Cartolina dall’inferno

degli immigrati “clandestini” espulsi da Rosarno

di Ennio Abate

Cari cittadini normali e italiani,
dei fatti di Rosarno vi hanno detto tutto quello che dovete pensare giornalisti, politici ed ecclesiastici. Mancano i nostri racconti. Nessuno ha fatto in tempo ad intervistarci o ha avuto voglia di sentire le nostre ragioni. Nulla di male. Non ne abbiamo, infatti. E perciò vi scriviamo solo per scusarci. Vi scriviamo dall’inferno, dove ci hanno accompagnati i vostri bravi carabinieri su ordine dell’equanime ministro Maroni.
Ecco, qui siamo finalmente in compagnia dei nostri simili: streghe ed eretici, bruciati dalla Chiesa cattolica, prima che Papa Wojtyla si pentisse; indios passati a fil di spada dai conquistadores; ebrei arrivati qui a milioni passando dai forni crematoi; anarchici e comunisti rieducati dai gulag di Stalin; delinquenti e delinquentesse d’ogni forma e d’ogni età; dannati della terra giunti a bizzeffe dai vari angoli del pianeta.
Avete avuto ragione a spedirci qui. L’inferno è il posto che meritiamo per aver osato venire in Italia da clandestini: disturbandovi, impaurendovi, complicando la vostra vita già complicata. Certo, saremmo rimasti volentieri nei nostri paesi. Ma abbiamo avuto fifa. E pure impazienza. Non abbiamo avuto il fegato di restare eroicamente in mezzo a guerre e persecuzioni, aspettando che i vostri soldati, assieme agli alleati della Coalizione USA, portassero a compimento la guerra umanitaria e ci regalassero la democrazia. È vero che spesso eravamo ridotti alla fame. Però abbiamo sbagliato lo stesso a venire. S’era sparsa la falsa voce che in Italia si stava meglio, che c’erano dei lavori anche per noi. Almeno quelli più pesanti e dequalificati, che i vostri figli non vogliono più fare. Non perché viziati o fannulloni, per carità. Ma per non rovinarsi la salute e godersi di più la vita. Giustamente.
No, non siamo stati giudiziosi. Non abbiamo riflettuto sul fatto che, se si tenta di far salire dieci persone su una cinquecento, come ha detto un vostro illustre professore, non può non finire a scazzottate. E poi tra noi troppi ne hanno anche approfittato. Non sono venuti in Italia per necessità superiori o per lavorare. Ma per un colpo di testa, per spirito d’avventura, persino per delinquere, credendo che in Italia fosse più facile che altrove. E le hanno provate tutte per venirci: chi sui gommoni, chi facendosi passare per turista, chi stipato nei camion. Così, per fare delle vacanze avventurose. Hanno pagato pure delle belle mance, si sa. Ma l’avventura attirava. È stata una grande ubriacatura. O Italia o morte! – gridavamo. E avevamo imparato anche Fratelli d’Italia…
Ora, all’inferno, stiamo rinsavendo. E ringraziamo tutti voi italiani, ma soprattutto Maroni e quelli della Lega. Ci hanno fatto capire – prima con le buone; poi, visto che eravamo duri di comprendonio, in maniere spicce e incisive – quanto ci siamo illusi. E a Rosarno sprangate e pallettoni hanno parlato chiaro. Proprio come Maroni.
A Rosarno l’abbiamo fatta proprio grossa. Invece di essere riconoscenti per quello che ci avevano offerto, appena qualche testa calda locale (ce n’è sempre una in mezzo alla brava gente italiana; e anche a Rosarno) ci ha sparato addosso (esagerando ovviamente; ma è che noi gli facevamo paura ed ha perso la testa), noi, invece di darcela a gambe levate, ci siamo addirittura rivoltati in modi incivili e illegali, lasciandoci (veramente non ce ne siamo accorti) manovrare anche dalla ‘ndrangheta. «Una classica rivolta contadina», ha scritto con un pizzico di sufficienza un vostro intellettuale di sinistra.
Purtroppo noi clandestini non abbiamo imparato ancora l’autocontrollo mostrato da certi vostri leader politici e morali. Ci siamo ritrovati nel cuore tanta rabbia e disperazione, accumulata senza alcun motivo, chissà come, giorno dopo giorno, qui in Italia. E non abbiamo saputo gestirla, come fanno quelli del partito dell’amore o quelli che predicano la pace.
Abbiamo fatto una cazzata madornale, grossa come un baobab. Voi italiani non ve la meritavate. E pensare che molti di voi, pur di farci rimanere in Italia e di accoglierci, avevano anche generosamente chiuso tutti e due gli occhi di fronte alle nostre baracche, ai nostri giacigli posizionati tra le macerie delle discariche o delle fabbriche dismesse.
Noi stupidi non ce n’eravamo accorti che di straforo li guardavate ammirati. Facevano tanto arte povera. E noi invece a dire: Che indifferenti, ‘sti ‘taliani! Lo capiamo adesso che ci volevate anche bene. Era un modo silenzioso di aiutarci, di farci restare in mezzo a voi, d’invitarci a resistere, resistere, resistere. Bastava che avessimo avuto l’accortezza di restare per sempre fantasmi, di diventare da invisibili, ombre senza nome, sguscianti veloci come ratti da un ghetto a un altro. Mai saremmo arrivati all’espulsione.
E pensare che persino i leghisti, pur continuando a sbraitarci contro, si erano dimostrati in fondo generosi: al Nord a parecchi di noi hanno spalancato le porte del lavoro nero nelle loro fabbrichette. Per non parlare della tradizionale ospitalità del Sud d’Italia: qui, e non solo a Rosarno, ma in moltissime campagne, i nobili discendenti dei baroni meridionali ci hanno impiegato nelle stagionali raccolte di pomodori, mandarini, arance. È vero che i loro caporali ci hanno spremuto dall’alba al tramonto in cambio di pochi euro, ma non erano più fastidiosi delle zecche. Avremmo potuto benissimo sopportarli ancora. Anche se a volte hanno un po’ esagerato, scambiandoci per bestie. E si sono sbagliati. Ma tutti sbagliano in certe situazioni. Insomma, se ci fossimo decisi ad essere dei bravi schiavi, se non avessimo sgarrato, le cose non sarebbero finite male. L’abbiamo capito troppo tardi.
Non avevamo scuse. Ha avuto ragione Maroni. Abbiamo esagerato. E per rappacificare gli animi ci ha dovuto per forza espellere. E quelli di Rosarno hanno dovuto fare pure una manifestazione per dimostrare al mondo che non ci hanno trattato da razzisti. Se la potevano risparmiare. Il problema in Italia non esiste. In Italia, sempre come dice Maroni, devono restare al massimo degli immigrati bonificati, cioè brava gente come gli italiani.
Purtroppo in mezzo a noi clandestini c’è una percentuale di delinquenti troppo alta. Prostitute, rapinatori, ladri, spacciatori di droga – se di origine albanese, marocchina, africana, latinoamericana – svelano poi una cattiveria e una pericolosità particolari, che non si trovano più e da tempo tra voi italiani.
Qui, all’inferno, che rende tutti più sinceri, lo riconosciamo apertamente. I vostri ricchi sono davvero più onesti ed altruisti dei ricchi dei nostri paesi di provenienza o di altri paesi. I vostri lavoratori sono davvero più laboriosi ed educati che altrove. E poi hanno messo la testa a posto. Erano per noi un modello da cui imparare. Infatti, malgrado chiusure di fabbriche, licenziamenti e lavori precari, non se la prendono più con i padroni, come facevano una volta, ma – giustamente – con noi. Noi, purtroppo, anche quando non gli togliamo il lavoro, abbiamo portato in Italia una cattiveria che fa paura e che non s’era mai vista prima, neppure ai tempi del vostro fascismo. Mentre basta vedere i vostri disoccupati e i vostri poveri: sanno portare a spasso i loro nobili volti di disoccupati e di poveri con una dignità che fa invidia.
A dirvela tutta, noi clandestini abbiamo anche approfittato dell’accoglienza di certi italiani deboli. Invano gli italiani forti, quelli coi coglioni, li hanno accusati di essere mollaccioni, buonisti, anime belle piene di sensi di colpa. Questi preti e questi nostalgici del comunismo o del ’68 hanno coperto la nostra clandestinità. Sono diventati nostri complici. Perché si erano innamorati di noi: gli ultimi, i “ nuovi poveri”, i “ nuovi proletari”.
Malgrado l’espulsione, tuttavia, noi vi ammireremo sempre. Anche dall’inferno. Voi siete dei veri giusti. Dovrebbero darvi la medaglia dei migliori respingitori del Mediterraneo. Voi sapete bene quando e chi punire. E meritate un’Italia fatta solo da gente onesta, dalle mani pulite, come quella che vi governa. Ed espellendoci, vi avvicinerete presto a tale agognato traguardo. Liberati dalla nostra zavorra e malgrado milioni di disoccupati (tutti italiani, pero!) e una certa povertà (fisiologica in tutti i paesi ricchi), Berlusconi, Fini, Bossi e persino D’Alema – i veri nuovi salvatori della patria dalle nostre barbariche invasioni – potranno stringersi finalmente e lealmente la mano. Aspettiamo presto all’inferno solo i preti della Caritas e i nostalgici del comunismo. Allora sì, la vostra Italia sarà tutta normale.
Grazie di tutto. Saluti e caldi baci dall’inferno.

Ennio Abate 12 gen 2010

10 pensieri su “Cartolina dall’inferno

  1. Ieri eravamo noi. Oggi sono loro. Ma c’è che siamo tutti esseri umani. Siamo tutti uguali. Troppi troppo spesso se lo dimenticano. 😦

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  2. E’ davvero infernale questa “normalità” in cui viviamo. Ogni tanto c’è un fatto che fa parlare di sé come quello che è successo a Rosarno, ma la realtà è molto peggiore di quella che appare: per una “Rosarno” conosciuta, ci sono milioni di fatti quotidiani, banali, silenziosi, che non sono meno infernali.

    Eppure:

    “malgrado chiusure di fabbriche, licenziamenti e lavori precari, non se la prendono più con i padroni, come facevano una volta, ma – giustamente – con noi”

    E oltre a pensare ai “cattivi”, pensiamo anche ai “buoni”. Mi domando: questi italiani così “normali” ricorderanno i fatti di Rosarno come le loro giornate eroiche? come la loro “primavera di bellezza”? E’ una cosa di cui si vanteranno con i loro figli?

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  3. Le parole e i pensieri di Ennio scuotono. Hanno il coraggio di sbatterci in faccia la verità. Credo che vada ringraziato per questo.

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  4. La rivolta degli schiavi. La guerra tra poveri. Lo sfruttamento degli immigrati da parte delle mafie e non solo.I respingimenti. Nel 2010 assistiamo sempre,ancora,a disumane ingiustizie. Quello che sbalordisce però è la giustificazione,l’indifferenza ,la soddisfazione,quasi,di molti.

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  5. Grazie innanzitutto dell’ospitalità per il mio pezzo.
    Qui in breve tre note sui commenti finora giunti:

    1) Troppa oleografica la canzone di Massimo Ranieri su “come eravamo” suggerita dal primo intervento (Giuseppe). Che canzone ci vorrebbe per accompagnare questo video [http://espresso.repubblica.it/dettaglio/morire-nel-deserto/2119367&ref=hpsp
    Morire nel deserto di Fabrizio Gatti. Un filmato documenta la tragica fine degli immigrati espulsi dalla Libia. Così come prevede l’accordo siglato tra Berlusconi e Gheddafi]
    che mostra come muoiono “loro”, i migranti di oggi?

    2) A Giorgio e agli scrittori che collaborano a un sito, come questo, dal sublime titolo (La poesia e lo spirito), porrei un problema: se oggi «la realtà è molto peggiore di quella che appare», cosa allontana la parola (lo spirito, per ora, lo lascerei da parte, convinto che sia ancora più lontano) da tale peggiore realtà? Di più: quale uso e abuso corrente della parola/delle parole ci allontana, anziché avvicinarci alla realtà?

    3) A Donato. Purtroppo tra noi (intellettuali, scrittori, acculturati della scuola di massa) e la realtà dei nuovi migranti non ci sono legami reali (come forse li avemmo, da giovani e dall’interno, con i “nostri” immigrati – meridionali, veneti – a Milano negli anni ’60-‘70). Tra noi e loro oggi due schermi: Maroni e lo Stato; il volontariato cattolico. Che ce li presentano o come “cattivi” o come “poveri”, “fratelli”, “altri” da “aiutare”. (E troppo poco – dico io – come potenziali fratelli poveri con cui lottare assieme contro Maroni & c.) Nessuno di noi è in grado oggi di sbattere a sufficienza in faccia ai potenti e ai molti italiani indifferenti o soddisfatti dell’attuale politica dei potenti la verità del loro sfruttamento e della nostra sottomissione politica. In modo da svegliarci e sbarazzarci del loro dominio. Possiamo, in fantasia, come ho tentato di fare con questo pezzo, metterci dalla loro parte contro i nostri connazionali corrotti. È già una scelta, ma solo etica. Manca la politica.

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  6. Innanzitutto grazie a Ennio per questo testo e grazie ad Antonello per averlo proposto.

    “cosa allontana la parola… da tale peggiore realtà?”

    Caro Ennio, qualsiasi parola non potrà mai dire cosa significhi vivere certe condizioni; può farlo un po’ di più l’immagine (ad esempio quella che accompagna il tuo testo); una conoscenza più adeguata ne abbiamo quando di certi fatti siamo testimoni diretti; la vera croce ce l’abbiamo nel vissuto. Questo è un primo senso in cui dicevo che «la realtà è molto peggiore di quella che appare».

    Chi scrive può cercare i modi più efficaci per comunicare, come hai fatto tu con questo testo davvero “dall’inferno”. L’ho fatto anch’io. Purtroppo la nostra non è una comunicazione così potente da determinare la percezione della realtà di 50 milioni di italiani. E questo è un secondo significato della mia affermazione che «la realtà è molto peggiore di quella che appare», anche quando dà conto di fatti come questo di Rosarno. Dopo lo dici anche tu: “Nessuno di noi è in grado oggi di sbattere a sufficienza in faccia ai potenti e ai molti italiani…”

    Comunque scriverne “È già una scelta”.

    “ma solo etica. Manca la politica”

    Non so. Qui si aprirebbe un lungo discorso, su cosa è la politica adesso. Io auspico una politica che sia strettamente collegata all’etica e alle condizioni di vita, in questo senso già esprimere pubblicamente una scelta è un fatto politico.

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  7. a Ennio (e a Giorgio) mi piace dedicare questa lirica di Franco Fortini. Grazie per le preziose riflessioni

    Traducendo Brecht

    Un grande temporale
    per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
    sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
    Fissavo versi di cemento e di vetro
    dov’erano grida e piaghe murate e membra
    anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
    ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
    ascoltavo morire
    la parola d’un poeta o mutarsi
    in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
    sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
    parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
    credo di non sapere più di chi è la colpa.
    Scrivi mi dico, odia
    chi con dolcezza guida al niente
    gli uomini e le donne che con te si accompagnano
    e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
    scrivi anche il tuo nome. Il temporale
    è sparito con enfasi. La natura
    per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
    non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

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  8. Ben ha fatto Caterina a tirare in ballo il dimenticato Fortini, che ostinato sul tema realtà/verità/parola s’è speso una intera vita.

    Perciò provo ad insistere, sperando che il ritmo da blog («Avanti un post! Si prepari il successivo!») non seppellisca sul nascere questo spunto di discussione. (Ah, se ci fossero dei webmaster che, messo in padella un tema “caldo”, lo cuocessero a fuoco lento, fino a farlo diventare davvero “commestibile” sia per distratti e occasionali navigatori che per gli “aficionados”!).

    Ma Fortini- si dirà – è ormai “Novecento”! E i frettolosi passeranno ad altro post. Oppure, di «Traducendo Brecht», segneranno sul loro taccuino al massimo l’ultimo verso: «La poesia/ non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi». Che è ottima citazione per tranquillizzarsi e per autoassolversi: essi, appunto, già scrivono; e, di questi tempi, scrivere è già tanto; che altro vuoi fare?

    Ora quella poesia di Fortini è davvero di altri tempi: 1959-1961 per essere precisi. E l’ultimo Fortini (per me il più tragico e attuale) forse non condivideva neppure più quel suo orgoglioso e solitario «scrivi». In «Composita solvantur» del 1994 si leggono, ad esempio, questi amari distici: «Potrei sotto il capo dei corpi riversi/posare un mio fitto volume di versi?//Non credo. Cessiamo la mesta ironia/ Mettiamo una maglia, che il sole va via.»). Tuttavia vorrei contrastare un effetto placebo di «Traducendo Brecht». (E perciò io pure… scrivo!)

    In questa stessa poesia ci sono almeno altre due indicazioni decisive. Non invitava solo a scrivere, il buon Fortini. Diceva pure: 1) «odia/ chi con dolcezza guida al niente/ gli uomini e le donne che con te si accompagnano/ e credono di non sapere». Aggiungendo immediatamente: 2) «Fra quelli dei nemici/ scrivi anche il tuo nome».

    Se pensiamo che noi, pur ben intenzionati, non riuscendo più a ribellarci ai Maroni & c., possiamo essere percepiti «nemici» dai migranti; e – di fatto – per la nostra inerzia, lo siamo, le parole della poesia mostrano un limite della «parola» ben diverso da quello indicato da Giorgio.

    Giorgio sostiene che «qualsiasi parola non potrà mai dire cosa significhi vivere certe condizioni; può farlo un po’ di più l’immagine (ad esempio quella che accompagna il tuo testo); una conoscenza più adeguata ne abbiamo quando di certi fatti siamo testimoni diretti».
    Un po’ quello che ho ricordato io pure (a Donato): delle “nostre” migrazioni anni ’60-’70 siamo stati «testimoni diretti»; delle “loro” (dei nuovi migranti) siamo testimoni molto indiretti (e poco attendibili).

    I versi di «Traducendo Brecht», però, soprattutto dove invitano all’odio e a stanare il nemico dentro di noi, ci dicono di più: dobbiamo, se proprio si vuole, «cercare i modi più efficaci per comunicare» o trattare o sbarazzarsi di questo nemico prima ancora di poter comunicare con i migranti.
    Siamo noi che (a volte?) guidiamo noi stessi «con dolcezza» «al niente».

    Cosa che si può fare benissimo anche scrivendo, scrivendo, scrivendo. La parola è tante bellissime cose. Ma è anche ostacolo,oppio, menzogna, malafede. Fortini lo sapeva bene, quando diffidava di sé (e degli altri) in quanto poeta e letterato. Noi oggi molto, troppo di meno. (E non faccio esempi). Perciò luiinvitava – guarda un po’ – alla «politica». Quale? Con Giorgio:«Qui si aprirebbe un lungo discorso»… ( Scritto?!)

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  9. “Fra quelli dei nemici
    scrivi anche il tuo nome”

    Non credo che ci sia un commento migliore a questo racconto.
    Mai come in questa manciata di decenni siamo stati liberi di accusare l’altro, di genocidio, razzismo, capitalismo, egoismo e ogni altra mostruosità che possa abitare l’animo dell’uomo, mai c’è stata tale libertà di dissenso, ma… poi?
    In ognuno di noi abita tutta questa umanità, questi carnefici, questi borghesi indifferenti, intellettuali ipocriti, insieme ai dannati della terra, alle vittime, io sono tutto questo e devo costringermi a riconoscerlo, a caricarmi del peso di chi soffre e di chi fa soffrire.
    Non c’è salvezza che per l’umanità intera, in ogni uomo.
    Io vedo la sofferenza di chi è escluso e ucciso insieme alla crudeltà di chi provoca questo e l’indifferenza di chi semplicemente lo permette, tra me e la mia salvezza.

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  10. Grazie a Caterina per il testo molto pertinente, e a Ennio per le ulteriori provocazioni.

    Capisco la sensazione che la politica manchi, di essere, oggi, espropriati della politica.

    Ma inviterei a riflettere anche su questo:

    “tutto ha importanza, cazzo! Il fatto è che non ce ne rendiamo conto. Crediamo che l’arte scorra su questo binario e che la vita, la nostra vita, scorra su quest’altro, e non ci rendiamo conto che non è vero niente” (Roberto Bolano)

    e anche su questo:

    “per fare politica non credo che ci sia da inventare chissà che, ma restando fedeli a se stessi, esporsi nello spazio pubblico in relazione per costruire e condividere realtà” (una mia amica)

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