Juliette Gréco. Saint-Germain-des-Prés e altrove.

( Juliette Gréco)

Juliette Gréco. Saint-Germain-des-Prés e altrove.

di Nadia Agustoni

Nella sua autobiografia “Juliette Gréco” Rusconi 1985, i nomi degli amici si rincorrono nelle pagine (1). Poco male. In fondo come ebbe a dire a chi la rimproverava per quello che sembrava un esibire la propria e altrui celebrità, lei era consapevole di avere vissuto un’epoca rara, con persone che non a tutti è dato incontrare  e tanto meno frequentare. Da Sartre e Simone De Beauvoir, a Camus e Boris Vian, da Kosma agli attori e attrici del jet set internazionale come Errol Flynn, Ava Gardner e Marlon Brando.

Juliette Gréco o Jujube, suo nomignolo, ha però scritto di sé in modo essenziale, scoprendosi apparentemente poco, ma in verità lasciando intuire molte cose. In qualche modo il suo riserbo è legato alla fama, che l’ha accompagnata a lungo, di ragazza che precorre i tempi.

Qualche anno dopo apparirà, anche lei molto francese e molto sopra le righe, un’altra ragazza cattiva: Françoise Sagan,  con le sue intemperanze e trasgressioni che un film della regista Diane Kurys (“Sagan”, 2008) ci ha raccontato.

Sarà la Gréco nel 2004 a commemorarla nel piccolo cimitero del Lot dove avrà sepoltura.

Una sera di dieci anni fa a Prato mancai all’ultimo momento l’appuntamento con uno dei rari concerti italiani di Juliette Gréco. Ebbi modo di leggere i resoconti sui quotidiani e di ascoltarla in un’intervista trasmessa in televisione. Ne ebbi l’impressione di una donna che ha vissuto molto senza perdersi e senza smettere di cercare. Una donna che ha raggiunto un notevole equilibrio interiore, che ha saputo scegliere e cambiare rimanendo se stessa.

Sembra che un’impressione più perturbante l’abbia fatta ai bambini che alla metà degli anni sessanta la videro in Belfagor.  Nell’autobiografia ricorda che gli psicologi mettevano in guardia dal pericolo di psichismo che lei rappresentava per i più piccoli.

La Gréco in molte interviste e nel suo libro parla della madre con accenti di dolore profondo. La donna, che fece parte della resistenza francese e poi diventò ufficiale di marina, non l’amava. La cantante, come accade a volte nelle famiglie, era una figlia indesiderata soprattutto perché i genitori volevano un maschio.

In un’intervista al Corriere della Sera rilasciata a Parigi diversi anni fa così risponde a una domanda diretta sulla madre: “ Mi ha segnato in un modo terribile. Per un bambino è atroce non essere amati. E’ la ferita peggiore, il fallimento totale. Una volta volevo bene a mia madre. Adesso no, non più. E’ duro avere amato e vedere poi che l’amore si è spento. Mia madre mi ha sconvolto la vita, è stata tanto sciocca.” (2)

Dei suoi tre matrimoni la Gréco accenna qualcosa, poco di più parla della figlia ( ne volle una sola per paura di far rivivere a un’altra bambina la sua esperienza con la madre) e poi racconta l’impegno per gli altri, la professionalità sul lavoro e ricorda i primi smacchi quando saliva sul palco, cantava e la fischiavano. All’improvviso, senza che lei possa comprendere come, la accettano, quel che fino a un momento prima pareva utopico succede. Dirà Serge Gainsbourg in seguito di averla sentita ormai lontana quando cominciò a lanciare baci al pubblico.

Eppure non ha lanciato solo baci. Le sfide non le sono mancate sia nel privato che nella vita sociale.

Negli anni novanta scende in campo per le donne bosniache e fa sentire presenza e voce.

In molte interviste e in molte pagine parla con passione di argomenti scottanti, quelli che di solito si evadono con una battuta lieve o un non so.

Nel 1996 assiste, vedendone le immagini in televisione, allo sgombero di un nutrito gruppo di migranti dalla chiesa di Saint-Bernard e ne resta sopraffatta: “ Non ho mai provato in vita mia una reazione così violenta, tranne che nei giorni del 1943 quando la Gestapo mi buttò in carcere”. (3)

In carcere in quei giorni del 1943 c’erano tutte le donne della sua famiglia, ovvero la madre partigiana e la sorella, entrambe poi deportate. Sarà lei a prendersi cura della sorella tornata dal campo di concentramento, viva, ma invalida nella memoria.

L’esperienza del carcere e dell’occupazione nazista portano la Gréco alla militanza nella gioventù comunista. Sono anni tremendi, ma pieni di scoperte. A Saint-Germain-des-Prés incontra molte persone che diverranno col tempo sempre più importanti per lei. La giornalista Anne-Marie Cazalis è una di queste presenze. Sarà lei a spingere Juliette Gréco a cantare e ad aiutarla a superare i traumi del rifiuto materno. Sui propri ideali la cantante francese dirà nel 1993 : “Io sono di sinistra. Lei mi dirà: cos’è oggi la sinistra? E io le dico che è la dimensione della generosità e della speranza.” (4)

Negli anni settanta, in controtendenza, va in Cile e canta davanti a una platea gremita di militari canzoni antimilitariste. La fischiano per tutto il tempo e lei canta per tutto il tempo. La fischiano dietro il palco e lei se ne infischia. Lo ricorda con orgoglio. Bisogna accettare le sfide, andare dove c’è chi è contro di noi. In piena guerra nell’ex Jugoslavia scende in campo per le donne e le bambine stuprate durante il conflitto: “Penso che la parola abbia ancora qualche speranza di fermare la tragedia. So che i militari laggiù non vogliono rispondere quando si chiede: ‘perché stuprate donne e bambine?’ ” (5)

Dell’estrema destra francese che la odia dice che la devono odiare: “lo spero ardentemente”. (6)

Le canzoni con cui si è misurata dai lontani anni cinquanta non si contano, ma gli esordi furono, come già ricordato, difficili. Sarà Joseph Kosma ad aiutarla musicandole dei testi e lei coglierà l’occasione per chiedergli di poter cantare “Le foglie morte” su versi di Prévert. E col tempo le scriveranno canzoni Leo Ferré, Serge Gainsbourg, Jacques Brel e Brassens. In America conoscerà e frequenterà i musicisti jazz. Dirà poi degli imbarazzi creati nei luoghi pubblici da una bianca che frequenta gente di colore.

Solo il mutare dei tempi ha permesso che si potesse parlare della sua storia d’amore con Miles Davis. La stessa cosa sarà per l’ammissione dei suoi amori femminili.

In un’intervista al settimanale tedesco Die Zeit nel novembre 2007 domanda divertita al giornalista: “Perché non dovremmo sentire lo stesso amore cerebrale e carnale con una donna come lo sentiamo per un uomo?”. In quel periodo è all’esordio come conduttrice di una trasmissione radiofonica per la Radio Vaticana Francese, ma fa notare che ha accettato perché le hanno concesso la massima libertà: “ sapevano bene che io sono più vicina a un diavolo che a un angelo.”

Nell’autobiografia aveva dedicato proprio agli amici e alle donne le pagine più belle:

I rapporti di Jujube con le donne sono complessi come possono esserlo le donne stesse. Le donne vogliono incontrare la Gréco e il suo mistero, la sua immagine di donna fatale, quella che hanno sentito e visto cantare. La Gréco si assenta. Jujube spunta all’orizzonte, gioca sulla propria apparenza e se ne serve pericolosamente. Per quella che ha di fronte, Jujube è la più forte, è lei che manipola l’altra. La Gréco manipolata da Jujube diventa praticamente inafferrabile. E’ il costante e inestricabile doppio gioco. L’avversario è perduto in anticipo. Uomo o donna. La Gréco non presta le chiavi.” (7)

Un articolo su Juliette Gréco in questo momento, se anche non ha bisogno di giustificazioni, ha però dei pretesti: l’ultimo album “Je suis comme je suis” dove raccoglie i suoi classici e li canta con la voce che ha adesso. O il raduno-rievocazione per il cinquantesimo anniversario della morte di Boris Vian al quale ha partecipato. E non va dimenticata la grande mostra su Miles Davis dove non ha voluto andare perché le metteva tristezza e perché “non l’hanno mai capito”. Non ultimo: è imminente l’uscita il 20 gennaio 2010 del film biografico “ Gainsbourg” in cui c’è anche il personaggio di Gréco interpretata da Anna Mouglalis.

A 82 anni continua a cantare, seppure in poche apparizioni. I suoi album vendono ancora; i francesi, che in ritardo le diedero fiducia, non l’hanno più abbandonata. La Gréco ringrazia, ma le pare un miracolo svegliarsi la mattina, vedere il giorno, sentire gli uccelli che cantano, vedere gli alberi. Vive in un paesino dell’Oise o nel sud della Francia o a Parigi dove anni fa provò a difendere i locali del suo tempo, come il Tabou, dalla speculazione edilizia (8). Battaglia persa, altre le battaglie vinte. Con se stessa anche. La più importante. Le piace ascoltare il rap e guarda avanti. Quel che resta nei ricordi è molto. Ogni giorno le porta tante cose: un carico di vita, di suoni, di parole.

Note

1) Juliette Gréco ; Juliette Gréco. Una voce mitica racconta gli anni eccitanti di Saint-Germain-des-Prés (e di Sartre, Prévert, de Beauvoir…), Rusconi 1985. Titolo dell’edizione francese Jujube; edizioni Stock 1982.

2) Ulderico Munzi; La Gréco: “Io battagliera, amante, star”; Corriere della Sera. Di questa intervista non ho la data, solo il ritaglio del giornale senza data.

3) Ulderico Munzi; “ Quei poliziotti mi hanno ricordato la Gestapo”; Corriere della Sera, 25 agosto 1996.

4) Ulderico Munzi; Io Juliette, prigioniera del mito; Corriere della Sera, 12 ottobre 1993.

5)Ulderico Munzi;  La Gréco guida lo sdegno delle donne; Corriere della Sera, 23 gennaio 1993.

6) Ulderico Munzi; “ Io Juliette, prigioniera del mito”; Corriere della sera, 12  ottobre 1993.

7) Juliette Gréco; Juliette Gréco, op.cit.; pag. 202, Rusconi 1985.

8) Ulderico Munzi; Così hanno distrutto il mio Tabou; Corriere della Sera, 28 giugno 1995.

11 pensieri su “Juliette Gréco. Saint-Germain-des-Prés e altrove.

  1. *Mi chiamo Juliette Gréco, e non ho mai avuto uno pseudonimo.
    Sono nata il 7 febbraio 1927.
    Mia madre mi ha detto che quel giorno pioveva,
    e la pioggia favorisce la crescita di tutte le piante,
    anche quelle più velenose.*

    Perché la Parola può. Perché la Parola è. L’essere Speranza che può *fermare la tragedia*.
    Grazie Nadia per l’Umano che tutto Juliette incarna/incanta

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  2. Scrivi bene, Nadia: Juliette Gréco “era consapevole di avere vissuto un’epoca rara”. Chi in quell’epoca è stato bambino o poco più, non dimenticherà l’invidia per i coetanei che avevano il permesso di vederla nelle puntate di “Belfagor. Il fantasma del Louvre”. Qui

    una galleria di immagini sulle note di “Si tu t’imagines”, dai versi di Queneau

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  3. “cos’è oggi la sinistra? E io le dico che è la dimensione della generosità e della speranza”:
    il fascino di un’epoca e di una donna, anche se forse con più tratti demoni(a)ci che angelici, che “non presta le chiavi”. Nemmeno noi: sono stati, sono, bei duelli.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  4. Grazie a Nadia per avere celebrato nella rescensione Juliette Greco, l’anima di fuoco. Era nel centro del movimento artistico del XX secolo, una donna che ha incarnato la musa, non immobile, ma nella vita, festeggiando la vita, l’amore, la libertà delle donne.

    E’ un magnifico omaggio. Spero vedere il film Gainsbourg e non essere delusa.

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  5. Bello. Terribile la dichiarazione sulla madre. Struggente il video, un che di esistenzialismo parigino.
    Brava Nadia

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  6. E’ bello che venga ricordato e celebrato un grande personaggio come la Greco. Io, che non sono da tempo una ragazzina, ho avuto modo di vederla e sentirla cantare quando ancora la tv. era in bianco e nero. Ne conoscevo la voce, le frequentazioni, le idee, ma vederla sul palco, con quei capelli lunghi e scuri, l’abito nero, semplice,gli occhi bistrati e ascoltare quella voce, mamma mia che pathos!
    Forse era quell’antico e mai dimenticato rifiuto ad impastare il suo canto di pianto represso, non so.
    Onore ad una persona speciale, ai suoi magnifici 82 anni di vita vissuta in pieno.
    Buon anno a tutti e grazie a Nadia.

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  7. “Forse era quell’antico e mai dimenticato rifiuto ad impastare il suo canto di pianto represso, non so.”

    Si, credo che questa sia stata una sua caratteristica.

    Grazie a te Flora.

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  8. La voce di Juliette Gréco mi ha sempre trasportato in una dimensione diversa dal contesto in cui cantava, anche pensarla in piedi sul tavolo di una càve in mezzo a esistenzialisti e beatnick non la colloca nella sua epoca, come può succedere per grandi cantanti come Françoise Hardy o Dalida, ma è sempre “fuori tempo”, cioè lo domina, lo guarda e lo accompagna per il breve tratto della sua durata, ne partecipa e ne soffre, ne trae lo spirito, ma non gli appartiene.
    La sua presenza nella canzone francese, potrei dire lo stesso solo di Léo Ferré, è sovrabbondanza di grazia, di presenza, non ne è prodotto.
    Alla rapidità del mutare dei tempi oppone sempre una lentezza antica, che suscita un sentimento più sotterraneo che non viene scalfito dalla datazione.

    Questa interpretazione di una delle migliori gemme di Gainbourg è la dimostrazione di quello che dico; l’accompagnamento musicale è datatissimo, la sua voce è presente oggi con la stessa forza e lo stesso sospiro ne nasce oggi, saturo e felice.

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