Tra gli Angeli e l’Io: intervista a Igor Sibaldi

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Igor Sibaldi è uno scrittore e traduttore che unisce in sé molte diverse strade. Nato a Milano nel 1957, è un esperto di slavistica, e ha tradotto e curato l’edizione italiana di numerosi classici della letteratura russa. Ma è anche teologo ed esperto di storia delle religioni. In questo campo, ha pubblicato numerosi saggi che trattano il tema del rapporto dell’uomo con la dimensione dello spirito e con i principi fondamentali della tradizione giudaico-cristiana. RicordiamoI maestri invisibili(ed. Mondadori), Il mondo invisibile (ed. Frassinelli), ma anche Il frutto proibito della conoscenzaL’arca dei nuovi maestri (sempre editi da Frassinelli), e poi Il codice segreto del Vangelo. Il libro del giovane Giovanni (ed. Sperling & Kupfer), Il libro degli angeli(ed. Frassinelli) e l’ultimo uscito, il Libro della personalità(ed. Frassinelli).

In realtà mi trovo oggi a confrontarmi nuovamente con la sua scrittura e con i temi da lui trattati, in una fase particolare della mia vita: e credo che questo avvenga per una quanto mai significativa coincidenza – o, per dirla con Jung,sincronicitàLa verità è che il mio interesse per la medicina olistica e la meditazione, poi confluite nella preghiera del cuore, mi aveva già portato a incontrare il suo bellissimo saggio – che in realtà si legge come un romanzo – I maestri invisibili, nel quale Sibaldi descrive il suo incontro e i suoi dialoghi con gli spiriti-guida. E poi alcune mie personali esperienze, benché non profonde comele sue, nel corso di questi anni, mi hanno portato a elaborare un mio percorso di riscoperta della spiritualità a partire dal cuore.
Non molto tempo fa mi sono ‘casualmente’ imbattuto nel suo volume del Libro degli angeli, una bellissima disamina della gamma di angeli che si possono arrivare a conoscere – per un tramite principalmente intuitivo, e solo in subordine di ‘comprensione’ razionale – attraverso la millenaria tradizione angelologica che affonda le proprie radici nella cultura ebraico-cristiana. E, a ruota, ho letto Il codice segreto del Vangelo. Il libro del giovane Giovanni, una splendida riproposizione (ovvero traduzione commentata con ampia introduzione) del vangelo giovanneo in chiave linguisticamente ‘pura’, cioè attenta a cogliere il significato originario – precedente a individuabili modifiche e interpolazioni di compilatori di epoca successiva – delle parole di Gesù, riportate dal più filosofico tra gli evangelisti. Il centro di tutto – ma non solo in questa riflessione, bensì in tutta l’opera di Sibaldi – è il concetto di Io profondo, quel Sé superiore che anche nella psicologia analitica e nella medicina olistica emerge come il fulcro della personalità di ognuno. La lettura non solo della tradizione angelologica, ma anche e soprattutto del testo giovanneo, da parte di Sibaldi, evidenzia come tutto il messaggio che Dio ha trasmesso agli uomini attraverso i suoi ‘agenti eletti’, primo fra tutti Suo Figlio, si fondi su questo ‘centro’. In realtà, come gli angeli sono correnti energetiche che attraversano la nostra personalità, passando per il suo fulcro – per cui siamo tanto più noi stessi e tanto più realizzati quanto più ci avviciniamo ad esso –, così il punto centrale del messaggio di Gesù, Dio fatto uomo, emerge come quello di riscoprire e glorificare l’Io profondo: questo è il nucleo del Divino presente in noi, e il luogo in cui il Padre ha messo la propria scintilla perché ognuno di noi riesca a scoprirla e glorificarla coltivando il suo Desiderio profondo anche attraverso – ma soprattutto al di là – delle “notti oscure dell’anima”.
È proprio questo il filo conduttore intimo e misterioso – ma al tempo stesso sorprendentemente chiaro, nel suo dipanarsi spontaneo e intuitivo – dell’opera ultima di Igor Sibaldi, il Libro della personalità, dove il confine tra spiritualità e psicologia diventa labile e indistinto, e s’intuisce la poderosa possibilità di rinascita attraverso il contatto immediato col Divino in ciascuno di noi, nella misura e dal momento in cui non si ‘pensa’ né si ’sente’ più come un <noi – cioè in base a consolidati stereotipi collettivi di pensiero – ma come l’Io profondo, che è nel cuore di ognuno ed è intrinsecamente originale e irripetibile.

Com’è nato in Lei l’interesse per la dimensione dello spirito e per i percorsi dell’anima?

Da quel che posso ricordarmi, è stato proprio il contrario: quel desiderio di conoscere l’invisibile c’è sempre stato, in me; piuttosto, ho fatto il possibile per soffocarlo, per non pensarci, per occuparmi di ciò che secondo la maggioranza era doveroso e conveniente. Penso che così capiti a tutti: che, cioè, quel desiderio sia del tutto naturale, innato. Solo, io sono riuscito a soffocarlo meno di quanto hanno fatto tanti altri, e così, piano piano, ha preso il sopravvento su tutti gli altri miei interessi.

Ci può parlare del suo primo incontro con gli spiriti guida? Si è trattato di un’esperienza complessivamente più inquietante o liberatoria?

È stata un’esperienza molto semplice e allegra; spiritosa, direi. Nel 1985 un’amica, conosciuta da poco e poi subito persa di vista, volle a tutti costi che io seguissi un corso di psicodinamica. Non avevo mai seguito corsi di meditazione e, non so perché, accettai. Fin dai primi minuti, ascoltando gli istruttori non riuscii a trattenere il riso: ridevo di sollievo, di sorpresa e di gioia; mi sforzavo di ridere sottovoce, per non disturbare gli altri, e naturalmente qualcuno mi gettava occhiate di rimprovero. «Sst!» e io chiedevo scusa. A un certo punto, durante un esercizio di visualizzazione, si aprì una qualche porta interiore (la immaginai proprio come una porta) e arrivarono due figure non ben definite: gentilmente, mi dissero che «non erano di quel corso», e che il corso di psicodinamica era sicuramente utilissimo e facevo bene a seguirlo, ma loro due – se acconsentivo – sarebbero tornati a trovarmi un paio di giorni dopo, a casa, e avremmo fatto conoscenza. Acconsentii, tornarono, e da allora li incontro regolarmente, e con loro studio e scrivo libri.

Qual è il senso profondo del rapporto con il nostro angelo? E com’è possibile arrivare a realizzare le nostre potenzialità attraverso una conoscenza più approfondita delle sue caratteristiche?

A mio parere, l’angelologia è una psicologia antica, i cui risultati non sono ancora stati riscoperti – neppure lontanamente – dagli psicologi attuali. È fondamentalmente una tipologia e un’energetica della psiche; ciascun Angelo è espressione di un tipo di energia dell’anima – cioè di differenza di potenziale tra l’io cosciente e quei livelli incommensurabili della psiche, che gli antichi chiamavano Dio. L’angelologia, descrivendo minuziosamente gli angeli, insegna a conoscere e a utilizzare tutti i tipi di tale energia, fissati convenzionalmente a settantadue dalla tradizione ebraica, e a trecentosessanta da quella egiziana. Per saperne qualcosa, è indispensabile studiare: capire il senso delle lettere ebraiche (così come un fisico deve studiare analisi matematica), interpretare i Nomi degli Angeli, pensarci a lungo, intuire, verificare le intuizioni ecc. Non è cosa da poco, ma in compenso ho notato che buona parte delle conoscenze indispensabili all’angelologia sono ingenite in ognuno di noi; scoprirle somiglia da subito a un ricordarle. Perciò, dopo una minima applicazione, capita regolarmente che un neofita si accorga di trasformarsi misteriosamente in un esperto.

Il Vangelo di Giovanni, riletto in chiave di cuore, ovvero imperniata sul rapporto col nostro Io profondo, rivela dei significati imprevisti, che la tradizione spesso offusca. Eppure, in una delle pagine conclusive dell’opera – facendo riferimento alla figura di Pietro –, mi è sembrato che Lei lasci intendere come non esista una cesura radicale tra la via dell’Io e l’istituzione-chiesa. Insomma, è possibile leggere e sentire il cristianesimo come via di riscoperta delle nostre potenzialità più radicate senza necessariamente entrare in contrasto con i percorsi della fede liturgica. Ma – pare potersi intuire – è necessario uno ’scatto interiore’, un attivarsi di un canale di comunicazione spirituale che confina col mistico, e che, a mio personale avviso, pare essere l’anello di congiunzione con i percorsi suggeriti anche da figure di santi, beati e mistici quali Padre Pio, Karol Wojtyła e i veggenti di Medjugorje. Cosa può dirci, al riguardo?

No, non mi sembra proprio di aver detto che tra l’Io e l’istituzione-chiesa ci sia un rapporto. Sostengo il contrario: l’Io si può trovare soltanto dove c’è l’io, e non si trova mai dove c’è un «noi» (una chiesa è comunque un «noi»). È quel che dice anche il Vangelo («non fate come gli ipocriti che vanno a pregare nei templi», Matteo 6,5 ecc.); e soprattutto nell’ultima pagina del Vangelo di Giovanni la figura di Pietro, che nel II secolo simboleggiava la cosiddetta Grande Chiesa di Roma, viene indicata come un elemento del tutto insufficiente. Mi rendo conto che quando si adotta una «via del cuore», quando cioè si lascia che il sentimento decida il proprio atteggiamento verso la spiritualità, l’istituzione-chiesa diventi fondamentale per un cristiano; ma non è ciò che mi interessa. Utilissima, l’istituzione-chiesa lo è stata nel conservare tutta una serie di tradizioni, tecniche, ipotesi, costruzioni intellettuali elaborate dal I secolo d.C. fino al secolo scorso: è un patrimonio filosofico e psicologico straordinariamente importante; purtroppo, pochissimi all’interno della chiesa stessa ne sanno qualcosa di preciso, e specialmente a partire dagli anni Trenta del secolo scorso il clero cattolico ha fatto troppo poco per illuminarlo ai fedeli. Quanto alla mistica di Padre Pio, di Wojtyła e di Medjugorje, è un fenomeno religioso con cui, almeno finora, non ho avuto nulla a che fare. A me non interessa il «credere» così com’è inteso oggi nel cattolicesimo; a me interessa il conoscere e l’accorgersi, cioè la fede così com’era intesa duemila anni fa. La differenza è che il «credere» attuale consiste in un credere a qualcuno; il conoscere e l’accorgersi è invece qualcosa che può essere attuato solo in prima persona.

Il suo ultimo libro (Libro della personalità) evidenzia come non esista una separazione tra sfera dello ’spirituale’ e quella dello ‘psicologico’. Riscoprire l’Io significa accostarsi al divino che è in noi, e viceversa intuire l’Eterno vuol dire risvegliare le potenzialità più profonde della nostra anima. Così, partendo dal socratico “Conosci te stesso”, e passando per il messaggio del Figlio dell’Uomo, è possibile arrivare a comprendere nell’intimo le fasi di un percorso di risveglio dell’essere che è essenzialmente terapeutico.

Certamente. Occorre solo puntualizzare che il divino non è «in noi», se per «noi» si intende la coscienza che noi abbiamo di noi stessi; piuttosto, il nostro «io» è nel divino: nel senso che quel che sappiamo di sapere e di non sapere di noi stessi è soltanto una parte infinitesimale di ciò che non sappiamo di sapere di noi stessi e dell’universo intero. In tal modo, il nostro io cosciente è in un nostro Io molto più grande, il quale è a sua volta in un Io ancor più grande, e in un altro più grande ancora. Qui, senza dubbio, Bibbia e Vangeli sono vicinissimi a tradizioni più antiche, come quelle egizie e induiste: non tanto perché se ne siano lasciati consapevolmente influenzare (cosa che certamente è avvenuta), ma perché l’argomento di cui trattano è il medesimo, e le conclusioni a cui giungono sono, fortunatamente, concordi le une con le altre. Trarre da queste conoscenze antichissime elementi per una psicologia più profonda e più efficace di quella attualmente in uso in Occidente, è uno dei miei obiettivi più urgenti.

14 pensieri su “Tra gli Angeli e l’Io: intervista a Igor Sibaldi

  1. E’ certamente auspicabile questa riscoperta personale ed esperienziale della vita interiore e degli stati più elevati della coscienza, che Igor Sibaldi ci propone.

    Ciò che però mi lascia un po’ perplesso nel suo ragionamento, e che vorrei sommessamente indicare a Giovanni Agnoloni, sono questi punti:

    “l’Io si può trovare soltanto dove c’è l’io, e non si trova mai dove c’è un «noi» (una chiesa è comunque un noi”
    Qui Sibaldi sembra parlare nuovamente del vecchio io egoico chiuso in se stesso, in quanto il Sé profondo è per sua natura relazionale, è con-esserci, per dirla con Heidegger, porta cioè nella sostanza della propria identità la relazione con gli altri.
    Per questo preghiamo il Pater al plurale, appunto come un noi.

    Questa mancata comprensione della relazionalità intrinseca della vita dello Spirito dipende dalla mancata comprensione (esperienza) del mistero dell’Incarnazione, e cioè del Fatto che celebriamo in questi giorni: il Natale, la nascita dell’Io Assoluto nella carne dell’uomo, un Evento che segna una svolta unica nella storia (spirituale) del pianeta, e ci apre tra l’altro proprio alla comprensione della Relazione come Assoluto (Trinità): l’Assoluto è in sé Relazione tra Persone (e non immersione in un Io irrelato).

    Da ciò deriva infine il pericolo di un sincretismo un po’ all’acqua di rose, di un misticismo, direi senza mistica, in cui tutte le vacche finiscono per sembrare ugualmente nere, senza cioè discernimento e differenziazione. Con la consueta (e sempre più facile) critica dell’istituzione in quanto tale, e cioè della storia stessa, nella fatica dei suoi processi.
    Dimenticando che non c’è un solo mistico di alcuna tradizione che non abbia con fermezza sostenuto che l’esperienza esoterica non sussiste se non come risvolto di quella essoterico-istituzionale: non c’è, in altri termini, alcuna esperienza mistica se non all’interno di una Tradizione e di una Rivelazione ben precise, e accolte per fede.

    Auguri a tutti i redattori e i lettori di questo nostro Blog di una nascita divina nella carne (esistenziale e relazionale) del tempo e non nei sogni della nostra (privata) immaginazione di singles post-moderni.

    Marco Guzzi

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  2. Grazie per il tuo commento, Marco. Se ho ben compreso gli scritti di Igor Sibaldi, il concetto di Io a cui lui allude non è assolutamente “egoico”. Anzi, laddove si parla di Ego (ovvero dell’immagine del nostro Io che è il riflesso di quello che la società ci insegna a pensare su di esso), si nega l’essenza stessa di quel Sé, che altresì possiamo chiamare Io profondo, e che è per sua natura intrinseca Amore. Ed è tale, perché partecipa – in quanto contenuto in essa – della sostanza del Padre – e, questo lo aggiungo io – altro non è se non il punto in cui incontriamo il Figlio dentro di il nostro cuore. Ne consegue l’immediata apertura all’Altro, che non sono gli “Altri”, ovvero il Noi di cui parla Sibaldi, perché ogniqualvolta diciamo Noi in questo senso ricadiamo in un insieme di convenzioni, regole e maschere sociali che sono al più un contenitore, una premessa da cui partire per liberare il nostro vero potenziale, ma non realizzano l’unico vero incontro e l’unica vera porta di accesso al Divino, che è nel cuore. Sibaldi, nel “Libro della personalità”, allude a come, in realtà, la percezione che abbiamo di noi stessi sia una minima parte di ciò che realmente ‘siamo’, perché il nostro Io più profondo ricade in un bacino molto più grande, che è il Divino in ciascuno di noi. E in questo bacino più ampio possiamo realizzare un incontro con ogni singolo Io con il quale ci rapportiamo. E’ quell’incrociarsi di sguardi con cui Gesù riusciva ad affascinare – proprio perché toccava il cuore e apriva le “porte” interiori, come nel caso del famoso “Effatà” -, e che ritroviamo nello sguardo e nelle parole dei santi e dei beati, anche del nostro tempo. In sostanza, io interpreto e applico la sua riflessione alla tua considerazione circa la partecipazione a un’entità collettiva come la Chiesa nel senso di dire che la vera unione – o “comunione dei santi” – si può realizzare solo in quanto ogni singolo, disceso nel suo Io profondo (che raramente è una condizione costante, e comunque non è impresa facile da compiere), acquisti la capacità di entrare in contatto con l’Io degli altri, al di sotto e al di là delle facciate. Dobbiamo riscoprire questa dimensione di amore universale, per poter realizzare una vera condivisione. Finché navighiamo in un collettivismo esteriore, rischiamo di perdere di vista l’unico presupposto imprescindibile di una condivisione più ampia, che è l’incontro nel cuore.
    Quanto alla chiesa, mi pare che Sibaldi ne riconosca anche i meriti, e il suo non è un attacco all’istituzione in sé, ma ai “noi” nel senso sopra specificato, di qualunque tipo essi siano. Emerge però con chiarezza, dai suoi scritti, legati alla sua competenza di filologo, come i testi evangelici, riletti in chiave “pura”, ovvero prima delle interpolazioni e modifiche dei primi secoli del cristianesimo, evidenzino una forzatura di certi concetti e significati, che sono andati sovrapponendosi al cuore della questione, ovvero, appunto, il Cuore, quello che Gesù ci ha mostrato e donato, rivelandoci che tutte le volte che ci rivolgiamo a Lui – così come tutte le volte che Lui dice “Io” o “me”, – in realtà ci rivolgiamo alla parte più profonda dell’Io; e Lui è l’essenza più profonda del nostro Io, e la nostra porta di accesso al Padre. Nella misura in cui la chiesa riesce ancor oggi – e ci sono figure di non solo di santi e beati, ma anche di sacerdoti come il nostro Don Fabrizio o il mio parroco qui a Firenze, Don Marco – a trasmettere un messaggio di cuore, di incontro profondo con Gesù nel cuore, e dunque di amore, la sua missione è coerente con questa, che è una realtà, ancor prima che spirituale, psicologica. Altrimenti si rischia di coltivare un essoterismo che non fa altro che alimentare pericolose scissioni sul piano psicologico, prima tra tutte l’idea di “colpa” e “penitenza”, che pesano sulla nostra tendenza spontanea a dirigerci verso l’Io profondo. Insomma, personalmente vedo la riflessione di Sibaldi non come l’affermazione di un percorso “esoterico” in contrapposizione alla “religio” istituzionale, ma come un utile strumento per accedere – come per me è avvenuto tramite un’altra strada, quella della medicina olistica e della meditazione di consapevolezza – a un rapporto con la fede (e anche con la chiesa) imperniato sul cuore, e dunque sull’Amore, nello spirito dell’arcinota massima agostianiana “Ama e fa’ ciò che vuoi”.
    Riguardo ai rapporti con le tradizioni antiche anche diverse da quella cristiana, non vedo niente di male nel poterci essere stati rapporti di derivazione e scambio, anche tra cristianesimo e fedi diverse, in una fase remota. Sono fenomeni che attengono a un livello storico e antropologico e, a quanto ho capito, Sibaldi sta ancora lavorando a questo tipo di ricerca, dunque è presto per potersi parlare di sincretismi superficiali. Questo non toglie che lo Spirito, che si è incarnato in Gesù, abbia segnato un elemento “in più”, anzi L’elemento decisivo, rispetto alle altre fedi, per cui il risveglio interiore, a cui per esempio tendono anche induismo e buddhismo, nella fede cristiana diventa apertura non solo su un orizzonte “nirvanico”, ma su un Eterno che è partecipazione piena all’essenza di Dio Padre (e Madre, per ricordare le parole di Giovanni Paolo I), e che inizia già qui e ora, nella misura in cui – come dice Sibaldi – accediamo alla dimensione dell’Io Profondo, quell’Aeiòn che è il Tempo senza Tempo.
    La preghiera e i sacramenti, e dunque anche le liturgie – lo dico per esperienza personale – se vissuti con questo spirito, sono uno strumento potentissimo, che aprono le porte del cuore con dolcezza e insieme potenza incredibili. Sembra paradossale che, parlando di qualcosa in cui “si crede”, dica “incredibili”. Ma il punto è proprio questo. Come mi ha detto recentemente Don Marco, la fede non è “sforzo”, ma “dono”, per cui il nostro “credere” si riduce – ma è un ridursi sublime – a un accogliere una fonte di energia smisurata. E a questo si può arrivare avvicinandosi all’Io profondo – e dunque a Cristo – non principalmente per un tramite razionale (ovvero pensando a “rispettare le regole”), ma intuitivo, sapienziale, di cuore, insomma di Amore. A quel punto la vita diventa un percorso di cui siamo profondamente compartecipi e attori, e non più solo comparse o soggetti passivi. E scopriamo che nella nostra vocazione profonda – che non necessariamente è religiosa, ma può anche essere artistica o di altro tipo – c’è il seme di ciò che il Padre ha in mente per ciascuno di noi e, tramite ciascuno di noi, per ciascuno degli altri. Via via che partecipiamo a questo percorso, ce ne rendiamo conto, e ciò che Desideriamo profondamente si manifesta come lo Strumento per realizzare questo disegno.

    Giovanni Agnoloni

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  3. Carissimo, mi pare dunque che siamo d’accordo:

    l’Io profondo è il mistero del Figlio;
    il mistero del Figlio, il Christus totus, è di per sé cosmico e comunitario: un noi appunto;
    in tal senso il suo Corpo è un’Assemblea, una Chiesa: un Uno plurale: una Tavolata.

    Da queste esperienze spirituali derivano molte conseguenze interiori, ma anche esistenziali, e direi politiche,in base alle quali l’amore di Dio (dell’Io sono/Uno) è sempre amore/relazione con altri, e quindi realizzazione dell’io nell’unione di un noi.
    Queste verità di fede rendono molto sospetta questa frase di Sibaldi:

    “l’Io si può trovare soltanto dove c’è l’io, e non si trova mai dove c’è un «noi» (una chiesa è comunque un noi”.

    Comunque sia, carissimo Giovanni, la ricerca sincera ci porta sempre verso quello Spirito che ci ricorda tutte queste cose, e ce le spiega, nelle lunghe e appassionate conversazioni del suo silenzio, facendocele assaporare, e aiutandoci così anche a trarre da qualunque autore o fonte ciò che è vero, discriminandolo dall’errore (che è sempre una distorsione egoica della verità).

    In questo concordiamo ancora più pienamente: solo l’esperienza intimissima (meditativa e contemplativa) dei misteri dona senso ad ogni liturgia o azione esterna.

    tanti auguri per ogni cosa.

    Marco Guzzi

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  4. Sì, Marco, infatti secondo me nel leggere gli scritti di Sibaldi è necessario tener presente che ogni “messaggio” proveniente da un contesto “collettivo” formato da un’unione di Io consapevoli è potenzialmente molto più risonante con le vibrazioni più profonde dell’essere di un’unione meramente esteriore, ritualistica ma senza autentica immedesimazione (che non è sforzo, ma apertura di cuore). Insomma, partecipare a dei riti collettivi senza sentire spontaneamente quell’incontro (con Cristo) “dentro” non produce quella “deflagrazione spirituale” che è l’essenza stessa del cristianesimo, ovvero il fuoco d’Amore universale che è Dio.
    In altre parole, credo che Sibaldi intendesse dire che non ha senso porsi nei confronti di Dio cercandolo forme esteriori. L’incontro deve avvenire nel cuore. Se si cerca DIo esclusivamente nella chiesa in quanto tale, cioè fuori, senza essere passati dal cuore, non lo si troverà, o al più la fede sarà sforzo, e non quella decisiva apertura e accoglienza di un Dono. Mentre la preghiera e i sacramenti vissuti “dal cuore” e “nel” cuore ci aprono su una prospettiva di comunione spontanea che è in sé condivisione, e dunque “anche” chiesa. Ma si parte sempre dall’Io, inteso appunto non come Ego, ma come Sé profondo, luce interiore che fa tutt’uno con quella di Cristo (dunque l’esatto opposto dell'”egoismo”). In questo senso, e come sottolinea Sibaldi, la frase “Ama il prossimo tuo come te stesso”, correttamente interpretata, non ha il verbo all’imperativo, ma all’indicativo, ovvero “Tu ami il prossimo tuo come ami l’Io (profondo)”. Nessun vero amore può esistere se non parte dal Desiderio profondo che stilla dal Sé superiore, la radice della nostra identità, dov’è Cristo, ed è in noi come noi siamo in Lui.

    Giovanni Agnoloni

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  5. Sì, anch’io intendevo le parole di Sibaldi come considerazioni scaturite dall’esperienza, dalla pratica. La pratica collettiva può portare a esperienze fortissime, però presuppone che tutti (o quasi tutti) i partecipanti siano consapevoli di quello che stanno facendo. Purtroppo, durante i riti cattolici i partecipanti sono tenuti all’oscuro di quanto sta avvenendo, non ricevono istruzioni su come sfruttare al meglio l’energia che si verifica durante la celebrazione. Personalmente, in queste condizioni non vedo nessun senso nell’andare a messa.

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  6. Io, Leonardo, ti posso dire che questo l’ho riscoperto in tempi recenti, se non recentissimi. Il mio percorso di ricerca e di scavo interiore mi ha portato spontaneamente (anche attraverso l’esperienza di vita a Cracovia) a sentire il bisogno di avvicinarmi alla spiritualità cristiana (e anche alla messa) con lo spirito “nudo” a cui alludevo sopra. Certo, gran parte del merito va ai sacerdoti che riescono a evocare, nelle loro parole – e più in generale nell’energia che riescono a trasmettere anche soltanto attraverso la loro voce – quello spirito di Amore universale che seduce e pervade. E questo lo si può raggiungere attraverso un approccio che privilegi l’intuito e le emozioni, piuttosto che la ragione e le mere forme esteriori. Insomma, il tutto “riesce” quando il sacerdote è “romanziere” o “poeta”, più che “saggista” o “professore”. Quando ci tocca il cuore e ci fa “ricordare” – per citare ancora Sibaldi – quello che abbiamo sempre avuto dentro, ma che regole e maschere sociali ci avevano fatto seppellire o dimenticare.

    Giovanni A.

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  7. Pingback: Un dibattito interessante « Giovanni Agnoloni – Writing and Travelling

  8. Grazie Giovanni,

    per lo scritto e per la strada di chi conosce e riconosce, si conosce e si riconosce: *Ama e fa’ ciò che vuoi* [massima in minima parte praticata].
    All’Atto d’Amore che segue che esegue il Detto [anche se Agostino non fu molto tenero con gli istrioni;)]

    Nell’abbraccio

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  9. Grazie, Chiara, un caro abbraccio. Aggiungo anche il tuo commento, come quelli di Marco e di Leonardo, alla riproposizione di questo interessante dibattito sul mio blog.

    A presto!
    Giovanni

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  10. Nella mia limitatisstima esperienza ho potuto riscontrare una grande fatica a liberarmi da ciò che veniva tradizionalmente indicato come persorso per attingere al Divino. Però (e qui mi ricollego anche a Giovanni) solo quando ho finalmente riscoperto al mio interno un qualcosa che era più forte di qualunque legge umana ho potuto avvicinarmi ai sacramenti cattolici con uno spirito ed un approccio completamente diversi. Purtroppo una delle grandi colpe delle varie Chiese, a mio modesto parere, è proprio di aver perso quella dimensione intima, ma potentissima, che dal tuo intimo inevitabilmente ti porta verso gli altri ma che nulla ha a che vedere con una ritualità vuota che non serve a nessuno; naturalmente stando sempre ben attenti a non indulgere troppo con se stessi nell’interpretazione delle Scritture, rischio sempre molto presente ogni volta che ci si accinge ad attività di questo genere.

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  11. Grazie del tuo contributo, Andrea. La liberazione del Sé è certamente il crocevia per cui passano tutti i processi di realizzazione del divino-in-noi, oltre (ovviamente) alla nostra felicità (e, con Edward Bach, direi) alla salute. Quanto al rischio di essere troppo indulgenti con se stessi, credo che questo appartenga a una fase in cui ancora siamo prigionieri dell’Ego, delle maschere. Quando il Sé inizia a dilagare, e (per citare Giovanni Paolo II) il cuore si spalanca a Cristo (Dio fatto uomo, Figlio dell’Uomo e Sé incarnato e pienamente “realizzato”, tanto da morire e risorgere), allora non c’è più verso di confondersi. Le risposte arrivano prima delle domande, e le “voci di dentro”, come i segnali-da-fuori, sono inequivocabili. Un caro saluto

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