Camus, la necessità di reagire in nome della verità. Omaggio della Francia a 50 anni dalla morte

di Paolo Petroni (Da: ansa.it )

ROMA – Il vuoto, l’abulia e l’indifferenza di Meursault, il protagonista de “Lo Straniero” di Albert Camus, ci paiono molto forti, specie se attribuiti a una persona che conduce una vita assolutamente normale. La verità è che il suo vuoto emotivo e spirituale, il suo istintivo materialismo, l’essere concentrato solo su se stesso, generano un’indifferenza che porta a una mancanza di morale che oggi possiamo spesso riconoscere attorno a noi. Il fatto poi che Meursault uccida praticamente senza ragioni, sparandogli quattro volte quando è già colpito a terra, un arabo, un diverso da lui, rende il tutto di ancor maggiore attualità.

E “La peste” diventa ogni giorno un romanzo di più forza simbolica, ritratto, aperto a un futuro di speranza, di una società che deve imparare a reagire al morbo, della paura, dell’indifferenza, della violenza e dell’egoismo, che la sta mortalmente infettando. Il mondo di Camus, a oltre mezzo secolo di distanza, ci coinvolge con la sua verità e ci parla del nostro tempo in maniera impressionante. Eppure questo scrittore francese, di cui domani cadono i 50 anni dalla morte (4 gennaio 1960), nonostante il premio Nobel per la letteratura ricevuto nel 1957, dieci anni prima che fosse assegnato (e lui decidesse di non ritirarlo) a Jean Paul Sartre, si è trovato a lungo a scontrarsi e a essere messo in ombra dalla figura di ‘vero filosofo’ e la popolarità dell’autore de ‘La nausea’, che polemizzo, tra l’altro, con lui attaccandolo per le idee espresse in ‘L’uomo in rivoltà. Bernard-Henri Levy per fortuna oggi rimette le cose a posto, citando i suoi titoli teatrali e di narrativa, tra cui “Le nozze”, come “lavoro in nessun modo inferiore all’opera di Sartre” e scrivendo che a Camus “non è possibile negare né il talento, né la tecnica del filosofo”.

Era di sinistra, aveva fatto la Resistenza, ma le sue posizioni individuali (e critiche già allora sul socialismo reale) erano osteggiate dalla sinistra, mentre la destra, che adesso cerca di appropiarsene, parlando di religiosità profonda e neoplatonismo, lo denigrava per il suo costante impegno sui temi sociali e della pace. Francese algerino (quindi un pid-noir), nato da una famiglia molto modesta il 7 novembre del 1913, divenuto uno dei padri dell’esistenzialismo, gran seduttore, autore de “L’uomo in rivolta” (titolo emblematico di per se stesso), muore in auto in un giorno di pioggia a 46 anni, a poco più di due anni dall’aver avuto il Nobel, entrando così tra i miti degli eterni giovani di successo e maledetti, un po’ alla James Dean. Giovani irrequieti, alla ricerca disperata di un senso da dare alla vita, odiando l’ipocrisia e bisognosi di verità. Del resto, lo straniero Meursault, per Camus, “lungi dall’essere privo di qualsiasi sensibilità, è attanagliato da una passione profonda: la passione dell’assoluto e della verità”. E’ sempre Levy a scrivere così che, per il Camus de “L’uomo in rivolta”, lo storicismo è lo stato d’animo di chi dice di sì alla Storia. Ovvero, “é la matafisica, implicita o esplicita, che si rapporta a un mondo dove i punti di riferimento diventano traguardi: dove si sostituisce ‘l’aldila” con ‘piu’ tardì; e dove i valori hanno valore – è sempre Camus che parla, sottolinea Levy – solo quando trionfano su tutti gli altri”.

A 50 ANNI MORTE FRANCIA GLI RENDE OMAGGIO – di Laurence Figà-Talamanca – I francesi non hanno aspettato la proposta del presidente Nicolas Sarkozy di inumare Albert Camus nel Pantheon di Parigi, tra Vicotr Hugo e Voltaire, per rendergli omaggio nel cinquantesimo anniversario della sua morte. E così, mentre il dibattito sul riconoscimento presidenziale prosegue tra favorevoli e contrari (c’é chi, come il figlio Jean, teme un’appropriazione politica della figura di Camus), il mondo della cultura non ha perso tempo, dedicando nuove pubblicazioni, inserti speciali, un film per la tv e maratone radio, all’ ‘Uomo in rivolta’, scomparso in un incidente d’auto il 4 gennaio 1960, a soli 46 anni. “Non sapevo che papà fosse famoso, finché non è morto”, ha recentemente detto la figlia Catherine che gli ha dedicato un libro ‘Albert Camus. Solitaire e Solidaire’, uscito il 10 dicembre. Oggi Catherine nutre ancora dei dubbi sulla proposta di Sarkozy ma, in un’intervista a Le Parisien, appare quasi rassegnata all’idea: “Non avrei mai scelto una cosa simile, ma visto che mi capita, proverò a gestirla. Mio padre mi ha insegnato che ‘bisogna affrontare’ le cose. Anche se con questa – conclude ridendo – ho ancora qualche difficoltà “.

Pantheon o no, però, la Francia lo celebra a modo suo. L’intera opera del Nobel per la letteratura del 1957 è stata ripubblicata in una nuova edizione esaustiva, in quattro volumi, nella prestigiosa collezione La Pleiade, mentre 64 tra autori ed esperti hanno contribuito, sotto la direzione di Jeanyves Guerin, alla stesura del ‘Dictionnaire Albert Camus’, 992 pagine per Robert Laffont in cui opere, vita, pensiero dell’autore de ‘Lo straniero’ e de ‘La peste’ vengono raccontati, sezionati, analizzati. Gallimard gli dedica anche un fumetto, ‘L’Hoté, in cui il disegnatore Jacques Ferrandez mette in scena la passione tormentata di Camus per l’Algeria, la sua terra natale. Tutte le grandi testate francesi hanno pubblicato inserti e numeri speciali: da Le Figaro Hors-serie con ‘Camus. L’ecriture, la revolte, la nostalgié, a Telerama Hors-serie con ‘Camus. Le dernier des justes’. Le Nouvel Observateur ha anticipato tutti con lo ‘Special Camus’ uscito a novembre, mentre Le Mag di Liberation ha pubblicato ieri una ‘controinchiesta’ sul ‘Camus, revolte’ solitairé. Il grande pubblico lo vedrà in televisione, con il volto di Stephane Freiss, in una fiction in onda mercoledì 6 gennaio su France 2, o giovedì su France 5 in uno speciale sul Camus giornalista impegnat. Il canale radio France Culture gli dedica un’intera ‘giornata Camus’, dalle 7 di domani mattina fino alle 23, che darà anche il via alle lettura in 10 puntate de ‘Lo Straniero’. Infine per tutto l’anno, a Parigi come a Aix-en-Provence, dove ha sede il Centre de documentation Albert Camus, e in molte altre città della Francia, sono in programma conferenze, film e spettacoli teatrali.

 Vita e opere di Albert Camus

 

30 pensieri su “Camus, la necessità di reagire in nome della verità. Omaggio della Francia a 50 anni dalla morte

  1. Questo sì che è un AUTORE. LETTERATURA.
    “La peste” è un romanzo perfetto, perfetto per la sua attualità che non conosce l’usura del tempo: l’uomo che indarno cerca di salvarsi dalla peste, l’uomo che uccide quei topi gonfi di sangue che escono da ogni pertugio della città, è questa immagine ci restituisce la debolezza e l’ipocrisia umana; i topi di cui ci si vorrebbe liberare non sono poi troppo diversi dagli appestati.

    La destra è da tempo che cerca di appropriarsi di Camus e non solo. Ma Camus è in rivolta ancor oggi, non cederà ai revisionisti d’una falsa critica culturale. Piuttosto morirà con il sorriso in bocca, un’altra volta.

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  2. “Muore giovane chi è caro agli dei”. Non è esagerato dire che con Camus è scomparso uno degli intellettuali (e scrittori) più importanti del Novecento. Il suo nichilismo, ben simbolizzato dal Mersault del “lo Straniero” è un nichilismo attivo e mai compiaciuto, all’altezza di un secolo terribile come quello passato. I monologhi di Caligola, e i dialoghi di Mersault con il prete (che vuole convertirlo) prima della esecuzione rimangono tra le cose più intense e vere della letteratura moderna.
    Che Sarcozy voglia monumentalizzare Camus mi pare un’aberrazione, soprattutto lui che di “stranieri” non ne vuole.

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  3. Ecco un regalo che mi devo fare, i quattro volumi di Camus nella collezione La Pleiade.

    Purtroppo bisogna fare i conti anche con i revisionisti culturali, perché la cultura è in mano ai politici soprattutto una sporca convenienza politica. Ma Camus, nichilista com’era, abituato a quel suo sorriso da Caligola, potrà mai concedersi a Sarkozy? Non lo credo. Sarkozy se crede di poter portare Camus in una terra straniera, si sbaglia di grosso, come del resto la premiere dame Carla Bruni che va in sposa a Sarkozy e nei dischi coverizza in maniera aberrante Francesco Guccini. Detto papale papale, la cultura di destra annovera pochi autori validi ed allora ci prova a rubare, del resto è la cosa che meglio le riesce.

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  4. Giusto ricordo, Giovanni, proprio recentemente ho riletto qualche sua opera e qualche altra vorrei rileggere. Alla distanza, alcune sue opere mi paiono superare il periodo in cui sono nate e resistere benissimo al tempo.

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  5. Grazie, Giuseppe, Alex e Giorgio.

    Nel suo discorso a Stoccolma, il 10 dicembre del 1957, in occasione dell’assegnazione del Nobel, Camus disse:

    “Personalmente non potrei vivere senza la mia arte, ma non l’ho mai posta al di sopra di tutto: se mi è necessaria, è invece perché non si estranea da nessuno e mi permette di vivere come sono al livello di tutti. L’arte non è ai miei occhi gioia solitaria: è invece un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti. L’arte obbliga dunque l’artista a non isolarsi e lo sottomette alla verità più umile e più universale. E spesso chi ha scelto il suo destino di artista perché si sentiva diverso dagli altri si accorge ben presto che potrà alimentare la sua arte e questo suo esser diverso solo confessando la sua somiglianza con tutti: l’artista si forma in questo rapporto perpetuo fra lui e gli altri, a mezza strada fra la bellezza di cui non può fare a meno e la comunità dalla quale non si può staccare. E’ per questa ragione che i veri artisti non disprezzano nulla e si sforzano di comprendere invece di giudicare: e se essi hanno un partito da prendere in questo mondo, non può essere altro che quello di una società in cui, secondo il gran motto di Nietzsche, non regnerà più il giudice, ma il creatore, sia esso lavoratore o intellettuale.”

    Giovanni

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  6. Di fronte alla grandezza de “Lo straniero” e de “La peste”, discutere se Camus era di destra o di sinistra è davvero fuori luogo. Magari ce ne fossero tanti di Camus, di sinistra o di destra non importa.

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  7. Rifletterei anche su un’altra questione toccata da Giovanni, in questa sua (ri)proposta (sfiorata anche nel discorso del Nobel di Camus), e cioè lo statuto libero-libertario, concretamente e storicamente impegnato e mai solo ideologico dell’intellettuale francese di fronte alla storia e allo spirito del tempo. La stessa, significativa, parabola di Sartre lo testimonia. B.H.Lévy vi ha scritto uno spledido libro: “Le avventure della libertà”. Perché allora il dibattito sull’umanesimo in Francia appare sempre più vero delle querelles da oratorio italiane? Perché lo spirito in Francia appare indomito, plurale, differente, degnamente rappresentato, laddove in Italia quando va bene si incarna nei pifferai della rivoluzione o peggio nelle infinite metamorfosi dell’idealismo crociano? E infine perché la Francia riesce a costruire “fiction” e fare divulgazione sui maestri del Novecento e da noi quando va bene c’è la quarta interpretazione tv di San Francesco (con buona pace di Rossellini e della Cavani) e quando va male c’è Salvo d’Acquisto o il Libro Cuore? Davvero lo spettatore italiano è così imbecille? Non lo sentite come un vero e proprio stupro dello spirito? Insomma perché da noi si vola sempre così bassi?

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  8. credo che gli spettatori italiani siano mediamente imbecilli e soprattutto menefreghisti. chi conosce non divulga, si tiene stretto il suo sapere. gli altri vanno a vedere l’ennesimo “natale a…”, ma così in tanti che questo film si becca anche i soldi e i riconoscimenti dello stato. noi purtroppo non abbiamo tagliato teste: in compenso abbiamo fatto tornare in italia gli eredi di una monarchia, tra le molte di stranieri che abbiamo avuto, la più imbelle di tutte. un principe canterino, con un padre che ha/ ha avuto qualche problemino con la giustizia. i quali, tornati che furono, brindarono con uno “champagnino”. non ci meritiamo di volare basso, ma proprio sottoterra. noi abbiamo i corona che si vergognano di essere italiani! va sempre a tarallucci e vino: che buo’ fa’ alessa’?

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  9. In effetti, cara Lucy, a pensarci bene c’è qualcosa di singolarmnte italiano in tutto ciò di cui andiamo parlando di questi tempi, ed è la chiara impossibilità di raggiungere una dimensione estetica da tragedia. Non che non ci siano i motivi o le occasioni. Sta di fatto che quello che ci si confà è sempre e solo il grottesco.

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  10. Penso che l’ambiguo atteggiamento “esistenzialista” di Meursault (e, più indietro, del suo autore) non possa essere posto su un piedestallo e lodato in termini così banali: “reagire in nome della verità”.. quale verità? Quale valore “intellettuale” viene effettivamente propagato, aldilà di una posa ribellistica ed estetizzante così agevolmente scimmiottabile? Mi ritorna in mente un acuto saggio di Girard: “Il solipsista”.

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  11. Vivere senza consolazioni, tra “la miseria e il sole” come diceva Camus, non sa di ribellismo, ma di impegno nella esistenza. Ricordiamo “Combat” contro il nazismo e l’occupazione oppure no? Ricordiamo la “Peste” oppure no?. Fu il primo che denunciò i mali del socialismo reale anche a costo di farsi come nemici i propri compagni di strada. Le scappatoie del filisteismo borghese e cattolico vengono sempre denunciare nei suoi libri e l’impegno morale dell’uomo presente alla sua fragilità non è mai venuto meno. Personaggio umile e solitario con la sua testimonianza ha fatto dell’esistenzialismo, molto prima di Sartre, una vera esperienza umana e morale e sottolineo “morale”. Chi ha combattuto in quegli anni contro la pena di morte? I valori dell’esistenzialismo sono ancora tutti interi e producono ancora reazioni borghesi e scandalizzate, come il commento di cui sopra dimostra. Meglio così significa che quei libri mantengono intatta la loro vitalità.

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  12. elio: “posa ribellistica ed estetizzante così agevolmente scimmiottabile”:
    sarebbe già qualcosa se qualcuno scimmiottasse una “posa” siffatta. avremmo della ribellione e avremmo dell’estetica. e invece abbiamo conformismo e piattume letterario e intellettuale, in buona misura, isolati sussulti di pseudo rottura (la nostra?), velleitari, che non lasciano/lasceranno traccia. e tanto brutto brutto brutto. esistenzialismo e r-esistenzialismo potrebbero essere una strada, quell’andata al popolo mai realizzata, così sognata e accarezzata quarant’anni fa, ora quasi derisa da chi non ha la minima intenzione di farsi interprete e intendere dei/dai molti e molte che son volgari e non litterati.
    “l’artista si forma in questo rapporto perpetuo fra lui e gli altri, a mezza strada fra la bellezza di cui non può fare a meno e la comunità dalla quale non si può staccare”: dio solo sa se abbiamo bisogno di voci come questa, tante voci così. abbiamo bisogno di eroi della penna e della vita: perché siamo messi molto male, siamo da compiangere. noi italiani chi metterem(m)o nel nostro ideale pantheon?

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  13. Non credo che gli italiani siano menefreghisti.
    Certo che se gli proponi sempre cinepanettoni e minghiate, alla fine scelgono il cinepanettone anche a Pasqua. Il problema è semmai nell’offerta che non è variegata: circola poca cultura, e quella poca che viene distribuita è di così basso livello che sarebbe assai meglio tornare all’età della pietra. Bisognerebbe che a regnare sia il giudice secondo la formula nietzschiana indicata da Camus; purtroppo oggi accade tutto il contrario, perché c’è la volontà a tenere e pascere la gente nell’ignoranza, dove Fabio Volo e Christian De Sica vengono indicati come cultura. Cultura di che? Della destra? Della sinistra? C’è poco, c’è nulla da comprendere quando sul mercato se non è una cagata è minghiata quella che ti viene offerta sempre dallo stesso medesimo padrone, che puo’ permettersi di fare il bello e il cattivo tempo, di minacciare l’Anm e via di seguito. In fondo sarebbe bello e non sbagliato che una peste ci fosse e bella forte, così che un po’ di cristianucci siano essi ricchi o no, siano essi buoni o no, vadano finalmente a render conto del loro operato in Terra al Creatore, o ai vermi meglio ancora.

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  14. Lucy, io non voglio affatto “sporcare” una figura interessante e profondamente simpatica, tuttavia penso che una celebrazione di questo tipo metta un po’ troppo in ombra la problematicità della sua vicenda e del suo pensero e i profondi dubbi che la sua stessa onestà intellettuale gli imponeva. Insomma la riuscita artistica è una cosa, che è anche un’alchimia indipanabile di affetti, innamoramenti, appartenenze (in questo ginepraio non vorrei entrarci) quella intellettuale dovrebbe essere altro, anzi dovrebbe per prima cosa distanziarsi dalla persona e dai suoi carismi, portandosi su di un piano più critico e neutrale. Di elementi atti ad introdurre questo piano io in questa celebrazione non ne ho visti. E’ la sola cosa che obbietto. Ciao

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  15. VOGLIO PARLARE DI UN AMICO

    Da più di dieci anni sono legato a Camus, molto spesso a suo proposito la frase di Nietzche riappare nella mia memoria: “Ho sempre messo nei miei scritti tutta la mia vita e tutta la mia persona. Ignoro ciò che possono essere i problemi puramente intellettuali”. Ecco la ragione della forza di Albert Camus, intatta, ricostruita man mano, e della sua debolezza, continuamente aggredita. Ma bisogna credere che dall’orologio della verità, che non suona ogni ora ma soltanto la bellezza e i drammi del tempo, può sempre scendere un Michele, dalle scale mal illuminate il quale, nonostante i propri dubbi, affermerà, davanti alla famiglia dei totalitari e dei pirronisti, il valore dei beni della coscienza tormentata e del combattimento rinfrescante. Dell’opera di Camus credo di poter dire: “Qui, sui tristi campi, un fervente aratro lavora la terra, malgrado le difese e malgrado la paura”. Che mi si passi questo colpo d’ala; voglio parlare di un amico.
    René Char

    Pubblicato su Le Figaro Littéraire, il 26 ottobre 1957 in occasione dell’attribuzione a Camus del premio Nobel.

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  16. La lettura de “L’uomo in rivolta”, in particolare il capitolo IV Rivolta e arte, credo che possa dare importanti spunti di riflessione sull’intellettuale e l’artista perfettamente consapevole della storica contrapposizione tra arte e potere, tra pensatori e arte, tra sogno di bellezza e istanze di sopravvivenza:

    […] Si osserverà tuttavia quale ostilità abbiano mostrato verso l’arte tutti i riformatori rivoluzionari. Platone è ancora moderato, mette in questione solo la funzione menzognera del linguaggio e non esilia dalla sua repubblica che i poeti. Del resto, ha posto la bellezza al di sopra del mondo. Ma il movimento rivoluzionario dei tempi moderni coincide con un processo all’arte che non è ancora finito. La Riforma sceglie la morale ed esilia la bellezza. Rousseau denuncia nell’arte una corruzione sovrapposta dalla società alla natura. Saint-Just tuona contro gli spettacoli e, nel bel programma che prepara per la “Festa della Ragione”, vuole che la ragione sia personificata da una donna “piuttosto virtuosa che bella”. La Rivoluzione francese non fa nascere alcun artista, ma soltanto un grande giornalista, Desmoulins, e uno scrittore clandestino, Sade. Il solo poeta del suo tempo, la ghigliottina. […]
    E’ lo stesso tono dei nichilisti russi. Pisarev proclama scaduti i valori estetici a vantaggio dei valori pragmatici. “Preferirei essere un cittadino russo piuttosto un Raffaello russo”. Per lui, un paio di stivali è più utile di Shakespeare. Il nichilista Nekrassov, grande e dolente poeta, afferma tuttavia di preferire un pezzo di formaggio a tutto Puskin. E’ noto infine l’anatema contro l’arte pronunciato da Tolstoi. A quei marmi di Venere e Apollo, ancora dorati dal sole d’Italia, che Pietro il Grande aveva fatto venire nel suo giardino d’estate a Pietroburgo, la Russia rivoluzionaria ha finito col volgere le spalle. La miseria, talvolta, si scosta dalle dolorose immagini della felicità.[…]

    L’artista – potrebbe essere una delle possibili letture di questo passaggio – ha vissuto e continuerà a vivere una condizione di emarginazione da tutto e da tutti, compresi i colleghi artisti. E non può che starsene discosto dal potere, ma senza restare indifferente alla sua azione; così come non può rimanere indifferente all’infelicità e alla miseria di chi lo circonda, al suo crescente quanto deliberato ottundimento. E’ costretto insomma a prendere posizione, per sua sensibilità e sopravvivenza.

    Giovanni

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  17. @ alex & lucy (quasi OT):
    no, l’italia più che tragica o grottesca è la patria del melodramma, patria per nascita culturale (firenze, rinascimento)e politica (viva v.e.r.d.i). Ke cce voi fa? a questo siamo condannati (e oggi lo ripetiamo mooolto male)

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  18. Ecco, aspettiamo allora che un Michele scenda dalla scala e dia lui una bella sculacciata a Golden Sachs. Noi intanto abbiamo di che commuoverci su quanto siamo belli dentro, noi e i nostri amici, e le donne, e i tormenti della nostra anima, l’arte, Shakespeare.. e quanto sia invece triste la merce, i numeri, la materia, l’organizzazione, gli altri.. la massa!
    E’ tutto così logico, così adattativo, anche la patente contraddizione dell’idolatrare uno che professa (a parole) “la sua somiglianza con tutti” e lo sforzo di “comprendere invece di giudicare” e nello stesso atto schizzare disprezzo sugli italiani “medi”, leccando il culo ai francesi. Paternalismo da esteti, che si affianca spontaneamente, per isomorfismo profondo, al paternalismo chiesastico. Falsa coscienza, altrochè.

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  19. “Comme si cette grande colère m’avait purgé du mal, vidé d’espoir, devant cette nuit chargée de signes et d’étoiles, je m’ouvrais pour la première fois à la tendre indifférence du monde. De l’éprouver si pareil à moi, si fraternel enfin, j’ai senti que j’avais été heureux, et que je l’étais encore…”

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  20. diversamente dai francesi, che a noi italiani manco ci vedono, io i francesi li vedo, ma senza leccargli il culo. come vedo inglesi, americani, spagnoli, tendenzialmente, mio limite, gli autori occidentali. da tutti prendo il buono che c’è. elio, cos’è questo tuo: un sussulto
    nazionalistico? “disprezzare” l’italia non è uno sport, una posa, è il rimpianto per le occasioni eternamente mancate, per la differenza, non la “differance”, abissale che si è scavata tra il nostro e qualunque altro paese civile con cui condividiamo molti pezzi di storia. quale falsa coscienza?
    che c’è da elogiare? che c’è di cui star contenti? eredi indegni di una storia plurimillenaria di bellezza e sapienza, guardiamo per forza l’erba nell’orto del vicino. la nostra non solo è meno verde: sotto i piedi non ci cresce nemmeno più: è passato attila.

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  21. Lucy, questa differenza è superficiale: strutturalmente viviamo contraddizioni identiche e questo sciovinismo alla rovescia è a dir poco ingeneroso e si appoggia direttamente a quella postura estetizzante (quella del “wannabedandy” rancoroso perché fatalmente ostacolato) che trae giudizi (di comodo) sulle essenze da meri sintomi “stilistici”. Penso che l’insoddisfazione di Camus, verso la fine della sua vita, riflettesse la consapevolezza di un vicolo cieco intellettuale: gli ingredienti di quel tentativo alla fine non quagliano e finiscono in un guazzabuglio tipico.. quella citazione di Nietzsche, qui sopra: potrebbe benissimo (aggiungendo pure “atti” a “scritti”) adattarsi ad Hitler; è tutta una serie di non sequitur perché si tratta di una filosofia che lascia fuori (come irrilevante, redirigendola sull’assurdo dell’esistenza) una parte troppo ampia di consapevolezze scomode. Allora se mi si dice che Camus è un grande intellettuale io dico che sarà un grande artista ma che un intellettuale deve produrre altro, per me Bourdieu è un intellettuale di urgente attualità, non Camus.

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  22. Hitler…Nietzsche…Camus… Strani nomi accostati, diciamo, così per caso? Vuoi vedere che ricompaiono i vecchi guardiani dello spirito? i cani da guardia dell’umanesimo virtuoso? Oddio arieccoci…No per favore –allora preferisco gli stalinisti. Ma voi palamedi dello spirito buono (“tutto intero” uno e assoluto), non eravate rimasti dentro il XIX secolo? Vicino a Lamartine e al Positivismo? Misà che ho capito: se in Francia sono spariti i “chierici buoni” è perché, aimé, sono riparati tutti in Italia. Chi ci salverà? “Ideale, ideale, ideale, Conoscenza conoscenza conoscenza. Bumbum, bumbum,bumbum, ho registrato con sufficiente esattezza il progresso, la legge, la morale e tutti quegli altri bei valori che svariate persone molto intelligenti han discusso in numerosi libri, per arrivare a concludere che ognuno ha ballato seguendo il suo bumbum personale, e che ha ragione dal punto di vista del suo bumbum” (T Tzara)

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  23. Grazie, Francesco, davvero una bella e commovente testimonianza – oltre che autorevole! – che fa capire molte cose.
    Cari auguri a te.
    Giovanni

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  24. Al di là dei gusti e delle posizioni soggettive, bisogna riconoscere che Albert Camus è riuscito ad assicurarsi un posto di riguardo fra i grandi protagonisti del Novecento francese ed europeo. E la Francia fa bene a celebrarlo. Ma non è questo il punto. Il panorama culturale italiano di inizio millennio non regge il confronto con Camus, d’accordo, ma nemmeno con certi nostri fuoriclasse del passato: senza dover scomodare Dante, il Rinascimento e Leopardi, pensiamo a personaggi come Primo Levi, Ignazio Silone, Pasolini… Volendo potremmo anche divertirci a organizzare un bel match letterario fra Camus e uno dei nostri, abbiamo un vero campione europeo, un gigante di cui varrebbe la pena ogni tanto ricordarci: si chiama Carlo Emilio Gadda. Insomma, con tutto il rispetto per la Francia e la sua grandeur, a quei tempi non è che fossimo messi tanto male neanche noi. Certo, oggi il panorama è desolante, però non abbiamo soltanto Moccia, Fabio Volo e le farse consumistiche dei fratelli Vanzina. Grazie a Dio abbiamo anche scrittori di nome Tabucchi, Magris, De Luca… D’altra parte, la Francia di Le Clézio non mi pare sia neanche lontanamente paragonabile a quella di Camus, Sartre e Yourcenar… Allora, la questione a mio parere andrebbe posta in maniera diversa: il “degrado” culturale che ci portiamo appresso da alcuni decenni è un problema tipicamente italiano, o piuttosto il sintomo di una crisi ben più grave e complessa per intensità ed estensione: quella che coinvolge, ahimè, l’intero modello della civiltà occidentale? Io propendo per la seconda ipotesi.

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  25. Pingback: Camus, la necessità di reagire in nome della verità. Omaggio della…- Rivistaeuropea

  26. Credo che l’attualità di A. Camus non consista solo nella commemorazione del cinquantesimo anniversario della sua morte,ma soprattutto nel riconoscimento che in fondo,quando nessuno poteva ancora gloriarsi di averlo conosciuto e letto,è stato profeta della nostra epoca che s’è rivelata per quella ch’egli aveva diagnosticato:”assurda ed insensata”. Seguendo il suo pensiero un monito però si ricava da questa costatazione e cioè che la rassegnazione dev’essere condannata e deve subentrare la consapevolezza dello stato di miseria e di precarietà di questo secolo di crisi che porti l’uomo a sfidare la cattiva sorte non in nome di false ed impossibili speranze,ma per dignità di sè e dei suoi simili ,scrivendo se possibile pagine di coraggiosa autoaccusa. Siamo nel tempo del postmodernismo ,filosofia che si atteggia a corrente, e che indica con voci numerose (Foucault,Derrida,Levinas,Lyotard,Deleuze) questo stato di debolezza e l’assenza di una storia che sia illuminata.Non c’è bisogno di trovare in letteratura l’erede di Camus. I suoi eredi sono i filosofi del nostro tempo ,a conferma che non ci sono separazioni tra i vari saperi,ma continuità di ricerca per uscire dal caos.

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  27. Camus e la sua peste,ma anche l’unica dimensione di cui l’uomo sembra essere fatto, credendosi divino.
    E a corollario porto un altro grande, Saramago, che vede la peste e la dimensione in cui l’uomo vive asfittica-mente, avvelenando se stesso e gli altri come lui,ciechi.Già, questo mi sembra casa nostra, il luogo della cecità.

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