Claudio Damiani in Sognando Li Po

di Alessandra Palombo

Claudio Damiani ha definito, in una dedica autografa, “vagabondaggi virtuali” il suo viaggiare verso, con e in Li Po in Sognando Li Po (Marietti 2007), silloge nella quale il poeta canta la vita del grande poeta cinese, dialoga con lui e, talvolta, in lui ed in altri poeti cinesi, si immedesima.

Il titolo , tratto dal secondo testo della raccolta, a sua volta è ripreso da quello di due poesie che il poeta Tu Fu scrisse nel 758 quando Li Po era sulla via dell’esilio. 1Ed è proprio con l’Addio tra i Li Po e Tu Fu che Damiani inizia questo suo originale viaggio “ virtuale”:

A un certo punto, giunti su un’altura

dove c’erano quattro baracche

scesero dal carro. Cadeva ancora la neve

dal cielo, e dai rami di un grosso pino

sopra le loro teste.

Il carrettiere slegò i cavalli. I due poeti e il seguito

presero stanza nella locanda affumicata.

Tutta la notte Li Po e Tu Fu alzarono le coppe;

gli ufficiali del seguito s’erano presto

    addormentati,

ma loro ancora amabilmente conversavano.

Tu Fu parlò della sua casa natale,

dell’infanzia felice nella natura, dei giochi,

Li Po parlò della capitale,

di feste e danze, dei giorni fugaci della giovinezza.

Ed ecco si fece bianca la finestra dell’alba,

una luce scialba, un biancore irreale penetrò

    nella stanza.

Parlarono ancora dei loro morti,

parenti e amici che avevano dovuto abbandonare.

Ad un tratto Li Po si alzò,

Tu Fu stette ancora seduto per un po’, poi anche lui

    si alzò,

stettero in piedi per molto tempo in silenzio,

mentre tutti dormivano, nel silenzio della locanda.

La neve fuori aveva smesso di cadere

e il vento si era quietato.

Li Po prese la bisaccia e s’incamminò

sulla strada bianca.

La raccolta nasce dall’incontro tra un giovanissimo Damiani e la grande poesia cinese attraverso l’antologia settecentesca, Trecento poesie T’ang , tradotta dal sinologo Martin Benedikter. La lettura portò il poeta a tradurre da Benedikter Il canto dell’eterno dolore di Po Chu-i , l’ epica e drammatica storia d’amore tra Hsuang Tsung, imperatore della dinastia Tang, e la sua favorita Yang Kuei-fei.

Come sia arrivato a cimentarsi in questo lavoro lo racconta Damiani stesso nella premessa :“ Ci fu un tempo in cui avevo nella mente, e la masticavo e ruminavo senza fine, l’incredibile traduzione benedikteriana del Canto dell’eterno dolore” di Po Chu-i ( opera famosa in Cina com’è per noi, che ne so, il canto di Paolo e Francesca di Dante). Ripetendola dentro di me, mi si veniva configurando però in metro di sequenza di settenari. In realtà la sua trascrizione completa in settenari, che qui si pubblica, è uno dei lavori più faticosi della mia carriera di scrittore ( e forse inutili anche, tanto è bella la traduzione di Benedikter!)

La trascrizione, in Sognando Li Po, è inserita a metà del testo quasi a voler rendere un tributo alla poesia cinese oltre a segnare uno spartiacque tra le immaginazioni in versi del poeta. Il canto viene introdotto da sette poesie raccolte sotto il titolo Ma Wei , monte sotto il quale venne uccisa Yang Kuei-fei.

Ma voi, monti, siete nei miei pensieri

E tu, Ma Wei, che ti distingui

Il più alto tra i tuoi cari compagni.

Tra i vostri sentieri mi vorrei perdere

e alle vostre fonti vorrei bere,

vorrei camminare fino a che ho vita

e poi mi vorrei riposare

sui vostri sassi

sparsi.

E tu dormi con la guancia appoggiata sul cuscino,

e io dormirò fra poco.

E dormiremo insieme

trasportati come dal vento

come i semi nel becco degli uccelli…

La parte che segue Il canto dell’eterno dolore , si apre con La tempesta in cui Damiani torna a immaginare momenti di vita e riflessioni di Li Po

Ormai il vento stava cessando

e Li Po decise di uscire.

La neve era alta e dai rami degli alberi

cadeva a tocchi, con rumore fragoroso.

Li Po aveva freddo, ma era contento dell’aria,

quell’aria pulita e azzurra, da respirare a pieni

    polmoni,

dopo tanto tempo che era stato chiuso,

era contento di pestare la neve, di sprofondarci

    dentro,

gli tornò in mente una donna, da cui aveva avuto

    un figlio,

era contento di vedere il sole

accecante tra i rami alti dei pini,

e di vorticare su se stesso, come un ubriaco.

E di seguito:

“ Che cos’è questa nostra vita?

Non lo sappiamo, ma camminiamo uniti,

teniamo puliti i sentieri

con genitori e figli,

con la terra, con la natura e il cosmo.

In ogni essere, anche inanimato, è il peso

dell’esistere e del suo mistero,

egli lo porta tutto sulle sue spalle

come un eroe, come una formica un peso

    più grande di lei

e cammina nella neve, affondando nella tempesta,

avanza lentamente arrancando,

ma cammina e non si scoraggia,

il vento gelido, gli soffia sulla faccia,

ma lui avanza,

gli viene il dubbio, ma lui avanza,

c’è una forza che lo sostiene,

gli fa trovare la strada

dove tutto è bianco,

dove sepolta è ogni strada.

Sì, c’è una forza che si fa strada”,

dice Li Po, mentre si siede

su un vecchio tronco tagliato

nella tempesta che sopravanza,

che, per un po’, si placa.

Dice Li Po ad alta voce,

e non c’è nessuno a ascoltarlo.

In questo libro c’è tutta l’ammirazione del poeta Damiani verso il poeta Li Po e nei confronti degli altri poeti cinesi dell’era T’ang, ammirazione che Damiani dichiara esplicitamente nella breve premessa:

“ Ho amato la poesia cinese come qualcosa che mi spingeva oltre il mio tempo, in un futuro antico che m’appariva come un sogno, che m’avvicinava i giganti della poesia cinese ( Po chu-i, Li Po, Tu Fu) ai calmi sereni giganti dell’elegia latina ( Properzio, Catullo, Tibullo). Ho visto nella poesia cinese una poesia della terra, perfettamente oggettiva, senza il bisogno di nessuna metafora. Grande poesia della terra, della sua calma, della sua gloria.”

Tuttavia, Sognando Li Po è solo apparentemente lontana dalle precedenti opere , tra le quali ricordiamo La Miniera, Eroi e Attorno al Fuoco; in ogni poesia cinese di Damiani è possibile, infatti, rintracciare la linea portante della sua poetica che ruota attorno a temi classici della natura, della famiglia, del senso ultimo della vita, delle persone care scomparse che vivono nonostante la morte e fanno da ponte tra le sponde delle generazioni:

“Tu Fu parlò della sua casa natale,/dell’infanzia felice nella natura, dei giochi,/…. Parlarono ancora dei loro morti,/ parenti e amici che avevano dovuto abbandonare.” ( L’addio) e ancora : “Questa sera sento gli alberi tristi,/ camminando vicino a loro sento il fruscio delle foglie./ <>”. ( da “Cara sera”)

In questo lavoro ciò che invece è diverso è lo sguardo; l’autore esce dalla sfera privata e dal tempo vissuto o in cui abita, per trasportare la sua creatività e la sua filosofia di vita in una terra lontana e in un epoca distante dall’ Occidente, non solo in senso temporale e geografico, ma anche e soprattutto per le radici culturali e intellettuali.

Qui sta, a mio parere, l’ossatura portante dell’opera : rendere universali, nel senso letterale del termine, quelli che sono i cardini del percorso umano in qualsiasi parte del mondo esso si svolga: le relazioni familiari e pubbliche, il rapporto con la natura, la saggezza trasmessa dagli avi, l’amore per la vita qualsiasi forma abbia: materiale, naturale, animale, umana e (perché no? ) ultraterrena. Un cammino che Damiani compie con grande naturalezza, senza artifici linguistici, seguendo le orme della tradizione letteraria classica che è alla base della sua formazione e della quale nutre i suoi versi .

Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo da padre toscano dell’isola d’Elba e da madre romana. Vive a Roma dall’infanzia. Ha pubblicato le raccolte poetiche Fraturno (1987), La mia casa (Firenze, 1994, Premio Dario Bellezza), La miniera (Roma 1997, Premio Metauro), Eroi (Roma, 2000, Premio Aleramo, Premio Montale, Premio Frascati), e Attorno al fuoco (Roma, 2006, finalista Premio Viareggio, Premio Mario Luzi, Premio Violani Landi, Premio Unione Scrittori). Sue poesie sono apparse su varie antologie italiane e straniere. Ha curato i volumi: Almanacco di Primavera. Arte e poesia (1992); Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Roma, 1995); Le più belle poesie di Trilussa (Milano, 2000). È stato tra i fondatori della rivista letteraria “Braci” (1980-84). Collabora con vari giornali tra cui la cronaca di Roma di “Repubblica”.

Breve intervista all’autore Claudio Damiani

Qual è la maggiore ricchezza della poesia cinese dell’epoca T’ang ?

L’epoca T’ang è l’epoca d’oro della poesia cinese (un po’ come il nostro rinascimento) e un periodo di grande splendore e potenza dell’impero, ma ci sono grandi poeti anche in altre epoche; certo nei T’ang nel giro di due secoli si incontrano giganti come Tu Fu, Li Po, Wang Wei e Po Chu I, come da noi si incontrarono Dante Petrarca Poliziano Ariosto e Tasso.

Che analogie e che differenze intravede, a grandi linee, con i poeti occidentali contemporanei all’epoca T’ang?

In quei secoli l’occidente è depresso, forti analogie le vedo tra i T’ang e altre periodi della poesia occidentale: l’età augustea con Catullo Tibullo Properzio Orazio e Virgilio, e il Rinascimento italiano, come ho già detto. L’affinità con i latini la individuò gia Pound, e in effetti il tema della terra, della semplicità e rusticità contadina, il culto degli antenati, la filosofia etica, il linguaggio chiaro e denotativo, descrittivo e umile (pensiamo alla “fedeltà” del ritratto latino, che è qualcosa di unico nella storia universale), ecco: l’umiltà come humus, terra, questa è la grande affinità con i latini, e con noi in quanto dai latini discendenti e naturali continuatori. L’amore per la terra e per le cose, come sono, senza simboli, senza metafore, come quando Orazio dice: “Non nostraque”, noi e le nostre cose, o come quando Po Chu I descrive la scena di una nipotina che disegna o Li Po racconta il paesaggio di una camminata sui monti.

In un’ età in cui la poesia viaggia nella rete e viviamo in una società di comunicazione multimediale, ha ancora un senso leggere e conoscere gli autori greci e latini?

Credo infatti che abbia sempre più senso. Navigare nella rete non vuol dire essere diventati incapaci di capire la poesia, di goderla. Anche se adesso ci sembra una gran confusione, e qualcosa di molto tecnico, la rete amplifica la nostra attività intellettuale, linguistica e logica, per cui io penso che noi saremo sempre più in confidenza con i prodotti spirituali, e l’arte e la poesia saranno un cibo sempre più ricercato.

Quale sarà la linea guida della poesia di questo inizio secolo?

A me sembra che c’è molta stanchezza dell’originalità a tutti i costi, di sperimentazioni, alchimie e pasticci vari.Deposta l’utopia (rivelatasi sanguinaria) c’è un desiderio, io credo, di conservazione, stabilità, radici, conoscenza, responsabilità, comunità e comunione. E la poesia, lontanissima dall’utopia, è vicina per natura a tutto questo. E se nel secolo scorso la poesia era sentita più che altro come un corpo estraneo, in questo nuovo sarà di casa, ne sono certo.

2 pensieri su “Claudio Damiani in Sognando Li Po

  1. Grazie della segnalazione, non conoscevo questa opera di Claudio Damiani.

    Sono lieto tutte le volte che viene fatto il nome di Li Po e Tu Fu, autentici giganti di poesia e umanità. E pensare che non esiste in Italia nulla dei loro testi, se non un paio di decine di poesie in antologie ormai difficilmente reperibili o addirittura fuori commercio.

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  2. Giorgio, sono io a dover ringraziare La poesia e lo spirito per aver ospitato questa mia scheda di lettura e te per l’apprezzamento. Di sicuro merita questo libro di Damiani che allarga il suo sguardo sulla poesia cinese e crea un ponte tra la cultura occidentale e quella orientale.
    Sandra

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