammucchiano, crescono. I centimetri di candore s’innalzano. Prima qualche millimetro, poi un centimetro, due, e nel soffio che stasera non c’è, i centimetri diventano cinque e poi dieci. E poi ancora.
Non c’è tregua.

La neve è bella, meravigliosa, un dono del cielo. La vedo scendere precipitosamente rimirandola nel contrasto con i lampioni e le luci colorate di Natale. Affascinata, resto, come sempre. Tuttavia questa notte la neve vorrei tanto limitarmi a guardarla dalla finestra, invece di affrontarla di persona. Vorrei spiarla da dietro le tende, con un fuoco di camino allegro e impertinente alle spalle, mentre tutto intorno a me parla di casa e di cose buone. Vorrei sognare di immensità bianchissime, ma da dentro le mura un po’ meno candide di casa mia.
Invece è notte, è l’ora, e devo andare.
Devo andare a lavorare.

Sono un eroe.
O sono pazza.
Comunque devo uscire di casa nella tormenta. Va bene, sto esagerando, non è una tormenta. Ma quei centimetri che aumentano cancellando ogni traccia di normalità intorno a me, se non sono il frutto di una tormenta, poco ci manca.
A causa del maltempo ovunque chiudono i battenti gli uffici e le scuole, saltano i collegamenti, treni e aerei s’immobilizzano. Ma gli ospedali no. Non possono chiudere. Non possono saltare in aria a causa di capricci meteo. Pioggia, neve, tornadi, tsunami o terremoti, il personale sanitario deve raggiungere a tutti i costi il luogo in cui presterà la propria opera.
L’infermiera avanti a tutti.
Non la fermerà certo una tormenta di neve.
In corsia c’è bisogno.

E non conta il clima vacanziero, la festività incombente, l’allegria imperante di chi finalmente per qualche tempo dimenticherà il dovere quotidiano. Non conta niente. L’ospedale non chiude. Non chiudono i reparti di degenze o le unità intensive e il pronto soccorso. I malati non è che non si ammalano perché fuori nevica o perché è Natale.

Esco di casa con mezz’ora di anticipo. Con questo tempaccio potrei incontrare dei rallentamenti, dunque devo regolarmi, fare tardi non è previsto.
Mezz’ora di anticipo e pulsazioni raddoppiate. Ho l’ansia da maltempo. Guidare con forti piogge o abbondanti nevicate come questa mi mette in stato d’allerta, mi scatena tutte le riserve di adrenalina.
Ogni volta mi riprometto di imparare a mettere le catene… ogni volta non imparo mai. Le gomme termiche di solito tengono e sono sufficienti per andare a compiere la mia missione. Ma sai l’ansia?… Certo che una volta o l’altra mi ritroverò ad affogare nella neve, con le ruote dell’utilitaria che girano a vuoto, galleggiando a mezz’altezza. E allora che farò? Semplice: fermerò il primo sventurato meccanizzato che passa, gli chiederò disperata di aiutarmi, che in ospedale aspettano me, solo me, è una questione di vita o di morte… e magari gli reggerò l’ombrello, intanto che il poveraccio, immaginando che potrebbe esserci lui nel bisogno di una corsia ospedaliera, si sporca e si gela le mani, commosso e fiero di aiutare un eroe. Un eroe che non sa destreggiarsi se la neve sale troppo. E sì che da decenni ormai l’eroe vive in montagna.
Che piccolo piccolo eroe incapace.

La strada intanto è tutta bianca. La coperta che viene giù dal cielo è sempre più spessa. Passeranno presto gli altri veri eroi, quelli che a qualunque ora sono pronti a gareggiare con i batuffoli dal cielo. Facciamo a chi è più veloce: i fiocchi a ricoprire l’asfalto, o i mezzi meccanici a ripulirlo.
Uomini e mezzi, alleati, prima o poi apriranno le vie e permetteranno il ritorno alla vita di sempre.
Ma intanto io devo andare e affrontare questo tappeto spesso e anche insidioso, che ricopre lastre di ghiaccio invisibili ma pronte a farti lo sgambetto.
Parto. Piano.

Vado piano. Sono tesa, non si vede quasi niente. Ma vado. Con prudenza, le gomme termiche come unica arma. Sì, le catene sono in macchina, ma non le conto, che tanto non le so usare. Per quel che mi riguarda, sono una pistola scarica.
E poi non servono.
Ce la faccio.
Credo di essere la prima ad arrivare fra tutti coloro che oggi faranno il turno di notte…
Al parcheggio ci sono giunta sana e salva. Ma ora un’altra impresa pazzesca è raggiungere l’entrata. Saranno 200 metri. Faticosissimi e infidi.
Vado piano, molto piano, anche a piedi
.
Un piede dietro l’altro, un passo lento dopo l’altro, come quello dei montanari, ma con la pazienza dei pescatori. La neve a terra invade il carrarmato degli scarponcini e li trasforma in pattini, gelando all’istante. Nevica e il termometro segna -10° C, che si può pretendere?
Una lamina ghiacciata sotto gli scarponi, ma anche con i pattini, come con le catene, come con gli sci, qualche problema irrisolto ce l’ho, ce l’ho sempre avuto.
Avanza piano, soldato, o ti ritrovi sì in ospedale, ma dall’altra parte della trincea, con una gamba rotta.
Ma quanto sono lunghi, questi 200 metri?
Piano, piano, mentre mi riempio il cappuccio di neve e gli scarponi s’inzacchereranno tutti. Le orme che lascio oggi domani non ci saranno più, rivestite di nuovo di bianco. Del mio passaggio non resterà traccia.

Ecco, ce l’ho fatta. Timbro il cartellino. Prendo servizio ufficialmente. I tabulati non riporteranno la mia avventura di stasera, nessuno lo saprà, quando faranno il rendiconto. Sono arrivata in orario e questo conta, non interessano a nessuno le mie ansie, i miei scivoloni, la giravolta che farò con l’auto domani mattina sul fondo ghiacciato.
L’importante è esserci.

Sono un eroe.
Lasciare il caldo rifugio di casa, mentre tutti corrono a riconquistare il proprio, scalciando giubbotti e scarponi, ritrovando pantofole e pigiama, abbracciando affetti e guanciali.
A volte penso che pagherei una cifra per non uscire di casa in notti come questa. Per condurre un’esistenza normale, vale a dire dormire di notte e vivere di giorno.
Pagherei per non affrontare il buio, il freddo, la neve, la strada insidiosa e i pattini sotto gli scarponi.
Pagherei per chiudere la notte e tutto questo gelido biancore fuori dalla porta, e riaprire la stessa porta domani, con la luce e col sole, chissà.
Anche questa volta, però ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta resistere, a vincere lo sconforto e il timore, e il freddo e tutte le mie ansie da maltempo.
Ce l’ho fatta e ora sono qui, a fare quello che devo fare, a guardare ogni tanto fuori dalla finestra, a contare quei miliardi di fiocchi che continuano, inesorabili, a scandire le ore del buio, senza mai fermarsi.
Un pensiero mi sfiora. Tra qualche ora dovrò affrontare lo stesso percorso, in senso inverso, con lo stesso patema ma con una meta più ambita: la mia casa e la mia vita così anormale.
Non importa, tutto questo non importa.
Ora sono qui e qualcuno, di là, ha un bisogno e mi chiama.

Non sono un eroe.
Non sono pazza.
Faccio solo il mio dovere.


Dedico questo piccolo scritto a tutti coloro che, come me, lavorano di notte e durante il Natale e tutte le festività. Auguri a noi, e alla nostra vita così diversa.

5 pensieri su “Sono un eroe?

  1. sì, sei un eroe. io odio la neve, la odio così tanto che ci ho scritto su un paio di schifezzine. per me è il bianco melvilliano, il male, il gelo, la morte. in terraferma negli ultimi giorni ha fatto disastri, un’ora e mezza certi colleghi per raggingere scuola, per tornare subito, perché, naturalmente, nessuno ti avverte che l’istituto chiude [poi in centro storico ci si è messa l’acqua alta, che neanche quella scherza]. non sopporto la neve perché il freddo mi manda in tilt, il mio povero neurone si ingrippa: quindi chi la affronta per fare il suo dovere è eroico, di notte, poi, e di natale, poi, non parliamo. io non ci vedo niente di affascinante quando turbina contro i lampioni: mi spaventa e basta. ci hanno scritto un sacco i poeti, anche che sotto il manto il granello di frumento macera e poi darà frutto.
    ma la poesia più vicina al mio sentire, con tutto che è del carducci giosué, è l’ode barbara “nevicata”:

    Lenta fiocca la neve pe ‘l cielo cinereo: gridi,
    suoni di vita più non salgon da la città,
    non d’erbaiola il grido o corrente rumore di carro,
    non d’amor la canzon ilare e di gioventú.
    Da la torre di piazza roche per l’aere le ore
    gemon, come sospir d’un mondo lungi dal dí.
    Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati:
    gli amici spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.
    In breve, o cari, in breve —tu calmati,indomito cuore—
    giú al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò.

    su un altro piano: oggidì ( o “al giorno d’oggi”: le care espressioni dei miei studenti!) a fare il proprio dovere si è eroi. anche un po’ scemi, aggiungo. non secondo la mia opinione, ma secondo quella che mi pare dominante.
    comunque, ram, una bella testimonianza. buone feste!

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  2. Lucy, anche l’inverno ha il suo fascino, sebbene anche io preferisca indubbiamente l’estate e il suo calore. E per dire che il freddo è a suo modo affascinante, devo richiamare alla memoria le immense distese bianche, i paesaggi artici, il silenzio dei boschi innevati e le vette immacolate contro un cielo azzurro. Devo ricordare le passeggiate affondando al ginocchio e le palle di neve e i pupazzi con una carote per naso…
    Il problema è mantenere i ritmi cittadini quando il maltempo infuria. Costringere la gente a uscire di casa, magari per niente, com’è successo ai tuoi colleghi. E rischiare incidenti seri, per niente.
    Io dico sempre che la neve è bellissima, ma dovrebbe cadere dove non dà fastidio alla nostra vita di condannati ai lavori forzati.
    Purtroppo poi ci sono lavori che non ammettono deroghe, perchè rivolti all’assistenza o alla sicurezza del prossimo. Con questi non c’è niente da fare… bisogna esserci e basta.
    Non so se si può parlare di eroismo, ma non c’è proprio alternativa.
    Qualcuno lo deve fare.

    Grazie per la poesia! Buone feste e buon inverno anche a te (tanto poi passa…)

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  3. Cara Ramona,
    non sei un eroe, sei “solo” una persona per bene e normale.
    Due riflessioni amare.
    La prima è che fra quanti disertano scuole e uffici per pochi cm di neve può trovarsi qualcuno che poi non ha problemi ad andare a sciare fuori pista, con le conseguenze, non solo per lui, che tutti conosciamo.
    La seconda riflessione, cruciale, tocca le responsabilità pubbliche:
    di fronte a pochi cm di neve certe amministrazioni chiudono scuole e uffici nel tentativo di mascherare annose inadempienze, ed intanto concorrono a creare la maggiore mentalità possibile nei confronti del dovere comune.
    Saluti festivi ma ahinoi non festosi,
    Roberto

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  4. Roberto, tu dici delle verità sacrosante. Per chi abita in luoghi di montagna come me, poi, sono ancora più evidenti. Il malcostume e la presunzione di chi, inesperto, provoca danni a sè e agli altri, sia sulle piste che sulle strade, è cosa di tutti i giorni.
    In quanto all’efficienza di chi dovrebbe provvedere a tenere pulite le strade, sempre per via di quel senso del dovere che spinge chi ha un briciolo di onestà (o di pazzia, penso io…) a recarsi comunque sul luogo del lavoro, a volte le mancanze ci sono anche dove non si penserebbe. In questo capoluogo dolomitico, ho visto una notte di capodanno con 50 cm di neve sulle strade, perchè nessuno ha provveduto a pulirle, in un momento di tradizionali bagordi… e lo scorso anno, in cui la neve è arrivata, copiosa, un po’ in anticipo, si sono viste disorganizzazioni tremende…
    A volte il tutto è umanamente comprensibile. Ma allora poi, non pretendiamo puntualità, sacrificio, rischi, da chi comunque deve esserci.
    Grazie del tuo commento, così veritiero e da me condiviso…

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